Samhain

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Notte. Tenebra. Il cosmo. Quiete. Solitudine. Suoni vaghi e lontani.

Nel silenzio che sospende – il cielo a un attimo è sospeso
E sospese nel cielo stelle e stelle e stelle a milioni
Che un alito leggero come nenia eterea tremola in viso
Come tremolano e ardono fuochi su colmi distanti e vicini
Faville alla notte elevando e indorando in aura cornice
La rossa rivale del divino pugnace, a tracciare i confini
D’un sogno al di là d’ogni sogno: ecco, essa ora dice
Che è giunta la triplice notte primeva, e l’attimo effonde
D’intorno la sua sospensione, e il tempo tiranno e rapace
Non più invitto si muove, e il cielo sublime si espande,
E la Terra si fonde in quel sogno che d’eterno sfavilla,
E le stelle divine discendono il lor fuoco su l’immonde
Umane terre, che nel gelo ritrovan cagione per tal favilla
Sfuggire – richiuse in mantelli grigiastri di confusa viltà
E ciechi al trionfo infinito, che ne l’attimo intenso sì brilla.

Solitaria su un colmo assorta tra i fuochi la mia felicità.

* * *

Notte. Silenzio. La voce del vento, il coro sublime. Emozione dei sensi.

Abbracciami o Stella! Abbracciami o diva discesa dal cielo,
L’ardente tuo fuoco che infiammi il mio cuore, e intensi
I tuoi sensi che brillino intorno – o prezioso e sì aureo velo!
L’incanto è al suo colmo, la notte è propizia ne’ suoi immensi
Infiniti, che vuoti si empino di tal nostra passione!
Osserva, laggiù, nel lago infuocato i cui golfi son densi
Delle luci frementi, osserva quel cigno sublime che agone
Pare ingaggiar d’eleganza con ogn’altra creatura: fremente
Attende l’amante divino, entrambi anelando la prossima unione:
E’ l’amore del cielo, la Terra è la sposa che brilla assai ardente,
Non senti il suo canto soave che l’attimo fissa in una nota
Perenne? Inarrivabile grazia è qui oggi presente
Il cielo e la Terra, il buio e la luce, la morte e la vita,
Il tempo non-tempo, sublime energia per l’immensa magia:
Abbracciami o stella, la notte infinita non più ora è vuota.

Notte. Il cosmo. Gioia, emozione. Percezione d’ancestrale armonia.

Versi_Irregolari_blog(Beh, visto che oggi è, tradizionalmente, il giorno di Samhain… Traggo questo componimento ad hoc – invero più una ballata che una poesia – dal mio Versi Irregolari (2007, Maremmi Editore Firenze/L’Autore Libri, Collana Biblioteca ’80 – Poeti, ISBN 88-517-1242-5, € 16,80). Un testo nel quale ho interpretato la festa come una celebrazione dell’unione tra Terra e Cielo, nelle sue accezioni più luminose come in quelle più oscure le quali, tuttavia, non hanno alcuna aura “negativa” dacché l’intera festa, materialmente e immaterialmente, si deve considerare al di fuori dei consueti canoni terreni. Infatti, nella concezione circolare-ciclica del tempo peculiare della cultura celtica, Samonios/Samhain si trova in un ambito sospeso posto al di fuori della dimensione temporale che non appartiene né all’anno vecchio e neppure al nuovo. E’ per tale motivo che, in questa giornata, la separazione dimensionale che usualmente divide che la Terra dal regno dei morti si assottiglia ed i vivi potevano accedervi – o viceversa, naturalmente.
Cliccate sull’immagine del libro qui sopra per averne ogni informazione utile e per sapere dove/come acquistarlo. Buona lettura, e buona festa di Samhain!)

Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Perché?

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

Why-Depressive-Thoughts-are-So-EnduringPerché?

Fu da allora che il nostro mondo sprofondò nella più buia e affliggente depressione. E pensare che l’umanità credeva di essere giunta alle soglie del paradiso, o quanto meno di aver trovato un inaspettato, incredibile ascensore spaziale per giungervi! E invece…
Il cielo notturno brillava di innumerevoli stelle, così tante che nemmeno le potenti luci artificiali dell’area di atterraggio riuscivano a farle svanire. Intorno, la folla sistemata ovunque possibile fremeva di una irrefrenabile eccitazione. Persino le tribune riservate ai capi di stato e alle altre figure istituzionali di alto rango erano visibilmente scosse da una travolgente euforia. D’altro canto erano passati solo sei mesi dal primo contatto e dalla decifrazione del messaggio. Sei mesi nei quali il corso della storia della civiltà umana aveva accelerato, la sua civiltà era cambiata, le aspirazioni e i sogni più grandi sembravano ora raggiungibili. I primi emissari d’una civiltà aliena stavano arrivando sulla Terra, portando con sé un nuovo futuro, la via per una inopinata evoluzione, per cambiare il mondo, appunto, e per altrettanto cambiare la vita degli uomini, chissà in quali impensabili e meravigliosi modi!
L’immensa astronave lucente era apparsa nel cielo, e con velocità inimmaginabile era volata sopra l’area predisposta per l’atterraggio, accompagnata da applausi, esclamazioni esultanti, urla di stupore tanto quanto di eccitazione da parte della folla stipata ai lati. Era lentamente scesa fino ad appoggiarsi al suolo: sembrava rischiarare a giorno il mondo intero, oltre che l’animo di tutti i presenti. Quindi una lama di luce era apparso sul fianco, ampliandosi sempre più: il boccaporto di sbarco, evidentemente! Da lì sarebbero scesi gli alieni, si sarebbero manifestati al mondo, accogliendo la razza umana nella grande famiglia cosmica…
Poi il boccaporto sfolgorante, a quel punto aperto solo per una parte, si bloccò. Restò così per qualche secondo, quindi si richiuse. L’astronave balenò alcuni lampi luminosi, poi si staccò da terra e in pochi istanti prese quota svanendo nel nero dello spazio infinito.
Un silenzio di tomba calò sull’intera area. Dapprima disorientato, poi opprimente, e ad ogni attimo sempre più soffocante. Gli alieni erano fuggiti via, come da un luogo infetto, appestato. Come se avessero cambiato idea, e senza alcuna esitazione. Perché?
Già, perché?: è la domanda che da allora il mondo intero si pone. E’ il tormento, un cruccio penoso e angosciante, un oscuro supplizio che nessuno sa come espiare.

Mistica silvestre notturna

c8285074e21d37cfe42587ea2a9ce0dfa58a08d644d052049c588bf889cdbce3-bigQualche giorno fa ho dovuto partecipare alla riunione di un gruppo di lavoro per un progetto editoriale di interesse locale. L’incontro si è svolto in un borgo montano vicino casa, al punto che andarci in auto e recarmici a piedi avrebbe praticamente comportato lo stesso tempo. Ci sono andato a piedi, dunque, percorrendo una antica mulattiera che risale una bella valle boscosa al cui apice si trova il borgo. Tuttavia ciò comportava il ritorno lungo quella stessa mulattiera immersa nel fitto bosco a notte fonda… Beh, nessun problema: con il notebook e la documentazione necessaria, nello zaino ho infilato anche il mio fedele frontalino – sempre meglio che guidare lungo strette e tortuose strade di montagna.
Non è la prima volta che percorro un bosco di notte (in fondo nei boschi cerco di ritrovarmici il più spesso possibile) ma, appunto, quella di cui vi sto dicendo è stata la più recente, ovvero quella che mi ha reso nuovamente del tutto evidente (ed emozionante) quanto il percorrere il bosco di notte – una bella, fitta e rigogliosa faggeta, nel tal caso, frammista a castagni e qualche betulla – sia un’esperienza che, per molti aspetti, ha qualcosa di mistico.
S’era fatta quasi l’una, ormai. Il cielo non era limpido – aveva smesso di piovere da non più di due ore. Ho acceso il frontalino, ho cominciato a scendere lungo la mulattiera accompagnato solo dal mio respiro e dal flebile rumore dei passi, ovattato dalla presenza delle foglie che il temporale ha fatto cadere sull’antico tracciato – in parte cementato, in parte con ancora la selciatura originaria vecchia di 200 anni, forse. Un profluvio composito di fragranze generate dal terreno e dalla vegetazione ancora bagnata di pioggia mi avvolgeva, suscitandomi anche olfattivamente innumerevoli percezioni.
Il bosco di notte è un’entità dalla possanza e dall’austerità sopite eppure intensissime. Il suo silenzio in realtà non è mai tale, sempre delicatamente smosso da più o meno piccole vibrazioni sonore, dialoghi animali, fruscii leggeri delle chiome se c’è vento, minimi segnali udibili di vita che scorre ininterrotta e ben più fremente di quanto verrebbe da pensare. A volte ti coglie la vivida sensazione di essere osservato ma, nel caso, da occhi niente affatto pericolosi: getti il fascio di luce tra gli alberi, l’alone luminoso sembra che venga sfumato e dissolto dall’oscurità come finissima polvere nel vento. Ovviamente non vedi nulla, niente occhi, nessuno sguardo misterioso, tuttavia la sensazione resta; di contro, ti accorgi di come sia divertente lanciare periodicamente il fascio luminoso nel buio ventre silvestre, creando ovunque bizzarri giochi di luci e ombre, forme fantastiche, quinte evanescenti, luccichii apparentemente insoliti… Certo, nulla di tanto banale come certe storie cinematografiche dell’orrore – o del presunto tale! – ambientate in foreste rabbrividenti più che un girone infernale e che, alla fine, non fanno altro che giocare con le nostre più superficiali fobìe indotte e con le più banali insicurezze che crediamo di riflettere e dunque di vedere in un ambiente “non ordinario” come il bosco – lo stesso accade con la montagna o il mare, come vecchie e bizzarre leggende generate secoli fa dalla superstizione popolare narravano – ma che in verità vengono fatte albergare in noi, e nella nostra immaginazione, dalle storture della società in cui viviamo.
Insomma, no, niente di tutto ciò. Il bosco notturno non ha nulla di spaventoso o soltanto di inquietante. Offre, semmai, una differente frequenza vitale con la quale sintonizzarsi, un’esperienza di comunione con l’elemento naturale più genuina e autentica proprio perché meno mediata dalle nostre “sicurezze” diurne, la possibilità di godere, anche solo in modo leggero, di uno stato contemplativo, che volendo può essere tanto intenso da divenire quasi mistico, appunto, d’un misticismo panteista di segno ancestrale e misterioso, tanto quanto piacevole e affascinante.

GluehwuermchenImWaldNon solo: ormai luminosamente corrotti dalle nostre tante luci artificiali urbane, ci siamo dimenticati che l’occhio umano riesce ad abituarsi al buio piuttosto rapidamente e, così, ad acuire la capacità visiva notturna in modo sorprendente. Dopo nemmeno una mezz’ora di cammino e nonostante il cielo coperto, dunque non così luminoso, ho spento il mio frontalino e ho proseguito in un buio assai meno buio, semmai più simile alla luminosità dell’ora blu – forse aiutato in ciò dal fatto che, a quel punto, s’era attivata del tutto anche la capacità visiva del mio spirito, ben più sensibile di qualsiasi organo oculare. Infine, magia nella magia, quando ero ormai quasi fuori dalla parte di bosco più fitta, mi sono pure ritrovato circondato di minuscole e sublimi stelle, danzanti tutt’intorno in un momento che, banalmente ma inevitabilmente, mi verrebbe da definire fiabescoLucciole, ovviamente, a decine e decine, che sullo sfondo buio della vegetazione mi davano veramente l’impressione d’essere capitato in un bizzarro planetario naturale, dal moto piuttosto entropico ma altrettanto incantevole.
Ecco. Se mai vi dovesse capitare – o se mai vorrete farlo capitare – provateci anche voi a camminare in un bosco di notte. Portatevi una pila, senza dubbio, ma lasciate invece a casa quelle vostre eventuali paure. E’ tutta roba indotta e inutile, portarvele appresso significherebbe caricarvi d’una fastidiosa zavorra che vi danneggerebbe l’esperienza. Provate, dunque: così, forse, anche voi percepirete una inopinata, mistica sensazione di armonia e di lontananza intensa con il resto del mondo “luminoso”, anche se sarete a poca distanza dalla civiltà – e constaterete quanto aveva ragione Hermann Hesse quando scrisse che “Camminare all’aperto, di notte, sotto il cielo silente, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell’animo.