Tullio De Mauro (1932 – 2017)

1441873704_tullio-de-mauroNella tristezza del momento, piove sul bagnato più melmoso – mi viene da ironizzare amaramente. Se ne è andato Tullio De Mauro, uno dei principali linguisti italiani, “esponente di quella generazione che aveva traghettato la scuola e l’università da contesti di élite ad habitat culturale, civile ed educativo rivolto alla collettività nel suo insieme” come scrive bene Claudio Vercelli. Più pragmaticamente, io ricordo il suo forte impegno in tema di studio e analisi del sempre più diffuso e preoccupante analfabetismo culturale – strumentale e funzionale – in Italia (qui un buon articolo al riguardo), e i suoi allarmi circa i deleteri effetti di tale situazione sullo sviluppo generale del paese:

“Il grave analfabetismo strumentale e funzionale incide negativamente sulle capacità produttive del paese e, a loro avviso, è responsabile del grave ristagno economico che affligge l’Italia dai primi anni novanta.”

E quanto affermazioni del professor De Mauro come quella seguente sono oggi la fotografia perfetta della realtà di fatto nella quale, ahinoi, ci ritroviamo a (soprav)vivere?

“Purtroppo l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni.”

Una perdita veramente grave, di un intellettuale vero, illuminante, di rara intelligenza, sagacia e saggezza, che se ne va nello stesso giorno in cui, nel 1932, nasceva Umberto Eco, del quale era coetaneo: un altro personaggio fondamentale, che ha lasciato un vuoto culturale e intellettuale forse incolmabile.

Spero di sbagliarmi, ma temo che Tullio De Mauro – ed Eco, e i grandi come loro non più tra noi – mancherà, alla cultura italiana, come può mancare un pilastro portante alla base di un palazzo sempre più traballante e bisognoso di nuovi puntelli, se di pilastri per il momento non ve ne sono.

Nikolaj V. Gogol, “I racconti di Pietroburgo”

cop_gogolConfesso di nutrire da tempo un interesse particolare per il popolo russo e la sua cultura – un interesse di natura sostanzialmente antropologica, per certi aspetti contrastato ma forse proprio per questo intrigante – e non serve che sia io a rimarcare l’esistenza di una abbondantissima documentazione in tema di spirito e carattere russi. Fatto sta che ritengo fondamentale e ineludibile il rapporto tra Europa e Russia – o, sarebbe meglio dire, tra Europa occidentale e orientale, dacché parliamo della stessa entità geografica, almeno fino agli Urali o poco oltre – in primis dal punto di vista culturale e poi per tanti altri, e il fatto che la storia moderna e contemporanea racconti invece del profondo solco creatosi tra le due suddette facce della stessa medaglia, dalla caduta degli Zar in poi, credo sia uno dei fattori che più ha generato tante delle drammatiche storture che infarciscono la stessa storia novecentesca europea.
In ogni caso, al di là di qualsivoglia altra successiva considerazione, che inevitabilmente finirebbe per diventare geopolitica, uno dei modi migliori – se non il modo migliore – per conoscere approfonditamente il peculiare spirito russo è leggere le opere dei suoi grandi letterati, quelle classiche soprattutto ma pure quelle contemporanee, le quali tutte, ancora oggi, continuano “a uscire dal cappotto di Gogol”, come affermò efficacemente Fëdor Dostoevskij. Il cappotto in oggetto è quello che fornisce il titolo proprio a uno de I racconti di Pietroburgo (edizione da me letta: Baldini Castoldi Dalai Editore*, 2012, traduzione di Federico Pizzi. Orig. Peterburskie Povesti, 1836/1842) di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, personaggio assolutamente fondamentale per la cultura russa (non solo letteraria) e dunque altrettanto basilare per strutturare l’indagine e lo studio delle “cose russe”…

nikolaj_gogol_1(Leggete la recensione completa di I racconti di Pietroburgo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Di ispirazioni letterarie fin troppo avide (Woody Allen dixit)

Sembra che Dostoevskij scrivesse per soldi in modo da finanziare la passione per i tavoli di roulette di San Pietroburgo. Faulkner e Fitzgerald, dal canto loro, prestarono il propri talento ai rozzi magnati che stipavano il Garden of Allah di sceneggiatori portati all’Ovest col compito di sfornare fantasticherie di cassetta. Apocrifa o no, la mitigante consapevolezza che geni di quel calibro avessero temporaneamente ipotecato la propria integrità mi volteggio nella corteccia cerebrale qualche mese fa, quando squillò il telefono, mentre mi trascinavo per l’appartamento nel tentativo di sollecitare alla mia musa un tema degno di quel librone che un giorno dovrò pur scrivere.

(Woody AllenPura anarchiaBompiani Tascabili, 2007, traduzione di Carlo Prosperi, pag.39.)

woody-allen-1Beh, effettivamente in non pochi casi le “muse” di certi scrittori, più che “ninfe dei monti” – come sembra che l’etimologia originaria interpreti il termine – col tempo sono diventate ninfe dei conti! Ma, a parziale rivalsa dell’etica della categoria, bisogna denotare che di scrittori che abbiano conti da fare, nel senso pecuniario del termine e sulla colonna “entrate” del proprio rendiconto, oggi sono ben pochi! Ovvero, in parole povere: non resta che abbuffarsi di lenticchie, visto il periodo, e sperare che almeno questo funzioni…

Roald Dahl, “Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra”

cop_dahl_libraioCredo sia abbastanza inutile che io, qui, mi metta a dissertare e a dirvi chi fosse Roald Dahl, e quanto grande sia la sua fama come scrittore di capolavori letteraria per bambini e ragazzi. Forse potrebbe essere già più utile, dacché probabilmente meno noto, denotare che al di là della sua celeberrima produzione per i lettori più giovani, lo scrittore gallese (ma norvegese d’origine) produsse anche alcune opere per adulti. Due dei suoi racconti – un tempo si sarebbero probabilmente definiti novelle –  sono contenuti ne Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda, Parma, 1996/2009, traduzione di Massimo Bocchiola; orig. The Bookseller, 1986): l’uno dà il titolo al libro, il secondo è Lo scrittore automatico (orig. The Great Automatic Grammatisator, 1953), ed entrambi sono due piccoli ma luminosi gioielli…

dahl_photo1(Leggete la recensione completa di Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Lo “Spirito Libero” di Franco Perlotto

cop_perlotto-spirito-liberoNon è mia abitudine disquisire di libri che non ho (ancora) letto – ed è cosa, questa, che ribadisco di nuovo come in passato per simili circostanze e che è quasi del tutto categorica (per di più, al momento in cui sto scrivendo, il libro in questione non è ancora uscito). E il quasi, ora, è per colpa di una leggenda.
Perché sì, Franco Perlotto è sul serio un personaggio leggendario. Alpinista tra i più grandi degli ultimi 50 anni, autore di imprese grandissime ed estreme, padre italiano del free climbing (in quanto disciplina e in quanto definizione: avete presente il celebre marchio di abbigliamento Think Pink? Ecco, è una sua creazione!) – guida alpina, viaggiatore, fotografo, giornalista, operatore tra i più qualificati in Italia della cooperazione internazionale in aree critiche del pianeta e tra i massimi esperti al mondo di gestione anti-incendi delle foreste dell’Amazzonia (cosa per la quale è stato insignito di una laurea honoris causa in scienze ambientali)… e, nonostante tutto ciò, una persona dalla modestia e dalla riservatezza inversamente proporzionali alla sua grandezza, uno capace di imprese di massimo livello col minimo del clamore mediatico.
Potrei anche non aggiungere altro – converrete che un libro scritto da un personaggio del genere non può passare inosservato – ma nel caso mancherei di citare un’altra peculiarità di Perlotto: quella di essere pure uno scrittore di gran pregio e tuttavia, anche qui, di esserlo in maniera fin troppo schiva. Da una vita come la sua – come ho già scritto in altre occasioni, ad esempio nella personale recensione di Indio, il suo precedente libro – si potrebbero tranquillamente ricavare dozzine di volumi e di film, alcuni dei quali pure di stampo hollywoodiano: dunque la possibilità di leggere un libro il cui autore è il protagonista di tutto ciò, a questo punto, diventa ancora più immancabile.
Serve aggiungere ancora dell’altro? Forse sì, forse c’è da rimarcare un ultimo-ma-non-ultimo buon motivo per la lettura di Perlotto ovvero quello compendiato nel titolo stesso del libro: Spirito libero. Titolo non semplicemente programmatico ma effettivamente pragmatico: descrive perfettamente quello che è Franco Perlotto ovvero ciò che si respira nei suoi libri. E questo, dal mio punto di vista, è molto più di un buon motivo.

Avevo voglia di disfare i carismi di un alpinismo assurdo fatto di competizioni al limite dell’immoralità, di meschinità, di rivalse, in fondo mi era rimasto e mi ero trovato a compiere scelte per lo meno inconsuete nei meccanismi di un mondo che non poteva avere futuro…L’ambiente degli alpinisti mi escluse dai suoi giochi. Non ero inquadrabile negli schemi. Non cercavo di scalare la parete famosa sulla cima famosa per diventare famoso. Eppure una certa notorietà l’avevo acquisita. Poi gli sponsor mi dissero che non ero più uomo d’immagine per loro. Mi dissero che non ero credibile come testimonial. In effetti alcuni ambienti alpinistici avevano deciso di farmi sparire dal loro firmamento. Non riuscii nemmeno a tenere il conto di quanta arroganza subii in quegli anni. Ma in fondo a me non importava più di tanto.

Franco Perlotto, anni '70, anni '10.
Franco Perlotto, anni ’70, anni ’10.

Cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web della casa editrice, Alpine Studio, e conoscere ogni altra informazione utile. QUI, invece, trovate un articolo su Franco Perlotto che, seppur di qualche tempo fa, riesce almeno un poco a farvi percepire lo spessore del personaggio.