[Immagine generata con l’IA tratta da www.qualitytravel.it.]La montagna sottoposta alla monocultura turistica – che sia sciistica stagionale o “destagionalizzata” poco cambia: il modello è lo stesso, copiaincollato nelle forme e nella sostanza – è inevitabilmente destinata a fare una brutta fine, sia economicamente che socialmente, demograficamente, ambientalmente, culturalmente. Nella realtà attuale, e nel futuro prossimo, l’unico sviluppo realmente positivo per i territori montani è multiculturale, con le varie specificità espresse e potenziali messe in rete e sostenute con un piano organico a lungo termine: va bene il turismo ma se realmente sostenibile e contestuale ai luoghi, poi ci vuole l’imprenditoria locale, l’economia circolare, la tutela e la cura del territorio, l’arte e la cultura.
«Sì, ma non c’è niente che faccia i numeri e gli incassi dello sci!» risponderà qualcuno, come spesso accade. Già, ma con quali conseguenze, quali impatti materiali e immateriali nei territori locali? E con quale futuro, vista la crisi climatica? In realtà, l’industria turistica di massa fa grandi numeri perché non consente a nessun’altra economia locale di farne – per questo è definita “monoculturale”: chi dice che se il territorio potesse esprimere le proprie potenzialità al di fuori dell’ambito turistico non farebbe numeri importanti e magari, con l’andar del tempo, anche superiori a quelli del turismo massificato? Quanto sono supportate dalla politica le realtà dei territori al di fuori della filiera turistica turistici affinché possano sviluppare le proprie filiere economiche locali? Poco o nulla, lo sappiamo tutti.
[Il progetto “Macirossa” della Fondazione Rossarte, in Val Calanca.]Dunque, da una parte abbiamo una monocultura economica di stampo turistico che fa grandi numeri ma dal futuro sempre più incerto, dall’altra abbiamo numerose economie che fanno piccoli numeri ma che possono soltanto crescere e a lungo, se adeguatamente supportate. Piccoli numeri la cui somma potrebbe rapidamente superare quella della monocultura turistica, senza determinare l’impatto pesante e degradante di questa sui territori.
Ad esempio, in tema di arte e cultura: nei Grigioni, cantone svizzero montano per antonomasia, nel tempo sono stati aperti e sviluppati numerosi luoghi espositivi e di produzione artistica, spesso in piccoli comuni alpini per i quali l’arte e il suo pubblico sono diventati un volano economico importante nonché un elemento di pregio per l’immagine e l’identità del luogo. L’articolo della RSI (la Radiotelevisione della Svizzera Italiana) che vedete qui sotto ne elenca alcuni e con essi io ricordo anche le Biennali di Calanca e di Bregaglia: elementi di generazione di un turismo sostenibile e consapevole realmente in grado di valorizzare i territori dialogando con le specificità locali, sia naturali che antropiche, contribuendo fattivamente alla rete economica territoriale e all’immagine turistica peculiare.
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]Anche sulle montagne italiane di esperienze simili ce ne sono numerose: un esempio delle mie parti è il MACA, Museo dell’Arte Contemporanea all’Aperto di Morterone, sulle montagne lecchesi, il comune meno popolato d’Italia – ma, appunto, ce ne sono tante altre. Perché non svilupparne la presenza in molte altre località montane, sfruttando la grande capacità dell’arte di rivitalizzare luoghi e territori (grazie agli spazi espositivi, agli eventi, alle residenze d’artista, allo sviluppo dei talenti e alla riscoperta degli artisti locali, alla possibilità di costituirsi come centri e/o fondazioni culturali, dunque anche soggetti economici, che sviluppano una propria specifica imperenditorialità culturale, alle innumerevoli partnerships possibili con soggetti accademici, scientifici, culturali…) rigenerandone l’identità culturale e attirandovi risorse umane materiali e immateriali fondamentali oltre che turisti e visitatori, tutti elementi benefici anche per qualsiasi altra economia attiva localmente?
[La sede espositiva del MACA di Morterone.]Le montagne sono ricche di potenzialità sovente inespresse perché represse da elementi tanto soggioganti quanto soffocanti per i territori: basterebbe non guardare più soltanto verso una sola direzione ma osservare intorno e vedere, dunque comprendere, la realtà effettiva di quei territori, capendo dunque come svilupparne organicamente le potenzialità presenti. Serve la volontà di farlo, soprattutto: una volta che c’è questa ed è ben solida e consapevole, il resto viene di conseguenza. Anche perché, come detto, se l’unica visione che si continua a guardare davanti a sé davanti si fa sempre più fosca e non si è capaci di osservare altrove, la sorte infausta è pressoché certa.
P.S. – Pre Scriptum: agosto, tempo di ferie, di vacanze: anch’io per qualche giorno mi ci adeguerò, mi tocca (0) ma, visto che per tal motivo non potrei essere così assiduo come al solito con gli aggiornamenti del blog, mi sono chiesto: cos’è che proprio non dovrebbe mai andare “in vacanza”, cioè diventare letteralmente vacante?La bellezza, ad esempio. Perché di bellezza il mostro mondo ne ha bisogno sempre, per contrastare adeguatamente le tante, troppe cose brutte che ahinoi ci “offre”. Quindi mi sono detto pure: ok, e bellezza sia, in questi giorni d’agosto qui sul blog. E cosa c’è che sappia offrire bellezza in modo molteplice e assoluto, più dell’arte? Ecco. Dunque: buona esta(r)te a tutti!
Le pagine di un libro sono minuti, legati da un filo di cotone.
Solo quando vengono aperte, diventano un tempo di parole.
Cà Berizzi è un libro. Chiuso per tanto tempo e recentemente restaurato con un nuovo filo di cotone.
Sabina, come un ospite discreto, ha aperto queste pagine. Ma non ci ha scritto nulla.
Ha scelto, tra le erbe, quelle che sentiva sue. Ha aperto questo libro di pietre medioevali, capaci di assorbire, ma anche ignorare. E poi ha richiuso il libro.
L’esposizione di Sabina all’interno del complesso di Cà Berizzi nasce da due suggestioni e da un pensiero lungo quanto la sua ricerca di significato. La prima deriva da Tiziano Terzani che racconta:
“Quando Ossendowski descrive la piana stupenda dei Mongoli intorno a Urga, e l’odore di una certa erba, ( che ho subito identificato, perché i Mongoli la seccano e ne fanno incenso per i loro templi), sono andato subito a cercarla e, fra le pagine del libro in cui la descrive, ne ho messo a seccare un mazzetto…”
Terzani ibrida la pagina con i profumi reali. La parola «iberna» una sensazione viva e spinge a un viaggio. Che Terzani gioca a riportare in vita.
Chiudere un libro è come fermare il tempo. Un’erba, al suo interno, sarà sempre a suo agio. All’inizio sarà il ricordo di qualcosa o di qualcuno. Poi il ricordo svanirà, si fonderà con la carta. Abiterà quel tempo sospeso.
La seconda suggestione è tra le pagine di Orwell, in 1984 […]
Tratto dal testo critico di Mauro Ceresoli della mostra Erbario Sospeso, di Sabina Sala, inaugurata sabato 6 luglio scorso presso la BibliOsteria di Cà Berizzi, un luogo del quale di frequente vi parlo dacché lo trovo sublime, e che con la suggestiva esposizione di Sabina Sala – tale anche perché strettamente legata al mondo dei libri e della lettura, il che me la rende assai intrigante – acquisisce se possibile ancora maggior fascino.
Cliccate sull’immagine per leggere il testo critico completo, oppure cliccate qui per avere qualsiasi altra informazione utile sulla visita della mostra e sull’accoglienza offerta dalla BibliOsteria.