Oggi (martedì 13 maggio) i media strombazzano (giustamente, sia chiaro) i risultati, anzi, i record conseguiti dall’edizione 2014 del Salone del Libro di Torino, conclusasi giusto ieri (ovvero lunedì 12): QUI un esempio. Più o meno la stessa cosa avveniva lo scorso anno, quando ugualmente i media avevano parlato di nuovi record, rispetto all’edizione precedente (leggete QUI, ad esempio).
Benissimo, sono veramente contento di ciò. Come scrivevo venerdì, a differenza di molti altri “colleghi” non sono mai stato prevenuto nei confronti del salone torinese e del suo carrozzone nazional-popolar-editoriale scintillante e rumoroso; per di più, a fronte dei risultati conseguiti e riferiti dalla stampa, viene spontaneo pensare che dai, forse forse non bisogna essere così pessimisti sul futuro nostrano dell’editoria e della lettura dei libri…
Epperò poi vado a leggere l’indagine ISTAT sullo stato della lettura in Italia relativa al 2013 – ovvero al periodo posto nel mezzo di due edizioni “da record” del Salone, appunto – e constato che no, tutt’altro: il numero di lettori in Italia è calato ancora, passando in un anno dal 46% al 43%.
Dunque? Che sta succedendo? Il Salone, principale kermesse nazionale dedicata al libro, aumenta i visitatori, ma i lettori in Italia calano e parecchio. Negli stand si sono venduti più libri, ma i librai italiani continuano a chiudere. Qualcosa non quadra, con tutta evidenza.
Pare di assistere ad un fenomeno di – passatemi il termine – autoghettizzazione del panorama editoriale e letterario nazionale, sempre più florido e brillante negli ambiti ristretti ad esso dedicati e sempre più moribondo altrove, con gli eventi pubblici (grandi e importanti come Torino o meno, come le fiere dedicate alla piccola e media editoria ovvero le altre manifestazioni del genere) sempre più simili a floride oasi sparse e isolate in un vasto deserto, peraltro ogni giorno più avanzante. Il patron del Salone, Ernesto Ferrero, si dimostra (almeno davanti ai microfoni, come quasi sempre accade; poi, quando quelli si spengono e si chiude la porta del proprio ufficio…) ottimista: “I lettori hanno ripreso fiducia e gli editori lasciano Torino rinfrancati. Non so se questa sia la colomba bianca che segna la fine del diluvio, ma probabilmente questa volta ci siamo proprio vicini.” Un ottimismo, appunto, che personalmente non posso non appoggiare ma che stride parecchio, ahinoi, con la tendenza pluriannuale della lettura in Italia fotografata dall’Istat.
E quindi? Come fare affinché quella colomba bianca non venga impallinata appena esce dall’oasi sopra la quale ha spiccato il volo? Beh, personalmente credo che la questione sia sempre quella: ricadute potenzialmente positive che si generano dal successo di eventi come il Salone del Libro di Torino verranno inesorabilmente annullate se, al di fuori di esse e spentisi i riflettori mediatici che le hanno illuminate, tornerà a regnare su ogni cosa la non-cultura imperante dalle nostre parti che fa del libro e della lettura un qualcosa di superfluo – non-cultura, inutile dirlo, efficacemente diffusa proprio dai mass-media – e che viene ben supportata dalla pressoché totale assenza di azione delle istituzioni, pronte solo a tagliare i fondi per la cultura e giammai a comprendere che quelle non sono spese ma investimenti, e per giunta i più preziosi, visto che agiscono sulla società e sul benessere di chi ne fa parte. Se le suddette oasi al momento ancora floride resteranno tali, in balia della desertificazione culturale sempre più avanzante, se non si creeranno delle vie di comunicazione tra di esse in modo da creare una efficace rete di supporto alla lettura così che quanto di florido e vitale in esse si genera possa cominciare a diffondersi anche al di fuori delle stesse e nell’ogni dove, temo che eventi come Torino e come ogni altro simile diverranno veramente dei ghetti temporanei nei quali il libro e la lettura apparentemente sopravviveranno ma in realtà verranno sempre più limitati e soffocati. Mi viene in mente l’esperienza di Liberos, in Sardegna (ne ho già parlato QUI): ecco, questo è a mio parere un buon esempio di “rete” che si può tentare di ampliare su scala nazionale per vedere che succede. Ma in effetti di cose buone se ne possono fare parecchie: si tratta solo di metterle in atto, senza perdersi in continui sbattimenti politico-finanziari che, spesso, paiono veramente creati apposta per uccidere nella culla qualsiasi idea potenzialmente buona, e ponendo come punto fisso di partenza quanto ho scritto poco sopra; il supporto economico per la cultura non è e non sarà mai una spesa ma sempre, e ripeto sempre, un investimento (come hanno capito bene in Francia, giusto per citare un altro esempio virtuoso del quale vi riferirò a breve.)
Il successo del Salone di Torino e i suoi record sono una gran bella cosa, e non c’è che augurarsi che ogni anno si possa festeggiarne di nuovi, ma se tali e solo tali resteranno – qualcosa di eccezionale, di fuori norma, qualcosa di cui vantarsi come ci si può vantare di girare con una scintillante Ferrari, auto meravigliosa e ammirata da tutti ma che poi mai verrà usata nella vita e nel traffico di tutti i giorni, tenendola invece chiusa e al sicuro in garage – allora la colomba bianca citata da Ferrero sul serio è già bell’e impallinata.
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Una società che “insegna” sempre meno a pensare, fin dall’inizio: un’esperienza personale.
“Un bambino che legge sarà un adulto che pensa.” Sicuramente avrete letto anche voi da qualche parte questa diffusa massima, elementare nel senso ma senza dubbio pragmaticamente profonda nella sostanza.
Bene. Da ormai parecchi anni – nove, per l’esattezza – faccio parte della giuria di un concorso figurativo-letterario dedicato ai ragazzi della scuola primaria di primo e secondo grado, basato su tematiche ecologiche e di consapevolezza ambientale che rappresentano uno dei scopi sociali del principale ente promotore, l’Unione Operaia Escursionisti Italiani. E’ un incarico che ritengo essere un grande privilegio soprattutto in merito alla parte letteraria, riservata agli alunni delle classi primarie di secondo grado – le medie, per andare sulla definizione tradizionale: gli autori dei testi sono dunque ragazzi dai 10 ai 13 anni, dal carattere personale in piena formazione, già dotati di una propria visione autonoma del mondo ma ancora legati all’ambiente sociale quotidiano per ciò che riguarda la comprensione e l’assimilazione delle cose che di quel mondo si ritrovano intorno – legati certamente alla scuola ma in primis alla famiglia, in questa età assolutamente fondamentale. Gli argomenti proposti nel concorso – quest’anno, ad esempio, il tema era compendiato nel titolo “La Terra: la nostra casa”, sviluppato attraverso una “giornata ecologica” con la presenza di un ricercatore specializzato in scienze della Terra per una “lezione” teorica sul tema, comune a tutte le classi, seguita da un’uscita in ambiente per una prima applicazione sul campo di quanto appreso nella lezione, oltre ai vari approfondimenti nelle singole classi con i propri docenti – sono sempre stati scelti per cercare di generare negli alunni non solo una mera espressività personale sul tema scelto, ma pure una personale riflessione su di esso, per cercare di farli ragionare, per quanto possibile a quell’età, di far loro comprendere le specificità del tema e, quindi, per fare in modo che possano formulare una propria idea, pur semplificata e/o superficiale. Istigare loro il pensiero, insomma, al di là poi della capacità e della qualità della messa per iscritto di esso. Il grande privilegio di cui dicevo poc’anzi è a mio parere proprio dato da ciò, dalla possibilità di intercettare, attraverso i testi partecipanti al concorso, questo pensiero in piena formazione, ovvero in qualche modo di avere una visione significativa, seppur limitata, di cosa e come pensano quelli che saranno gli adulti di domani, delle loro costruende capacità cognitive su tematiche di interesse comune e ampio respiro, nel contempo avendo, attraverso quanto da loro scritto, un altrettanto significativo segnale di ciò che a loro – e alla/nella loro mente – viene dall’ambiente in cui quotidianamente stanno.
In base alla personale esperienza da giurato in questi nove anni di svolgimento del concorso – un periodo relativamente lungo e statisticamente già interessante – devo in primis denotare un evidente decadimento delle capacità medie di apprendimento dei temi e delle argomentazioni proposte, nonostante, lo ribadisco, gli stimoli extra-scolastici espressamente studiati anno per anno per rendere i temi stessi interessanti e intriganti. Al di là delle ovvie eccezioni – i secchioni sempre ci sono stati e sempre ci saranno! – verrebbe da pensare che i ragazzi di oggi, nonostante l’età ormai non più infantile, non siano più abituati a pensare, a riflettere, a stimolare il proprio cervello nel ragionare su certi argomenti. E’ piuttosto palese una certa passività verso quanto viene loro proposto, che li porta a risolvere la richiesta e/o il compito assegnato – in questo caso uno scritto, appunto – nel modo più sbrigativo possibile, riportando pappagallescamente cose ovvie senza generare da esse una pur minima elucubrazione propria. Sia chiaro, non pretendo certo che un ragazzino di 10 o 13 anni mi presenti una approfondita dissertazione scientifico-filosofica su quanto sia importante la salvaguardia ambientale per il bene della società! Ma, almeno, che in due righe o pure soltanto in una sappia già elaborare un proprio pensiero su un tema in fondo “quotidiano” sul quale gli viene chiesta una minima riflessione, beh questo sì, lo chiedo. E lo chiedo proprio per quanto affermavo poco sopra: perché è negli anni terminali della (una volta detta) scuola dell’obbligo che si forma la base della personalità intellettuale e cognitiva di una persona, che poi col tempo potrà più o meno svilupparsi ma è lì, in quel periodo, che si plasma – esattamente come, a quest’età, si formano idee, passioni, desideri e impulsi che poi resteranno per sempre nell’animo dell’individuo.
Sui perché oggi i ragazzi (e non solo loro, ahinoi) siano poco portati a pensare, a elaborare e sviluppare un proprio pensiero sulle cose del mondo, si potrebbe star qui ore a disquisire e in ogni caso molti di quei perché li conosciamo già benissimo, per quanto siano ovvi e materialmente influenti nella nostra società contemporanea. Forse, io temo – e per tale timore mi è tornata alla mente la massima che ho citato in testa a questo articolo – quella scarsa propensione al pensiero e alla meditazione è strettamente legata all’altrettanto scarsa propensione alla lettura di libri – nonostante la fascia d’età 11-17 anni sia una di quelle, nel depresso e deprimente mercato editoriale italiano, più attive ovvero meno deficitarie… Tuttavia, proprio da tale questione ne deriva una conseguente, per certi versi anche più preoccupante: ove negli elaborati degli alunni vi sia qualche espressione d’un pensiero personale, cioè qualche parte di essi che non sia mera e superficiale descrizione/ripetizione di quanto ascoltato, è in molti casi evidente l’influenza del “pensiero sociale medio”, con la comparsa di palesi luoghi comuni di derivazione televisiva e mediatica in generale o di opinioni (di, diciamo così, scarso pregio culturale) chiaramente non proprie o di genesi scolastica, e presumibilmente provenienti dall’ambito familiare – cosa peraltro comprovata da uno scambio di opinioni con alcuni dei docenti degli alunni partecipanti al concorso. In buona sostanza: certa scarsa consapevolezza civica e inadeguata cognizione di tematiche di interesse comune presenti nella nostra società (e dunque nei nuclei fondanti di essa, le famiglie), senza dubbio dovute all’assai scadente clima culturale che caratterizza la società stessa, inesorabilmente vengono in qualche modo echeggiate nel pensiero dei ragazzi, degli adulti di domani, che già in età formativa corrono il rischio di ritrovarsi in testa nozioni distorte e fallaci sulla realtà d’intorno. In effetti, gli stessi docenti interpellati mi hanno segnalato più volte la crescente difficoltà non solo di coinvolgimento degli alunni nei temi scolastici così come in qualsiasi altro argomento di corredo, ma pure la constatazione di dover a volte lottare, nell’insegnamento delle proprie materie, contro certi bizzarri (per così dire) convincimenti espressi dai ragazzi di palese origine extra-scolastica, probabilmente televisiva ovvero familiare (ma quasi sempre le due cose sono legate a doppio filo).
Insomma – e concludo: pur attraverso uno “screening” parecchio limitato e generico come quello che mi è permesso dal concorso letterario nel quale sono giurato, risulta evidente un problema di “disabitudine” al pensiero, all’uso della propria testa, alla riflessione su temi pur semplici ma che esulano dalle mere questioni quotidiane – problema tanto grave quanto più per come si manifesta fin dall’inizio del percorso di sviluppo intellettuale dei nostri ragazzi. Naturalmente, sono io stesso il primo ad augurarmi di sbagliare, in queste mie valutazioni, di esagerare con la visione pessimista ovvero di aver soltanto colto una defaillance provvisoria, pur se manifestatasi lungo quasi due lustri; in ogni caso è superfluo rimarcare quanto sia fondamentale per la società intera l’attenzione verso una questione del genere. In fondo è vero, un bambino che legge, cioè che è abituato a riflettere – e non c’è nulla che insegna a farlo come la lettura di un buon libro – sarà un adulto che pensa, e tanti adulti che pensano formano una società libera ed emancipata. Un società nella quale i libri saranno sempre al centro e alla base del suo sviluppo e della sua “salubrità” morale, culturale, intellettuale e civica.
La società decadente e l’intellettuale bistrattato: una chiacchierata (di nuovo) sul tema
Quelli che potete leggere di seguito sono interessanti (spero!) strascichi elucubrativo-chiacchierosi tra lo scrivente e Paolo Terruzzi susseguenti al post Dalle stelle alle stalle (e ritorno, si spera!). Se oggi lo scrittore in quanto “intellettuale” conta sempre meno, nella società… pubblicato qui sul blog qualche settimana addietro, sul tema della sempre più declinante importanza dell’uomo di cultura, e più specificatamente dello scrittore (ovvero del “letterato”, come si diceva una volta), nell’epoca contemporanea… Perché, insomma, del fatto che in una società così problematica e degradata come la nostra gli intellettuali – quelli veri, naturalmente! – e il loro pensiero vengano messi sempre più al bando piuttosto che essere considerati voci importanti da ascoltare dacché più illuminate di (tante) altre, ci sarebbe da discutere quotidianamente e moooooolto a lungo!
(Ma ovviamente se leggerete prima il post suddetto comprenderete meglio il senso della chiacchierata, alla quale è altrettanto ovvio che chiunque può partecipare e nel caso aggiungere il proprio punto di vista…)
Paolo Terruzzi: “E’ pur vero che il contrasto otium/negotium relativo al ruolo dell’intellettuale in senso lato, che continua da secoli, ha avuto un andamento quasi ciclico nella storia, ma è altrettanto vero che un sistema come il nostro, così relativistico e frammentato, quanto mai strabordante di informazioni e idee condivise o non, tanto ravvicinato che diventa quasi possibile sfiorare l’ubiquità della propria immagine, di così spaventosa e vertiginosa enormità rispetto al singolo, non è mai esistito in tutta la millenaria evoluzione delle società umane. Ciò che intendo dire è che, essendo le direttive della cultura tenute in saldo pugno dai media, e passando ogni cosa, di valore intellettuale alto o meno, innovativa o ripetitiva, banale o straordinaria, proprio dai media; questo “dovere” rischia di diventare un nostalgico richiamo recidivo destinato a fallimento, passando forse sotto silenzio e ripudio, a tempi in cui la società di oggi non si riconosce e che quindi rifiuta (mi riferisco appunto ai tempi in cui l’intellettuale poteva ancora “guidare le masse”). Per spiegare la probabilmente unica, figurandosi tuttavia vagamente utopica tanto quanto maestosa, soluzione al problema, mi permetto di prendere in prestito un’idea di Machiavelli (sì perché che lo si voglia o meno, il buon trattatista fiorentino c’entra sempre), sebbene lui l’avesse contestualizzata a livello politico: in sostanza il principe deve cogliere l’occasione al volo, capire i tempi in cui si ritrova a dover agire, ovviamente in concordanza e armonia con le sue stesse volontà, abilità o virtù, in altre parole è necessario che il principe si doti di plasticità per rendere vittorioso il proprio intento. Ovviamente questo è inteso politicamente, mancando quindi di altri aspetti, ma lo si può benissimo convertire in ambito sociale: prendere una società per le palle, insomma, e, sebbene possa sembrare che le due posizioni da te descritte (quella dell’intellettuale e quella della società direzionata/direzionabile) paiano in stridente antitesi, non si può fare a meno di constatare come la prevalenza (assolutamente giustificabile, perché trattasi della parte attiva fra le due, come una mente e un corpo, mentre l’altra è passiva, come fosse la vittima di droghe mediatiche) della prima, sia invece possibile solo nella misura in cui si sfrutti proprio la mondiale influenza dei media, mantenendo (sempre e comunque) e in questo modo iniettando (come se si sostituisse quelle droghe in medicine) nel sistema, tutti i contenuti, nozioni e quant’altro che l’intellettuale intende far passare, forse riuscendo a ridurre l’ignoranza e l’indifferenza verso le possibilità intellettive e creative della mente, non dico ad elidere l’intrattenimento (anche stupido e cretino, perché no?) e le fughe dalla complessità e dalle riflessioni più profonde, perché per nutrire la mente: “miscere utile dulci”. Non si tratta di un asservimento alle masse e neppure ai mezzi di comunicazione globali, ma di una via efficace per perseguire un perfezionante e nobile obiettivo. Scalzerebbero inoltre, questi intellettuali, i precedenti punti di riferimento (quali certi disumani conduttori televisivi o giornalisti, opinionisti bestie e spocchiosi ecc.), non perché i primi sono modelli da assumere come “ducenti” senza altro motivo oltre al fatto che sono stati imposti (forzatamente o “silenziosamente”, ossia senza che la massa si accorga di essere guidata verso certe idee o convinzioni), ma in quanto porterebbero le persone allo sfruttamento delle proprie possibilità mentali, e parallelamente si raggiungerebbe una certa libertà di pensiero, professata dagli intellettuali stessi, che in questo senso non imporranno determinate convinzioni con la forza, ma forniranno una serie di punti di vista, in qualsiasi campo speculativo, posti allo stesso livello fra loro e passibili di confronto, cosicché starà poi all’ individuo, che poscia diventa collettività, scegliere che cosa condividere o meno (e qui si potrebbe anche discorrere all’ infinito sulla religione e le ideologie). Il vero ostacolo, lo si evince facilmente, è proprio il mettere in pratica un simile proposito, in quanto prima di tutto è imprescindibile riferirsi ai vertici, cioè a coloro che gestiscono il “plagio del tutto”, rischiando di imbattersi in piani che giocano con gli interessi, i vantaggi, i guadagni ecc… Per non parlare poi dell’intrinseca relazione fra canali informativi e popolazione, che si influenzano e degradano vicendevolmente. Non sono certo considerazioni né ottimiste né pessimiste, ma realiste. Mi fermo soltanto precisandomi proprio sulle libertà di pensiero, le quali si può ben dire che siano sempre state tragicamente compromesse dagli estremismi culturali (oserei dire la più grande piaga di tutti i tempi, la base di guerre e conflitti) e poiché questi sempre presenti, essendo uno specchio della più fosca natura umana, il raggiungimento delle quali emancipazioni, di comunicazione ed espressione, resta la più grande utopia di tutti i secoli.
Luca Rota: “Hai ragione, la forza dell’intellettuale è sempre stata, e dovrebbe sempre essere, anche quella di sapersi adattare ai flussi cognitivi del tempo vissuto, ovvero adattare quelli, e la relativa derivante cultura, l’informazione, i media e quant’altro, alla propria missione di erudizione. Certo, come noti bene, ciò significa inevitabilmente – oggi ancora di più – scontrarsi contro il sistema di potere vigente, che non ama certo chi ne sappia più di lui tanto da poter svelare facilmente tutte le sue magagne. D’altro canto c’è forse stata un’eccessiva assuefazione dell’intellettuale a tale sistema, agevolata dal dolce piacere del successo, della fama più o meno grande, del denaro… Insomma: troppo spesso il “dotto” s’è fatto comprare, anche per assicurarsi una certa tranquillità funzionale alla pratica della propria attività culturale/artistica. Ma, come scrivevo l’altro giorno citando Gauguin, “l’arte o è plagio o è rivoluzione”, e il “plagio” lo si può anche intendere come, appunto, assuefazione a un certo modus vivendi e operandi gradito ai poteri dominanti: un plagio delle loro idee, insomma, un utilizzo di esse per conformarvi intorno anche le proprie, in cambio di soldi e celebrità mediatica, come ribadisco. Ecco, bisognerebbe invece riaffermare di nuovo, e con la massima forza, l’impeto rivoluzionario della cultura e delle arti, che da sempre sono il miglior cibo per la mente, e per la libertà di pensiero che è “rivoluzione” in senso assoluto: continuo studio e riflessione sulla realtà, continuo progresso del sapere, continua ricerca della verità, costante rilettura del mondo che abbiamo intorno per poterlo sempre meglio comprendere e, proprio per questo, per poterlo cambiare, per farlo costantemente progredire ove ve ne sia bisogno. D’altro canto l’intellettuale, con la sua attività creativa, è il primo e più grande esempio di “libertà di pensiero”, dunque è il rivoluzionario per eccellenza. Dovrebbe nuovamente e finalmente capirlo, per evitare un oblio proprio nonché delle arti e culture di cui è espressione altrimenti inevitabile, temo, nella “società liquida” (e sempre più liquida) contemporanea.”
Paolo Terruzzi: “Sì, infatti, sono d’accordissimo… poi dipende da quali sono le intenzioni: se si vuole essere artisti bisogna prendere in considerazione questo punto di vista dei punti di vista, perché è quello che ogni grande esempio nella storia ha integrato alla propria attività culturale: ricerca, ricerca continua e innovativa, con il suo positivismo o negativismo, con i suoi slanci irrazionali e le analisi sistematiche e puntigliose, che sappia rendersi conto delle produzioni passate e sappia prenderle con coscienza alimentando ancora la “macchina organica e modellabile” delle culture, la quale si può dire che veramente sia la salvezza dell’umanità, perché non ci lascia mai soli, o almeno allevia un po’ quella solitudine che qualche volta viene a visitarci, ci dice che qualcuno è già passato in una qualsiasi situazione mentale, emotiva, o di altra natura in cui ci si può trovare, ci dice di credere… E’ esattamente lo stesso discorso che si faceva l’altra volta con Giovanni Allevi (sul quale con Paolo Terruzzi condivido la stessa assai negativa opinione – n.d.s.): non artista perché ha “limitato” in tutti i sensi le possibilità espressive, sia adeguandosi alle pubbliche opinioni di corte vedute, sia snobbando gli esempi passati, i quali, basta un po’ di studio e buona volontà, possono essere perfettamente fatti propri, in modo che si noti quanto è stato detto, fatto, prodotto, sentito, pensato ecc. E si possono dire ancora miliardi di cose sulla questione…”
Ci vediamo domenica a LIBRI IN CANTINA, presso lo stand di Historica, con “Lucerna, il cuore della Svizzera”!

Cliccate sul logo per visitare il sito web della mostra, oppure sulle copertine qui sotto per saperne di più sul mio nuovo libro, che debutta ufficialmente in pubblico a Susegana e che a breve raggiungerà tutte le librerie italiane – nella realtà e sul web!
Per ogni altra informazione, contattate Historica Edizioni: info@historicaweb.com – oppure scrivetemi, naturalmente!
Ci vediamo domenica, se potrete, oppure in libreria!


Susegana, 6 Ottobre: a LIBRI IN CANTINA 2013 la prima assoluta di “Lucerna, il cuore della Svizzera”
Il prossimo 5 e 6 Ottobre si svolgerà a Susegana, Treviso, nella splendida cornice del Castello di San Salvatore, Libri in Cantina 2013, mostra nazionale della piccola e media editoria tra le più apprezzate e rinomate, giunta in un crescente successo di pubblico alla 11a edizione. Un successo che peraltro è certamente agevolato dal fatto di svolgersi in una delle zone di produzione di alcuni dei migliori vini italiani: e infatti il nome non è casuale e nemmeno meramente pittoresco, visto che la mostra permette di unire la passione per la lettura all’interesse enologico, permettendo di visitare le cantine della zona tra degustazioni e letture a tema.
Domenica 6, dalle ore 10.00 nella Sala delle Armi del Castello, presso lo stand di Historica Edizioni, vi sarà la prima uscita e prima presentazione ufficiale di Lucerna, il cuore della Svizzera, il mio nuovo libro edito nella collana dei “Cahier di Viaggio” diretta da Francesca Mazzucato.
Mi troverete allo stand di Historica pronto e orgoglioso di “accompagnarvi” sulle pagine del libro per le vie di Lucerna, la città della luce, un luogo sorprendente e affascinante come pochi altri, una città piccola eppure grande, grandissima, che forse conoscete di nome ma non nei fatti, e che vi farò visitare in un modo certamente diverso dal solito – nella tradizione dei “Cahier di Viaggio” di Historica – attraverso un racconto “urbano” che è al contempo guida, saggio, romanzo, diario, confessione, rivelazione… e forse anche di più. Ma lascio che sia il libro stesso a presentarsi…:

Un libro che, come la città di cui narra, mi auguro potrà allettarvi e conquistarvi – anche per il suo prezzo assolutamente abbordabile: solo 5 Euro!
Mi preme anche di spendere due parole su Libri in Cantina, la mostra di Susegana, un evento che come (pochi) altri in Italia rende perfettamente l’idea della notevole qualità letteraria proposta dalle case editrici indipendenti nazionali, piccole e medie realtà che ancora riescono a portare avanti progetti editoriali di alto livello che invece troppo spesso i grandi editori hanno messo da parte per privilegiare titoli da megastore, nei quali la quantità ha ormai del tutto soppresso la qualità e il valore letterario.

Con Libri in Cantina, e con il prezioso ausilio “estetico” dei bellissimi saloni del Palazzo Odoardo, all’interno del medievale Castello di San Salvatore, più di 80 piccole e medie case editrici nazionali presentano la loro produzione, originale ed indipendente, promuovono le novità editoriali, definiscono programmi e strategie per continuare ad essere protagoniste del mercato culturale.
Organizzata dall’Amministrazione Comunale di Susegana, in accordo di programma con la Regione del Veneto, con la contribuzione e il patrocinio della Provincia di Treviso, la Mostra Nazionale della Piccola e Media Editoria Libri in Cantina è stata pensata nel 2003, anno della prima, pionieristica edizione, per dar modo anche agli editori poco visibili in libreria di mostrare e promuovere i propri libri. Alla mostra dei libri è affiancata, come elemento integrante, una serie di presentazioni mirate, di laboratori, di dimostrazioni e di eventi collegati. Anche quest’anno si è voluto uniformare l’evento sotto un tema di fondo: “Ah, la lettera… “, un modo di dire per riprendere la forma elementare della comunicazione. Ci saranno letture ad alta voce di lettere famose in letteratura; brani di libri al cui interno sono nascoste delle lettere; giochi a sorpresa e cacce al tesoro durante le quali sarà proposto di scrivere una lettera e consegnarla. Fra gli ospiti ci saranno il giornalista Gian Antonio Stella, Lucia Vastano, il free climber Manolo, il poeta Alfonso Lentini e gli scrittori Lucia Tancredi, Paolo Malaguti, Alessandro Marzo Magno e Andrea Molesini. E ancora: una mostra con tutte le lettere scritte dagli studenti delle scuole di Susegana e Conegliano che andranno a formare un muro di parole e di messaggi nella piazza del Municipio. In Cantina Collalto, infine, si susseguiranno delle visite guidate alle antiche cantine con degustazioni a tema, tra letteratura e cibo, con letture e assaggi sfiziosi.
Potete visitare il sito web di Libri in Cantina cliccando sui link o sulle immagini fotografiche lì sopra, così da avere ogni informazione utile sulla mostra.
Dunque, ci vediamo Domenica 6 a Susegana, allo stand di Historica Edizioni, con Lucerna, il cuore della Svizzera! Oppure, se non potrete visitare la mostra, ci troverete (il libro ed io) in tutte le librerie!