Le uova “fresche” meno fresche

L’uovo è oggi il nutrimento più a buon mercato. Ha la proprietà di essere maschile al singolare e femminile al plurale. Al venditore di uova potrei chiedere: «Mi dia il primo di quelle due uova». Se poi volessi sapere il grado di freschezza delle uova, lo stesso venditore mi indicherebbe tre cartelli: «fresche», «freschissime», «da bere»; da cui risulta che le uova fresche sono le meno fresche.

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.57.)

Il paese più governabile al mondo

In realtà questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell’ efficienza; intendo soprattutto nel senso di un’ idea del governare, di una vita morale del governare.

(Leonardo Sciascia, discorso alla Camera dei Deputati, Roma, 5 agosto 1979. Citazione tratta da Lanfranco Palazzolo, Leonardo Sciascia deputato radicale, 1979-1983, Kaos Edizioni, Milano, 2004.)

Era il 1979, quando Sciascia pronunciò queste parole. Se dopo quarant’anni il loro valore resta immutato ovvero se incredibilmente risultano ancora più consone all’attuale stato di fatto nazionale, è prova evidente che l’Italia ha serissimi problemi. E che il paese per primo non è in grado di rendersene conto, ne allora ne tanto meno ora.

(L’immagine è tratta da qui.)

Aldo Buzzi, “L’uovo alla kok”

A pensarci bene, la passione per la lettura di buoni libri assomiglia non poco a quella per la buona cucina. Si legge un libro come si prova un piatto, perché ce ne hanno parlato bene o perché ce ne siamo fatti ingolosire dall’aspetto o dal profumo – da qualche pagina letta, dal titolo – o forse dalla fama del ristorante o dello chef che lo propone – ovvero del suo autore. E quel libro – quel piatto – ci può piacere o meno, dipende dai gusti e dipende dalla sua manifattura – gastronomica o letteraria… Insomma, ci siamo capiti.
D’altro canto oggi, dacché ormai da tempo in TV vanno tanto di moda i programmi di cucina, la passione per il mangiare è di gran lunga preponderante rispetto a quella per la lettura, ahinoi, e lo prova l’invasione nelle librerie di libri e ricettari, sovente tra i primi posti delle classifiche di vendita, altrettanto sovente scritti e firmati da autori che con la vera gastronomia hanno poco a che fare (ma lo sapete, oggi basta andare in TV a presentare un programma di cucina per spacciarsi per i massimi esperti culinari in circolazione).
Be’, fate una bella cosa: prendete tutti questi libri di (pseudo)gastronomia usciti in questi anni e -eccetto qualcuno, ma proprio pochi – buttateli via. Perché nei confronti de L’uovo alla kok di Aldo Buzzi (Adelphi Edizioni, 1979-2002) valgono poco o nulla, sotto ogni punto di vista. A cominciare dall’eccezionale sottotitolo del libro di Buzzi []

(Aldo Buzzi nel 1949. Fonte: Wikipedia.)

(Leggete la recensione completa de L’uovo alla kok cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Pranzi kafkiani

Kafka dopo cena andava immediatamente a letto fino alla una. Alla una si metteva a scrivere; alle quattro o alle cinque si ributtava a letto fino a quando doveva alzarsi per andare in ufficio. Il suo modo ideale di vivere e lavorare lo ha descritto in una lettera all’amica Felice del 14 e 15 gennaio 1913: «Ho pensato spesso che il miglior modo di vivere per me sarebbe di trovarmi nell’ambiente più interno di una cantina molto vasta e chiusa, col necessario per scrivere e una lampada. Mi verrebbe portato da mangiare, ma il cibo dovrebbe trovarsi sempre lontano dal posto dove sto, di là dalla porta più esterna della cantina. Il moto per andare a prendermi da mangiare, in veste da camera, camminando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi tornerei al mio tavolo, mangerei lentamente e con concentrazione e ricomincerei subito a scrivere».

(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.80.)

Scrivere per non annegare

La mia letteratura è un continuo tentativo di rettificare quel che provo nella vita, come qualcuno che consulta febbrilmente un libro per sapere cosa bisogna fare per rianimare l’annegato sdraiato sulla riva.

(Jules Renard, Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989, pag.77.)

(Photo credit: Henri Manuel [Public domain])
Ha ragione Renard: molti scrittori considerano ciò che scrivono come lo strumento per poter “sopravvivere” (spesso con non poca altezzosità) al loro tempo, e non si rendono conto che invece la scrittura deve innanzi tutto essere un modo (o un tentativo) per sopravvivere a se stessi, e con la massima umiltà.