
Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!
Categoria: (L.)
Anno 2033, nuovi titoli in libreria

Sarà questo il futuro dell’editoria nostrana, quello che potremo trovare sugli scaffali di “prestigio” delle librerie tra qualche lustro?
Visto come stanno andando le cose – e al di là di qualsivoglia bene o male della cosa – credo proprio di sì. In fondo il futuro lo si costruisce sempre nel presente, no?
P.S.: le immagini dei libri sono tratte da ildeboscio, e riprese poi con una riflessione sul tema da questo articolo de Il Fatto Quotidiano.
La società decadente e l’intellettuale bistrattato: una chiacchierata (di nuovo) sul tema
Quelli che potete leggere di seguito sono interessanti (spero!) strascichi elucubrativo-chiacchierosi tra lo scrivente e Paolo Terruzzi susseguenti al post Dalle stelle alle stalle (e ritorno, si spera!). Se oggi lo scrittore in quanto “intellettuale” conta sempre meno, nella società… pubblicato qui sul blog qualche settimana addietro, sul tema della sempre più declinante importanza dell’uomo di cultura, e più specificatamente dello scrittore (ovvero del “letterato”, come si diceva una volta), nell’epoca contemporanea… Perché, insomma, del fatto che in una società così problematica e degradata come la nostra gli intellettuali – quelli veri, naturalmente! – e il loro pensiero vengano messi sempre più al bando piuttosto che essere considerati voci importanti da ascoltare dacché più illuminate di (tante) altre, ci sarebbe da discutere quotidianamente e moooooolto a lungo!
(Ma ovviamente se leggerete prima il post suddetto comprenderete meglio il senso della chiacchierata, alla quale è altrettanto ovvio che chiunque può partecipare e nel caso aggiungere il proprio punto di vista…)
Paolo Terruzzi: “E’ pur vero che il contrasto otium/negotium relativo al ruolo dell’intellettuale in senso lato, che continua da secoli, ha avuto un andamento quasi ciclico nella storia, ma è altrettanto vero che un sistema come il nostro, così relativistico e frammentato, quanto mai strabordante di informazioni e idee condivise o non, tanto ravvicinato che diventa quasi possibile sfiorare l’ubiquità della propria immagine, di così spaventosa e vertiginosa enormità rispetto al singolo, non è mai esistito in tutta la millenaria evoluzione delle società umane. Ciò che intendo dire è che, essendo le direttive della cultura tenute in saldo pugno dai media, e passando ogni cosa, di valore intellettuale alto o meno, innovativa o ripetitiva, banale o straordinaria, proprio dai media; questo “dovere” rischia di diventare un nostalgico richiamo recidivo destinato a fallimento, passando forse sotto silenzio e ripudio, a tempi in cui la società di oggi non si riconosce e che quindi rifiuta (mi riferisco appunto ai tempi in cui l’intellettuale poteva ancora “guidare le masse”). Per spiegare la probabilmente unica, figurandosi tuttavia vagamente utopica tanto quanto maestosa, soluzione al problema, mi permetto di prendere in prestito un’idea di Machiavelli (sì perché che lo si voglia o meno, il buon trattatista fiorentino c’entra sempre), sebbene lui l’avesse contestualizzata a livello politico: in sostanza il principe deve cogliere l’occasione al volo, capire i tempi in cui si ritrova a dover agire, ovviamente in concordanza e armonia con le sue stesse volontà, abilità o virtù, in altre parole è necessario che il principe si doti di plasticità per rendere vittorioso il proprio intento. Ovviamente questo è inteso politicamente, mancando quindi di altri aspetti, ma lo si può benissimo convertire in ambito sociale: prendere una società per le palle, insomma, e, sebbene possa sembrare che le due posizioni da te descritte (quella dell’intellettuale e quella della società direzionata/direzionabile) paiano in stridente antitesi, non si può fare a meno di constatare come la prevalenza (assolutamente giustificabile, perché trattasi della parte attiva fra le due, come una mente e un corpo, mentre l’altra è passiva, come fosse la vittima di droghe mediatiche) della prima, sia invece possibile solo nella misura in cui si sfrutti proprio la mondiale influenza dei media, mantenendo (sempre e comunque) e in questo modo iniettando (come se si sostituisse quelle droghe in medicine) nel sistema, tutti i contenuti, nozioni e quant’altro che l’intellettuale intende far passare, forse riuscendo a ridurre l’ignoranza e l’indifferenza verso le possibilità intellettive e creative della mente, non dico ad elidere l’intrattenimento (anche stupido e cretino, perché no?) e le fughe dalla complessità e dalle riflessioni più profonde, perché per nutrire la mente: “miscere utile dulci”. Non si tratta di un asservimento alle masse e neppure ai mezzi di comunicazione globali, ma di una via efficace per perseguire un perfezionante e nobile obiettivo. Scalzerebbero inoltre, questi intellettuali, i precedenti punti di riferimento (quali certi disumani conduttori televisivi o giornalisti, opinionisti bestie e spocchiosi ecc.), non perché i primi sono modelli da assumere come “ducenti” senza altro motivo oltre al fatto che sono stati imposti (forzatamente o “silenziosamente”, ossia senza che la massa si accorga di essere guidata verso certe idee o convinzioni), ma in quanto porterebbero le persone allo sfruttamento delle proprie possibilità mentali, e parallelamente si raggiungerebbe una certa libertà di pensiero, professata dagli intellettuali stessi, che in questo senso non imporranno determinate convinzioni con la forza, ma forniranno una serie di punti di vista, in qualsiasi campo speculativo, posti allo stesso livello fra loro e passibili di confronto, cosicché starà poi all’ individuo, che poscia diventa collettività, scegliere che cosa condividere o meno (e qui si potrebbe anche discorrere all’ infinito sulla religione e le ideologie). Il vero ostacolo, lo si evince facilmente, è proprio il mettere in pratica un simile proposito, in quanto prima di tutto è imprescindibile riferirsi ai vertici, cioè a coloro che gestiscono il “plagio del tutto”, rischiando di imbattersi in piani che giocano con gli interessi, i vantaggi, i guadagni ecc… Per non parlare poi dell’intrinseca relazione fra canali informativi e popolazione, che si influenzano e degradano vicendevolmente. Non sono certo considerazioni né ottimiste né pessimiste, ma realiste. Mi fermo soltanto precisandomi proprio sulle libertà di pensiero, le quali si può ben dire che siano sempre state tragicamente compromesse dagli estremismi culturali (oserei dire la più grande piaga di tutti i tempi, la base di guerre e conflitti) e poiché questi sempre presenti, essendo uno specchio della più fosca natura umana, il raggiungimento delle quali emancipazioni, di comunicazione ed espressione, resta la più grande utopia di tutti i secoli.
Luca Rota: “Hai ragione, la forza dell’intellettuale è sempre stata, e dovrebbe sempre essere, anche quella di sapersi adattare ai flussi cognitivi del tempo vissuto, ovvero adattare quelli, e la relativa derivante cultura, l’informazione, i media e quant’altro, alla propria missione di erudizione. Certo, come noti bene, ciò significa inevitabilmente – oggi ancora di più – scontrarsi contro il sistema di potere vigente, che non ama certo chi ne sappia più di lui tanto da poter svelare facilmente tutte le sue magagne. D’altro canto c’è forse stata un’eccessiva assuefazione dell’intellettuale a tale sistema, agevolata dal dolce piacere del successo, della fama più o meno grande, del denaro… Insomma: troppo spesso il “dotto” s’è fatto comprare, anche per assicurarsi una certa tranquillità funzionale alla pratica della propria attività culturale/artistica. Ma, come scrivevo l’altro giorno citando Gauguin, “l’arte o è plagio o è rivoluzione”, e il “plagio” lo si può anche intendere come, appunto, assuefazione a un certo modus vivendi e operandi gradito ai poteri dominanti: un plagio delle loro idee, insomma, un utilizzo di esse per conformarvi intorno anche le proprie, in cambio di soldi e celebrità mediatica, come ribadisco. Ecco, bisognerebbe invece riaffermare di nuovo, e con la massima forza, l’impeto rivoluzionario della cultura e delle arti, che da sempre sono il miglior cibo per la mente, e per la libertà di pensiero che è “rivoluzione” in senso assoluto: continuo studio e riflessione sulla realtà, continuo progresso del sapere, continua ricerca della verità, costante rilettura del mondo che abbiamo intorno per poterlo sempre meglio comprendere e, proprio per questo, per poterlo cambiare, per farlo costantemente progredire ove ve ne sia bisogno. D’altro canto l’intellettuale, con la sua attività creativa, è il primo e più grande esempio di “libertà di pensiero”, dunque è il rivoluzionario per eccellenza. Dovrebbe nuovamente e finalmente capirlo, per evitare un oblio proprio nonché delle arti e culture di cui è espressione altrimenti inevitabile, temo, nella “società liquida” (e sempre più liquida) contemporanea.”
Paolo Terruzzi: “Sì, infatti, sono d’accordissimo… poi dipende da quali sono le intenzioni: se si vuole essere artisti bisogna prendere in considerazione questo punto di vista dei punti di vista, perché è quello che ogni grande esempio nella storia ha integrato alla propria attività culturale: ricerca, ricerca continua e innovativa, con il suo positivismo o negativismo, con i suoi slanci irrazionali e le analisi sistematiche e puntigliose, che sappia rendersi conto delle produzioni passate e sappia prenderle con coscienza alimentando ancora la “macchina organica e modellabile” delle culture, la quale si può dire che veramente sia la salvezza dell’umanità, perché non ci lascia mai soli, o almeno allevia un po’ quella solitudine che qualche volta viene a visitarci, ci dice che qualcuno è già passato in una qualsiasi situazione mentale, emotiva, o di altra natura in cui ci si può trovare, ci dice di credere… E’ esattamente lo stesso discorso che si faceva l’altra volta con Giovanni Allevi (sul quale con Paolo Terruzzi condivido la stessa assai negativa opinione – n.d.s.): non artista perché ha “limitato” in tutti i sensi le possibilità espressive, sia adeguandosi alle pubbliche opinioni di corte vedute, sia snobbando gli esempi passati, i quali, basta un po’ di studio e buona volontà, possono essere perfettamente fatti propri, in modo che si noti quanto è stato detto, fatto, prodotto, sentito, pensato ecc. E si possono dire ancora miliardi di cose sulla questione…”
Islanda, il Bengodi dei libri, dove un abitante su 10 è uno scrittore e tutti leggono. Pura utopia, o anche in Italia potrebbe essere così?
Qualche giorno fa il BBC News Magazine ha pubblicato una interessante cronaca sul panorama letterario ed editoriale islandese attuale, dal quale emerge un dato sotto molti aspetti sconcertante: 1 islandese su 10 ha pubblicato un libro, ovvero ben il 10% della popolazione del piccolo stato nordeuropeo (poco più di 320.000 abitanti: una città di provincia italiana, in pratica) è composta da scrittori, essendoci inoltre – e inevitabilmente, a questo punto – la più alta presenza proporzionale di case editrici, librerie e lettori di qualsiasi altro paese del mondo.

Certo, so bene che su tale paragone possano gravare innumerevoli attenuanti del caso, d’altro canto alcune giustificazioni banali che di primo acchito verrebbero in mente, come quella che lassù fa freddo, c’è buio per molto tempo all’anno e dunque la gente non sa che altro fare, non reggono affatto, dal momento che non siamo più nell’Ottocento e che, probabilmente, nelle città dell’isola la vita sociale e culturale è ben più fremente che in tante città italiane di provincia, grazie anche ad una notevole presenza di istituzioni culturali e museali (adeguatamente sostenute dall’amministrazione pubblica) capaci di offrire un buon numero di “svaghi” ai residenti. Perché, appunto, la particolarità della situazione islandese non è tanto dovuta a una così alta quantità di scrittori, ma ancor più a quanti lettori vi siano, in numero tale da permettere al mercato editoriale di vivere “bene” e addirittura di proliferare, come abbiamo visto; peculiarità che di contro è il dramma principale della situazione nostrana, nella quale il dato sul numero di libri venduti (al quale ovviamente si lega quello relativo al numero di lettori, pur con tutte le deviazioni statistiche del caso) è ormai da anni in costante calo, rendendo sempre meno paradossale quella battuta sul fatto che qui da noi vi siano ormai più scrittori che lettori…
Quindi, per ribadire la domanda: cos’è che in Islanda funziona e qui no? Difficile rispondere, ma forse un buon spunto di riflessione, leggendo l’articolo del BBC News Magazine, lo offre lo scrittore Solvi Bjorn Siggurdsson, quando afferma che “Dopo l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, la letteratura ha contribuito a definire la nostra identità.” Ecco, definizione dell’identità: in effetti, leggendo opere letterarie islandesi – e in generale scandinave, dacché in tutti i paesi nordeuropei il panorama letterario ed editoriale è piuttosto florido, con dati di lettura libri/pro capite che qui sono pura fantascienza! – risulta evidente la caratterizzazione nazionale e popolare dello stile letterario, come se esso fosse uno strumento “attivo” al pari di altri più tipici – lingua, storia, tradizioni, eccetera – per presentarsi, determinarsi, distinguersi. Per dire, anche attraverso le storie di qualsiasi genere scritte e pubblicate, “questa è l’Islanda e noi siamo i suoi abitanti”, non solo in modo meramente descrittivo ma ben più approfondito, mettendo nelle storie anche l’essenza profonda e pragmatica della realtà narrata. Una questione di “identità”, appunto: peculiarità comune e molto sentita in tutti i paesi scandinavi, che invece a noi italiani obiettivamente manca parecchio (ovvero avevamo, posta la grandezza della letteratura italiana fino a qualche tempo fa, e abbiamo smarrito), e virtù che, tra le altre cose, ha pure aiutato l’Islanda a uscire molto rapidamente dalla crisi finanziaria che la scosse del 2008, prima avvisaglia di quanto avrebbe poi coinvolto l’intero mondo occidentale. Identità che significa anche consapevolezza civica, coscienza di ciò che si è, riflessione e conseguente necessità di espressione, da cui certamente scaturisce una letteratura consapevole, matura, intelligente e inevitabilmente intrigante: autentica e preziosa cultura, insomma.
Ripeto, non so bene nella sostanza perché per il mondo dei libri e della lettura l’Islanda sia una sorta di paese dei balocchi: ma di sicuro lì il libro è ancora un oggetto di primaria valenza culturale, appunto: cosa che forse noi, qui (e non solo noi e non solo qui, certo), abbiamo dimenticato ovvero corrotto in qualcosa di biecamente finanziario e ben più rozzamente materiale, trasformando la letteratura in un mero bene di largo consumo legato alle più turpi leggi di mercato quando invece il libro è il frutto primario della nostra cultura, di ciò che siamo: insomma, i libri siamo noi.
“Identità”, appunto: è una bella lezione quella che ci viene dall’Islanda. Fossimo capaci di seguirla, probabilmente ne gioverebbe l’intera nostra società, non solo le vendite del mercato editoriale.
(Dis)Integrazione
Metropolitana di Milano, Linea 1. Il convoglio è su una tratta di periferia, i viaggiatori sono quasi tutti di origine straniera.
Ad una fermata sale una coppia con il figlio. I genitori palesano in ogni loro cosa il loro non essere italiani: ovviamente nella lingua, che tra di essi usano, e poi negli abiti, nelle movenze, nell’atteggiamento, nel come osservano le cose che li circondano. E’ evidente che siano in Italia da tempo, ma la loro cultura è ancora quella del paese di origine, in tutto e per tutto.
Il figlio avrà 9 o 10 anni, parla perfettamente italiano e pure con lieve inflessione milanese, veste come i suoi coetanei indigeni, osserva e commenta ciò che vede esattamente come poco fa sentivo commentare altri bambini presenti sul convoglio. A differenza dei suoi genitori, lui è in tutto e per tutto italiano.
In quel momento, nel constatare quanto sopra e posto che i bambini di quell’età, inutile rimarcarlo, sono come spugne pronte ad assorbire e assimilare qualsiasi cosa li circondi facendola “nozione” propria, mi sono chiesto: ma la società italiana contemporanea, ad un bambino forse ancora straniero per l’anagrafe ma italiano per ogni altra cosa e dunque probabile futuro membro della società stessa, cosa offre? Che valori gli può mostrare, quali modelli può offrirgli, quali ideali e principi identificativi può consigliargli e insegnargli al fine di fornirgli il bagaglio culturale più adeguato possibile per poter diventare, tra una dozzina d’anni, un buon cittadino italiano?
La risposta me la sono data subito ed è stata – ovviamente, a mio modo di vedere – negativa e amarissima. Questa società italiana contemporanea, oggi, non sa offrire a un bambino del genere pressoché nulla di buono, di virtuoso, di etico, di edificante e di identificante. E ciò è assolutamente terribile. Terribile.
Classi dirigenti, politiche e non, corrotte e sovente criminali, confusione istituzionale, mancanza di un autentico e buon senso di patria, assenza ancor più profonda di senso civico, ipocrisia, falsità, maleducazione, inciviltà, degrado sociale, spregio delle regole del buon vivere comune con conseguente svilimento di esse, dominio del panem et circenses, imposizione mediatica di modelli di vita vuoti, futili e deviati, status symbol come unici generatori di prestigio sociale, disprezzo diffuso della cultura. E potrei andare avanti ancora a lungo. E i valori della nostra società? Soldi facili, potere, donne, calcio, TV. Con le sale da gioco e i compro-oro che spuntano come funghi, e le librerie che chiudono perché 2/3 degli italiani si vantano di non leggere nemmeno un libro, in un anno.
Si blatera tanto di integrazione, di fronte ai flussi migratori in genere provenienti da paesi socialmente meno sviluppati del nostro, ma in cosa bisogna integrare i nuovi residenti? O meglio: c’è una comunità sociale, qui, esiste veramente una società propriamente detta, identificata e auto identificante, dotata di propri principi strutturali, di propri valori e dunque di un senso civico comune che la renda effettivamente un’entità collettiva? Io temo di no. Esiste un’accozzaglia pseudo-sociale che mai è diventata “nazione” anche per colpa di una classe dirigente da decenni inadeguata (ma che nel tempo è divenuta perfetto riflesso della società votante: per la serie “ogni popolo ha i governanti che si merita”!), pressoché priva di senso civico, di consapevolezza e coscienza sociale, il cui unico collante è – alla fine – un certo benessere diffuso il quale tuttavia, lo vediamo bene in questi ultimi anni, sta per essere spazzato via da un solo lustro di crisi economica. E tale mancanza cronica di valori nella società italiana – perché, sia chiaro, anche quelli che qualcuno pomposamente definisce tali sono in verità belle e buone ipocrisie dietro le quali celare comportamenti spesso indegni: “predicar bene e razzolar male”, insomma, per nuovamente motteggiare – non permetterà mai una vera integrazione ai nuovi cittadini italiani. Anzi, genererà un problema ulteriore e assai grave: uno stato di anomia sociale, per il quale le seconde generazioni (come quel bambino sulla metro) si ritroveranno a non essere ne parte della cultura originaria, quella dei genitori, e ne parte di quella nella quale sono nati o sono giunti. Una condizione che inevitabilmente determina discordia e disordine sociale e lascia campo aperto allo scontro, dal momento che alcun senso civico e nessuna consapevolezza sociale, appunto, potranno contrastare. E una società così debole, e così priva di basi solide perché chi ne è parte è il primo a non far nulla per mantenerle tali, verrà spazzata via in men che non si dica. Ma, evidentemente, ai governanti di questo paese non importa assolutamente nulla, da sempre avulsi dalla realtà quotidiana e costantemente, totalmente impegnati nel difendere i propri privilegi…
E’ una colpa gravissima del nostro paese, questa, lo ribadisco, che se non verrà risolta al più presto (ma non vedo alcuna volontà di risolverla, appunto) non farà che accrescere il degrado della società stessa, dato che, quando priva di solidi principi e di autentico senso civico diffuso, essa attirerà pure ben più criminalità di altre simili istituzioni sociali nazionali. Ed è una questione in primis culturale, senza dubbio: perché ne va del futuro della nostra cultura, del senso di essa, del valore sociale e dell’importanza per la civiltà di cui siamo esempio. Oppure, a breve, l’Italia non sarà veramente altro che un‘espressione geografica, per dirla col Metternich, dalla quale le persone per bene sapranno inequivocabilmente di dover stare alla larga il più possibile.