[La nuova seggiovia “Altavista” di Livigno. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]Durante l’inaugurazione della nuova seggiovia Altavista a Livigno, avvenuta domenica 14 dicembre, il presidente di Skipass Livigno, Giorgio Zini, ha dichiarato: «Da qui vediamo le montagne del Bormiese e dell’Engadina e sogno un giorno il collegamento anche con questi versanti sciistici». Il presidente Zini fa riferimento da una parte al progetto di collegamento sciistico tra Livigno e i comprensori intorno a Bormio, rilanciato di recente in un evento di Confindustria di Como, Lecco e Sondrio e sul quale ho scritto qui in merito alle moltissime criticità che lo rendono quasi utopico, e dall’altra all’idea di collegamento questa volta ferroviario (quello sciistico è impossibile) tra la valle di Livigno e l’Engadina, da tempo agognato dai primi e molto meno dai grigionesi.
Tuttavia, anche al netto di questi aspetti che non a caso rendono un “sogno” i due collegamenti, fa pensare l’atteggiamento assolutamente no limitsche manifestano – per bocca dei loro rappresentanti – questi pur già grandi comprensori sciistici, certamente attrattivi e dunque “di successo”, turisticamente parlando, ma per i quali sembra che la realtà di fatto non possa mai bastare, che si debba continuamente pensare a ingrandirsi, a espandersi, a superare ogni limite fino a quel punto raggiunto in barba a qualsiasi rispetto e attenzione (non solo ambientale e paesaggistica) verso i territori che verrebbero coinvolti. Ovvero, di contro, dimostrando come il loro apparente successo sia in realtà una sorta di tossicodipendenza turistica e consumistica in forza della quale occorra sempre fare di più: un castello tanto imponente e sfavillante quanto fatto di carte che potrebbe crollare da un momento all’altro, al primo colpo di vento traverso e cioè con qualche variabile negativa che ne infici la sostenibilità economico-finanziaria e/o, di rimando, l’attrattività turistica.
[Il versante Mottolino/Trepalle del comprensorio sciistico di Livigno, dal quale passerebbe il collegamento verso il bormiese, il 15 dicembre alle 13.40. Immagine tratta da qui.]Come si possono conciliare soggetti economici del genere, con i loro interessi particolari, le loro pretese e la visione totalitaria che impongono ai territori ove operano, con la realtà ecologica e ecosistemica attuale e futura delle montagne, con la necessità di preservarne le valenze ambientali, naturalistiche, paesaggistiche come peraltro la Costituzione impone, con la crisi climatica in divenire costante, con la sensibilità crescente delle persone verso questi aspetti della frequentazione ludico-ricreativa delle montagne? Perché è così impossibile per loro “accontentarsi” di quel tantissimo che già hanno e devono pretendere sempre di più, come veramente fossero in preda a una patologia di qualche genere?
Mi sembra che ormai qui si sia ben oltre la più ragionevole etica imprenditoriale, anche di quella maggiormente intraprendente. Tanto più che di mezzo non c’è un spazio libero da riempire di “cose” finché ce ne stanno, ma territori montani di grande bellezza, ambienti naturali preziosi e delicati, patrimoni collettivi di inestimabile valore culturale dei quali non si può pensare si poter fare ciò che si vuole in base ai propri interessi particolari. Non si può, punto.
A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:
Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.
In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.
Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminereila stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!
Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.
*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.
Osservo con sgomento l’aggressione alla montagna con il cemento e la ferraglia di impianti di risalita costruiti rovinando paesaggi di millenario splendore […] in presenza dell’avidità e del cinismo di speculatori e costruttori, dell’ignoranza e della mancanza di sensibilità di tanti cittadini comuni, dell’assenza di cultura e di senso di responsabilità di molti politici.
L’aspetto più urtante, almeno visualmente, di come è cambiato il Veneto è l’aggressione al paesaggio. Alla scomparsa del mondo agricolo ha corrisposto una proliferazione edilizia inconsulta e casuale, con un’erosione anche fisica del territorio attraverso forme di degradazione macroscopica dell’ambiente. Ora, tutta questa bruttezza che sembra quasi calata dall’esterno sopra un paesaggio particolarmente delicato, “sottile” sia nella parte più selvatica come le Dolomiti, sia in quella più pettinata dall’agricoltura, non può non creare devastazioni nell’ambito sociologico e psicologico. Vivere in mezzo alla bruttezza non può non intaccare un certo tipo di sensibilità, ricca e vibrante, che ha sempre caratterizzato la tradizione veneta, alimentando impensabili fenomeni regressivi al limite del disagio mentale. Per esempio, aggressività, umori rancorosi, intolleranze e spietatezze mai viste, secondo la logica di sbrogliare la crisi sociale etnicizzandola. E così è successo perché, in realtà, quell’orrenda proliferazione edilizia è scaturita appunto dall’affievolirsi di antiche virtù.
Le montagne di adesso. Violentate e sporche. Invase come un supermarket, vendute come volgare merce, comperate e divorate con l’avidità di consumare tutto.
Sono parole di tre grandi personaggi italiani che già decenni fa avevano intuito e denunciavano la distruzione e il degrado del territorio e delle montagne italiane sottoposte alla cementificazione più incontrollata, funzionale ai tornaconti di certa imprenditoria e della politica. Tre voci chiare e inequivocabili di tantissime altre che nel tempo, con altrettanta forza, hanno speso parole e opinioni similari, tentando di frenare il consumo del paesaggio e di sensibilizzare l’opinione pubblica al riguardo. E se nella società civile col tempo sta aumentando sempre più la consapevolezza circa la necessità di tutelare i territori naturali e non antropizzati da ulteriori assalti cementizi – al netto di una fetta ancora ampia di persone che invece decidono mantenere spento il cervello e lasciarsi irretire dalle lusinghe del turismo massificato più becero e insostenibile) – la politica continua a girarsi dall’altra parte promuovendo e spalleggiando la gran parte degli interventi e delle opere più impattanti, degradanti e distruttive per le montagne: le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, che guarda caso interessano i territori di origine di Cederna (la Valtellina) e di Zanzotto (le montagne venete), lo stanno dimostrando ampiamente.
[Lavori “olimpici” a Livigno: la montagna sempre più sventrata, modificata, resa artificiale. Foto di Savio Peri.]Posto ciò, la domanda fondamentale che scaturisce da tale realtà di fatto è sempre quella: andiamo avanti così, facendo che presto i moniti come quelli sopra citati di figure pur così prestigiose diventino sentenze di condanna definitive, oppure finalmente chiediamo conto alla politica delle proprie azioni intimandole di agire non più per i propri interessi elettorali particolari ma finalmente per il bene autentico dei territori montani e delle comunità che li abitano, promuovendo in essi uno sviluppo socioeconomico organico e realmente sostenibile?
Sarebbe bene decidersi alla svelta, non potendo sapere se il punto di non ritorno sia già stato superato. Speriamo di no, ovviamente.
P.S. – Pre Scriptum: vi avviso, è un post parecchio lungo, ma anche necessariamente lungo. Se lo leggerete capirete perché lo sia.
[Veduta della conca di Bormio verso nord, in pratica verso la zona di Livigno, da Cima Bianca, punto più elevato degli impianti bormini. Immagine tratta da www.travellingwithvalentina.com.]Il 29 settembre scorso è stato presentato lo “Studio Strategico Territoriale” riguardante l’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna, realizzato dalla European House Ambrosetti e richiesto da Confindustria Lecco e Sondrio e Confindustria Como; ne vedete la copertina qui sotto. Uno studio, molto interessante e ricco di passaggi apprezzabili, che presenta lo stato di fatto dell’area in questione – tra le più significative delle Alpi italiane – sotto diversi punti di vista nonché le azioni prioritarie e i progetti-guida per realizzare scenari strategici innovativi, anche alla luce degli imminenti Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.
[Cliccate sull’immagine per leggere e scaricare lo Studio in formato pdf.]Detto ciò, nel leggere i resoconti della presentazione sulla stampa (questo, ad esempio), un passaggio ha subitamente e inevitabilmente attirato la mia attenzione più di altri: quello relativo alla proposta di realizzare «un unico comprensorio sciistico in Valtellina interconnesso e di livello internazionale». Ho dunque recuperato lo Studio Strategico Territoriale: la proposta in questione è la 5B (a pagina 179), il cui titolo è “Portare alla piena realizzazione del progetto di integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina in un unico comprensorio sciistico interconnesso e di livello internazionale”. Di seguito il testo della proposta:
L’Alta Valtellina, già meta turistica di prestigio, necessita di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi comprensori alpini europei attraverso un progetto di integrazione degli impianti sciistici. L’obiettivo è creare un unico comprensorio interconnesso che colleghi Livigno, Bormio, Santa Caterina Valfurva e Cima Piazzi – San Colombano, ampliando l’area sciabile dagli attuali 200 km a circa 315 km di piste, grazie alla realizzazione di 10 nuovi impianti. Questo intervento consentirebbe di attrarre un turismo internazionale di fascia medio-alta, aumentare la permanenza media dei visitatori e destagionalizzare l’offerta con attività estive come escursionismo e mountain bike.
Il progetto, che potrebbe essere lanciato in occasione delle Olimpiadi Invernali 2026 e consolidato per i Giochi Olimpici Giovanili 2028, rappresenterebbe una legacy duratura per il territorio. Oltre a migliorare la mobilità interna e favorire l’uso sostenibile degli impianti tutto l’anno, l’iniziativa rafforzerebbe la resilienza del turismo locale rispetto al cambiamento climatico, grazie alle quote elevate delle stazioni sciistiche valtellinesi. A medio-lungo termine, sono previste ulteriori opportunità di collegamento con aree svizzere (Saint Moritz e Splügen) e investimenti in ricettività, soprattutto in Valdidentro, per accogliere i flussi turistici attesi e consolidare l’Alta Valtellina come polo internazionale dello sport e del turismo alpino.
La proposta viene poi sviluppata in diverse altre parti dello Studio, che ho analizzato. In buona sostanza, rilancia l’idea già ventilata da tempo di creare il suddetto comprensorio sciistico unico, che qualcuno vorrebbe addirittura ampliare alla Valle Camonica con il collegamento agli impianti del comprensorio “Adamello Ski” attraverso il Passo del Gavia. Nello Studio la proposta è sì sviluppata seppur in chiave ipotetica, ma comunque contiene numerosi passaggi che trovo discutibili se non del tutto errati, il che la rende piuttosto significativa della visione di sviluppo dei territori montani che sovente viene presentata da soggetti di natura economica: una visione parecchio superficiale, decontestuale e a volte alienata (e alienante) rispetto ai territori stessi.
[Veduta del comprensorio sciistico di Bormio, tratta da facebook.com/bormioski.]Analizzo di seguito alcuni dei passaggi più “interessanti” dello Studio.
A pagina 180: «L’iniziativa per integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina si propone di raggiungere obiettivi di ampio respiro, quali: lo sviluppo economico integrato, mirato non solo a incrementare il turismo invernale ma anche a destagionalizzare l’offerta turistica, generando così maggiori ricadute economiche per le imprese locali. L’aumento della competitività, attraverso la creazione di un comprensorio sciistico di rilevanza nazionale e internazionale, in grado di attrarre un pubblico più ampio grazie a un’offerta coordinata e di alto livello.» Al netto della bontà o meno delle motivazioni qui addotte per sostenere la proposta, si tratta della riproposizione delle solite cose che in tali circostanze vengono citate, compresi alcune locuzioni ormai di moda come «destagionalizzare l’offerta turistica», che ancora nessuno ha capito cosa voglia veramente dire se non, tempo, semplicemente il riproporre il modello turistico massivo invernale anche nel resto dell’anno. Inoltre è evidente che tale proposta mantenga preponderante l’offerta turistica sciistica – anche perché è ovvio che non tutti gli impianti di risalita al servizio dei comprensori sciistici invernali possono garantire una fruibilità anche quando la neve non c’è più – e quindi non è per nulla chiaro come si possa parlare di «obiettivi di ampio respiro» e «sviluppo economico integrato»: integrando ogni cosa locale con l’economia prettamente sciistica, forse, ma così rendendo il territorio ancor più “ostaggio” di essa e delle sue dinamiche. E, visto che si parla di “sviluppo economico integrato”, un reale «aumento della competitività» territoriale è conseguibile solo con un progetto organico rispetto a ogni economia locale, non soltanto di quella legata al turismo che ovviamente godrà di «maggiori ricadute economiche»: già, ma le altre attività? Che fine faranno?
Sempre a pagina 180: «La promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato.» Eccola qui l’altrettanto immancabile parolina magica, “sostenibilità”! Che l’infrastrutturazione sciistica possa «ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato» è ormai qualcosa a cui non crede più nessuno che non sia coinvolto per propri interessi nell’industria dello sci – il che non significa che non sia possibile, ma che non c’è (a parte rari casi) l’interesse nei gestori dei comprensori a perseguire tale fine, sovente in contrasto con gli scopi di efficienza turistico-commerciale dei comprensori stessi. Come rimarco spesso, ormai per rendere “sostenibili” certi progetti basta scrivere da qualche parte nella loro presentazione che sono sostenibili. Se lo siano veramente e come facciano a esserlo veramente, al solito, non è dato sapersi.
A pagina 181: «L’obiettivo è quello di completare i collegamenti degli impianti sciistici dell’Alta Valtellina, riunendo in un unico comprensorio territoriale le ski aree di Bormio, Santa Caterina Valfurva, Cima Piazzi – San Colombano e Livigno. Tale intervento, oltre a generare un ampliamento significativo dell’area sciabile, renderebbe la zona competitiva rispetto ad altre destinazioni del Nord Italia o del Centro Europa, promuovendo al contempo un utilizzo della valle per tutto l’anno. In inverno, l’offerta si concentrerebbe su sci e sport outdoor, mentre in estate verrebbero incentivate attività quali mountain bike ed escursionismo. Inoltre, gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno.» Tutte cose interessanti tanto quanto piuttosto aleatorie ovvero discutibili. Sulla competitività effettiva di un tale comprensorio ci torno più avanti; inquieta invece da subito l’idea esposta che i nuovi impianti di risalita incentiverebbero l’attività escursionistica:ma questa non si fa camminando, piuttosto di fruire di seggiovie e funivie? Tuttavia, inutile rimarcarlo, è vero che un certo tipo di turismo massificato che alla montagna autentica è molto poco interessato fruisce volentieri degli impianti di risalita, con le conseguenze che già da tempo si registrano un po’ ovunque sulle montagne, non ultima quella dell’iperturismo. Ma che visione del turismo montano è, questa? Inoltre mi sembra altrettanto fantasioso che «gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno»: cosa potenzialmente vera ma già smentita dall’esempio delle Dolomiti, eppoi quanto impiegherebbe un turista per andare da Bormio a Livigno usufruendo degli impianti invece che della propria auto? Il doppio del tempo, o il triplo? Certo non avrebbe il problema di trovare parcheggio, ma resterebbe vincolato all’orario di apertura degli impianti e/o al loro esercizio: se piove? Se c’è vento forte? Se c’è nebbia, chi ci va in funivia ad ammirare il nulla? Insomma: l’idea è bella, ribadisco, ma ad oggi sostanzialmente astratta. Altra cosa critica è il collegamento tra Bormio e Santa Caterina Valfurva, che avverrebbe quasi totalmente negli ambiti territoriali protetti del Parco Nazionale dello Stelvio e dalle conseguenti normative vigenti: come la mettiamo al riguardo? Probabilmente è il caso di ricordare che proprio a Santa Caterina per i Mondiali di sci del 2005 venne realizzata una nuova pista in area tutelata del Parco, dunque dove non si poteva fare nulla di ciò, e per questo l’Italia è stata messa in mora dall’UE per la distruzione di un sito di importanza comunitaria, oltre ad aver subito numerosi esposti e ricorsi alla giustizia penale e amministrativa. Detto francamente, chi ha redatto lo Studio o ha la memoria corta oppure dimostra di non aver imparato nulla dagli errori del passato.
Ancora a pagina 181: «Guardando al medio-lungo termine, il progetto apre la strada a ulteriori sviluppi sul fronte infrastrutturale e ricettivo, tra cui: l’eventuale connessione in Valmalenco degli impianti del Valmalenco Bernina Ski Resort a Chiesa in Valmalenco con la ski area di Saint Moritz,
attraversando il ghiacciaio dello Scerscen e arrivando ai piedi del Piz Corvatsch e a Sils Maria; l’eventuale collegamento tra le aree sciabili di Splugen (Svizzera) e Madesimo, con l’obiettivo di arricchire l’offerta turistica e incrementare gli scambi tra la Regione Viamala elvetica e la Valle Spluga italiana.» Qui lo Studio, pur serioso e ben articolato, francamente si fa fantascientifico se non grottesco. Gli “ulteriori sviluppi” indicati, altrettante idee vecchie come il cucco e già cassate da tempo salvo che da certi soggetti un po’ confusi (ovvero parecchio ipocriti), sono semplicemente impossibili: per ragioni tecniche, geografiche e geologiche, ambientali, paesaggistiche, economiche, finanziarie. Il loro inserimento nello Studio, spiace dirlo, gli fa perdere un po’ di credibilità.
[La valle di Livigno e i suoi versanti sciistici. Immagine tratta da facebook.com/Livigno.]A pagina 182: «Si prevede la creazione di un grande comprensorio sciistico nell’Alta Valtellina, in grado di competere con comprensori di eccellenza come la Via Lattea-Sestriere e Cervinia-Zermatt in Italia, Les 3 Vallèes in Francia o Ski Alberg in Austria. In particolare, si prevede la realizzazione di 10 nuovi impianti che permetterebbero di collegare tutte le stazioni dell’Alta Valle, ampliando l’area sciabile di ulteriori 115 km, da sommare ai 200 km già esistenti, per trasformarsi in un comprensorio sciistico dotato di una ski area di 315 km.» Ecco, a proposito di competitività del previsto nuovo comprensorio: certo 315 km di piste sono tanti, ma la Via Lattea ha già oggi un totale di 400 km di piste e, con il recente ampliamento che include Bardonecchia, l’offerta si avvicina a 500 km di piste totali; Cervinia Zermatt ne hanno 360 km; Les 3 Vallèes ben 600 km e il comprensorio dell’Arlberg 305 km. A parte quest’ultimo, il nuovo comprensorio valtellinese sarebbe comunque più piccolo degli altri citati e di ulteriori presenti sulle Alpi: ad esempio il comprensorio franco-svizzero Le Portes du Soleil che ha 650 km di piste – ma non si può non citare pure il Dolomiti Superski con i suoi 1200 km di piste accessibili con un unico skipass. In ogni caso, al netto dei meri dati numerici – che sembrano quelli di una competizione a chi ce l’ha più grosso (il comprensorio sciistico) buona per il marketing più spregiudicato ma non per tutto il resto – il nuovo comprensorio, pur di estensione importante, non sembra dunque così tanto concorrenziale rispetto agli altri. Inoltre, si dovrebbero realizzare ben 10 nuovi impianti, quindi con un costo di svariate decine di milioni di Euro dovendo essere tutti di dimensioni e portate medio-alte (non dei semplici skilift, insomma): quanto ciò si riverbererà sul costo finale dello skipass per gli utenti del comprensorio? Quando dovranno sborsare per sciarci? Ne Les 3 Vallèes ad esempio il costo dello skipass giornaliero è di 74 Euro a persona, 60 per i bambini: sono cifre sostenibili anche nel comprensorio valtellinese? In quanti potranno permettersi di sciarci più di una o due volte a stagione? Oppure nella proposta è sottintesa la volontà di rendere il comprensorio parte di un’offerta turistica di lusso destinata solo a sciatori particolarmente benestanti (per la gran parte stranieri), con tutte le numerose conseguenze assai discutibili di una tale circostanza per la pratica “popolare” dello sci e per le sue ricadute concrete e benefiche per le comunità dei territori interessati?
Pagine 182/183: «Tale integrazione non solo aumenterebbe l’attrattività del comprensorio per sciatori internazionali, ma ridurrebbe anche l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico, considerando che gli stabilimenti dell’Alta Valtellina si situano a quote superiori rispetto ad altri comprensori del Nord Italia (Livigno a 1.800 metri, Santa Caterina a 1.700 metri e Bormio oltre 3.000 metri). Inoltre, i collegamenti tra gli impianti favorirebbero la creazione di nuove piste, ad esempio dal Mottolino alla Valdidentro, con benefici anche per la fruizione delle aree durante i mesi estivi.» Qui ci sono informazioni palesemente errate. Livigno e Santa Caterina hanno buona parte delle loro piste oltre i 2000 metri, la quota ormai considerata il limite al di sotto del quale nel prossimo futuro la pratica dello sci non potrà più essere garantita in forza della crisi climatica in corso, il resto del comprensorio tra Bormio e Valdidentro invece no, anzi. A Bormio si scende a 1200 metri e già da tempo sulle piste basse del comprensorio si fatica ad assicurare pure la copertura della neve artificiale; tutta questa parte del comprensorio sarebbe posta sotto i fatidici 2000 metri di quota, dunque come si crede di poter realmente «ridurre l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico»? Il rischio concreto è quello di avere un comprensorio unico a parole ma diviso nei fatti: un po’ che sciano sul lato Valfurva, un po’ su quello di Livigno e in mezzo assenza di neve e/o di condizioni accettabili per sciare. Nemmeno sparando neve artificiale a spron battuto si potrebbe assicurare la continuità sciistica se non per una manciata di giorni a stagione, ma se poi così fosse la decantata «promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali» (vedi il brano di pagina 180 precedentemente analizzato) che fine farebbe?
[Gli impianti di Santa Caterina Valfurva. Immagine tratta da facebook.com/SantaCaterinaValfurva.]Insomma, capirete bene che, per quanto riguarda la proposta del comprensorio sciistico Livigno-Valdidentro-Bormio-Valfurva, lo “Studio Strategico Territoriale” appare piuttosto superficiale, forzato, a volte campato per aria e, come ribadisco, fin troppo legato a una visione turistica dei territori montani di matrice economico-consumistica, con obiettivi meramente commerciali. Una visione ormai obsoleta e del tutto inadeguata già alla realtà presente e ancor più a quella prossimo-futura delle nostre montagne: per molti aspetti insostenibile, in breve. Peraltro, è molto interessante rimarcare come un altro soggetto puramente economico – anzi, tale par excellence – come la Banca d’Italia, nel proprio report del dicembre 2022 dal titolo “Climate change and winter tourism: evidence from Italy” rimarcava che «Sulla base delle principali proiezioni metereologiche disponibili, nei prossimi anni il cambiamento climatico avrà effetti rilevanti sui passaggi ai comprensori sciistici e sui pernottamenti presso le località alpine, soprattutto alle altitudini più basse. L’innevamento artificiale non sarà sufficiente a sostenere i flussi turistici.» Considerazioni alquanto antitetiche, insomma, a quelle che si leggono tra le righe dello Studio della European House Ambrosetti qui da me sviscerato.
Anzi, giusto a proposito di ecologia, ambiente, clima – tutti fattori che qualsiasi studio strategico che analizzi la realtà presente e futura dei territori montani deve inevitabilmente affrontare e integrare nelle proprie disquisizioni -, ho provato a cercare nello Studio sull’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna alcune parole e locuzioni di uso comune e necessario al riguardo, per verificarne la presenza:
“Crisi climatica”: mai citata.
“Cambiamento climatico: citata 4 volte (un po’ poche in 196 pagine!).
“Cambiamenti climatici”: citata 1 sola volta.
“Riscaldamento globale”: mai citata.
“Salvaguardia ambientale”, “tutela ambientale”, “difesa ambientale”: mai citate.
“Ecologia”: mai citata.
“Paesaggio”: citata solo 2 volte.
“Ambiente naturale”: citata 1 sola volta…
…eccetera. Non credo serva continuare ancora: avete capito la “affinità” dello Studio con le tematiche legate al clima e all’ambiente. Cosa estremamente emblematica, converrete.
[Ski-map complessiva della zona tra la Valfurva, Bormio e Livigno, con i quattro comprensori coinvolti nel progetto di unione. Cliccateci sopra per ingrandirla.]Bene: mi pare che con questo studio si ricada per l’ennesima volta nella maledetta contrapposizione economia-ecologia, due parole dall’origine comune e dal significato complementare ma con la prima che puntualmente, nella nostra era moderna e contemporanea, soffoca la seconda negando qualsiasi possibile e opportuno equilibrio. Quando domina l’idea “economica” – nel senso materiale qui inteso – la montagna viene esclusivamente messa a rendita senza alcuna cura e attenzione verso il territorio, il suo ambiente e il paesaggio che lo contraddistingue, in un ottica prettamente consumistica (la montagna vale solo per quanto può rendere), mentre l’ecologia – attenzione, non il mero ambientalismo ma l’ecologia intesa nel suo significato più pieno e ampio – e gli aspetti ad essa affini sembrano rappresentare un fastidio, un impiccio, qualcosa verso cui bisogna fingere un po’ di interesse ma nel concreto da mettere da parte prima possibile.
Be’, io credo che, dal punto di vista dell’economia turistica, con tale visione che percepisco nello Studio – già accennata e “denunciata” all’inizio di questo mio testo – le nostre montagne non vadano molto lontano, anzi, rischino concretamente di ritrovarsi prima di nuovo illuse e poi concretamente defraudate delle proprie specificità, delle possibilità e del proprio futuro. Alle montagne serve una visione molto più ampia, obiettiva, strutturata, organica e consapevole, che faccia del loro sviluppo non solo uno strumento di progresso economico ma soprattutto ecologico, culturale, sociale, comunitario – la comunità al centro: ecco un’altra assenza fondamentale nello Studio! –, politico, civico, ambientale. Mi sembra che ancora cioè nemmeno questa volta ci siamo, purtroppo.
[Foto di jacqueline macou da Pixabay.]Uno dei passaggi – in forma di emendamento – più controversi del recente “DDL Montagna” approvatolo scorso 11 settembre in montagna è quello che riapre la caccia su 475 valichi montani lombardi, bypassando le sentenze dei tribunali (TAR e Consiglio di Stato, per la precisione) che l’avevano precedentemente vietata.
Ovviamente l’emendamento è stato calorosamente festeggiato dai cacciatori e duramente contestato dagli animalisti nonché, in particolar modo, dal Centro Italiano Studi Ornitologici, la principale associazione scientifica nazionale, che negli stessi giorni cui si approvava il DDL Montagna curava a Lecce il XXII Convegno Italiano di Ornitologia, elaborandovi una specifica risoluzione critica sulla questione votata all’unanimità. Al netto di ciò ovvero di questo tema in generale, è comunque vero e risaputo da anni che la situazione dell’avifauna in Italia è problematica: dei 250 uccelli che nidificano nel Paese, il 30% è in stato di conservazione “cattivo” e il 33% in stato “inadeguato”; alcune specie un tempo del tutto “ordinarie” come la rondine, l’allodola e il saltimpalo hanno subito perdite drammatiche, rispettivamente del 51%, 54% e 73%.
Da persona che non farebbe (e non fa) del male a una mosca, come si usa dire, tanto più con un’arma da fuoco, e che non coglie nessun raziocinio nell’attività venatoria praticata per svago, ma di contro – al netto di quanto appena rimarcato – conoscendo cacciatori più assennati di certi “ambientalisti” e consapevole del fatto che, ad esempio, sulle “mie” montagne la manutenzione residua di certe zone sono rimasti solo i cacciatori a eseguirla (per loro interesse, certo, ma intanto la fanno, contribuendo a mantenere transitabili molti sentieri e agibili le zone attraversate altrimenti dimenticate da tanti “amanti della natura”) nonché da studioso dei paesaggi e delle culture montane, trovo parecchio bizzarro se non assurdo che attraverso un emendamento a una legge si consenta la caccia su ben quattrocentosettantacinque valichi montani ove prima era vietata. Non su qualche valico in più di prima ma su quasi cinquecento, cioè pressoché ovunque – restano interdetti all’attività venatoria 23 valichi, praticamente solo quelle compresi in aree protette e salvaguardati da specifiche tutele normative.
Per come l’emendamento è stata promulgato, più che una concessione o un’apertura alla caccia mi pare un vero e proprio “liberi tutti”, ma forse mi sbaglio; tuttavia mi chiedo, senza alcuna retorica: veramente la caccia ha bisogno di avere accesso a tutti quei valichi prima interdetti per poter essere praticata in modi «responsabili e sostenibili» (come le stesse associazioni venatorie sostengono della loro attività)? Forse prima erano troppi quelli vietati? E ora, a situazione ribaltata?
Un’altra questione di frequente citata sul tema venatorio, è che certa politica – di quale colore sia non importa – approvi tali risoluzioni favorevoli all’attività venatoria per sostenere o per compiacere la “lobby” della caccia e delle armi. Questione plausibile, visto il comportamento di quella certa politica, d’altro canto mi chiedo: ma esiste veramente una “lobby” della caccia ed è realmente così potente nella sua influenza sui politici?
[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]In verità, il numero dei cacciatori in Italia è da decenni in costante forte calo: oggi se ne stimano tra i 5 e i 600mila attivi (alcune fonti ritengono siano ancora meno) peraltro con un’età media sempre più elevata; nel 1980 erano più di 1,7 milioni, nel 2000 già calati a 800mila circa. Se questo trend dovesse continuare anche nel prossimo futuro, in pochi anni la categoria si estinguerebbe, quasi. Ciò determina che il giro d’affari del settore armi e munizioni per uso civile subisca da tempo una altrettanto forte contrazione: ormai dati quali i fatturati complessivi delle industrie del settore, il giro d’affari stimato o il numero degli addetti rappresentano degli “zero-virgola” rispetto ai macrodati economici e industriali nazionali.
Sia chiaro: so bene che possa fare lobbying anche un piccolo gruppo di individui particolarmente potenti, ma in presenza di determinate circostanze che alimentino la loro influenza e, di contro, le più adeguate contropartite. Circostanze che tuttavia io qui non vedo e non colgo.
Dunque, perché tale vibrante sensibilità da parte di quella certa politica a favore della caccia, al punto da andare contro sentenze giuridiche e infilare emendamenti a leggi già definite pur di sostenere l’attività venatoria (giusto o sbagliato che sia, ribadisco)? Si tratta di pura ideologia di parte legata a convenienze elettorali (ma quali, posto quanto sopra evidenziato)? Forse che tutti gli esponenti di quella certa parte politica siano cacciatori praticanti? (Possibile ma invero assai improbabile.) Oppure c’entra il fatto che l’attività venatoria è comunque parte, seppur in abiti “civili”, dell’industria bellica militare, da sempre legata a triplo filo al potere politico e dunque dotata di una irresistibile influenza al riguardo – non fosse altro per le montagne di denaro che vi sottendono? O ancora è solo perché i politici odiano gli animali eccetto soltanto quelli domestici personali? (Possibile anche questo, ma mi auguro altamente improbabile). Oppure ancora c’è sotto dell’altro, lecito tanto quanto spinoso?
Insomma: la questione, al netto delle sue evidenze concrete, mi pare possegga una “logica” – se di logica si può parlare – alquanto ambigua e sfuggente. D’altro canto, proprio per questo, mi appare assolutamente emblematica rispetto a ciò che oggi è la politica (tutta, non solo certa), sempre parecchio attenta e impegnata – sovente con motivazioni scarsamente logiche e sostenibili – su questioni molto poco utili alle comunità sulle quali governa e quindi assai svagata sulle reali problematiche che determinano la quotidianità dei cittadini, nonché perennemente distaccata, se non alienata, dalle realtà materiali e immateriali dei territori governati – in ambito economico, sociale, culturale, ecologico, ambientale, eccetera.
Rimarco tutto questo, ribadisco, senza retorica e non essendo di principio contro la caccia, semmai essendo sempre favorevole e alla ricerca del buon senso, in tutto ciò che viene compiuto nel mondo in cui tutti viviamo e dei cui eventuali danni – ove le cose siano fatte senza buon senso ciò accade sempre – tutti possiamo subire le conseguenze.
P.S.: gli ultimi aggiornamenti sulla questione – variamente inquietanti – li ha elencati l’amico Alberto Marzocchi con questo articolo sul “Fatto Quotidiano” del 28 settembre.