Le ceneri di Pasolini

gramsci_pasolini

Se si dovesse, nonostante tutto, scegliere una parola che ha ossessionato la vita di Pasolini, l’argomento che sottende tutto il percorso intellettuale e umano dell’artista e che ci dà modo d’interpretare senza equivoci tutta la sua opera d’intellettuale, artista e cineasta, la scelta cadrebbe, senza alcuna esitazione, su passione. È nella passione la radice esistenziale di Pasolini, un eterno adolescente per il quale il mondo è un prolungamento di se stesso, un Narciso continuamente teso con lo sguardo per trovare la propria immagine riflessa sulla superficie  della realtà. E’ l’unico intellettuale italiano a possedere i tratti congeniali all’Eros di Platone, un filosofo artista che predica il mondo in un’effusione d’Amore.

Così scrive Giuseppe Salzano in un articolo intitolato La denuncia-poesia de “Le ceneri di Gramsci” che traggo dal sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia, dedicato a quella che probabilmente è la più famosa silloge poetica di Pasolini il cui titolo pare sia stato ispirato proprio dalla suggestiva immagine – qui sopra riproposta – del grande intellettuale di fronte alla tomba dell’altrettanto grande filosofo, nel cimitero acattolico di Roma.

Ecco: Walter Siti, in questo articolo su Gli Stati Generali, afferma che “Pasolini tutti lo citano ma nessuno ha voluto essere suo erede“. L’immagine in testa al post – non a caso presente anche nell’articolo de GSG – mi ha riportato alla mente il testo di Salzano su Le Ceneri di Gramsci e la riflessione con cui ho “risposto” a quanto asserito da Siti Il quale, sia chiaro, è uno dei massimi esegeti di PPP, se non il massimo): non è che nessuno ha voluto essere erede di Pasolini, semmai – io credo – nessuno ha saputo essere un suo degno erede.  E se da un lato è – se così posso dire – “meglio” così, dacché ciò conserva in maniera netta e imperitura la sua figura e il suo pensiero senza pericoli di evoluzioni distorcenti, dall’altro lato è una delle più grandi tragedie italiane, questa: che non vi sia più alcun “intellettuale” (termine che a me non piace affatto e a breve – in un prossimo articolo – vi dirò perché) in grado di guidare in modo virtuoso e proficuo (per la cultura tutta, in primis) il “pensiero nazionale”, di tracciarne la via, di porvi i necessari marker filosofici (e non solo) che lo determinino ovvero – perché no – che ne siano riferimento per altrettanta costruttiva critica.

Non vorrei che, dopo “le ceneri di Gramsci”, si debbano pure rimpiangere le ceneri di Pasolini ovvero – identificate nella sua figura – quelle dell’intera cultura attiva italiana. Perché, in tal caso, a incenerirsi rapidamente sarebbe l’intero paese, con tutto quanto si porta appreso.

Zygmunt Bauman (1925 – 2017)

baumanScrivevo giusto qualche giorno fa, in merito alla scomparsa di Tullio De Mauro, di come la mancanza di intellettuali e pensatori del genere, già grave di per sé, lo diventi ancora di più in una società sempre più culturalmente sbandata come è la nostra, e intendo non solo quella italiana – senza contare che di intellettuali veri, nel senso più alto e autentico del termine, ce ne sono sempre meno.

Oggi, ahinoi, è venuto a mancare Zygmunt Bauman. Ed ecco che quanto asserito per De Mauro vale ancora di più, posta l’importanza fondamentale del grande sociologo polacco e del suo pensiero, assolutamente imprescindibile per tracciare la realtà del mondo contemporaneo e del tutto illuminante per comprendere a fondo la sua (ovvero nostra) società postmoderna – soprattutto in tema di omologazione sociale, culturale, antropologica e conseguente perdita di identità, dissonanza cognitiva, spersonalizzazione: effetti inevitabili e deleteri di quella società liquida postulata proprio da Bauman i cui continui processi di decomposizione e ricomposizione strutturale stanno sempre più smontando il concetto stesso di comunità sociale.

Pochi pensatori come Bauman hanno saputo, con forza e determinazione paragonabili, costruire l’immagine migliore, più vivida e rivelatrice del mondo in cui oggi viviamo. Le sue parole sono state, per così dire, un argine ultimo per il fluire sempre più irruento e vorticoso della società liquida contemporanea: come raramente è accaduto nei tempi recenti, sono divenute rapidamente nozione culturale, il che ne segnala inequivocabilmente l’importanza e il valore nonché, purtroppo, da subito ci rivela quanto ci mancheranno. Sperando che nuovi argini possano nel frattempo contenere e, se possibile, tornare a regimentare al meglio il fluire ora troppo tempestoso di questo mondo, tale perché:

(…) Il vero problema dell’attuale stato della nostra civiltà è che abbiamo smesso di farci delle domande.

(Introduzione a Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza 2015, p.8.)

La morte della (nostra) comunicazione (Pasolini dixit)

La morte non è nel | non potere più comunicare, | ma nel non potere più essere compresi.

(Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità)

La-Pietà-di-pasolini-secondo-Ernest-Pignon-ErnestCredo non ci sia nulla da dire, ancora, sulle peculiarità profetiche del pensiero di PPP. Ma certamente oggi, nell’epoca dell’informazione e della comunicazione a 360°, della connessione in rete 24/7 e, di contro, pure del sempre più diffuso analfabetismo funzionale, non è difficile riferire la morte citata da Pasolini a questa nostra società, al suo essere ingolfata di innumerevoli voci parlanti che sempre meno gente sa ascoltare e dunque comprendere, in uno stato di effettiva cacofonia nel quale svaniscono anche quelle poche parole di valore che ci farebbe bene sentire ma che appunto, nel rumore generale, non comprendiamo più. Non manca comunicazione, al tempo d’oggi, manca comunicabilità ovvero, per dirla in altro modo, manca la volontà di comunicare e di recepire comunicazione: al punto che, in una deriva inquietante tanto quanto pericolosa per tutti, molti ormai (da certo potere politico, e non solo, in giù) rinunciano totalmente a comunicare, arroccandosi e rinchiudendosi nella propria – più o meno consapevole, più o meno dissennata – alienazione, ovvero in uno stato totalmente anti-sociale. Che, se le cose non cambiano, potrebbe finire per uccidere la “società” in quanto tale, per causarne la morte. Appunto.

Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.

Il poeta è come un contadino a primavera (Henry David Thoreau dixit)

Poeta dovrebbe essere colui che sa piegare i venti e le correnti al proprio potere, affinché essi parlino per lui; colui che inchioda le parole al loro significato primitivo, come il contadino che ogni primavera ribatte nel terreno i pali dello steccato sollevati dal gelo; colui che sa risalire all’origine delle parole ogni qualvolta le usi, trapiantandole sulla pagina con la terra ancora attaccata alle radici; colui le cui parole sono così vere, forti e naturali da schiudersi come gemme all’annunciarsi della primavera, pur essendo rimaste mezzo soffocate tra due pagine ammuffite in una biblioteca; certo!, così da fiorirvi e generare frutti ogni anno per il lettore fedele, secondo la loro specie, e in armonia con la Natura circostante.

Henry David Thoreau, Camminare (Mondadori, Milano, 2009, pag.44.)

Thoreau-imageThoreau traccia qui una delle migliori e più profonde definizioni di “poeta” ovvero, in senso generale, di cosa significhi fare poesia. E non è un caso che la tracci lui, il filosofo trascendentalista del Walden e del ritorno alla Natura: perché se vi sono innumerevoli e sorprendenti affinità tra il camminare nei boschi e la scrittura letteraria, ve ne sono ancor di più se con quel cammino l’innocenza vegetale della Natura (ri)attivi “la magica virtù di rendere innocente colui che la contempli” – come scrisse Jean Starobinski proprio riguardo a Camminare, il saggio di Thoreau sul tema. Innocenza ovvero spontaneità, rigenerazione della propria naturale istintività senza più condizionanti sovrastrutture mentali e dunque ritorno alla massima sensibilità, percettività, reattività a ogni minima cosa che si ha intorno. Quella che è, in molti casi, la condizione più consona alla scrittura poetica.