Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?
(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)
[Cactus nella riserva naturale di Follatères/Mont Rosel, comune di Fully, Vallese. Fonte: qui.]
Erano stati importati dagli Stati Uniti circa 250 anni fa. Adesso però i cactus – a causa del cambiamento climatico – si stanno diffondendo un po’ troppo in Svizzera, al punto da mettere in difficoltà gli ecosistemi. E dunque le autorità hanno deciso di intervenire e cercano ora di correre ai ripari.
Sembra quasi di essere ai piedi di qualche montagna del far west, invece siamo nella riserva naturale Les Follatères, in Vallese. A trarci in inganno sono i cactus. Per colpa del cambiamento climatico si sentono sempre più a loro agio anche sulle Alpi. «Ci rendiamo conto che ovunque ci sia un pezzo di terreno libero potrebbe spuntare un cactus», spiega Gérard Granges-Maret, della commissione Les Follatères.
Un fenomeno contro il quale le autorità vallesane hanno deciso di intervenire. «Non parliamo di una strategia zero-cactus, però dobbiamo contenerli. La loro proliferazione sta danneggiando le altre piante della riserva, ma anche di altre zone del Vallese», sottolinea Gérard Granges-Maret. […]
[Dall’articolo (e servizio del TG) Clima, i cactus diventano una piaga per le Alpi, pubblicato su “Rsi.ch” il 01 gennaio 2023. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente e per guardare il relativo servizio del telegiornale della RSI andato in onda nella stessa data.]
Inverno per molti fa rima con sci e snowboard. Attività sulle quali puntano diverse destinazioni turistiche invernali. Ma le alte temperature che si stanno registrando in questi giorni, e che hanno caratterizzato il 2022, potrebbero portare le stazioni sciistiche a basse e medie quote a dover trovare un’alternativa allo sci per sopravvivere. «Abbiamo vissuto l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni. Queste condizioni saranno la nuova normalità», avverte Thomas Egger, presidente del Gruppo svizzero per le regioni di montagna (SAB). «Sotto i 1600 metri, l’innevamento non è più assicurato», afferma Egger in un’intervista odierna al “Blick”. Ecco perché, a suo giudizio, «le stazioni che basano le proprie fortune sugli sport invernali dovrebbero reinventarsi».
«Gli impianti di risalita situati a bassa e media altitudine sono spesso confrontati con grandi difficoltà finanziarie. I comuni possono metterci una pezza, ma questo non li salva a lungo termine; inoltre – fa notare Egger, – si tratta di denaro che potrebbe essere utilizzato meglio». Ad esempio, prosegue l’esperto, per sviluppare i comprensori sciistici ad alte quote, se necessario facendo concessioni per la tutela della natura e del paesaggio. Le stazioni collocate più in basso potrebbero dal canto loro sfruttare questi soldi per mettere in atto nuove offerte, invece che concentrarsi unilateralmente sul turismo dedicato allo sci alpino. Egger non ritiene che i cannoni per l’innevamento artificiale siano una soluzione sostenibile. «In primis, deve fare freddo per poter produrre neve. Secondo, il loro consumo di energia è elevato e, terzo, l’acqua sta diventando sempre più un fattore limitante».
Per la cronaca, nemmeno Thomas Egger è un «ambientalista integralista» o altro del genere e tanto meno il SAB è un’associazione “ambientalista” ma è l’Ente federale svizzero delle regioni di montagna – similare per molti aspetti all’Uncem italiana – la cui attività è mirata a favore dello sviluppo sostenibile dei territori montani e delle regioni rurali della Svizzera. L’associazione rappresenta gli interessi politici in questo settore ed è coinvolta in numerosi progetti di sviluppo delle comunità alpine svizzere. Ecco, è bene rimarcarlo per certi “commentatori” col dito inquisitore puntato.
Per ulteriore cronaca, visto che l’articolo fa riferimento alla realtà elvetica, ricordo che in Svizzera i contributi pubblici agli impianti sciistici sono minimi e in molti cantoni addirittura assenti. All’opposto della realtà italiana, già.
Il riscaldamento non è uniforme. È maggiore nelle regioni polari, e in particolare nell’Artico, come pure nelle regioni montane a medie latitudini, incluse le Alpi. In Svizzera, ad esempio, l’aumento della temperatura è il doppio della media mondiale.
La nostra società si è sviluppata per vivere nel modo più ottimale nelle condizioni attuali. Se ci sono dei cambiamenti, la situazione diventa problematica. Lo scioglimento del ghiaccio può avere ripercussioni a livello locale. Penso ad esempio alle conseguenze sulla produzione idroelettrica in Svizzera. Se però consideriamo le regioni polari, le conseguenze sono globali poiché lo scioglimento favorisce l’innalzamento del livello del mare.
È impossibile preservare tutti i ghiacciai svizzeri. L’unico modo è ridurre le emissioni di CO2 e attenuare il più possibile il riscaldamento climatico. Ma i ghiacciai rispondono lentamente e anche se risolviamo la crisi climatica oggi continueranno a ritirarsi per alcuni decenni. È però possibile intervenire in singoli casi per ridurre lo scioglimento.
Con l’aumento delle temperature, la quantità di acqua di scioglimento continuerà ad aumentare per i prossimi 10-20 anni. Poi inizierà a ridursi e fra 50-100 anni i ghiacciai saranno in gran parte scomparsi. Sarà un problema. L’unica soluzione è fermare il riscaldamento globale.
Sono parole di Johannes “Hans” Oerlemans, 72 anni, climatologo olandese, tra i ricercatori sul clima più influenti al mondo secondo l’agenzia di stampa Reuters, tratte dall’intervista contenuta nell’articolo “L’unico modo per salvare i ghiacciai è fermare il riscaldamento globale” e pubblicata su “Swissinfo.ch” il 27 dicembre 2022. Potete leggerla nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.
Gaudio supremo, paradiso, eden, empireo, «turris eburnea», «vas spirituale», reggia… abitanti 120, 12 case. Paese tranquillo, con macchie splendide fino al mare, popolate di daini, cignali, lepri, conigli, fagiani, beccacce, merli, fringuelli e passere. Padule immenso. Tramonti lussuriosi e straordinari. Aria maccherona d’estate, splendida di primavera e di autunno. Vento dominante, di estate il maestrale, d’inverno il grecale o il libeccio. Oltre i 120 abitanti sopradetti, i canali navigabili e le troglodite capanne di falasco, ci sono diverse folaghe, fischioni, tuffetti e mestoloni, certo più intelligenti degli abitanti, perché difficili ad accostarsi.
[Lettera ad Alfredo Caselli del luglio 1900, in Carteggi Pucciniani, a cura di Eugenio Gara, Ricordi, Milano, 1a ed.1958, lett. 233.]
[Milano a fine Ottocento. Immagine dal web.]
Città schifosa, sudicia, merdosa, putrida, caliginosa, infame, scureggialla, bifolca, bianca di grappa (almeno fosse di quella fina) con quel Duomo che pare un panforte di Siena ammuffito in cantina… con quei risotti che paiono cacca gialla di bimbi, con quelle cotolette che paiono guance di parroci rifiorite […] quel parlare poi! Pare un rutto dopo una sbornia da giovedì grasso.
Un insolito Giacomo Puccini, compositore operista tra i più grandi di tutti i tempi, nelle vesti di narratore intenso e originale del paesaggio: nella prima citazione, è quello di Torre del Lago, la frazione di Viareggio nella quale si trasferì nel 1891 dopo aver vissuto per qualche anno in Lombardia, tra Monza e Milano, città alla quale si riferisce la seconda citazione che rende palese il disamore (a dir poco) di Puccini per il capoluogo lombardo e, in generale, per i centri abitati troppo grandi e caotici, amando molto di più le zone rurali anche in forza della sua indole solitaria. Comunque, in entrambe le citazioni, dimostrando grande e sagace – se non mordace – sensibilità paesaggistica e una notevole capacità di tratteggiare in poche parole una visione nitida dei luoghi, dote propria (e rara) dei grandi scrittori di paesaggio e Natura.