Evviva la riscossa degli editori… ma quella dei lettori?

Sia chiarissimo – non fraintendetemi nemmeno per un istante: ai giovani editori vadano grandi onori, glorie imperiture, gratitudini illimitate (e magari – sarebbe il caso, come già in altri paesi avviene – particolari incentivi di stato, posto il lavoro di fondamentale importanza socioculturale che fanno)… ma, testardamente, vedendo quel titolo (cliccateci sopra per leggere l’articolo originario) ho subito pensato: beh, e una riscossa dei lettori (giovani o meno), quando? Ovvero, per dirla in altro modo: vi può essere autentica riscossa degli editori se nel contempo il numero dei lettori continua a diminuire? Ancora: non sarebbe finalmente il caso di incentivare in ogni modo possibile e (in)immaginabile una riscossa – cioè una rinascita, una rifioritura in primis numerica ma non solo – dei lettori?
Perché, lapalissiano affermarlo, vanno bene le fiere, gli eventi, i grandi scrittori, i bravi editori, i mai (a loro volta) troppo lodati librai indipendenti… ma se non ci sono lettori, e se non si attua a tutti i livelli una efficace strategia di (ri)promozione della lettura soprattutto a scapito di tutto ciò che vi è sostanzialmente avverso, al fine di frenare l’emorragia di lettori stessi e anzi aumentare da subito e in maniera cospicua il numero e i relativi acquisti, ecco… non si va da nessuna parte. Ahinoi!

La cultura gioca bene ma il pallone è sgonfio…

senza-nome-true-color-02Leggo i dati raccolti dallo studio “Italia Creativa”, alla sua seconda edizione (riferita al 2015; potete scaricare direttamente qui la parte relativa ai libri, in pdf):

L’industria della cultura e della creatività nel 2015 ha prodotto 47,9 miliardi di euro, pari al 2,96% del Pil nazionale, con un tasso di crescita rispetto all’anno precedente del 2,4% dei ricavi (+951 milioni). Secondo l’analisi, tutti i settori risultano in crescita, a eccezione dell’editoria, in particolare quotidiani e periodici, che registrano un calo di poco superiore all’8%.

Mmm, ok. Approfondisco:

Nel 2015 il settore dei Libri in Italia risulta sostanzialmente stabile rispetto allo scorso anno: supera i 3 miliardi di euro e impiega complessivamente più di 140.000 occupati.

Ovvero, in soldoni: il libro – dacché di ciò si parla – ha sì guadagnato un (risicato, ma oggi va bene tutto) +0,4% rispetto al 2014, ma nel quadriennio 2012-2015 ha perso ben il 7,3%. Nello stesso periodo la musica, per dire, ha fatto segnare un +6,5%.

Sia chiaro – senza fare i pessimisti di default dacché in ogni caso non servirebbe a nulla: ottima cosa che l’industria della cultura e della creatività italiana cresca molto più dell’intero PIL nazionale. Tuttavia, se nel felicitarmi di quanto sopra penso ad una industria culturale la cui generale crescita (evviva! – lo ribadisco) è sostanzialmente priva dell’apporto del mercato dei libri, ergo del valore economico – per così dire – dell’esercizio della lettura (stampa d’informazione inclusa, anche se in molta parte per propria colpa), mi viene in mente qualcosa del tipo uno stadio pieno di persone più che in passato che gioiscono nell’assistere ad una partita di calcio giocata con un pallone sgonfio, ecco.

Intanto, nel mentre che concludo la dissertazione di cui sopra, leggo un altro articolo appena pubblicato sul tema, con dati più aggiornati ma con sottolineatura delle ombre della situazione affine alle mie parole:

Cresce il mercato del libro in Italia nel 2016, segnando complessivamente (libri di carta, e-book e audiolibri) un +2,3%, raggiungendo così quota 1,283 milioni di euro riferiti al settore varia nei canali trade (librerie, librerie on line e GDO). È questo il principale dato di sintesi dell’analisi dell’Ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE) sul mercato del libro 2016 (…) Un’analisi caratterizzata da chiaro-scuri, articolata su tre direttrici: lettura, produzione e mercato. La lettura fa segnare complessivamente un -3,1% rispetto al 2015 (da 24,051 milioni i lettori scendono a 23,300 milioni nel 2016), dopo il +1,2% dell’anno precedente. Rimangono sostanzialmente stabili i forti lettori (da 3,298 nel 2015 diventano 3,285 milioni nel 2016) mentre la flessione maggiore riguarda i deboli e occasionali lettori.

Insomma: pare che il pallone sia ancora piuttosto sgonfio, e finché non lo si gonfierà a dovere la partita (culturale) che ne uscirà non potrà essere così entusiasmante, ahinoi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

“Libro”?!?

15181504_549486021917894_1799473777006649858_nNo: la questione, stavolta, non è legata alla “solita” diatriba tra libro di carta e libro digitale, sulla quale ho nuovamente dissertato di recente.
Piuttosto, concerne direttamente il senso dell’oggetto-libro, anche solo per come esso sia emblema più immediato, democratico e accessibile di cultura. Almeno stando alle statistiche riguardanti la diffusione della lettura, sempre più desolanti, dalle quali scaturisce un altrettanto diretto e conseguente (a quanto sopra) interrogativo: non se ciò che la vignetta rappresenta avverrà veramente, ma quando avverrà.
Ovviamente sperando che la vignetta resti tale, una simpatica e divertente scenetta comica, certo. Ma temo che ci sia da lavorare parecchio, perché non rappresenti invece una drammatica preveggenza.

Come aumentare la vendita di libri? Vietiamo la lettura!

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E se alla fine fosse questo, il sistema migliore?
Mi spiego: è uscito l’ennesimo rapporto sullo stato della lettura in Italia, presentato qualche giorno fa a cura dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori (AIE). “Il mercato del libro italiano torna ufficialmente a crescere dopo quattro anni di crisi” dice l’incipit. “Wow!” dice l’appassionato di libri, che dunque va subito a leggere di questa crescita. “+0,5% il mercato complessivo nel 2015 considerando anche non book, usato, remainder…” Ah, bene. Allora mettiamoci dentro pure i libretti di istruzioni delle cose da montare, le avvertenze delle medicine, i cartelli stradali, gli avvisi condominiali… così quel miserrimo più-zero-virgola-cinque magari diventa un +5 o +10%, no?
Suvvia, ma dove vogliamo andare? Sinceramente una crescita del genere, contestualizzata alla realtà dalla quale proviene, mi sembra quella della gamba che alza più del dovuto il piede per compiere nel modo più plateale possibile il gesto del passo… verso la fossa già ben scavata, appena oltre. (La stessa AIE, poi, sul rapporto suddetto, dopo l’entusiasmo iniziale rimarca: “Benché la ripresa sia ancor più evidente in questo 2016, non è arrivata nel modo né con l’intensità che ci aspettavamo. I valori e gli spazi da recuperare rimangono enormi.” Aaaaah, ma va? Che è un po’ come dire: pensavamo di essere già caduti dentro la fossa invece no, dai, possiamo fare ancora uno o due passi, prima!)
Per farla breve: entusiasmi “politically correct” a parte (dacché l’AIE, dopo aver scippato il Salone del Libro a Torino portandolo a Milano, ora mica può platealmente tirarsi una gran zappata sui piedi da sola!), qui non stiamo andando da nessuna parte se non verso l’estinzione nazionale della lettura e dei lettori. Quindi, ribadisco: e se alla fine fosse quello lì sopra chiaramente “illustrato”, il sistema migliore?
Voglio dire… alcuni esempi tra i tanti citabili: gli alcolici non si possono vendere ai minorenni e i minorenni sono gli alcolizzati più numerosi in circolazione; la prostituzione è immorale nonché illegale ma praticanti e clienti continuano ad aumentare; le sostanze stupefacenti sono pericolosissime e in quanto tali proibite eppure il loro consuma dilaga; la corruzione è un reato ignobile punito penalmente eppure è quanto mai diffusa in ogni settore…
…La lettura dei libri è per innegabile opinione condivisa un’attività nobile ed essenziale che si fa di tutto per promuovere ovunque e dovunque, ma il numero dei lettori è costantemente in calo.

Dunque?
Insomma, mi pare piuttosto indubitabile che le cose, qui, funzionino in questo modo. A fronte del costante e sempre più grave imbarbarimento diffuso – con le conseguenze quotidiane che ci ritroviamo ovunque, intorno a noi – se c’è da aspettare di dover toccare il fondo per rimbalzare e risalire, tanto vale toccarlo subito. A mali estremi, estremi rimedi, come si dice. E che ci sia sempre meno gente che legge libri è, a mio parere, uno dei peggiori mali che una società civile possa contemplare: un male rapidamente incurabile e inesorabilmente letale. Vietiamo la lettura, suvvia, e vediamo se questo paese una società civile – con tutte le accezioni di tale termine – ce l’ha ancora. Altrimenti, appunto, è solo fatica sprecata, e tanto vale.

P.S.: certo, certo… è una provocazione, questa mia. O no?

P.S.#2: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Le fiere, i festival, gli eventi dedicati ai libri e alla lettura? Non servono a nulla. Serve altro, ormai…

220Mi sto preparando (al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, sabato 24 ottobre) per recarmi a Milano Book Party, uno dei tanti eventi inclusi in Book City Milano, a sua volta una delle tante manifestazioni che ovunque nel paese vengono dedicate ai libri e alla lettura. E sono contento, dacché mi dico che sarà certamente un bell’evento che si presenta ben organizzato e strutturato (non ci andrei, altrimenti) così come sono belli e ben fatti tantissimi altri eventi simili realizzati un po’ ovunque, appunto – e non serve fare elenchi perché non servono graduatorie, primo, e perché ve ne sono di grandi e celebrati ma pure di piccoli, poco più (o poco meno) che sagre di paese eppure sovente altrettanto interessanti, secondo.
Sono contento, dicevo, perché sto andando a Milano Book Party. Perché ci vado? Perché amo i libri e la lettura, e chi sarà lì con me ci starà per lo stesso motivo. Questo ovviamente vale, suppergiù, per ogni evento letterario. Ok, bene, saremo sicuramente in tanti, mi dico, ma tale sensazione mi riaccende in mente il ricordo dei dati dell’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” presentato dalla AIE alla Buchmesse di Francoforte. Ennesimo rapporto drammatico, tanto per cambiare. Saremo pure in tanti a frequentare gli eventi dedicati alla lettura, fatto sta che la quota di lettori in Italia continua inesorabilmente a calare, con aspetti francamente sconcertanti – ad esempio la quantità di dirigenti e professionisti, dunque di pubblico probabilmente colto e potenzialmente più portato ad appassionarsi alla lettura, che non legge nemmeno un libro all’anno, pari a quasi il 40%.
A questo punto, con tali dati in mente, non posso non formulare un’ulteriore domanda: ma gli eventi come quello nel quale mi sto recando e tutti gli altri piccoli e grandi sparsi sul territorio nazionale, servono a qualcosa? Mi ritrovo a constatare con non poco sgomento che la risposta che mi viene più spontanea contrasta, almeno un poco, con quanto sto accingendomi a fare: no, non servono a nulla. A fronte di così tante manifestazioni di ogni forma e sostanza messe in atto da decenni, in Italia i lettori continuano a calare. I dati parlano chiaro, senza se e senza ma.
Soldi sprecati. O meglio, no, non è esattamente così in senso generale, ma per una certa mission che gli eventi suddetti dovrebbero perseguire, i dati dicono di sì. Perché il lettore che nutre sincera (dunque fruttuosa e costruttiva) passione verso i libri tale resterebbe anche senza questi eventi, mentre quella parte di popolazione che non legge non li frequenterà mai, per ovvi motivi di sostanziale disinteresse. E i casi che possono smentire tali evidenze sono più unici che rari – altrimenti le statistiche ricorrenti in merito presenterebbe dati diversi. E’ una questione culturale, non si scappa da ciò, dunque un problema ben più grave rispetto ad una questione meramente commerciale, promozionale o di proposta editoriale – quest’ultima ha le sue belle colpe intendiamoci, ma di sicuro non prevalenti.
Forse, la verità che tutti noi non vogliamo ammettere ma che si palesa sempre più come indubitabile è che la situazione della lettura in Italia è ormai compromessa. Ce la siamo giocata, amen. Fine, inutile sbattersi più di tanto e più di ora: al momento un pubblico adulto potenziale in grado di risollevare le sorti dell’editoria nazionale non c’è. Punto.
Tuttavia – avrete notato, forse – ho scritto pubblico adulto. Già, perché, continuando con questa mia riflessione certamente pessimistica-ma-non-del-tutto, mi viene da pensare che, posto lo stato di imbarbarimento irrecuperabile lì sopra enunciato, sarebbe ormai il caso di impiegare la maggior parte delle risorse disponibili nella costruzione di un nuovo pubblico, che in futuro possa finalmente risollevare statistiche e sorti della lettura – e dell’industria editoriale – dacché educato, formato, appassionato, fatto infervorare di letteratura e di libri. Investire pesantemente sulle nuove generazioni, in poche parole: a scuola, nelle famiglie (cercando di contrastare la tendenza inversa presente in molte di esse, ahinoi, per via di genitori ignoranti – ce ne sono a bizzeffe, scusatemi se lo noto con tanta franchezza ma è una cosa che mi sta qui!), nella società. Questo perché, banalmente ma ineluttabilmente, è molto più facile fare in modo che un bambino, grazie alla sua natura irrefrenabilmente curiosa e di spugna assorbi-tutto, si possa appassionare ai libri e alla lettura piuttosto d’un quarantenne che abbia ormai la mente e la vita ordinaria occupate da tutt’altre cose, hobby, passioni, scemenze.
E’ qui, in questo ambito, che chi promuove la lettura – qualsiasi attore sia, da quelli istituzionali a quelli privati – deve puntare e lavorare. I-n-e-v-i-t-a-b-i-l-m-e-n-t-e. Le generazioni adulte, ribadisco, ce le siamo giocate, sono quelle nuove che potranno salvare il mondo dei libri nostrano. Una buona iniziativa in tal senso potrebbe essere il “Patto di Milano per la Lettura”, firmato proprio nell’ambito di Book City Milano, che sembra riporre (e supportare anche concretamente) una particolare attenzione all’educazione verso la lettura dei più giovani. Come leggo nel comunicato stampa, il progetto si basa su “L’idea che la lettura, declinata in tutte le sue forme, sia un bene comune su cui investire per la crescita culturale dell’individuo e della società, uno strumento indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L’attenzione ai bambini e alle scuole, con una serie di progetti destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura, sarà uno dei principali obiettivi del lavoro del tavolo di coordinamento, che inizierà a lavorare già nel mese di novembre”.
Speriamo – che non siano solo ennesime, vuote parole, intendo dire. Alla Buchmesse di Francoforte, il presidente dell’AIE Federico Motta ha dichiarato che “è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci”. Ecco, vediamo finalmente di valutare e comprendere cosa ci sia veramente da fare e come metterlo in atto. La questione non è più relativa a far galleggiare una barca piena di buchi e in evidente affondamento, ma nel mentre che si tappano le falle per farla resistere a galla ancora un poco costruirne una nuova, solida, affidabile. E grande, la più grande possibile.

P.S.: articolo pubblicato in origine su Cultora, qui.