Lunga vita allo Strega! (Il liquore, s’intende, più che il premio.)

Logo-Premio-Strega-16-1Non servirebbe nemmeno rimarcarlo, quanto consenso sappia raccogliere attorno a sé lo Strega. D’altro canto è inevitabile, tutto questo apprezzamento: l’ormai lunga e acclamata storia, il prestigio del suo nome, la riconosciuta qualità, e quell’inconfondibile colore giallo dovuto allo zafferano, una delle settanta erbe che lo compone… Sì, lo Strega! – il liquore! Che avevate capito?
Il premio letterario? Ah, no, quello, bisogna ammetterlo, di apprezzamenti ne raccoglie molti meno, anzi… quest’anno, a due mesi scarsi dalla proclamazione del vincitore (che avverrà il prossimo 8 luglio), pare pure che le voci contrarie siano aumentate esponenzialmente, e voci di tono importante: senza contare Adelphi, che allo Strega non ci partecipa da anni, prima ci si è messa Feltrinelli e poi Einaudi ad annunciare, per l’edizione di quest’anno, di non far parte del gruppo – peraltro con accenti piuttosto polemici soprattutto da parte di Feltrinelli, il cui direttore editoriale Gianluca Foglia ha dichiarato che “Lo Strega ha bisogno di un profondo processo di rinnovamento. (…) I grandi gruppi editoriali hanno una capacità di coinvolgimento e relazione con i giurati e questo li favorisce. Tra i giurati ci sono autori e compagni di strada degli editori. Finché rimane così è difficile prenderne parte”. Dichiarazioni che – mi sia concesso di osservare – avrebbero un po’ più senso se provenienti da un piccolo editore, ma sentire il dar contro ai grandi gruppi editoriali da parte del direttore editoriale di uno di essi, perdonatemi, è cosa non poco buffa.
Appunto, a proposito di piccoli editori: in gran pompa magna l’organizzazione del premio aveva annunciato, lo scorso anno che “Il premio Strega cambia e si apre alla piccola editoria. Stando alle nuove regole del premio di narrativa, deve esserci almeno un libro di un editore medio o piccolo nella cinquina finale.” A parte che questa è in buona sostanza una indiretta ammissione di colpa – dacché equivale a dire: ok, fino allo scorso anno dei piccoli editori non ce ne fregava nulla, da quest’anno magari un po’ sì – con un po’ meno pompa magna la stessa organizzazione precisava che “di ciascuna delle 12 opere selezionate dal comitato, gli editori devono mandare 500 copie gratuite”. C-i-n-q-u-e-c-e-n-t-o copie. G-r-a-t-u-i-t-e. Una tiratura che buona parte dei libri pubblicati dai piccoli editori nemmeno raggiunge – e non per scarsa qualità degli stessi, ma per mancanza di promozione generante mancanza di mercato ovvero di equilibrio commerciale nel mercato stesso, totalmente squilibrato a favore dei grandi editori. Non commento io, riporto i commenti di alcuni editori a tale “rivoluzionaria” apertura ai piccoli editori: “Cifra folle!” (MdS ed.), “Assolutamente ingiusta!” (Linee Infinite ed.), “Ridicola!” (Apeggio Libero ed.), “Proibitiva!” (Brigantia ed.), “Fuori dal mondo!” (Nero Press ed.), “Assurda!” (Passigli ed.), e gran finale, “E’ come essere invitati a un party solo se si indossa uno smoking da 3000 euro, chi non se lo può permettere resta a casa. Il party se lo facciano tra loro!” (Gianluca Ferrara, direttore editoriale Dissensi Edizioni). Ecco.
Si vada poi a vedere la lista dei pre-finalisti dell’edizione di quest’anno, del premio, e si noti quanto trabocchi – ma proprio tanto, eh! – di libri di piccoli o medi editori. Ariecco!
Ma poi, alla fine, serve partecipare allo Strega per un piccolo/medio editore? Sì. Cioè, no. Insomma… boh! Emanuele Tirelli, su Pagina99, ha raccolto le opinioni e le esperienze di alcuni di essi in un articolo significativamente intitolato L’incerto business model del premio Strega: opinioni ed esperienze incerte, appunto. Si va dalla soddisfatta Neo Edizioni (“La ricaduta è stata molto importante. L’attenzione nei nostri confronti è aumentata e il titolo – (XXI Secolo di Paolo Zardi, n.d.s.) – continua a vendere” dice il direttore Angelo Biasella) alla più dubbiosa Manni (“Credo che la visibilità dello Strega sia stata decisiva, ma non è tale da cambiare completamente le sorti di un volume. Di sicuro è stata determinante per l’attenzione delle librerie, ma poi c’è tutto il discorso delle rese. Abbiamo alzato la tiratura rispetto ai nostri standard perché sapevamo che distributori e librai l’avrebbero chiesto dopo la selezione, ma se torna indietro l’invenduto si tratta di soldi investiti a vuoto. La regola di portare almeno un editore piccolo o medio in cinquina è un bel passo avanti, ma chi sa di non poter sostenere certe spese evita proprio di andare incontro alla candidatura” sostiene Angela Manni, che ha presentato lo scorso anno Se mi cerchi non ci sono di Marina Mizzau). Appunto: è cosa logica ed equa che le spese per partecipare ad un premio che possa aiutare anche – anzi, soprattutto, in potenza – la piccola editoria, siano troppo alte per la stessa, a fronte poi di un risultato (in termini di ritorno di immagine e di vendite) non garantito?
Inoltre: basta andare sul web e girovagare per i vari social intercettando i post pubblicati nelle scorse settimane sullo Strega (sempre il Premio, sì) relativi ai vari annunci dei libri selezionati e leggere i numerosi commenti critici degli utenti per rendersi conto che, anche nel pubblico (potenziale per i libri in gara, ovviamente) e con diffusione statistica significativa, l’apprezzamento per il Premio pare piuttosto bassa (sono abbastanza eufemistico, eh!) e le dichiarazioni di “non acquisto politico” del libro vincitore o di quelli finalisti abbondando. Ciò mi pare in fondo una ricaduta in ambito popolare di quanto similmente hanno dichiarato in passato voci ben più autorevoli del panorama letterario nazionale. Ne cito solo un paio: Umberto Eco (che il Premio l’ha vinto, peraltro: nel 1981 con Il nome della rosa) dichiarò che “il premio rischia di morire per mancanza di competizione”, e Aldo Busi (che invece lo Strega non l’ha mai vinto e, anzi, nel 2013, venne “buttato fuori” dalla finale abbastanza in malo modo) che, da solito par suo, sentenziò cose del tipo: “Il Premio Strega? Mi ricorda tanto l’Isola dei Famosi… Quando ero tra i concorrenti, tutti ne parlavano. Poi sono tornato in Italia, e quel reality è sparito…” e ancora: “Non c’è un solo titolo che sia di per sé invitante, mi sembrano fogli morti standard per figli nati vecchi e rimasti infantili, quindi non ci sarà che l’imbarazzo della scelta: ovunque il premio cadrà, cadrà a fagiolo e sul sicuro, anzi, proprio sul manico del premio.

E dunque, che dire, in conclusione? Beh, mi viene da tornare all’incipit di questo articolo, e alla fine ricordare che, sia quel che sia, lo Strega è e resterà senza dubbio tra i più famosi liquori italiani, unico e inconfondibile per il suo sapore grazie all’esclusivo uso di ingredienti naturali ovvero alle circa 70 erbe e spezie selezionate da tutto il mondo e caratterizzate ciascuna da particolari proprietà organolettiche, tra le quali si possono citare la cannella di Ceylon, l’Iride Fiorentino, il ginepro dell’Appennino italiano, la menta del Sannio, oltre al citato prezioso zafferano aggiunto al distillato di erbe per conferirgli il suo caratteristico colore giallo.
Insomma: lunga vita allo Strega – ma più al liquore, che al Premio!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

«Che si levi la Levi dai piedi!» Nuovamente sotto attacco la legge sul prezzo del libro (com’era prevedibile!)

Close up portrait of a great white shark, Carcharodon carcharias.E’ sempre brutto sentir dire da qualcuno «te l’avevo detto!», cosa spesso proferita con tono presuntuoso e autoreferenziale. Ancor più quando essa si riferisca a qualcosa di fin troppo facilmente prevedibile, anzi, di geneticamente lapalissiano – un po’ come dire «te l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci!»
Tuttavia, asserire che nel mare ci siano i pesci equivale nella sostanza a rimarcare come sarebbe ancora successo, e pure in tempi brevi (anche più dell’immaginabile, in effetti): cioè che la legge sul prezzo del libro, meglio nota come Legge Levi – che ormai conoscerete tutti e la quale risulta fondamentale per la sopravvivenza della filiera editoriale indipendente –, fosse messa ovvero sia nuovamente sotto attacco da parte dell’oligopolio dei grandi editori nostrani.
E’ infatti di qualche giorno fa una proposta di modifica al DDL n.2085 – il cosiddetto “DDL Concorrenza” – che mira proprio ad eliminare i tetti di scontistica sui prezzi di vendita dei libri, esattamente come si è cercato di fare lo scorso anno, per fortuna senza successo.
Di seguito il testo della suddetta proposta di modifica – n.20.0.6 – al DDL n. 2085, a firma dei senatori Susta, Ichino e Di Biagio:

20.0.6

SUSTAICHINODI BIAGIO

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

Art. 20-bis.

(Liberalizzazione del prezzo dei libri)

  1. Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali, all’articolo 2 della legge 27 luglio 2011, n. 128, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a)al comma 1, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  3. b) al comma 2, le parole: ”, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1” sono soppresse;
  4. c)i commi 3 e 4 sono abrogati;
  5. d)al comma 5, le parole: ”I commi 1 e 2 non si applicano” sono sostituite dalle seguenti: ”Il comma 1 non si applica”;
  6. e)al comma 6, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  7. f)al comma 7, la parola: ”non” è soppressa».

Si noti il solito tentativo in bella forma linguistica tipicamente politicante di stravolgere la realtà dei fatti e imporre una verità che tale non potrà mai essere: “Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali.” Eh già, la stessa libertà che ci può essere in una competizione tra biciclette e bulldozer, con in più questi secondi che si arrogano pure il diritto di dettare le regole della gara!
Una delle prime reazioni a questo ennesimo attacco oligopolista ad una legge che, sia chiaro, non è affatto la migliore possibile ma è quanto meno meglio che nulla (siamo messi così in Italia, ahinoi!), è stata quella della Presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai Cristina Giussani, che in una lettera indirizzata ai componenti della X Commissione del Senato (ove il testo suddetto è in discussione) rimarca come «L’abrogazione della Legge Levi, che regolamenta sconti e promozioni sui libri, metterebbe in ginocchio l’intero comparto delle librerie indipendenti e di catena, che non avrebbero la forza economica di controbattere alla concorrenza dei gruppi della grande distribuzione del commercio elettronico, e che sarebbero destinate a chiudere. Senza la Levi grandi gruppi commerciali e potenti attori dell’e-commerce, come Amazon, avrebbero campo libero. La perdita sul territorio delle librerie indipendenti impoverirebbe, poi, in maniera drammatica l’offerta culturale, con conseguente riduzione del numero dei lettori, per difficoltà di reperimento dei testi. A non essere più garantita, inoltre, sarebbe la pluralità di voci: i librai indipendenti danno spazio ad autori ed editori che, per motivi vari, non ne hanno nei centri di grande distribuzione. La chiusura delle librerie indipendenti avrebbe anche gravi effetti sul lavoro, producendo diverse migliaia di disoccupati.»
Parole ovviamente condivisibili, che tuttavia rischiano nuovamente di echeggiare come affermazioni rivolte ad un uditorio rumorosamente vociante e dunque incapace di ascoltare non solo tali osservazioni ma, più in generale, di comprendere l’essenza della situazione in corso e della questione generale. Proprio a questo proposito, ora qui tocca ancora una volta rimarcare che sì, l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci! – anzi, no, avevo detto, lo scorso anno in occasione del precedente tentativo di abrogazione della Legge Levi, che ci avrebbero provato ancora, e ci proveranno fino a che non otterranno ciò che ormai si sono prefissati di conseguire: una tabula rasa dell’editoria indipendente funzionale al dominio assoluto – di mercato, politico e finanziario – dell’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, peraltro inesorabilmente destinato a divenire nel giro di breve tempo un monopolio, o quasi. Un risultato tanto più semplice da ottenere quanto più il comparti editoriale indipendente nazionale continuerà a restare disunito, agente in ordine sparso, privo di una strategia comune nonostante comuni siano i suoi obiettivi fondamentali.
Insomma, non posso far altro che riportare quanto scritto l’anno scorso in questo articolo pubblicato su Cultora e qui nel blog (e prima ancora, sempre sullo stesso tema, qui): perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
Ecco. Quante volte ancora dovranno essere rimarcate queste evidenze? Quanti attacchi ancora, alla Legge Levi ovvero al comparto in generale, l’editoria indipendente dovrà subire? E, soprattutto, fino a quando potrà resistervi?
In chiusura dell’articolo sopra citato, affermavo che, in fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provavano – e provano ciò. Sarà finalmente il caso, per l’editoria indipendente, di non essere più sabbia ma finalmente muro di mattoni, di pietre, di solidi massi, ben incastrati tra loro. Sarà veramente il caso, se vorremo che nel prossimo futuro esista ancora un mercato editoriale e una cultura del libro e della lettura veri, e non il loro monumento funebre.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Cautamente ottimisti”. O “avventatamente disperati”? L’editoria indipendente e gli ultimi dati sulla vendita di libri in Italia

optimismLo scorso venerdì 4 dicembre, in occasione dell’apertura di Più libri più liberi, l’Associazione Italia Editori (AIE) ha presentato l’ultima indagine Nielsen sulla vendita di libri in Italia, relativa ai primi 10 mesi del 2015 e stilata in forma di raffronto tra i dati della grande editoria con la piccola e media (intesa dall’indagine come quella che abbia conseguito un valore del venduto, a prezzi di copertina, di meno di 13 milioni – in pratica tutta l’editoria nazionale eccetto i gruppi principali).
In breve se ne deduce che il mercato del libro nazionale è, a livello di fatturati, ancora in segno negativo, -1,6% per il settore cartaceo, ma in maniera minore rispetto al passato – c’è una positività della negatività, in pratica! – e, rileva l’indagine, “che tende allo zero (se non già in area positiva) se si stimano i canali non censiti e l’ebook” (vabbè!). Di contro, il dato relativo alla vendita di copie segna un assai meno “gaudioso” -4,4%, dal quale si dovrebbe dedurre che si acquistano meno libri ma i venduti si pagano di più. Se però si considera il solo settore editoriale piccolo/medio/indipendente, i dati diventano positivi: +1,7% di copie vendute e +2% di fatturato, contro rispettivamente il -2,8% e -1,1% della grande editoria.
Sono soprattutto questi ultimi dati a far dichiarare a Federico Motta, presidente di AIE, che si può essere “cautamente ottimisti”. Cioè, mi viene da dire e per utilizzare il principio del bicchiere o mezzo pieno o mezzo vuoto, “avventatamente disperati”: la nave editoriale nazionale sta comunque affondando ma un po’ meno rapidamente, ed anzi la poppa (o la prua, fate voi) sta risollevandosi dai marosi, chissà poi se per proprie effettive (e ritrovate) capacità di galleggiamento, o se per un inopinato “effetto bilancia”, posta il costante affondamento della grande editoria e quel dato, -4,4% di copie vendute, certamente angosciante.
Più pragmaticamente Antonio Monaco, presidente del gruppo Piccoli Editori di AIE, sostiene (dunque anche per congruità alla propria “figura istituzionale”) che al di là di certi dati meno preoccupanti del solito, “Tutti sappiamo però che nulla sarà come prima. Di fronte a questo scenario la via “difensiva” o “rivendicativa” non è più sufficiente. Ora dobbiamo riattivare un forte attivismo civile, una maggiore consapevolezza della situazione e nuove formule da parte dei singoli attori della filiera editoriale, ma anche da parte dei lettori e di tutto il sistema politico e istituzionale.
In questa direzione dovrebbe andare il “Patto civile per i lettori”, ovvero l’appello presentato proprio dal Gruppo dei Piccoli Editori di AIE a Più libri più liberi, con 5 punti programmatici e propositivi sulle azioni da intraprendere per “salvaguardare la ricchezza e la diversità del panorama editoriale” cioè, in parole povere, per rivendicare la sopravvivenza – possibilmente attiva – della piccola e media editoria.
L’iniziativa è interessante e ovviamente da sostenere, senza dubbio: tuttavia è l’ultima di una lunga e, purtroppo, infruttuosa serie, nonché stilata in modo fin troppo politico – anche perché viene da uno degli attori in scena, l’AIE, che rappresenta solo una parte del settore, pur importante. Nell’appello, al punto 1, si dice che “E’ il momento in cui rivedere il modo con cui si è strutturato il mercato italiano e cercare di correggerne eventuali anomalie.Eventuali? Alla faccia! E continua affermando che “Non è una questione che potrà affrontare un’istituzione regolatrice come l’Antitrust (che pure deve fare il suo mestiere controllando se sono rispettate formalmente le regole) ma dobbiamo affrontarlo tra tutti gli operatori del sistema.” Eh, l’Antitrust, già, che deve fare il suo “mestiere”! A capire quale sia veramente, tale mestiere, che sovente non è parso essere quanto concretamente svolto da tale istituzione – vedremo come finirà con la questione Mondazzoli, ma una mezza idea personalmente l’ho già.
Pregevole inoltre il richiamo a che tutti gli operatori del sistema debbano partecipare alla determinazione delle regole su cui si basa e si baserà il mercato editoriale. Cosa che dal sottoscritto, e non solo, è da tempo rimarcata qui su Cultora. Tuttavia, per fare questo, cosa occorre, di assolutamente fondamentale? Risposta facile: l’unione! Quell’unione che fa la forza, quella coesione di forma, sostanza, intenti e azioni che nel comparto editoriale indipendente nazionale continua a mancare – lo dice pure l’AIE, che pare richiamare un altro articolo apparso su Cultora parecchi mesi fa. E’ per questa mancanza di coesione che altri precedenti appelli come quest’ultimo sono finiti per svaporare nel nulla, o alla meglio sono rimasti in uno stato di costante e sterile stand by, e finché non sarà raggiunta una autentica unione attiva che formi una voce importante e ben udibile da contrapporre a quella soverchiante della grande editoria, beh, temo che la discussione sulle regole del mercato editoriale nazionale continuerà ad essere una specie di impari confronto tra un borioso tenore e una flebile voce bianca.
Nel punto 5 dell’appello – gli altri li lascio alla vostra considerazione – si dichiara che i piccoli/medi editori, e io aggiungerei tutti gli altri elementi della filiera editoriale indipendente – devono “diventare più esigenti” (indicando varie cose verso le quali esigere maggiore attenzione). Ecco, appunto: più esigenti in primis verso sé stessi, però, il che deve significare, a mio parere, il raggiungimento di una presa di coscienza complessiva e profonda sul valore dell’editoria indipendente e sulla forza che può è deve avere nel mercato nazionale, oltre che nella regolazione di esso, nell’inevitabile considerazione che mai la grande editoria – e ribadisco mai – potrà avere intenti comuni e nemmeno simili con gli editori indipendenti. Non solo, pure che mai – come in passato – la grande editoria pare coniugare industria editoriale e diffusione culturale, come invece possono fare, e assai bene, i piccoli/medi editori. Perché anche questo deve contare, nelle considerazioni di qualsivoglia sorta sui libri e sulla lettura: che si sta parlando di cultura, di uno degli elementi fondanti e fondamentali di una autentica società civile ed avanzata.
Vi parrà retorica, questa mia, ma non riesco proprio a non rimarcarlo, ogni volta.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Ancora sul rischio di estinzione dei piccoli librai: quando alcuni sono indipendenti sì, ma dalla coerenza e dall’onestà…

Voglio dare un rapido ma assai significativo seguito all’articolo pubblicato qui sul blog (e non solo qui) qualche giorno fa, e dedicato al sempre più grave pericolo di estinzione dei librai piccoli e indipendenti nel mercato contemporaneo dominati dalle oligarchie editoriali, dai grandi distributori, dagli ipermercati e – cosa correlata – dai titoli della pseudo-letteratura di consumo.
E’ un seguito che, facendo contro-eco al mio grido d’allarme sulla sopravvivenza delle piccole librerie e al relativo apprezzamento del loro valore culturale e sociale, vuole invece mettere in luce che – banale dirlo tanto quanto triste, e pure irritante – non tutti i librai indipendenti sono angeli, anzi… Ci sono pure quelli che, pur sbandierando la propria indipendenza da grossi gruppi industriali, leggi di mercato, consumismo editoriale e quant’altro, nella pratica non fanno che imitare, se non scimmiottare, quei grossi gruppi, divenendo complici della corruzione e della distruzione del mercato editoriale di qualità e della falcidia dei suddetti piccoli librai.
Ed è un seguito che mi viene direttamente “raccontato” da un collega scrittore, scaturito durante una chiacchierata on line sulla questione, e che trovo parecchio interessante da proporvi di seguito (dietro suo consenso, ovviamente, per il quale lo ringrazio molto):

Ecco, allora quando ho letto il bellissimo pezzo di Luca mi è venuta in mente una cosa che mi è successa e che vorrei dirvi. Ho frequentato per quasi due anni una libreria dove si tenevano corsi a cui partecipavo. Una libreria che si definiva e si definisce tuttora alternativa e indipendente. Una libreria che poi ho trovato anche nell’elenco delle librerie fiduciarie del mio editore. Una libreria dove alcuni amici hanno proposto a più riprese una presentazione del mio libro. Una libreria, alternativa, indipendente e ben lontana dalla grande distribuzione, dove mi hanno chiesto di portare una copia per valutarne la presentazione. Bene o meglio… mi eran già girati i co****ni. Comunque vado e mi chiedono se l’editore mi ha chiesto di comprarne delle copie. Visto che scrivere lo ritengo un bellissimo passatempo e come tale lo faccio per piacere, non mi va di dire balle. Ho risposto loro, ma avevo già capito, che sì, alcune copie le avevo comprate. Dopo oltre un mese li ho chiamati io, più che altro per avere indietro il mio libro che a saperlo in loro mani mi giravano ancor di più, mi hanno detto che non l’hanno nemmeno letto perché sono contrari all’editoria a pagamento, che con quei soldi me lo sarei potuto autoprodurre, che di sicuro sarebbe costato meno, che se farò successo, come mi augurano, saranno ben lieti di presentare i miei prossimi libri editi con altre case editrici.
Ecco allora a me vien da dire che di “queste” librerie alternative e indipendenti, forse un po’ troppo alternative e indipendenti per i miei gusti, non me ne frega niente.

Letta tale così significativa riflessione, la risposta che ho scritto al “collega” è stata questa:
Sai, la situazione che hai vissuto con quella libreria “indipendente” l’ho conosciuta anch’io, e più volte, con altre librerie che si proclamavano tali – tirandosela anche parecchio – mentre nel concreto era ben peggiori delle altre di catena, dove quanto meno ti dicono di no perché “non siamo interessati ad autori di case editrici non trattate dai nostri distributori” e blablabla simili e, insomma, ti fan capire che o sei Fabio Volo o non ti si filano manco di striscio. Ma almeno lo sai, li insulti un po’ e amen.
Ovviamente il mio articolo concerne la realtà di tutti quei piccoli editori, tanti dei quali ho conosciuto personalmente, che ancora resistono all’assalto degli iperstore – il mio libraio di fiducia è così, ad esempio: un pazzo suicida (professionalmente) che resiste con la sua piccola libreria in un paese circondato da almeno 20 ipermercati nel raggio di 10 km… – e che vorrei facessero (o potessero fare) di più per contrastare le mutazioni del mercato, appunto. D’altro canto, le mele marce ci sono ovunque, il che per me significa che dobbiamo trovarle e quanto meno far vedere quanto sono marce, non certo meramente accettare che ci siano perché “tanto è così che vanno le cose…”.
No, e proprio per il senso di quell’articolo che ho scritto dovremmo – noi autori, editori e chi è coinvolto nel “giro” – in qualche modo far capire ai librai come quello che tu hai incontrato che non hanno capito nulla, e che in tale modo faranno crepare i piccoli autori ed editori ma loro pure appena dopo, e che – nel tuo caso – prendere peraltro a pretesto la storia dell’essere contro l’editoria a pagamento, con le folli strategie di mercato messe in atto dai “nobili” grandi editori, con libri di me**a (e scusate se uso il termine “libri”, che certi titoli nemmeno se lo meritano! L’altro termine sì’, invece, se lo meritano eccome!) venduti a 25 euro o più, ovvero ebook a 15 euro quando a loro costeranno 50 centesimi a esagerare, è veramente da ipocriti, oltre che da cretini.

Appunto, preservare una realtà tanto fondamentale per la nostra società – attuale e certamente ancor più futura – come quella delle librerie piccole e indipendenti, dove il libro è ancora l’oggetto culturale per eccellenza e non un mero bene di consumo come un detersivo o un pacchetto di merendine, significa anche identificare chi gioca sporco, o chi ipocritamente tiene il piede in due scarpe, proclamandosi in un modo e palesandosi in un altro, e ciò solo per mero egoismo ovvero per correre dietro al presunto carro dei vincitori – che in verità, vista la situazione oggettiva del mercato editoriale, è forse più scalcagnato dei tricicli sui quali si muovono traballando l’editoria e la distribuzione indipendente.
Poi, per carità, ognuno è pure libero di fare ciò che vuole: ma allora che non si continui a piangere ipocrite lacrime di coccodrillo al capezzale del comatoso mercato editoriale italiano e, al capezzale accanto, della letteratura nostrana di qualità mentre nelle classifiche primeggiano sfumature grigie, fabivoli e ricettari televisivi!

Come piccoli Davide contro il grande Golia. Con i colossi della vendita di libri online sempre più dominanti, il destino delle piccole librerie di quartiere pare segnato. O forse no…

Una delle questione che più mi sta a cuore del panorama editoriale e letterario contemporaneo – e sulla quale dunque disserto ad ogni buona occasione, per come la ritenga tanto sintomatica quanto ineluttabile – è la costante falcidia delle librerie indipendenti (o di quartiere, come molti le definiscono per rimarcare la loro natura “popolare”), quegli autentici e importantissimi presidi culturali sovente a gestione familiare nei quali la vendita di libri è direttamente legata alla passione per essi dei proprietari piuttosto che a fredde logiche di mercato e di finanza, come quelle alla base dei grandi gruppi di distribuzione – legati a doppio filo ai più importanti editori – che stanno sempre più fagocitando il mercato stesso causando l’estinzione, appunto, delle piccole librerie. Ovunque il loro numero è in continua diminuzione sia nelle grandi città che nei piccoli centri (ad esempio a Bergamo e provincia, territorio di cui mi sono occupato di recente in tal senso, si è passati in circa vent’anni da 500 librerie a poco più d’un centinaio), con un trend di chiusure in drammatico aumento col passare del tempo anche perché la vendita online di libri, pure qui sempre più monopolizzata da pochi attori – uno su tutti: il colosso Amazon – si è intanto presa una fetta sempre maggiore di mercato così togliendo ancora più ossigeno ai piccoli librai, minuscole formichine che nemmeno riescono a fare il solletico ai giganteschi “elefanti” multinazionali della distribuzione editoriale. Una realtà parecchio triste, inutile dirlo, anche al di là delle essenziali considerazioni sull’importanza culturale, dunque anche sociale, delle librerie indipendenti e del loro lavoro di promozione dei libri e della lettura. Ma è una realtà che determina un destino inesorabilmente funesto, come verrebbe da ritenere, oppure i tanti piccoli librai-Davide possono ancora fare qualcosa, o quanto meno tentare di fare qualcosa, contro il vorace Golia?
Negli ultimi tempi due iniziative di diverso stampo ma con simili progetti e scopi possono fornire qualche interessante dritta nel merito. La prima che vi voglio presentare ha ormai già compiuto un anno di vita: è italiana, più precisamente sarda, e si chiama Liberos, che in sardo logudorese significa sia “libri” che “liberi”. Liberos è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari, che – come si legge nella presentazione del progetto – “nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro. Si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.” Un progetto che in questo primo anno di vita ha già ottenuto ottimi riscontri e che trovo molto interessante anche per via della sua valenza locale: è certamente adattabile, con le ovvie e opportune varianti del caso, a qualsiasi altra realtà simile, geograficamente contestualizzata o meno.
La seconda iniziativa che vi presento è invece un progetto francese, più immediato nella forma ma pure più “aggressivo” nella sostanza, verso la mera realtà “commerciale” del mercato editoriale. Di esso ne ha parlato qualche settimana fa su La Stampa il corrispondente da Parigi Alberto Mattioli: “Strangolate da Amazon, devastate dalla grande distribuzione, minacciate dall’ebook. Le librerie indipendenti hanno perso molte battaglie, ma sperano ancora di vincere la guerra. O almeno di limitare i danni. Così 64 boutique del libro di Parigi si coalizzano per contrattaccare sul terreno del nemico: Internet. È in rete www.parislibrairies.fr perché, come racconta al Parisien Laura de Heredia, «sono quattro anni che noi librai sentiamo i clienti dire: non avete questo libro? Lo ordinerò su Amazon». (…) “Fra i 64 ci sono indirizzi storici, come «Delamain», di fronte alla Comédie-française, «Eyrolles» a Saint-Germain o la «Gallimard» in boulevard Raspail, posti dove talvolta si è fatta la storia o, più modestamente, ci si è fatti una cultura. L’idea è semplice: digiti il titolo e il sito ti dice dove è disponibile. Localizzi la libreria più vicina a te e l’acquisto è fatto. Oppure puoi ordinare il tuo volume on line. In entrambi i casi, però, devi andare a prendertelo «live»: la consegna per posta è lasciata alla «nemica» Amazon. «Vogliamo preservare – dice de Heredia – il nostro savoir-faire e il contatto umano».
Faccio notare che tale progetto parigino di “web-alleanza” commerciale tra librai indipendenti viene da una realtà, quella francese appunto, di gran lunga migliore di quella italiana sotto ogni punto di vista: in Francia le librerie sono parecchio tutelate da apposite iniziative di legge – ad esempio fin dal 1981 è in vigore una legge (legge Lang) che regola il prezzo del libro e la scontistica relativa – e possono inoltre godere in molti casi di sovvenzioni governative, peraltro non solo nelle circostanze di accertata difficoltà. Di contro, nonostante tale situazione favorevole, anche i “cugini” transalpini librai soffrono e non poco la mutazione del mercato a favore della grande distribuzione e della vendita online, tant’è che nella sola Parigi – una metropoli con un bacino d’utenza letteraria ovviamente imparagonabile a qualsiasi piccola realtà locale nostrana – nel corso del 2012 hanno aperto 4 nuove librerie ma ne sono state chiuse ben 12: un saldo annuale negativo che non abbisogna certamente di commenti. Proprio da queste preoccupanti constatazioni matematiche nasce il progetto www.parislibrairies.fr il quale, nella sua efficace semplicità, sarebbe a sua volta facilmente riproducibile altrove, avendo i librai da esso e dalla sua idea di base ben poco da perderci e semmai soltanto da guadagnarci.
Posto ciò, dunque, e tornando alla difficile situazione italiana, è persino inutile affermare che una delle iniziative migliori che i librai superstiti nostrani potrebbero da subito realizzare è quella di mettersi in rete – cittadina, provinciale o che altro: il vecchio motto “l’unione fa la forza” è quanto mai valido in tale situazione, nella quale pensare di poter resistere con la realtà di mercato attuale e in vista delle sue presumibili trasformazioni future, inevitabilmente sempre più indirizzate alla generale digitalizzazione (oligarchica, pure) del comparto editoriale, è semplicemente folle. L’alleanza sarda di Liberos e il progetto di rete dei librai parigini sono, lo ribadisco, due idee preziose (nonché facilmente realizzabili) e due stimoli importanti per cercare di agire in tal senso, magari con un progetto di genesi e formazione locale ovvero adattato, com’è ovvio che sia, al mercato, al pubblico, ai gusti e alle preferenze del posto. Voglio inoltre nuovamente rimarcare una delle peculiarità sostanziali possedute dai librai indipendenti e di quartiere, che mai alcun colosso dell’editoria potrà offrire ai suoi clienti – citato peraltro anche nell’articolo sul progetto parigino: il contatto diretto con il pubblico, la presenza “umana” del libraio come referente, consigliere e contatto immediato per qualsiasi esigenza del lettore, oggi ancora più importante con l’arrivo sempre più frequente sugli scaffali delle librerie di libri di infimo valore letterario, imposti a suon di pubblicità mediatica e scalpori pseudo-scandalistici piuttosto che per la loro eventuale qualità (sovente inesistente, appunto). Iniziative come quella sarda e quella parigina hanno anche il pregio di preservare l’indipendenza dei soggetti che vi partecipano – cosa a volte molto sentita dai librai “storici” – nel frattempo unendo le varie singoli voci in un unico coro che, questa è la speranza, sappia farsi sentire, se non in modo preponderante, almeno in modo certamente distinguibile dai lettori, così che in nessun caso possano dimenticare che probabilmente quel tal libro che si vuole acquistare e che viene quasi automatico ricercare sul web magari lo si trova pure nella libreria sotto casa, davanti la quale si passa forse quotidianamente nell’andare a scuola o in ufficio.
E allora forse sì, i minuscoli librai-Davide – di qualsiasi zona essi siano – potranno non solo sopravvivere all’aggressione del colossale Golia, ma potranno pure tornare a essere una presenza culturale importante e una risorsa sociale preziosa in ogni nostra piccola e grande città.