“Le” Parole – 7, DESIDERARE

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

desiderareIl verbo Desiderare può avere un’accezione positiva, se indica la volontà di realizzazione di una speranza o di un sogno di simile genere, oppure negativa, se si trasforma in bramosia – e ciò quasi sempre (e non casualmente) accade quando si brama qualcosa di non esattamente virtuoso.
Ma personalmente, ancor più dell’accezione del termine, mi colpisce la sua etimologia latina: de-sider ove “sider” significa stella, dunque “distogliere gli occhi dal cielo, smettere di osservare le stelle” – o per stare con il Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI), “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”. Etimologia che parrebbe antitetica al senso attuale del termine, se si considera che l’osservare il cielo stellato è considerato spesso sinonimo di vagheggiare, sospirare, augurarsi qualcosa dunque – per comune sinonimia – desiderare.
Il filosofo Umberto Galimberti forse riesce a svelare tale apparente e strana incongruenza (citazione tratta da un resoconto di un suo intervento al Festival Filosofia 2003 di Modena): “L’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico: i desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ed attendere.” Ovvero, ad augurarsi che chi non era tornato potesse ritornare presto, dunque a desiderare che accadesse un evento lieto e fortunato, appunto.

Di transumanze temporali e bergamini imperituri (nonché d’un bel libro sul tema)

Un altro bel ricordo delle mie avventure montane dal quale mi viene da trarre riflessioni altre, personali e forse confutabili, può anche essere, ma per chi vi scrive importanti…
Tornavo da una salita sulle Orobie Valtellinesi, più o meno di questo periodo, era già piuttosto tardi e avevo fretta di tornare a casa – avendo una buona ora e mezza di strada da fare – anche per smaltire la stanchezza della sgambata. Mi misi in macchina ma solo dopo pochi chilometri la mia speranza di essere a casa alla svelta svanì di colpo: la strada che stavo percorrendo (unica esistente in quella alta valle) era totalmente ingombrata da una enorme e multicomposita mandria – o gregge, non so con che termine precipuo definirla/o – con pecore, capre, mucche e non so quali altri animali da pascolo confusi nel branco. Stavano scaricando (come si usa dire) gli alpeggi più alti per tornare alle stalle di fondo valle, e una messe di animali così abbondante non poteva che farlo in quel modo, all’antica. Una transumanza vera e propria, insomma, e di quelle “massicce”. E tutti gli altri dietro, io con la mia auto e chiunque altro, a meno della metà della velocità da “passo d’uomo”, senza possibilità di passare se non trovando il modo di smezzare l’animato branco come Mosè col Mar Rosso (più facile questa seconda cosa: una volta aperto, almeno il Mar Rosso non avrebbe deciso di tornare sui suoi passi come la solita testarda capra di montagna farebbe quasi certamente, in queste circostanze!)
Avevo fretta, ribadisco, ma subito dopo il primo inevitabile istante di sconcerto, più che di ira, fui assolutamente affascinato da quel tappeto vivente e semovente di creature animali, dal loro muoversi con ondeggiare inopinatamente armonico, dalla loro docilità delle bestie che pareva far intendere la consapevolezza di dover fare ciò che veniva chiesto loro di fare dai pastori, nonché dalla rappresentazione ed espressione fremente di vita e vitalità che percepivo scaturire dal branco.
Ci restai dietro di esso a lungo, divertito e interessato, senza alcuna fretta di superarlo, anzi, in qualche modo (pur se automunito) contento di dovermi adattare alla sua lentissima copertina-libro-bergaminivelocità, che tuttavia mi parve del tutto consona, ideale al contesto.
Il ricordo di quella transumanza subìta così allegramente me lo ha fatto tornare un libro (la cui copertina vedete qui a fianco: cliccateci sopra per saperne di più e, nel caso, per acquistarlo) da pochissimo editato dal Centro Studi Valle Imagna – vallata proprio orobica (ma del versante bergamasco) ove i pastori protagonisti delle transumanze venivano (e vengono oggi, i rarissimi rimasti) detti bergamini. E mi è venuto da riflettere che a volte cose come la transumanza, che ci appaiono di primo acchito relitti d’un epoca passata ormai sepolta dal progresso e dalla tecnologia, in verità il tempo non lo subiscono affatto, ma siamo noi, semmai, a giudicarle “roba vecchia e superata” perché incapaci di coglierne la valenza essenziale, niente affatto legata allo scorrere del tempo e al progresso tecnologico ma al rapporto dell’uomo con la terra (intesa come territorio e come pianeta) e alla relativa necessaria armonia con essa e le sue creature. Un metro di giudizio diverso, insomma, per gesti e azioni umane di matrice non solo funzionale ma pure culturale che ancora oggi, nella nostra era post-moderna, post-industriale, post-contemporanea, post-un-sacco-di-altre-cose, ci possono insegnare molto di utile e di conveniente, oltre che rappresentare elementi al di là del tempo (e, per certi versi, pure dello spazio) che sono parte della Natura stessa, più che dell’uomo. E l’uomo, a sua volta, è parte della Natura, inutile rimarcarlo (anche se la cosa è parecchio dimenticata), ergo, converrete che il cerchio così si chiude.

P.S.: di libri sul tema (nonché su molti altri argomenti legati ai territori di montagna) il Centro Studi Valle Imagna ne ha pubblicati molti. Visitate qui il catalogo completo delle pubblicazioni.

Libri da leggere ma non da scriverne (Stefano Bartezzaghi dixit #2)

Devo scrivere un articolo, sono preoccupato. E’ un libro di Francis Ponge, mi piace, ma mi piace in quel modo che non mi renderà agevole scriverne. Ho già capito, infatti, che ci sono libri che voglio solo leggere e magari sono i miei preferiti: a distanza di decenni potrò dire di non averne mai scritto o parlato, se non pochissimo. (…) Ogni articolo commissionato è una vasta incognita, anzi, una somma di incognite. Troverò anche questa volta un incipit? Una chiusa? Commetterò un errore che mi tradirà? Reggerà, il mio bluff, una volta di più? Mi aggiro per la città all’ombra di una minaccia di ignominia, che mi agita e protegge e di cui sono l’unico, ancorché infaticabile, alimentatore.

Stefano Bartezzaghi, M – Una metronovela (Einaudi, 2015, collana Frontiere, pag.105-106)

bartezzaghi-1280x628E’ vero che di certi libri la cui lettura risulta particolarmente significativa e colpente sarebbe meglio non scriverne, per chi invece lo deve fare a volte inevitabilmente. E’ un po’ come offendere quell’importanza particolare, come svilirla attraverso parole che gioco forza mai potranno del tutto riportare il valore di essa – il che genera le paturnie rimarcate da Bartezzaghi, poi. Paturnie peraltro importanti delle quali chi scrive dovrebbe comunque almeno un poco soffrire, per garantire ai lettori l’offerta di testi che siano interessanti ovvero, per quanto possibile, mai insignificanti. Cosa mai semplice, appunto – e si vede, leggendo in giro.

P.S.: chi è quel Francis Ponge? Qui.

INTERVALLO – Tokyo, Morioka Shoten & Co. Bookshop

35_Morioka_03_650Forse più un’installazione artistica o quasi (se così posso dire) una performance concettuale permanente, che una vera e propria libreria. E comunque, essendo in tale in concreto, minimalista in senso assoluto.
La libreria Morioka Shoten & Co., aperta lo scorso maggio nel quartiere Ginza di Tokyo, ha scelto un modello di business abbastanza singolare (seppur molto affine alla peculiare mentalità culturale nipponica): vende ai clienti un solo titolo alla settimana. Il motto della libreria è «Issatsu, isshitsu», cioè «una stanza, un libro», rispettato pienamente nella realtà. Il proprietario e libraio Yoshiyuki Morioka fa della selezione estrema il suo punto di forza: propone un solo titolo, presente in un’unica stanza per sei giorni, dal martedì alla domenica.

d4c786f5469feac960ae40b881bc8589Morioka-Shoten-GinzaUn concetto totalmente antitetico a quello della libreria-wunderkammer ricolma di libri, certamente molto amata da tanti lettori, tuttavia di rimarcabile (e pure sovversiva) profondità: non è più il lettore che sceglie il libro ma lo fa il libraio, il quale in tal modo torna l’assoluto protagonista e tessitore del legame tra la letteratura e i suoi fruitori, così come il libro (della settimana) diventa in qualche modo l’opera letteraria par excellence, allegorica ed emblematica.
Scelta inopinata, originale, forse bizzarra, quella della libreria Morioka Shoten & Co., eppure parecchio interessante.
Cliccate sulle immagini per saperne di più.

L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.

a4ff67f1-5851-4e27-b8f1-45328d596d9d_large_pVi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.

Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.