Ernest Hemingway, che non abbisogna certo di presentazioni e il quale di letteratura americana è indubbio che fosse un profondo conoscitore, disse di Samuel Langhorne Clemens, universalmente noto come Mark Twain: “Tutta la letteratura americana moderna statunitense viene da un libro di Mark Twain, Huckleberry Finn.” A me verrebbe da spingermi ancora oltre, affermando che Twain fu uno scrittore fondamentale per l’intera letteratura mondiale del Novecento, per come seppe rendere intrisa di innumerevoli e fortissime peculiarità letterarie l’intera sua produzione, dai più brevi racconti fino ai celeberrimi romanzi. Del suo stile inimitabile, creativo, frizzante, sagace, sovente ribollente e caustico e sempre affascinante è ottimo esempio Storia di doppi e doppiette (Robin Edizioni 2008, 1a ediz. Biblioteca del Vascello 1992, a (ottima!) cura di Salvatore Marano: orig. A Double-Barrelled Detective Story, 1902), sorta di racconto lungo – o romanzo breve – che fu tra le ultime opere “compiute” del grande scrittore americano, in un periodo della sua vita – gli ultimi 10/12 anni, appunto – contraddistinto da momenti di profonda depressione, causata anche dal dissesto delle finanze personali dovuto ad alcune iniziative editoriale intraprese e rivelatesi fallimentari. Nonostante tali problemi, Storia di doppi e doppiette dimostra però benissimo l’assoluta lucidità e vivacità intellettuale e creativa che Twain mantenne pure in quegli ultimi anni, costruendo una storia particolarissima, ricca di sorprese, di improvvise giravolte narrative, di teatrali colpi di scena…
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Perché in questa Italia intelligente e nobile, anche se ci sono state, come dappertutto, delle rivoluzioni, non sono mai state cieche e bestiali come in Francia. I monumenti, le statue, le chiese, i palazzi, le tombe, i blasoni delle famiglie storiche, tutto questo è ancora qui intero, rispettato e onorato dal popolo. La storia nazionale scritta sulle pietre sempre davanti agli occhi di tutti come insegnamento d’onore e di amore per la patria.
E se il celebre poeta provenzale, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1904, avesse inversamente ragione? Ovvero, e mi spiego: se fosse proprio perché gli italiani non sono mai stati capaci di mettere in atto vere rivoluzioni, di sicuro cieche e bestiali sotto certi aspetti ma d’altro canto capaci con la loro veemenza di fare tabula rasa di situazioni precedenti così aprendo nuove e migliori ere, che ora l’Italia si trova nella situazione socio-politica che ci tocca amaramente constatare?
Al proposito mi torna in mente Gianni Brera, quando postulava la “sindrome da liberazione” di cui soffrirebbe l’Italia, cioè l’essere sempre stata liberata da qualche invasore/occupante dagli eserciti di stati esteri, i quali poi diventavano i nuovo occupanti fino alla successiva liberazione straniera, e così via: cosa che avrebbe impedito la nascita di un autentico spirito nazionale, di un relativo patriottismo – in senso positivo, come attaccamento antropologico al proprio paese natale – oltre che, appunto, aver palesato l’incapacità, per motivi vari e assortiti, di saperci liberare da soli, eccetto che in pochi casi.
In effetti la Francia, inutile dirlo (e giusto per citare il paese menzionato da Mistral, ma si potrebbero fare molto altri casi e ancora più significativi), gode di un’evoluzione sociale ben più avanzata rispetto alla nostra, di un potere politico infinitamente meno fangoso e bieco di quello nostrano, di un assoggettamento ecclesiastico del tutto fisiologico, di una cultura diffusa di livello ben superiore… E di un amore per la patria (nel bene e nel male, visto il noto nazionalismo francese a volte un po’ ottuso ma altre volte funzionale) che qui ci possiamo pure scordare, così come ci siamo scordati quell’insegnamento d’onore che la prestigiosa storia italica ancora oggi ci potrebbe offrire. E non parliamo poi del rispetto diffuso che troppi italiani (non) riservano per i monumenti storici e artistici nazionali, che sennò diventerei facilmente inverecondo…
Di sicuro fa una certa impressione – e non positiva, s’intende – leggere di quei rilievi sulla società italiana che Frédéric Mistral colse durante il suo viaggio nella penisola… Era il 1891, sono passati poco più di 120 anni, mica secoli e secoli. Ma, evidentemente, da allora il tempo (e non solo lui) ha preso ad andare all’indietro, qui.
P.S.: e, a breve, la personale recensione di Viaggio in Italia…
Attenzione, avviso importante: questa “recensione” è inevitabilmente di parte, essendo il sottoscritto grande appassionato e conseguente orgoglioso girovago, più volte e non appena possibile, della parte di mondo (e si intenda tale definizione non solo in senso meramente geografico!) sul quale disquisisce il volume di Luca Arnaudo, giovane (1974) saggista, scrittore, traduttore, giurista e critico d’arte, conosciuto grazie ad un articolo a sua firma sulla rivista Exibart… Sarà per tale fatto che questo Atelier Nord (uscito per le edizioni Nerosubianco di Cuneo) mi è sembrato così bello e intrigante? Il libro è sostanzialmente una sorta di diario di viaggio d’una Estate in Norvegia, tra Oslo e le isole Lofoten, frammentato in tanti momenti colti tra luoghi, cose e persone incontrate e frammezzato da componimenti poetici dello stesso Arnaudo, con i quali egli cerca di cristallizzare certe emozioni provate in quei momenti narrati…
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P.S. (Pre Scriptum! – come sempre, in questi casi): il seguente è un brano di anteprima d’un nuovo “scritto di viaggio” che ho voluto dedicare alla città svizzera di Lucerna. Le virgolette sono necessarie, dacché non è un semplice diario di viaggio, nemmeno un resoconto, e certo per nulla una guida turistica. E’ qualcosa invece di… Particolare, ecco, come mi auguro questo brano possa adeguatamente dimostrare.
Buona lettura!
“L’empire des étoiles”, elaborazione fotografica digitale (dal blog lucarotaimages.wordpress.com)Quando ho l’occasione di visitare una città – anzi, dico meglio: ogni volta che il tempo mi permette di osservare una città, con l’acutezza visiva che spesso il mordi-e-fuggi più tipicamente turistico non consente di fare, è mia abitudine scorrere lo sguardo con una certa attenzione sui selciati e sui cornicioni cittadini. Sì: non solo su facciate, archi, finestrature, torri e quant’altro di classicamente architettonico – come già prima rimarcavo – ma pure ai margini, inferiore e superiore, dell’osservazione ordinaria della città. Perché, se il limite “orizzontale” della città è dato dai margini dell’estensione urbana, dal centro verso la parte di periferia oltre la quale i manufatti antropici non sono più prevalenti rispetto al terreno libero, il limite verticale è proprio quello, selciati e cornicioni. E’ tra di essi che la città è racchiusa, e sono essi che tracciano le linee fondamentali che identificano il corpo cittadino rispetto al territorio tridimensionale in cui è inserito. In alto, il susseguirsi più o meno continuo di falde, gronde, cornicioni, doccioni, ritaglia continue porzioni di cielo, determina la luminosità diffusa nelle vie, pone in dialogo l’opera architettonica, la sua forza oggettiva, la solidità – e il limite del fare umano – con l’aereo vuoto infinito, oltre a donare allo sguardo di chi voglia eventualmente sfuggire dall’abbraccio a volte opprimente delle mura cittadine una fuga, un sollievo, una nota di colore sovente più vivo di quello dei palazzi d’intorno. In basso, la superficie sulla quale si muove la vita – e scorre la vitalità, della città: selciati, marciapiedi, acciottolati, lastrici, fino a che non sia stato reso dominatore assoluto il manto d’asfalto per il traffico motorizzato – perché sia chiaro, che in una città sia preponderante lo scorrere degli autoveicoli rispetto a quello pedonale, è il frutto di una bella e buona stortura della nostra insensata era moderna, e una gran sconfitta dell’urbanistica residenziale, ovvero del buon vivere.
Per fortuna Lucerna non vive una così grave situazione di traffico, e il centro della città è semmai reso trafficato dal viavai dei mezzi pubblici e dei bus turistici più che dai veicoli privati, comunque senza mai divenire realmente caotico. Posso tranquillamente vagare per le vie esclusivamente pedonali, o con accesso agli autoveicoli regimentato, facendo scorrere lo sguardo sui selciati oppure sulle linee di gronda, facendomi guidare da esse come da un filo rosso urbano, un percorso ignorato dai più e tuttavia così tracciante, appunto, così rappresentativo e identificante. E’ l’epidermide cittadina che scorre sotto i miei passi, con le sue rugosità, le ruvidità o le parti più lisce, caratterizzata qui è là da tanti segni, piccoli nei più o meno evidenti – avete mai notato come anche degli ordinari tombini, dei banali e del tutto ignorati chiusini stradali, a volte presentino delle forme e delle armonie quasi artistiche? E come pure possano tracciare una storia minima ma significativa della città nella quale sono sparsi?
Poi prendo la scusa dell’incoccio visivo con un pluviale, che sull’angolo di un edificio si immerge in quel selciato, per alzare gli occhi lungo quel canale verso l’alto, e ricominciare a seguire le linee irregolari delle grondaie, dei cornicioni, con lo sguardo illuminato dal frattale celeste da quelle formato. In fondo, è come osservare una sorta di proiezione su un piano ortogonale della skyline cittadina, vista da dentro e per tutta la sua estensione, ovvero da terra fino al punto oltre il quale vi è il vuoto – solo aria, solo cielo.
Il centro di Lucerna non ha palazzoni troppo svettanti verso l’alto – che peraltro sono rari anche in periferia – con facciate sfuggenti, lisce, fredde come le pareti d’un inquietante labirinto, troppo regolari e precise tanto da sembrare inumane – lo sappiamo bene tutti: l’essere umano è imperfetto per sua natura, fortunatamente… – e camminando entro le quali può crescere rapidamente una sensazione di indifferenza verso il luogo se non di disunione, o pure (e peggio!) di anomia. Certo, sono percezioni, queste, del tutto soggettive, legate nel bene o nel male alla quotidianità e all’orizzonte ordinario di ognuno. Ma sono convinto che questi selciati e questi cornicioni lucernesi, con le loro linee irregolari, sghembe, a volte tortuose e apparentemente entropiche, possano tracciare in cielo e sul terreno un disegno nel complesso più armonioso, più equilibrato e urbano di quelle a volte studiate per filo e per segno da celebrati urbanisti che, se all’apparenza paiono perfette, cadono inevitabilmente nella volontà, o necessità, o imposizione, di regolare la dimensione cittadina, di sottometterla in qualche modo a diagrammi statistici che, tra infiniti numeri e calcoli, tendono a dimenticare troppo spesso la variabile “piacere”, ovvero il valore dello sguardo di chi li vive, che poi diverrà la messe di dati con il quale la mente costruirà la propria percezione dei luoghi, dunque la piacevolezza di starci o meno, appunto.
Per questo – anche per questo – mi perdo a osservare la città pure dove a nessun altro verrebbe di ammirarla, se non per motivi funzionali in nessun modo estetici. Personale pungolo visivo bizzarro, forse, eppure a suo modo interessante, illuminante e, come detto, identificativo.
E certo, se a ciò si aggiunge la proverbiale (ed effettiva, non leggendaria) pulizia elvetica del suolo pubblico, tanto meglio. Sui selciati la vita cittadina deve scorrere senza lasciare traccia alcuna; un’epidermide urbana ricca di imperfezioni è indubitabile sintomo di malattia (sociale)…