MiArt 2014: opinioni, impressioni, riflessioni, visioni.

MiArt 2014 si è chiusa da poche ore (sto scrivendo questo pezzo lunedì 31) e, come sa chi segue il blog, quando ho occasione di visitare un evento del genere offro poi il mio resoconto di puro appassionato d’arte (contemporanea, in primis) mettendo per iscritto ciò che mi è parso di vedere capire dell’evento stesso.
Per il MiArt di quest’anno, tuttavia, voglio fare qualcosa di diverso e – sia chiaro fin da subito – non di contrario o contrapposto, anzi: è la mia una forma particolare d’omaggio per un evento che, fortunatamente, sta riportando Milano al centro del traffico artistico che conta, dotando la città di una fiera degna di tal nome e con altrettanto degno corollario di appuntamento d’incontro e d’approfondimento – oltre che di immancabile festa. Sì, al di là di quanto vi sto per mostrare, ricavo da questa edizione della fiera milanese, la seconda targata Vincenzo De Bellis, un’ottima impressione generale, che diventa eccellente dal punto di vista dell’organizzazione e del mood generale scaturente dall’evento: bell’atmosfera, tanta gente, ottime gallerie, ben poco di opinabile – ecco, se proprio devo opinare qualcosa, devo dire che la sezione dedicata al design mi pare ancora troppo esigua e poco consona, oltre che piuttosto snobbata da un pubblico che, evidentemente, riserva la propria attenzione verso tale settore all’imminente periodo del Salone del Mobile, dedicandosi qui invece soprattutto all’arte – cosa che mi pare logica, d’altronde, quantunque design e arte contemporanea si stiano imparentando sempre di più.
Per quanto riguarda le proposte delle gallerie, trovo che le italiane siano sempre fin troppo conformiste, per così dire, presentando soprattutto opere già storicizzate e di sicuro appeal, quasi a voler assicurarsi un certo ritorno economico che giustifichi la spesa sostenuta per essere presenti in fiera. O forse l’arte contemporanea italiana non merita d’essere presentata a fianco dei vari (e soliti) Fontana, Boetti, Castellani, Burri e via dicendo? Ciò che voglio dire è che un Fontana, negli stand di certe gallerie, so per certo di poterlo trovare e nel caso acquistare, mentre mi è più difficile trovare opere di nomi nuovi e/o emergenti, che sono sicuro meriterebbero a loro volta un palcoscenico (commerciale) importante come quello offerto dal MiArt, a fronte, certo, di una più difficile vendibilità. Ma, insomma, il nome nuovo diventa importante (e sale di quotazione) se lo si presenta e lo si spinge in pubblico, non certo lasciandolo in galleria e aspettando che arrivi qualche buonanima di giornalista del settore a scoprirlo e farlo scoprire ai potenziali acquirenti… Ho visto invece ben più intraprendenza, in tal senso, nelle gallerie estere: alla fine credo sia anche una questione culturale, di maggior capacità ricettiva verso il “nuovo” dell’ambiente dal quale quelle gallerie provengono – e al MiArt ve n’erano di tedesche, nordeuropee, americane, sudafricane… – ovvero di un atteggiamento dei galleristi stessi più teso alla ricerca continua di nuovi talenti con relativa ricaduta commerciale fruttuosa, aspetto che invece dalle nostre parti è di più ostica realizzazione. E di talenti, in Italia, ce ne sono a iosa: sarebbe bello vederne di più in queste occasioni, appunto.
In ogni caso leggo che la grande parte dei galleristi si dichiara soddisfatta dei riscontri ottenuti durante MiArt, sia in termini di vendite che di contatti potenziali; dunque, a prescindere dalle suddette impressioni, non posso che augurarmi che finalmente la fiera milanese possa continuare a crescere e consolidarsi come evento tra i maggiori e i più proficui del mercato dell’arte italiano, continuando sull’onda di queste due ultime edizioni e alla guida di De Bellis, indubbiamente il principale fautore di tale bella crescita grazie ad un lavoro di sostanza e piacevolmente creativo. Quello targato 2015 sarebbe – stando al contratto vigente – l’ultima edizione di sua direzione; da appassionato visitatore di eventi del genere, beh, uno come lui non me lo farei rubare dalla concorrenza!

Dicevo, invece, di come da par mio voglio diversamente raccontare il MiArt 2014: attraverso una galleria di immagini il cui titolo dice tutto, in buona sostanza: l’arte non è l’arte. Perché l’arte è dappertutto, e se la sappiamo cogliere sapremo anche percepire quando essa sia di valore, ovvero quando non sia che un vuoto esercizio di stile.

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Qualche personale osservazione in merito alla finale del talent show per aspiranti scrittori “Masterpiece” di ieri, 30 Marzo

Masterpiece? La finale?

Ah, ma andava ancora in onda?

(P.S.: per leggere ciò che ho scritto nel tempo sul programma suddetto, cliccate qui)

“Solo Jazz”: a Bergamo torna in mostra l’arte fotografica di Maurizio Buscarino – e non solo la sua…

Ho già presentato tempo fa, qui nel blog, Maurizio Buscarino e la sua mirabile arte fotografica – beh, ovvio, in verità di presentazioni Buscarino non ne ha affatto bisogno, ma ci tengo a ribadire quanto lo ritenga (e non solo io, anzi, sono buon ultimo dopo tantissimi) uno dei più grandi fotografi italiani di sempre, in grado di fissare nei suoi scatti forza, passione, emozione, intensità, profondità, fantasia, umanità come si direbbe che il media fotografico non potrebbe mai fare, almeno non come potrebbero fare altri mezzi espressivi abitualmente ritenuti – in ciò – superiori.
A Bergamo, fino al prossimo 30 Marzo, c’è la possibilità di rendersi conto direttamente di quanto ho appena scritto, e della grandezza di Buscarino anche in un contesto diverso da quello – il teatro – che ha reso particolarmente rinomate le sue immagini: Solo Jazz, evento collaterale di Bergamo Jazz 2014, è un’esposizione curata da Cristiano Calori e Raffaella Ferrari e composta da 70 fotografie scattate nel 1978 da Maurizio e durante più recenti edizioni della rassegna bergamasca da Federico, figlio di Buscarino e a sua volta rinomato fotografo, collocate sulla struttura espositiva allestita all’interno della ex Chiesa della Maddalena; nell’abside vi è inoltre un video continuo – creato da Federico Buscarino – che scorre 160 immagini, su un brano musicale di circa 20 minuti appositamente composto ed eseguito dai musicisti Adelio Leoni e Roger Rota.
Leggo dalla presentazione della mostra (il cui catalogo offre i testi dello stesso Calori e di Corrado Benigni):
In quegli anni di trasformazione e di violenza – gli anni ‘70 – anche Bergamo di sera era deserta. In alcune occasioni particolari, però, larghe fasce di popolazione soprattutto giovanile, come in tutta Italia, manifestavano il bisogno di cultura e il piacere della aggregazione di massa. Le Amministrazioni pubbliche rispondevano deliberando iniziative di grande partecipazione, particolarmente nel teatro e nella musica, al di fuori dei luoghi e degli spazi canonici. 16 marzo 1978: nel secondo Buscarino_familygiorno della Rassegna Internazionale del Jazz al Palazzetto dello Sport, uomini delle BR compiono la strage della scorta e rapiscono Aldo Moro. La Rassegna viene fermata e spostata nei giorni successivi dalla sera al pomeriggio, riempiendo comunque il Palazzetto dello Sport di migliaia di persone entusiaste.
La mostra – un percorso di volti e figure del jazz – in una inevitabile sintesi, inizia con le immagini di Maurizio Buscarino del 1978, appunto nel grigiore degli scarsi neon del Palazzetto, in cui si rivede quel pubblico giovane, denso, nuovo e apparentemente felice, colto negli intervalli delle esecuzioni delle stars nazionali e internazionali: Art Blakey e Kenny Clarke, Illinois Jacquet, Giorgio Gaslini, Claudio Fasoli, Dizzy Gillespie, Chico Freeman, Bobby Battle, Don Pullen, Carrie Smith, Monty Alexander, Gianni Basso, Toots Thielemans, Gianluigi Trovesi, un giovanissimo Roberto Gatto, Fabio Treves, Dave Baker, Christopher Barber…
Dopo quella edizione la Rassegna venne sospesa. Fu ripresa negli anni ’90 inoltrati e riportata al Donizetti, quando era cominciata una nuova era, la nostra di adesso.
Il capitolo successivo della mostra – di Federico Buscarino – inizia con le immagini del teatro Donizetti, la piazza lignea, stilizzata e rituale, accogliente il suo pubblico maturo, affezionato e abbonato, per proseguire nella consistente e intensa galleria delle stelle del jazz che si sono avvicendate nelle performance degli anni 2000 sul palco del salotto della città: fra questi Fabrizio Bosso, Alan Broadbent, Larance Marable, Regina Carter, Rosario Bonaccorso, Charlie Haden, Jim Hall, Dave Holland, Lew Soloff, John Zorn, Glenn Ferris, Claudio Fasoli, Anthony Braxton, McCoy Tyner, Al Foster, Gianni Basso, Claudio Angeleri, Richard Galliano, Enrico Rava, Giorgio Gaslini, Gato Barbieri, Gianluca Petrella, Roberto Gatto, Dee Dee Bridgewater, Gregory Porter, Franco Piana, Uri Caine, John Scofield…

Bellissima mostra, e naturalmente non solo per gli amanti del jazz, dal momento che è vero, nelle immagini i personaggi principali sono loro, i musicisti che si sono avvicendati sui palchi del jazz festival bergamasco, ma la protagonista fondamentale è e resta sempre l’arte che Maurizio Buscarino sa creare e offrire a chi ha la fortuna di incontrarla. E tale fortuna, lo ribadisco, in questi giorni la si può cogliere a Bergamo…
Cliccate sulla foto di Maurizio e Federico Buscarino per conoscere ogni altra utile informazione sulla mostra.

P.S.: una piccola galleria personale di immagini, scattate durante la visita:

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1914-2014, centenario della Grande Guerra: a cosa serve commemorarlo?

Come certamente saprete, in questo 2014 si commemora il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, un evento che ha cambiato in modo fondamentale le fattezze geopolitiche del Vecchio Continente – anche più del secondo conflitto mondiale – e che in Italia ha contributo, nel “bene” (se mai se ne può trovare, in una guerra!) e nel male, a formare un considerabile concetto di nazione forse per la prima volta dalla proclamazione dello stato unitario, con tutte le conseguenze sociali e sociologiche che ne derivarono.
Inutile dire che, stante i fronti di scontro generatisi durante il conflitto, l’Italia fu uno degli stati più coinvolti, soprattutto nelle regioni settentrionali confinanti con l’Impero Austroungarico, dunque è doveroso augurarsi che il nostro paese commemori l’anniversario nel modo più degno e compiuto possibile, così come già hanno cominciato a fare, istituzionalmente, altri stati europei. Ancor più tale augurio è doveroso se constatiamo quanto purtroppo poco attiva, dalle nostre parti, sia la memoria riguardo la storia nazionale: ne conserviamo poca per fatti recenti, figuriamoci per eventi vecchi di 100 anni, periodo che nel corso della storia rappresenta un nulla ma che alla considerazione pubblica contemporanea appare come qualcosa di arcaico e lontanissimo. Ciò genera anche un potenziale disinteresse verso tali anniversari, circa i quali molti si chiedono il senso del commemorarli, del dover a tutti i costi onorarne la storia quand’essa sia inequivocabilmente passata e ormai apparentemente priva di effetto, per noi cittadini del ventunesimo secolo. Insomma: perché commemorare fatti di cent’anni fa? A cosa serve?
Tali domande, che non di rado colgo in giro e che rappresentano il fulcro della questione che vi sto sottoponendo, in verità palesano esse per prime quella condizione di disinteresse nei confronti della nostra storia che indubbiamente è tra gli elementi provocanti il degrado – per usare un termine molto in uso su tali temi – della società in cui viviamo e dei suoi valori – altro termine strausato e super abusato. Indotti dai modus vivendi in voga oggi a vivere costantemente alla giornata, ignorando il passato e trascurando il futuro, e a considerare la storia al pari di una zavorra che ci appesantisca l’esistenza quotidiana come un professore barboso e cattedratico appesantisce una lezione a scuola, non ci rendiamo conto di una cosa banalissima tanto quanto fondamentale: noi tutti veniamo dal passato, con esso abbiamo costruito il presente e dovremmo programmare il futuro, possibilmente meglio rispetto a certi errori nel passato commessi e che proprio la storia ci riporta alla memoria. In altre parole, si potrebbe dire che la consapevolezza storica del nostro passato è il primo elemento di costruzione della nostra identità; ergo, la trascuratezza ovvero l’ignoranza di esso è altrettanti primo elemento di indebolimento e di sfaldamento dell’identità stessa.
Come ha detto di recente Giorgio Agamben, senza dubbio uno dei filosofi contemporanei più attenti all’analisi delle dinamiche sociali in chiave storica del nostro paese, “Gli europei incontrano sempre la verità nel dialogo con il proprio passato. Per noi il passato non significa solo un’eredità o una tradizione culturale, ma una condizione antropologica di fondo. Se ignorassimo la nostra storia potremmo solo penetrare nel nostro passato in maniera archeologica. Il passato diventerebbe per noi una forma di vita distinta. In questo consiste l’Europa. E in questo risiede la sua sopravvivenza.” (La crisi perpetua come strumento di potere. Conversazione con Giorgio Agamben, “Il lavoro culturale”, 2 ottobre 2013). Ovvero, ricordare un anniversario come quello relativo ai 100 anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, non è soltanto un rendere onore alla storia in sé e a chi ne fu protagonista, ma significa in qualche modo ricordare cosa noi siamo e perché lo siamo. Significa rimarcare in modo giammai superficiale e demagogico bensì storicamente determinato e paradigmatico la nostra identità, e in senso antropologico in primis, non certo con altre accezioni più banali e retoriche (che in tali casi finiscono troppo spesso per sfociare in uno sciovinismo vacuo e abbastanza ridicolo).
Per questo mi viene di rispondere a quelle domande poste poco sopra in tal modo: è doveroso commemorare eventi storici come il centenario della Grande Guerra perché attraverso di essi ricordiamo chi siamo. La forma di tale commemorazione sarà poi scelta e volontà individuale, e io credo che già un ottimo modo di commemorare sia dato dalla conoscenza e dalla consapevolezza di quella storia. Non sono certo i monumenti e i mausolei a dover ricordare, semmai essi sono suggestivo e necessario stimolo per non dimenticarci di ricordare, ecco.
Dunque, lo ribadisco di nuovo, mi auguro che l’Italia non si dimentichi di ricordare come si deve questo anniversario: come si è visto, è un dovere non tanto verso il proprio passato ma ben più per il presente e il futuro della sua società, e di tutti noi.

P.S.: nell’immagine in testa al post, una carta geografica a soggetto politico dell’Europa con note di Walter Emanuel, disegnata e stampata da Johnson, Riddle & Co. a Londra e pubblicata nel 1914 ca da G. W. Bacon. Descrive e raffigura le tensioni politiche in Europa all’inizio della Prima Guerra Mondiale definendo gli stati attraverso rappresentazioni canine. Per ulteriori info cliccate qui.

P.S.2: da par mio, sto dedicando alcune puntate del mio programma radiofonico Radio Thule al tema della Grande Guerra e del centenario. Come al solito, trovate il podcast di esse nella pagina dedicata al programma.

Scrivendo (su carta) Volo! Il nuovo magazine sta arrivando…

Manca poco ormai – ufficialmente la data sarà quella del 5-6 Aprile prossimi, nell’ambito della seconda edizione della Fiera del Libro della Romagna – al debutto della versione on paper di ScrivendoVolo: l’apprezzata qualità dell’approfondimento culturale del sito sarà dunque disponibile a breve anche nel nuovo magazine – proprio per quanto appena detto non l’ennesima e solita rivista cultural-letteraria, ma molto di più, e molto meglio.

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Con i contributi, tra gli altri di: Enrico GregoriFrancesca MazzucatoMarco Proietti ManciniRoberto Alfatti AppetitiGiovanni ModicaVincenzo CiampiAnnalisa TerranovaMaria Giovanna LuiniLaura ZG CostantiniAlberto Fezzi… E del mio. Già, ci sarà anch’io, ed è inutile dire che a prescindere da me, con siffatto parterre di firme, il magazine merita tutta la vostra attenzione.

Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di ScrivendoVolo e restare aggiornati sull’uscita della rivista e su ogni altra cosa.