Sul progetto del ponte tibetano in Valvarrone (Lecco): il vivace dibattito, le considerazioni, le proposte e alcune “risposte”

L’articolo da me pubblicato qualche giorno fa sul paventato progetto di un ponte tibetano in Valvarrone, nella zona dell’Alto Lario in provincia di Lecco, ha suscitato un ampio e assai vivace dibattito in zona e non solo. Nell’articolo chiedevo se fosse proprio quella proposta l’opera più adatta a rilanciare il territorio in questione e a contrastarne le fenomenologie socio-culturali purtroppo solite in molti territori montani (spopolamento, abbandono, mancanza dei servizi di base, eccetera), a fronte di un recente studio (luglio 2023) del Politecnico di Milano sviluppato per Regione Lombardia e per la definizione delle azioni relative alla Strategia Nazionale delle Aree Interne nella quale la zona in oggetto è compresa che invece ha indicato altre priorità per la Valvarrone: «l’accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; la governance e la capacità istituzionale».

Il gran dibattito suscitato mi rende molto contento, perché in queste circostanze un confronto franco e condiviso, al netto dei soliti incivili per i quali tutto il mondo è paese, è ciò che più serve per definire le questioni dibattute, nella speranza che chi ne detenga la gestione sappia ascoltare e compendiare la sostanza del dibattito al fine di ricavarne le migliori indicazioni possibili.

Tra i tanti commenti, ho avuto il piacere di leggere due, in particolare. Il primo è di Roberto Battista, consigliere del comune di Sellano in Valnerina, Umbria, luogo nel quale ci si appresta a installare proprio un ponte tibetano. Battista nel suo messaggio, pubblicato in origine come commento al mio articolo sul blog e poi ripreso anche su “ValsassinaNews”, la testata sulla quale il dibattito si è sviluppato, mi ha illustrato come sia nata la decisione di approvare la realizzazione del ponte. Data la lunghezza ve ne riporto solo un breve estratto; lo potete leggere interamente su “ValsassinaNews”, come detto:

Sono un consigliere del comune di Sellano, in Valnerina, Umbria, dove tra qualche settimana verrà inaugurato “l’ennesimo ponte tibetano”.
Ho letto con interesse l’articolo, che pone delle domande più che legittime, domande che sono tra le tante che come amministrazione comunale ci siamo posti prima di decidere di procedere con la costruzione del nostro ponte.
La situazione dei piccoli paesi delle aree interne è simile su tutto il territorio nazionale, fiumi di parole sono stati spesi per analizzare problemi e possibili soluzioni, il più delle volte da persone che hanno una conoscenza per lo più teorica del soggetto. […] La nostra decisione di procedere con l’edificazione del ponte fa parte di un progetto del quale il ponte stesso è solo la punta dell’iceberg, la parte visibile e spettacolare intesa a supportare tutto ciò che ci sta intorno. […]

Al netto delle rispettive opinioni, ho apprezzato molto le osservazioni con le quali Battista ha illustrato la genesi del loro ponte e la decisione per nulla facile di approvarlo; ancor più ho apprezzato il fatto che a Sellano si dimostrino ben consci dei rischi che un’opera del genere impone, e che per cercare di controllarne le conseguenze abbiano costruito intorno al ponte – o per meglio dire insieme all’azione del ponte – un progetto di sviluppo socioeconomico su base culturale che, per certi aspetti, ritengo sia l’unica cosa che possa rendere accettabile la realizzazione di un manufatto del genere. Comunque non giustificabile, dal mio punto di vista, ma quanto meno si mettono in essere quegli strumenti con i quali si possa cercare di controllare le derive i cui pericoli restano, in primis quello per il quale il luogo ove trova sede un ponte tibetano, che notoriamente attira un turismo molto attratto dal famigerato «effetto wow!» e molto poco dal contesto culturale d’intorno – paesaggistico, architettonico, artistico, eccetera – ne diventi un ostaggio, e la cui fama si leghi poi solamente alla frequentazione massificata del ponte mettendo in ombra ogni altra rilevanza del luogo, nonché – e soprattutto – il valore positivo di quelle rilevanze e delle ricadute altrettanto benefiche per la comunità residente. Per questo io resto fermamente contrario a infrastrutture turistiche come queste: non tanto per l’opera in sé quanto per il modello turistico che rischia di imporre inesorabilmente all’intero territorio, soggiogandolo alla propria presenza e annullando i benefici di qualsiasi altra iniziativa ben più sostenibile e di qualità. Certo, si può pensare di utilizzare il ponte tibetano come “specchietto per le allodole” da attrarre verso tutto il resto di migliore che il luogo sa offrire, posso capire un tale eventuale fine: ma mettere in relazione il turismo basso e massificato con quello alto e a basso impatto è assai difficile, il rischio principale è che il primo, per la sua natura ben più impattante, finisca per far scappare il secondo, come si registra in molte località nelle stesse circostanze. Battista chiude il proprio intervento proprio chiedendosi se saranno capaci di fare ciò che in pratica io ho denotato con altre parole. È quanto mai necessario che il sistema territoriale integrato che a Sellano è stato pianificato, per come ne ha scritto Battista, sia basato su alcuni step e obiettivi di alta qualità ineludibili e che possegga una visione temporale protesa il più possibile nel tempo. Un sistema che giustamente comporti che «il turismo sia solo una componente e il pretesto per rimettere in moto tutto il meccanismo della comunità» ma che abbia fin da ora gli strumenti per svincolare il luogo e la sua comunità dall’apporto della frequentazione turistica: non per eliminarla, anzi, ma per svilupparla sempre più come un vero e proprio valore aggiunto, e non solo un ingrediente al pari degli altri, in un tessuto socioeconomico nuovamente in grado di stare in piedi e camminare da solo e, soprattutto, di fare comunità, il vero segreto per la resilienza negli anni futuri dei piccoli paesi.

L’altro commento che forse ho contribuito a sollecitare e mi ha fatto piacere leggere è invece quello del sindaco di Valvarrone, Luca Buzzella, parimenti pubblicato da “ValsassinaNews”: di nuovo, nonostante le visioni differenti e il tono un poco acido (ma comprensibile), l’ho trovato interessante perché ha messo in luce molti degli aspetti correlati alla questione del ponte tibetano progettato che altrimenti sarebbero difficilmente potuti diventare di dominio pubblico se non per pochi diretti interessati, oltre ad alcune importanti iniziative già realizzate dalla sua amministrazione per le quali non si può che essere grati.

Sulle sue osservazioni in merito a quanto riportato nell’articolo di “Salire” nr.47, il notiziario trimestrale del gruppo regionale lombardo del Club Alpino Italiano, è bene che rispondano i diretti interessati, se ritengono il caso di farlo. Io dico solo che quell’articolo non mi è sembrato affatto pieno di «inesattezze» o di «informazioni non esatte», e propone un’idea di frequentazione del luogo sicuramente interessante e apprezzabile oltre che ben più culturalmente consona agli scopi prefissi dall’amministrazione locale, legati in particolar modo alla fruizione turistica dell’area mineraria di Lentrèe, al netto che possa piacere o meno e per come se non possa discutere la fattibilità e la convenienza. Peraltro, quanto scritto su “Salire” è perfettamente in linea con la posizione ufficiale del Gruppo Giovani del Club Alpino Italiano il quale, in occasione del recente 101° Congresso Nazionale ha istituito un tavolo di lavoro su questo tema in coordinamento con la Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano, come è stato riportato su “Lo Scarpone” qui. Dunque opinioni non certo campare per aria, quelle espresse nel trimestrale del CAI lombardo, ma basate su considerazioni già ampiamente articolate: vi si può essere d’accordo o meno ma non si possono certo liquidare in maniera troppo superficiale.

Per il resto, non mancano inesattezze nemmeno in quanto sostenuto dal sindaco Buzzella. Innanzi tutto, il rimarcare che «Ci serviva proprio uno studio! non l’avevamo capito!» riguardo le carenze del suo territorio il sindaco lo dovrebbe fare in primis a Regione Lombardia, che ha commissionato lo studio del Politecnico di Milano del quale ho riferito i risultati nel mio articolo originario nell’Accordo di Collaborazione tra la Regione e il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico milanese per l’attuazione del progetto “La costruzione della Strategia regionale aree interne nel ciclo di programmazione europea 2021 – 2027” approvato con DGR n. 5577 del 23 novembre 2021. Uno studio istituzionale su base accademica, dunque, non la sparata di qualche professorone saputello, che rende l’atteggiamento al riguardo del sindaco, mi permetto di dire, poco corretto. D’altro canto egli stesso segnala che vi sia ancora molto da fare, nell’ambito della Strategia, per il suo territorio, al netto della «grande fatica» segnalata per mantenere attivi i servizi di base territoriali, sforzo certamente encomiabile.

Inoltre, la testimonianza di Roberto Battista sul ponte tibetano di Sellano, della quale vi ho scritto poc’anzi, rimarca un’iniziativa non così simile a quella presentata per la Valvarrone, anche se può essere funzionale dire che lo sia (quella di Sellano ricorda invece il progetto del “Ponte nel Cielo” della Val Tartano, a ben vedere). E, come ho rimarcato poco sopra, a Sellano si è fatto del ponte tibetano un elemento posto sullo stesso piano di altri che compongono un progetto di rinascita socioculturale del luogo, nel quale sembra vi sia presente una buona consapevolezza dei rischi a cui si deve far fronte con infrastrutture come quelle qui in discussione. Mi auguro che il «progetto complesso» che la Valvarrone sta portando avanti possa presentarsi con simile consapevolezza, visione strategica e capacità di fare comunità, prima di fare «Un’attrazione sensazionale, che potrebbe attirare migliaia di turisti!» – parole presumibilmente proferite dal sindaco e riportate in questo articolo.

Tocca quindi rimarcare una nota desolante: quel commento per il quale «Ma la cosa che mi urta è il voler imporre con supponenza un solo pensiero, quel famoso pensiero unico a cui danno fastidio pure le CROCI SULLE VETTE! Vi ricordate?» (Sic). Ma che c’entrano nel dibattito il pensiero unico e le croci sulle vette? Della cui questione, peraltro, il sindaco Buzzella dimostra con tale affermazione di non aver capito la sostanza, ovvero di interpretarla in maniera del tutto ideologica, tentando di spostare in tale fangoso ambito il dibattito. Tentativo al quale sfuggo immediatamente: me ne sto ben distante da qualsiasi ideologia, preferisco continuare a riflettere e dibattere nell’ottica del più consono buon senso, come dovrebbe sempre accadere quando si ha a che fare con ambiti delicati e preziosi come quelli montani.

Infine, nell’accusa rivolta dal Sindaco di denigrare, di gettare delle ombre, nell’invito a restare umili eccetera, risiede il rischio opposto, ovvero che la carenza di umiltà e di rispetto verso i propri interlocutori venga proprio da chi pare non voler accettare alcuna interlocuzione solo perché la parte “opposta” sostiene opinioni che non piacciono e risultano contrarie ai propri intendimenti. Forse ci si dimentica che per entrambe le parti ciò che sperabilmente conta deve essere la valorizzazione (termine ambiguo, ma tant’è) e lo sviluppo del territorio della valle e del benessere della comunità che lo abita, innanzi tutto a suo favore e poi di qualsiasi altro portatore d’interesse – villeggiante, turista, operatore economico, imprenditore, eccetera. Sviluppo capace di generare valore per il quale si possono formulare idee e progetti differenti e meno male che sia così: posto ciò si mettono sul tavolo quelle idee, ci si confronta, si dibatte, si ragiona, in breve sui mette in atto il metodo migliore possibile per trovare le soluzioni altrettanto migliori oltre che più condivise a beneficio del territorio, dei suoi abitanti e per entrambi del loro futuro. Questo è anche l’unico modo per poter considerare un’opzione altamente critica e impattante come la realizzazione di un grande ponte tibetano nel paesaggio della Valvarrone, inserita in un ben più ampio e articolato progetto di sviluppo territoriale – anche turistico, certamente – di quello che, al momento, pare sia stato pensato per la Valvarrone, al netto di quanto sia già stato realizzato in loco e per cui non si può che essere grati e riconoscenti verso l’amministrazione locale. Ciò da un lato perché «Per salvaguardare la pacifica convivenza tra chi è a favore e chi è contrario è comunque necessario saper attribuire un valore corretto a quello che viene perso e quello che viene guadagnato con queste infrastrutture per poter limitare le ripercussioni e offrire le migliori opportunità per il futuro» (sono parole emerse dal tavolo di lavoro del CAI), e dall’altro lato perché strutture del genere «portano a una omologazione del paesaggio, della fruizione della montagna che rischia di essere persino controproducente rispetto agli obiettivi di questa proposta di valorizzazione turistica. Per rendere seducenti i territori montani a volte sono necessari interventi di carattere minuto, ma soprattutto una narrazione accattivante, capace di cogliere e di evidenziare la poesia e il fascino degli elementi già esistenti. Degli elementi capaci di rendere un territorio unico». Parole di Antonio De Rossi, uno dei più importanti architetti italiani, attivo soprattutto nei territori montani sia alpini che appenninici. Sicuramente lui di “inesattezze” su tali questioni non ne scrive.

Ecco, a tal proposito: non è che il vero “pensiero unico” qui è quello che sta alla base delle decine (se non centinaia) di ponti tibetani nonché di tutti gli altri manufatti turistici (panchine giganti, passerelle panoramiche, eccetera) già esistenti un po’ ovunque e tutti quanti sostanzialmente uguali? Magari no, o forse sì: meglio pensarci sopra bene, in ogni caso.

P.S.: cliccando qui trovate gli altri articoli dedicati al progetto del ponte tibetano della Valvarrone.

Il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”: 4,5 milioni di Euro ben spesi per rilanciare il territorio o mal sprecati per imporgli un modello turistico obsoleto e illogico?

P.S. – Pre Scriptum: l’articolo che state per leggere è stato pubblicato in origine su “Leccoonline” il mercoledì 7 febbraio scorso, e propone alcune mie considerazioni su questo precedente articolo pubblicato dalla stessa testata, la cui redazione ringrazio molto per l’attenzione e lo spazio concessomi. La speranza, come sempre e come mi auguro si colga dal senso del mio scritto, è di suscitare pensieri avveduti e dibattiti costruttivi per chiunque e, ancor più, per il bene delle montagne e di chi le vive sia da abitante che da turista.

Per leggere l’articolo originario su “Leccoonline” cliccate sull’immagine qui sotto.

In questi giorni i media locali hanno dato notizia di “Winter e Summer Alta Valsassina” il progetto di riqualificazione estiva e invernale delle località “turistiche” dell’alta valle nel quale sono coinvolti i Comuni di Margno, Casargo, Crandola Valsassina, Premana, Pagnona e Taceno.

Una lettura entusiasmante, senza dubbio, per chi voglia restarvi in superficie, nella suggestione delle espressioni che presentano il progetto. Che di primo acchito va bene, sia chiaro, non c’è mai troppo tempo per approfondire le cose. Però poi un poco più nel loro profondo bisogna andare, per capire meglio e farsi una propria opinione quanto più indipendente dalle chimere lessicali dei bravissimi professionisti – veri e propri prestigiatori delle parole – che scrivono la parte poi resa pubblica di quei progetti.

Dunque, provo ad approfondire quanto ho letto senza – e ribadisco senza voler ribattere ad alcunché ma per proporre un diverso punto di vista sul tema – e mi scuso fin d’ora per la prolissità, d’altro canto inevitabile.

Soldi da spendere: 4,5 milioni di Euro, per buona parte pubblici (Regione Lombardia e Comunità Montana) e in piccola parte privati (ITAV srl, società privata creata appositamente nel 2022 cui verrà in seguito affidata la gestione delle nuove opere): sarebbe interessante capire le modalità di tale partnership (project financing?) con un soggetto privato alla quale sarà affidata un’opera pubblica, finanziata con i soldi dei contribuenti.

Interventi: nuova seggiovia biposto tra l’Alpe Paglio e la Cima Laghetto, sulla linea occupata dallo skilift chiuso dai primi anni 2000 (chissà come mai). Quota: 1450-1730 metri, ben inferiore ai 2000 m indicati da tutti i report scientifici e climatici atti a garantire una copertura nevosa più o meno costante per il numero di giorni necessario a poter considerare economicamente sostenibile un comprensorio sciistico nei prossimi anni, nonostante qui si sia su un versante esposto a settentrione – elemento geografico ormai non più determinante, basti vedere le temperature di questi giorni anche sui versanti nord. Mi chiedo se in tali circostanze convenga spendere così tanti soldi (e me lo domando io che a Paglio ho imparato a sciare più di quarant’anni fa, dunque coltivando un legame particolare con il luogo).

“Obiettivo” 1, «ridare lustro alla storica “pista di Paglio”, un tracciato suggestivo e di grande valenza tecnica»: pista “storica”, ben detto, infatti oggi non più in linea con gli standard turistici e di sicurezza (anche rispetto al carico sciatori per mq di pista) dei tracciati di discesa offerti dagli altri comprensori (i Piani di Bobbio, senza andare troppo lontani).

“Obiettivo” 2, «la creazione di un unico comprensorio» con il Pian delle Betulle: quota 1500 m, esposizione ovest pieno, una delle più sfavorevoli per un comprensorio sciistico (le cronache meteoclimatiche recenti del luogo lo attestano), garanzia di brevissima permanenza della neve al suolo e in quantità sufficiente per mantenere aperte le piste e/o per innevarle artificialmente (mentre scrivo queste mie considerazioni al Betulle ci sono 12°. Dodici al 6 di febbraio, già).

“Obiettivo” 3, «verrà così potenziata in modo significativo la proposta sciistica dell’Alta Valsassina, che diverrà realmente (e nuovamente) attrattiva per gli amanti dello sci alpino.» Posti i due punti precedenti, sembra di leggere il brano di un libro fantasy – e lo dico con molta amarezza, ben più che con ironia.

Inoltre, l’offerta «sarà supportata anche da interventi di miglioramento dell’accessibilità alla località divisa tra i comuni di Casargo e di Margno. Nello specifico, verranno realizzati cento nuovi posti auto nelle aree limitrofe a quelle già utilizzate a tale scopo.» Mobilità sostenibile? Mai sentita nominare. Meno traffico e auto in montagna? Che sarà mai! Navette sostitutive che alleggeriscano la località dal traffico veicolare? Non pervenute. Meno asfalto e cemento? Macché, sono così belli tra prati e boschi e fanno così bene al paesaggio montano! D’altro canto «l’importante è fare interventi che siano sostenibili». Eh già!

Andiamo all’Alpe Giumello. «Un anello di ben 5 km gestito da Nordik Ski Valsassina – in relazione alla quale è prevista la realizzazione di un impianto di innevamento artificiale, grazie ai finanziamenti in arrivo dal Ministero del Turismo.» Soldi pubblici, di nuovo. E dove? Su un’esposizione a sud piena, ancora più sfavorevole per mantenere la neve al suolo. Cosa sparerà, il nuovo impianto di innevamento che tutti noi pagheremo? Direttamente acqua? Ciò con il massimo rispetto per la pratica dello sci nordico, una delle più belle in assoluto da fare sui monti d’inverno: ma dove un inverno ci sia ancora e la neve permanga! Che ciò possa accadere al Giumello – mi permetto di osservare – sembra alquanto arduo.

Proseguiamo con «la realizzazione dell’Osservatorio Astronomico in rete scientifica e culturale»: bella iniziativa, senza dubbio, non vedo l’ora di visitarlo. Ma pure un’azione assai “tipica” in progettualità del genere, nelle quali se ne inserisca almeno una simile per poter affermare di “investire” anche nella cultura. «Piutost che nient, mej piutost» dicono a Milano, e ci sta, ma è anche è un po’ come riaffermare – biecamente, come fece quel noto ex ministro – che siccome con la cultura non si mangia, se proprio la volete fateci mangiare altrove. Scrivo “mangiare” per restare in tema senza alcun significato tendenzioso, ovviamente!

Infine, «esiste un vastissimo patrimonio immobiliare di seconde case distribuito sui comuni di Margno e Casargo. Attualmente non è valorizzato a dovere, come invece avveniva negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Con il rilancio delle nostre località, vogliamo far rivivere questo patrimonio, favorendo al contempo la crescita degli affitti brevi e dei B&B». Motivazione già sentita altrove (è scritta su qualche manualetto?) che appare quanto mai scollata dalla realtà attuale delle cose, priva di fondamento concreto e di un’autentica visione strategica riguardo il recupero di questo patrimonio immobiliare sovente degradato e degradante: perché, è bene rimarcalo, pensare di valorizzarlo con affitti brevi B&B significa degradarlo ancora di più – numerose località turistiche che hanno intrapreso questa strada anni fa se ne stanno accorgendo e ora cercano di correre ai ripari in tutti i modi – e trasformare tutti quei “letti freddi”, tali ormai da lustri, in letti definitivamente ghiacciati.

Per inciso, quello degli immobili con finalità di seconde case costruiti nei decenni scorsi (grazie alla vorace e bieca ottusità di numerosi impresari con la compiacenza degli amministratori locali) in tante località montane un tempo turisticamente appetibili e oggi non più in grado di esserlo (non perché non ne siano capaci, ma perché non esistono più le condizioni grazie alle quali lo siano), è un grosso problema, in gran parte irrisolvibile. Pensare di far tornare abitati quegli immobili come cinquant’anni fa è una suggestiva utopia, e in ogni caso resterebbero “letti freddi”, alloggi abitati per pochi giorni all’anno che nulla di concreto apportano alla vitalità socioeconomica dei paesi. Servirebbero ben altre soluzioni, molto più articolate, magari in certi casi ben più drastiche, che posso capire siano considerate ostiche da gestire per le amministrazioni locali. Fatto sta che dal problema non se ne esce, al momento, e certamente non grazie agli affitti brevi e dei B&B, mero e ingannevole palliativo che, come detto, rischia di peggiorare ancor più la situazione anche alterando il mercato immobiliare locale a favore di chi invece vorrebbe abitare stabilmente, in zona.

Obiezione di qualcuno che starà leggendo: ah, voi siete capaci di dire sempre e solo «no»! Contro-obiezione: ho scritto da qualche parte che «quelle opere non s’han da fare»? Non mi pare. Sto solo proponendo delle deduzioni logiche direttamente ricavate dalla realtà dei fatti e dai rilievi sperimentali messi nero su bianco in una pletora di documentazioni scientifiche. Piacciano o meno, le si accettino o meno, liberissimi di farlo. E poi, “voi” chi? Io sono io e scrivo per me, punto.

Domanda, ora: si potrebbero spendere meglio i tot milioni di Euro stanziati, soprattutto quelli pubblici, magari a favore di opere ben più dirette al benessere di tutta la comunità residente nel territorio in questione? Forse sì, forse no. I punti di vista e le proposte al riguardo potrebbero essere diverse e nessuna migliore o peggiore dell’altra.

Domanda successiva: si potrebbe evitare di sprecare così tanti soldi pubblici, in forza delle ineludibili evidenze oggettive che caratterizzano il contesto in questione come quota, esposizione, geomorfologia, situazione climatica attuale e in divenire, “giorni ghiaccio” (dai quali dipendono i giorni di permanenza della neve al suolo), capacità concorrenziali rispetto ad altre località, visione strategica (o sua assenza) delle proposte presentate, innovazione turistica, portato socioeconomico e culturale rispetto alla comunità residente, impatto ambientale, ecologico, paesaggistico… per magari pensare una strategia di sviluppo alternativa più consona ai luoghi in questione e più equilibrata nel rapporto tra benefici per il turista e vantaggi per la comunità residente? Io credo di sì: occorre un’elaborazione attenta, articolata, strutturata e con visione a medio-lungo termine (che io non vedo nel progetto qui dibattuto, forse perché sono miope!) ma si può assolutamente fare e di casi virtuosi al riguardo ve ne sono molti, in giro per le Alpi. Basta volerci pensare, ne potrebbero scaturire iniziative veramente notevoli e capaci di attrarre molta attenzione e altrettanto prestigio sul territorio.

Domanda ulteriore: ma insieme al progetto delle opere previste, è stato presentato anche un piano di gestione economico-finanziaria di esse sul lungo periodo? È stato previsto un piano dei costi di esercizio delle opere e un business plan al riguardo? Come saranno coperte queste spese? La gestione sarà totalmente in carico alla Itav Srl, la società privata cui verranno affidate le nuove opere, e sostenuta con i suoi flussi di cassa? E se si generassero debiti tali da impedire alla società di intervenire? Chi li appianerebbe?

Domanda finale, già in parte accennata: ma negli interventi previsti da questo progetto “Winter e Summer Alta Valsassina”, dov’è la comunità? E dov’è il fare comunità, elemento fondamentale per garantire veramente ai piccoli comuni dei territori montani un futuro, proprio, solido e non soggiogato agli andamenti di fattori sostanzialmente esterni al contesto locale come quelli legati al turismo? Il quale è un apporto importante, sia chiaro, ma non può essere il fattore predominante. Non più, da qui al futuro prossimo in territori come l’alta Valsassina.

Dulcis in fundo: la “Big Bench” dell’Alpe Chiaro. Be’, per quanto mi riguarda preferisco soprassedere – cioè sedere sopra una panchina normale: ben più comoda, molto meno pacchiana.

Ribadisco: nessuna obiezione formale, solo osservazioni messe nere su bianco per capire meglio. Personalmente non posseggo alcuna verità assoluta, ma una notevole sensibilità verso le cose dotate di buon senso, ovvero prive di esso, quella sì – e mi auguro la coltivino in molti, a prescindere da ciò su cui sto scrivendo e per il bene del civismo condiviso. Se c’è buon senso, logica, visione, sensibilità verso i luoghi e i loro abitanti, in montagna si può fare di tutto, anche cose “pesanti”; se non c’è nulla di questo, tutto ciò che sarà fatto rappresenterà un danno inesorabile, pure la più piccola e apparentemente innocua opera.

Magari il progetto “Winter e Summer Alta Valsassina” rappresenterà una grande e benefica rivoluzione per residenti e turisti rivitalizzando la zona e la sua economia. Magari sarà l’ennesimo spreco di denaro pubblico a danno del territorio e a fronte di ben altri bisogni necessari agli abitanti dell’Alta Valsassina per vivere al meglio la propria quotidianità.

Questione di buon senso, appunto.

N.B.: tutte le immagini presenti in questo post sono tratte dagli articoli linkati di “Leccoonline”.

Il dibattito sul ponte tibetano della Valvarrone e la necessità di capire al meglio cosa si vuol fare e cosa se ne otterrà

[Veduta della Valvarrone verso occidente, con il paese di Premana.]
Mi fa molto piacere leggere su “Valsassina News” (vedi qui sotto) del dibattito pubblico avviatosi in seguito al mio articolo riguardante il paventato progetto di un nuovo ponte tibetano turistico in Valvarrone, pubblicato dalla testata lo scorso 23 gennaio e nello stesso giorno qui sul blog. Articoli come quello da me scritto devono servire proprio anche per tale fine: sollecitare la condivisione pubblica delle informazioni e la loro conseguente considerazione. È sempre dal confronto anche acceso delle idee e delle opinioni che si può elaborare la più compiuta comprensione dei fatti, ovviamente al netto degli eccessi che qualcuno non riesce a non manifestare o delle prese di parte meramente strumentali (ovvero strumentalizzate).


Il mio articolo sul progetto di Tremenico deriva dalla mia ormai lunga esperienza di studio e lavoro nei territori montani, in particolar modo di analisi sulle loro problematiche di sviluppo (e d’altro canto anch’io vivo in un paese di montagna che ne presenta numerose), e non voleva affatto essere una dichiarazione contraria a prescindere sul progetto ma un appello accorato all’osservazione condivisa della realtà contemporanea peculiare della Valvarrone attraverso uno sguardo ben più ampio e articolato, il quale abbia innanzi tutto al centro della sua visione la comunità che la abita, i suoi residenti, i loro bisogni, le necessità nonché il capitale territoriale e quella place experience, come la definisce la sociologia contemporanea con definizione anglosassone difficilmente traducibile in italiano ma che in ogni caso evidenzia il valore primario del luogo prima di qualsiasi altro, che si contrappone alla ormai obsoleta e sovente fallimentare customer experience, quella che mette al centro di tutto le volontà del turista-visitatore a scapito dei bisogni dei residenti. Come ho già detto, purtroppo al solito qualcuno preferisce buttare tali dibattiti in caciara ma tant’è, basta non curarsi di costoro e andare oltre.

A proposito di quanto ho appena denotato, “Valsassina News” ha pubblicato le considerazioni di un residente della Valvarrone – che ho molto gradito e apprezzato nella loro pacata articolazione – nelle quali si ricorda «la lotta dei valligiani ad ottenere risorse per poter continuare a vivere decentemente con i servizi del proprio paese, ottenendo a fatica ben poco». È giusto quanto ho rimarcato io nell’articolo citato, osservando la questione dall’altra parte, per così dire: la mancanza ormai cronica dei servizi di base a sostegno dei residenti della valle, e la conseguente necessità di rimediare a tale situazione per non aggravare ulteriormente la realtà socioeconomica locale.

[Immagine tratta da “Salire” nr.47.]
Bene, a fronte dei soldi che verranno eventualmente spesi per il ponte e per la valorizzazione turistica della Valvarrone – se mai questi interventi saranno realizzati e a prescindere che il denaro sia di provenienza pubblica, privata o mista – veramente è questo che potrà agevolare la vita quotidiana degli abitanti della valle? Veramente è ciò che sarà in grado di soddisfare i loro bisogni quotidiani? Magari sì, non posso dire il contrario per nessun partito preso e, d’altro canto, non possiedo alcuna verità su nulla, ma in forza della mia attività vorrei promuovere sempre la necessaria e quanto più ampia comprensione riguardo tali circostanze, soprattutto quando esse coinvolgano un territorio prezioso e delicato come quello della Valvarrone. Esiste un piano di sviluppo socioeconomico legato alla possibile realizzazione del ponte, oppure il tutto si lega alla sola fruizione turistica dell’area mineraria? E’ stata fatta un’analisi dell’impatto del flusso turistico che si potrebbe generare sul territorio e sulla quotidianità di chi lo vive e vi lavora, possibilmente senza subire ulteriori disagi da qualsivoglia iniziativa? Esistono alternative al progetto proposto che possano apportare maggiori vantaggi ai residenti e al contempo sviluppare una frequentazione turistica equilibrata con il territorio e le sue peculiarità? A mio parere ce ne sarebbe una che mi sembra assolutamente consona alla realtà della Valvarrone: l’istituzione di una cooperativa di comunità, il cui progetto potrebbe tranquillamente considerare anche lo sviluppo turistico del territorio ma da subito relazionandolo e contestualizzandolo a quello, integrato e strutturato nel medio-lungo periodo, di ogni altro soggetto e portatore di interesse locale, rigenerandone la vitalità socioeconomica territoriale attraverso modalità onnicomprensivamente sostenibili. Sarebbe anche un progetto di notevole immagine e appeal per la zona, il primo della provincia di Lecco, e contribuirebbe a moltiplicare i potenziali benefici previsti e generati dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne per l’area «Alto Lago di Como e Valli del Lario», nella quale è compresa anche la Valvarrone.  Non si potrebbe quantomeno considerare un’idea del genere per la Valvarrone, anche a prescindere da qualsiasi altra?

Ecco, queste sono alcune delle ulteriori e, a mio parere, inevitabili domande che mi pongo, nel leggere del progetto del ponte tibetano di Tremenico. Non certezze, convinzioni o verità, ma domande, ribadisco, che tuttavia credo debbano ricevere delle risposte logiche e motivate.

Dunque, come qualcuno ha giustamente invocato, serve un confronto ampio, aperto e ben articolato tra più soggetti possibili – cosa che d’altro canto dovrebbe essere la norma in questioni del genere ma, purtroppo, non lo è quasi mai – che mi auguro si possa realizzare presto. È vero, nessun progetto al riguardo esiste ancora o è stato presentato pubblicamente, tuttavia, mi viene di considerare, non di rado è successo il contrario e progetti che non hanno goduto di alcun dibattito pubblico sono stati realizzati, salvo poi constatarne a giochi fatti la discutibilità se non la nocività per i luoghi coinvolti. Credo sia una circostanza che per il bene delle nostre montagne sarebbe bene evitare il più possibile.

In Valvarrone un ennesimo ponte tibetano. È proprio ciò che serve ai suoi abitanti?

[Veduta della Valvarrone verso occidente, con il paese di Premana.]
In Valvarrone, solco vallivo che dalle sponde orientali del Lago di Como sale verso lo spartiacque montano tra la provincia di Lecco e quelle di Como e Bergamo, facente parte dell’Area dell’Alto Lago di Como e Valli del Lario e nel quale è posto l’omonimo comune sparso, si vorrebbe costruire l’ennesimo ponte tibetano turistico. Ovviamente l’ennesimo ponte “da record”, alto 200 metri, lungo 400, eccetera. «Un’attrazione sensazionale, che potrebbe attirare migliaia di turisti!» dicono i politici locali al riguardo, con i soliti toni enfatici ma al momento tacendo sui costi, ovviamente coperti da denaro pubblico. Del ponte della Valvarrone se ne scrive in un bell’articolo sul numero 47 “Salire”, il trimestrale del CAI Lombardia, che trovate in pdf qui (l’articolo lo trovate anche in calce al presente post).

«Migliaia di turisti», già: si noti che il comune (sparso, per giunta) di Valvarrone conta a ottobre 2023 (ultimo dato ISTAT disponibile) 495 abitanti, e il suo territorio è servito da una strada rinomata per essere tra le più disagevoli e tortuose dell’intera provincia. Inoltre, che tale infrastruttura, direttamente legata a una fruizione turistica di mera matrice ludica – come avviene ovunque ve ne siano di simili – possa giustificarsi come funzionale allo sviluppo turistico della parte non più utilizzata delle miniere di feldspato situate a uno dei capi del ponte (peraltro già parzialmente visitabili) pare cosa alquanto aleatoria e ampiamente discutibile, soprattutto considerando le «migliaia di turisti» alle quali si vorrebbe puntare.

Ma al di là di tali dati “elementari”, al leggere di questo ennesimo paventato ponte tibetano personalmente mi sono chiesto: ma è veramente questo che serve agli abitanti della Valvarrone? Un’attrazione turistica di massa peraltro uguale a tante altre? Oppure avrebbero bisogno di altro per sviluppare al meglio la propria comunità e il territorio nel quale vivono?

[Immagine tratta da “Salire” nr.47.]
[Schizzo progettuale del ponte tibetano. Immagine tratta da “Lecco Today“.]
Bene, al proposito eccovi alcuni stralci tratti da IL RITRATTO TERRITORIALE DELL’ALTO LAGO DI COMO E VALLI DEL LARIO, documento a cura del gruppo di lavoro del DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, in data 24 Luglio 2023:

L’Area dell’Alto Lago di Como e Valli del Lario vive una condizione di “perifericità” nei confronti dei territori confinanti, con i quali ha stabilito relazioni di dipendenza. […] Il territorio è caratterizzato da importanti fenomeni di polarizzazione e da squilibri interni, con evidenti differenze tra i comuni rivieraschi e quelli di mezza costa, e da una governance frammentata dei servizi di base. La frammentarietà del trasporto pubblico e il difficile accesso ai servizi essenziali al cittadino, nonché la stessa configurazione degli insediamenti si riflettono in complesse pratiche di mobilità quotidiana e in una tendenza consolidata allo spopolamento dei comuni più lontani dai servizi di base, nonché al progressivo abbandono del patrimonio costruito e delle attività agro-silvo-pastorali. Questi aspetti incidono negativamente sulla cura e manutenzione di un territorio fortemente esposto al dissesto idrogeologico: il cambiamento climatico aumenta non solo questi fattori di rischio, ma minaccia anche la biodiversità. […]
I divari presenti emergono trasversalmente in tutti i tavoli di lavoro e interessano un’ampia varietà di questioni: i servizi essenziali al cittadino (mobilità, sanità, istruzione e formazione), la connettività (divario digitale – zone non coperte dalla rete), le attività economiche (spostamento e concentrazione del commercio e delle attività manifatturiere a valle e in riva), l’attrattività residenziale e turistica. […]
Questi aspetti, già rilevati dal territorio nel processo che ha definito il percorso dell’Area nella prima stagione della Strategia Nazionale per le Aree Interne, richiedono una rinnovata riflessione nella prospettiva della nuova programmazione strategica. Sono tre i temi posti all’attenzione degli attori locali: la transizione demografica: accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; un ultimo tema è quello della governance e della capacità istituzionale.

Ecco, dopo aver letto quanto sopra (frutto di una rigorosa ricerca scientifica e accademica, è bene rimarcarlo, commissionata da Regione Lombardia per l’attuazione del progetto “La costruzione della Strategia regionale aree interne nel ciclo di programmazione europea 2021 – 2027”, non di mere opinioni di chissà chi campate per aria), mi pongo – e propongo a voi – qualche altra domanda: a fronte di questa situazione territoriale chiara e inequivocabile nonché delle criticità evidenti rilevate dai ricercatori del Politecnico di Milano, come si può pensare di spendere centinaia di migliaia di Euro – di soldi pubblici, ribadisco – in un ponte tibetano turistico? Come si può trascurare, ignorare, disinteressarsi dello stato di fatto reale del proprio territorio e dei suoi tanti problemi per parlare di un’attrazione sensazionale come quella prospettata? “Sensazionale” cosa? Sensazionale per gli abitanti di Valvarrone, per la loro vita quotidiana, per il suo territorio e per il paesaggio? E come, di grazia? Cosa deve interessare agli amministratori locali, il bene dei propri concittadini o il divertimento “sensazionale” delle migliaia di turisti evidentemente agognate? Dove sta la logica, il raziocinio, la cura per la montagna, l’attenzione e la sensibilità per il suo paesaggio e per chi lo vive?

[La grossa frana caduta sulla sponda nord della Valvarrone nell’aprile 2022 esattamente sotto l’attacco del ponte tibetano in progetto. Immagine tratta da “Lario News“.]
Infine, per citare uno dei temi principali indicati dai ricercatori del Politecnico di Milano: dove stanno la governance e la capacità istituzionale? Be’, non voglio pensare a risposte che, allo stato dei fatti, sembrerebbero scontate. Al punto che, forse, le penserete anche voi. Già.

P.S.: ecco l’articolo di “Salire” sul ponte tibetano della Valvarrone. Cliccate sulle pagine per ingrandirle:

Riconnessione alla Valle della Pietra

Un paio d’anni fa ho scritto e pubblicato qui sul blog un testo nel quale raccontavo di quanto fosse “potente” il paesaggio dell’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina ove questa, verso occidente, si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona. Un territorio alpestre di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano contro il cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

Così scrivevo, al tempo. Poi, in Valle della Pietra ci sono tornato qualche giorno fa e… non posso che confermare ciò che ne ho scritto. Veramente lassù, a mio modo di vedere e sentire, c’è uno dei paesaggi che come pochi altri potrei restare a contemplare per un tempo illimitato senza mai stancarmi (e io questa cosa la potrei fare con qualsiasi paesaggio, dunque l’asticella personale al riguardo è molto alta): ciò perché la sua dinamicità geografica gli conferisce una dote di inopinata vitalità e al contempo di sorprendente accoglienza, nonostante le aspre rupi (come si sarebbe detto una volta) che sovente caratterizzano i corpi montuosi i quali racchiudono la valle verticalizzandone la percezione morfologica. È un quadro paesaggistico fenomenale, armonioso in ogni sua parte, la cui visione nulla ha di che invidiare a panorami alpini ben più elevati e rinomati. Un luogo possente con il quale ci si può intessere una relazione altrettanto forte, vitale, che solletica e sollecita la mente fino a instillare la sua grandiosità nell’animo di chi vi si immerga. Ci si sente quanto mai elementi vivi della Terra sulla quale ci si muove e quanto mai fluidamente immersi nel cielo sovrastante: respirando a pieni polmoni si inala una purezza alpestre ancestrale, primigenia, qualcosa di oltre modo benefico e necessario.

Eppure è una vallata alpina come innumerevoli altre, alla fine. Ma con un Genius Loci vigoroso e selvaticamente vibrante come invece molte valli di grande bellezza non hanno ormai più, silenziato e scacciato da troppe cose superflue messe al servizio di chi non desidera più relazioni autentiche con i luoghi in cui si trova ma pretende solo tresche meramente ludiche. Be’, tant’è. Ognuno è libero di vivere la montagna come crede e anche di non viverla: c’è chi alla bellezza ci mette «una pietra sopra», e chi come me “sopra” alla Pietra – nel senso di Valle – ci va, vi ascende fino alle terre più alte, fino a che il panorama si amplia per accogliere più cielo possibile, fino a che ci si sente bene come in pochi altri posti.

(La foto in testa al post è mia ed è brutta, lo so. D’altro canto è fatta con un cellulare peraltro vecchiotto e io non sono un fotografo.)