Democrazia

Democracy21(Dopo vi dico, di questo testo. Ora leggete…)

Tutto cominciò qualche tempo fa, dopo una tornata elettorale politica che si svolse nel modo più regolare possibile, con una coalizione composta da alcuni partiti che ottenne una vittoria netta, con percentuale di oltre il 45%, mentre la coalizione “avversa” ottenne poco meno del 35%; la parte di voto rimanente andò a favore di partiti e movimenti minori. Alcuni di questi contribuirono a siglare accordi politici con la coalizione vincente, in modo da stabilire una necessaria maggioranza parlamentare semplice, e quindi si poté formare un governo ed eleggere il primo ministro.
Tutto regolare, appunto, ovvero nulla di politicamente precario. Un esempio luminoso e ammirevole di democrazia – scrivevano i giornali con tutta l’enfasi di cui sapevano incomparabilmente adornarsi. Tuttavia, già da tempo tra la gente serpeggiavano al proposito considerazioni di segno diverso. “Una volta la politica era l’arte del compromesso, oggi invece è l’arte dei compromessi!” ironizzava qualcuno, ma tutto sommato l’importante era che un governo vi fosse, di qualsiasi parte, segno, idea o che altro ma vi fosse. Generava, in fondo, la stessa comoda tranquillità che fornisce la guardia giurata fuori da una banca: si potrebbe obiettare a lungo sulla sua reale efficacia in caso di rapina ma intanto c’è e va bene così, perché grazie ad essa si può credere di essere tranquilli, allo stesso modo per cui si può credere di essere in democrazia, se un governo c’è.
Ma le parole non hanno lo stesso valore per tutti, inutile rimarcarlo. Forse per alcuni un valore non ce l’hanno proprio: in effetti deve essere riconosciuto, il valore, per sussistere. Similmente, forse – e al di là di quanto tra la gente comune si diceva, ovviamente – anche per tale motivo il valore politico e non solo di alcuni esponenti del governo eletto non venne riconosciuto da altri che al programma di esso (ovvero ai relativi incarichi) si ritenevano evidentemente più consoni: nonostante una maggioranza semplice piuttosto ampia, i dissidi nell’esecutivo non tardarono a manifestarsi e a scaturire in una crisi di governo.
Vennero indette nuove elezioni ma prima si provvide, al fine di evitare questioni simili, a modificare la legge elettorale in vigore, in modo da garantire una maggiore e più proficua stabilità di governo – scrissero i giornali con immutabile ed encomiabile positività. Con la nuova legge sarebbero stati candidabili solo persone direttamente indicate dalle relative liste: persone fidate, dunque, leali e fedeli. L’elettore doveva solo votare la lista, senza più il fastidio di dover scegliere pure il candidato: avrebbe pensato a tutto la lista stessa, ovvero il partito politico di riferimento. Un’innovazione senza precedenti e democraticamente modernissima – si affrettarono a rimarcare i giornali con caratteri cubitali in testa a lunghi articoli di approfondimento, che la gente comune era invitata caldamente a leggere per evitare di borbottare come, a quanto sembrava, aveva preso a fare.
Si votò e si elesse il nuovo governo, composto per la maggior parte da amici e collaboratori di lunga data del primo ministro (cosa che qualche rara voce commentò in modo non del tutto positivo) della cui fedeltà e lealtà dubitare sarebbe stato quanto meno offensivo, sia verso il buon nome dello stesso primo ministro che verso il suo governo, il quale finalmente poteva lavorare con l’invocata stabilità politica necessaria.
Malauguratamente, il nuovo esecutivo durò poco più di un mese, travolto da inopinati litigi e imprevedibili voltafaccia. Il Presidente dovette conferire l’incarico ad un nuovo primo ministro il quale subito volle precisare che, pur nel solco dell’ottima legge elettorale poco tempo prima varata, non avrebbe commesso lo stesso errore del suo predecessore, “tanto nocivo per la stabilità politica e per il buon nome delle istituzioni” – così riportarono i media con edizioni straordinarie di grande impatto.
In effetti, il nuovo primo ministro fu di parola. Non vi era alcun “amico” o “collaboratore” in senso propriamente detto nel nuovo governo, il quale infatti era in buona sostanza composto da familiari del primo ministro, e non oltre il terzo grado di parentela. Quale miglior modo per garantire una autentica meritocrazia, quand’essa sia direttamente constatabile grazie ad un univoco e ben conosciuto ambito elettivo? Ma il tono sinceramente convinto con cui i membri del nuovo esecutivo ribadivano appena possibile tale affermazione non bastò a placare un certo malumore che prese a serpeggiare nell’opinione pubblica, convenientemente supportato da quelle parti politiche che si erano ritrovate a far parte dell’opposizione parlamentare – ovvero, che sfortunatamente non annoveravano tra le proprie fila parenti stretti del primo ministro. (Anzi: in tali fila politicamente avverse confluirono pure un paio di suoi ex collaboratori, dei quali si venne a sapere che erano l’uno un cugino di quarto grado, e l’altro solo uno zio della moglie.) Si prese a tacciare il capo del governo di nepotismo familista, ma egli ricacciò le accuse sostenendo che non vi erano nipoti nel suo governo; altri parlarono di consanguineità dittatoriale, e nuovamente egli rispose che non si poteva certo “ridurre una disciplina nobile come la politica a mera disputa sugli esame del sangue personali” – un’affermazione che impegnò intellettualmente una folta schiera di stimati analisti politici in numerosi dibattiti televisivi per diversi giorni, nel mentre che nelle strade molti cittadini, più semplicemente, ne restarono piuttosto perplessi. E a ragione, convennero poi in tanti, quando si constatò che molti dei ministri vennero eletti in base a principi meritocratici a dir poco arcani, se il titolare del dicastero della giustizia – fratello del primo ministro – aveva in corso un procedimento penale per furto aggravato, il ministro della salute gestiva un’attività di vendita di pesticidi chimici mentre il ministro dell’istruzione diramò un comunicato sui progetti del proprio dicastero intitolato “Nuovi obbietivi per una squola miliore” – e quando alcuni gli fecero pubblicamente notare la scorrettezza linguistica di tale titolo, egli rispose che “non sarebbe stata certo una b in più in una parola a rovinare un progetto così di valore!”
Il malumore serpeggiante divenne crescente polemica. Inevitabilmente e inopinatamente, dacché se alcuni quotidiani esaltavano “l’innovazione creativa di una lingua ormai troppo arcaica compiuta dal ministro”, ve ne furono altri che cavalcarono il malumore della piazza denotando l’incongruità tra parole e fatti di alcuni esponenti del governo – almeno finché le vendite dei quotidiani in oggetto, dopo il relativo aumento, non tornarono a calare, momento in cui i suddetti esponenti vennero solo considerati “qualcosa di nuovo rispetto al passato” – sic et simpliciter.
Posti tali presagi, tuttavia, il cammino del nuovo esecutivo si fece subito oltre modo irto, e a fronte delle inestinguibili e variegate proteste il primo ministro fu costretto a rassegnare le dimissioni di lì a breve.
A tal punto, con un paese per buona parte in subbuglio e una situazione politica assai frammentata dagli ultimi insuccessi istituzionali, occorreva senza alcun dubbio un governo di unità nazionale, che potesse ricomporre e riappacificare il paese nonché trovare l’accordo di tutti i partiti politici. Con trovata che i media definirono senza mezzi termini geniale, il Presidente conferì l’incarico di nuovo primo ministro a uno dei più famosi calciatori del paese, un personaggio popolarmente apprezzato che avrebbe messo a disposizione della politica tutta la propria grande esperienza agonistica e sportiva, così da far vincere al paese anche la partita più importante, quella politico-istituzionale. Con buona pace delle solite malelingue, che rimarcavano come un calciatore fosse probabilmente bravissimo a segnale un goal da trenta metri di distanza dalla porta oppure destreggiandosi in mezzo all’intera difesa avversaria, ma su che possedesse pure un’adeguata preparazione politica e diplomatica v’era inevitabilmente da porsi qualche dubbio, il primo ministro incaricato formò la nuova squadra di governo inserendovi undici altri calciatori più una lunga serie di sottosegretari – “Perché oggi la panchina lunga è importante!” disse a supporto di tale sua scelta – e conferendo gli incarichi ministeriali in base ai ruoli ricoperti sul campo di gioco: il Ministero della Difesa a un difensore, ovviamente, il Ministero delle Infrastrutture a un portiere, quello dei Trasporti a un’ala, e così via; qualche discussione si ebbe sull’assegnazione del Ministero della Giustizia a un libero, in ogni caso il nuovo governo venne finalmente varato.
Durò due giorni, ovvero fino a qualche attimo dopo la cerimonia di insediamento, quando in base al protocollo si invitarono i ministri appena eletti a riunirsi per la prima volta nel gabinetto di governo, e le televisioni di mezzo mondo ripresero l’inopinata e obbiettivamente indecorosa scena di due dozzine di individui in doppiopetto che cercarono di infilarsi tutti insieme, spintonando e imprecando, nei bagni della sala in cui si era svolta la cerimonia. Un luogo, qualcuno commentò subito dopo, peraltro consono agli individui suddetti; di contro, dai media scaturì sull’accaduto un silenzio pressoché totale.
Il paese, a tal punto, viveva una impasse politica e istituzionale a dir poco seria. C’era bisogno di una scossa, un cambiamento radicale con il quale si potesse nuovamente garantire sia l’esercizio democratico del voto da parte dei cittadini, sia la migliore e più proficua governabilità del paese stesso. Il tutto, tennero a precisare con fermezza le più alte cariche dello stato, utilizzando gli strumenti legislativi vigenti, unici a rappresentare pienamente un concetto sano di democrazia e, parimenti, a spegnere sul nascere qualsiasi impulso antidemocratico e sovversivo che le piazze in subbuglio potevano generare. Su diretta indicazione dei partiti politici – a loro volta “rappresentanti compiuti del più alto concetto di democrazia”, come asserirono i loro leader con frequenza che, grazie alla stampa, divenne degna di una eco d’un coro lirico nel Grand Canyon – venne formata una commissione di saggi, ovvero eminenti esperti di diritto costituzionale e parlamentare, la quale dopo svariate consultazioni con i suddetti leader politici e alcuni giorni di solenne dibattimento a porte chiuse, formulò una proposta che subitamente alcuni quotidiani giudicarono geniale ancor prima che fosse resa pubblica, peraltro generando in molti cittadini un déjà vu che non prometteva nulla di buono.
In buona sostanza, la commissione dei saggi propose una radicale modifica alla legge elettorale, che sarebbe variata nel seguente modo: si sarebbe tornati a breve alle urne, garantendo ai cittadini l’esercizio del voto, e i risultati dello stesso sarebbero poi stati vagliati e analizzati da una commissione elettorale che ne avrebbe giudicato la bontà ovvero la problematicità, in tal caso componendo il parlamento e le relative maggioranze di governo indipendentemente dai risultati del voto. In questo modo si sarebbe potuto conseguire un equilibrio politico-parlamentare adeguato alla formazione e al supporto di un governo stabile eliminando il pericolo di un eventuale risultato elettorale poco determinate e dunque destabilizzante; nel contempo i cittadini avrebbero potuto esercitare come sempre l’attività di voto, recandosi alle urne, scegliendo le liste da sostenere e votando, soddisfacendo il diritto democratico (così si affermò) e la tranquillità sociale che ne è sempre derivata.
Fu una soluzione indubbiamente notevole, una vera e propria cerchiatura del quadrato per come sapeva smussare qualsiasi possibile angolo ovvero ostacolo alla gestione politica del paese; inoltre, a ben vedere e posta la realtà dei fatti, sanciva ciò che ormai da parecchio tempo era divenuto il diritto di voto popolare, dacché a molta parte dei cittadini ciò che importava in primis era l’esercizio in sé, il recarsi al seggio, il compiere i tradizionali e suggestivi gesti del voto. Era il partecipare a questo rito collettivo istituzionale così piacevolmente democratico, che permetteva agli elettori di sentirsi parte del paese, della sua vita politica, che donava la sensazione concreta di vivere in democrazia, appunto. Tutto il resto, poi, non contava molto,in fondo i politici fanno sempre quello che voglionochiosavano molti con un misto di rassegnazione e indifferenza. Però votavano sistematicamente, questi, e si sentivano la coscienza a posto. Era un po’ come il recarsi con regolarità alla messa della domenica e, per questo, sentirsi buoni credenti: non faceva nulla se poi, appena usciti dalla chiesa, non si sapesse nemmeno qualche fosse il brano delle sacre scritture letto o cosa il parroco avesse detto nell’omelia. L’importante era aver osservato l’impegno, esserci stato, in chiesa, e magari essersi fatto notare dai presenti in essa – il tutto con l’approvazione del parroco stesso e dell’istituzione rappresentata.
“Ma così votare non serve più a niente!” presero tuttavia a contestare alcuni, ed altri si spinsero addirittura a parlare di “colpo di stato”. Certi intellettuali, addirittura, citarono chissà quale loro obliato predecessore il quale avrebbe affermato che “l’unica differenza tra la dittatura e la democrazia è che nella prima non ti fanno perdere tempo a votare” – ma d’altro canto è noto che agli intellettuali piace molto atteggiarsi a categorici bastian contrari, dacché se tali non apparissero si potrebbe facilmente mettere in dubbio la celebrata vivacità del loro intelletto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)

Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.

TulliodemauroFinlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)

Per una società senza più “finestre rotte”

Questo blog, lo sapere, vuole occuparsi di cultura. Cultura letteraria in primis, dacché è l’ambito di interesse primario per chi vi scrive, ma pure cultura artistica e, più in generale, cultura. Coltivazione della conoscenza, come rivela l’origine latina del termine stesso.
E’ dunque cultura anche la nostra presenza nel mondo quotidiano, i nostri gesti, le nostre azioni, i pensieri e gli intendimenti. Pur se alla fine siamo individui singoli, e per questo rispondiamo di ciò che siamo e facciamo in primis a noi stessi, siamo parte di una comunità sociale – sia la più minuscola ovvero, in senso più ampio e generale, la razza umana. Per tale motivo ogni nostro comportamento è cultura e (può/deve essere) fonte di cultura. Una cultura sociale, diffusa, partecipata, che è segno e sinonimo della nostra evoluzione umana, nonché base fondamentale della civiltà della quale siamo rappresentanti. Una cultura che, se viene a mancare, è come se mancassero quelle suddette fondamenta civili: crolla tutto, inesorabilmente.
Ecco, visto che (sono pessimista, lo so, ma vi assicuro: resisto ancora nell’essere il più ottimista dei pessimisti!) dalle nostre italiche parti pare che sempre più le relative fondamenta stiano rapidamente andando a pezzi, vi riporto questo illuminante articolo che ho trovato in originale QUI, e che ho leggermente adattato per una ancor maggiore comprensione. Un articolo che racconta e riflette intorno a una deduzione scientifica dal nome alquanto significativo, la…

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Teoria delle finestre rotte

Nel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una venne lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, incaricati di studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si scoprì che l’automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere smantellata in poche ore. Perse le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero presi, e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Dall’altra parte, l’automobile abbandonata a Palo Alto rimase intatta.
È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici, sia di destra che di sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, in California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.
Perché il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.
Un vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di noncuranza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplica quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.
In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la cosiddetta teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, ovvero che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.
Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri vetri. Se una comunità presenta segni di deterioramento civico e sociale e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come un parcheggio in luogo vietato, il superamento del limite di velocità o il passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smetteranno di uscire dalle loro case per paura di bande), e questi stessi spazi lasciati dalla comunità saranno progressivamente occupati da sbandati, gente di malaffare, criminali.
Gli studiosi hanno sviluppato la teoria dei vetri rotti in una forma ancora più forte e grave, dimostrando in base a ricerche statistiche che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.
A casa, tanto per fare un esempio molto pratico, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di insane abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia e quant’altro del genere, poi, anche gradualmente ma inevitabilmente, cadranno pure la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, un giorno, assumeranno comportamenti tali da porsi al di fuori della legge, e dentro un carcere.
Questa teoria delle finestre rotte può essere un’ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l’altro e alle autorità (presupponendo che esse meritino rispetto, ovvio: il tutto ovviamente peggiora se le autorità per prime provocano, con il loro comportamento, il degrado delle comunità che amministrano!), la degenerazione della società e la corruzione a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, l’assenza di buona informazione, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno che sembra disposto a ripararle.
La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni Ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuta la zona più pericolosa della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati furono evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro newyorchese un luogo sicuro. Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.
La definizione “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale di essa deve fare riferimento al rispetto delle regole di convivenza civica, con maggiore prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia – giammai, anzi: sarebbe essa stessa un’espressione di grave degrado sociale, ed in primis in materia di abuso di autorità dovrebbe valere la tolleranza zero. E non si tratta di tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso, chiunque lo commetta. Lo scopo finale deve essere quello di agevolare la nascita ed lo sviluppo di comunità ordinate, rispettose delle regole che sono alla base della convivenza civica, sociale ed umana, dotate di alto senso civico e spiccata consapevolezza sociale, il tutto nella tutela assoluta dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni cittadino.

Ecco: è bene di tornare a leggere questa teoria, e di diffonderla quanto più possibile soprattutto dalle nostre parti. Ce n’è un disperato bisogno, ahinoi.

Nel ghetto di noi idioti acculturati

La ignoranzia non avendo né fine, né regola, né misura, procede furiosamente e dá mazzate da ciechi.

(Francesco Guicciardini)

Frequentando spesso – per un irrefrenabile e inguaribile bisogno fisiologico, oltre che per interesse diretto… – luoghi ed eventi culturali, e trovandovi spesso un sacco di gente – e, intendo dire, gente interessata e palesemente consapevole di quanto sta vivendo, non soltanto visitatori da mostra-blockbuster o museo-di-tendenza o evento-trendy che ci stanno solo per dire “io c’ero!” ma che alla fine del senso e/o del messaggio culturale relativo non resta poco o nulla nella loro zucca – sovente mi trovo ad essere felice di tali affollamenti, del vedere che meno male, c’è ancora gente, e ce n’è tanta, interessata alla cultura e intrigata da essa ovvero che non accetta pedissequamente di farsi rattrappire, mentalmente e intellettualmente, dal sistema che regge il nostro mondo quotidiano – e la nostrana terra in particolare. E dunque, inevitabilmente, mi ritrovo a formulare il più banale tanto quanto genuino e fiducioso dei pensieri: beh, dai, ma allora c’è ancora qualche speranza per questo nostro paese, c’è ancora la possibilità che il rincretinimento di massa non vinca su ogni cosa, che la cultura – in senso generale ovvero, per intenderci, le “cose intelligenti” – riesca a non essere sopraffatta dall’idiozia e dalla cialtronaggine generale!

Poi però, finito quel fiducioso entusiasmo, tornato alla vita di tutti i giorni e constandone la realtà dei fatti, ogni giorno sempre peggiore (visione di fondo assai pessimistica, lo ammetto, ma come ricordo spesso sono passato negli anni da essere il più pessimista degli ottimisti al più ottimista dei pessimisti, con tendenza negativa costante…), con identica inevitabilità mi chiedo: ma tutti noi (mi ci metto anch’io, nel bene e nel male e sperando di non risultare tronfio), noi gente che dimostriamo di avere ancora un cervello presumibilmente sveglio e attivo, noi che pare ci rendiamo conto di un bel po’ delle cose che qui attorno non vanno affatto bene e che frequentando ancora luoghi ed eventi di valore culturale – e dunque profondamente sociale – rilevante e importante per la nostra stessa realtà civica, con tutto ciò che poi ne consegue, dimostriamo di non assoggettarci a quel sistema che invece persegue palesemente l’apatia di massa al fine di meglio dominarci e imporci le sue decisioni – noi così fatti, insomma, ma dove diavolo andiamo a finire, se poi – appunto – allo stato dei fatti la decadenza morale, culturale, intellettuale, civica della nostra società continua imperterrita e, se possibile, accelera pure?
Siamo troppo snob, forse, abbiamo troppa puzza sotto il naso, diciamo a parole che abbiamo capito cosa c’è che non va e sappiamo cosa ci sarebbe da fare ma poi tutta la nostra azione cultural-sociale finisce lì, contenti – in modo fin troppo altezzoso, nel caso – di non essere parte della massa di pecoroni drogata e ipnotizzata dalla TV, dagli status symbol, dai vari e assortiti specchietti per le allodole sparsi in giro e dal pensiero unico ma, così facendo, lasciando ad essa campo libero in qualità di fanteria pesante calpesta tutto del suddetto sistema dominante. Ci riserviamo il controllo della teoria ma non la trasformiamo in pratica, e per ciò chi invece governa e impone la pratica riesce a sopraffarci pur senza avere alla base alcuna buona teoria – anzi! Ci stiamo auto-ghettizzando, ecco, convinti di essere sempre e comunque più fighi di quelli che stanno incollati alla TV, sbraitano per il calcio e pensano che senza un certo smartphone non si è nessuno, li evitiamo, li disdegniamo ma intanto quelli ci circondano – proprio come in mare la chiazza d’olio si espande sempre più e inquina inesorabilmente l’acqua pura, se non viene contrastata ed eliminata – e con l’appoggio del sistema ci richiudono in recinti sempre più piccoli.

Insomma: io di gente a cui il cervello funziona ancora ne vedo, e pure tanta. Ma perché invece sembra che l’avanzata degli idioti continui e in modo inesorabile? Perché non sappiamo trasformare la cultura in un’arma civica, non facendone solo una virtù ideale e un nobile vanto? Perché non sappiamo scaturire da essa, dalla sua fonte potente e infinita, un fiume di consapevolezza razionale che possa spazzare via il dominio sempre più assolutista della scempiaggine e dell’insensatezza?
Dove diavolo ci nascondiamo di continuo, noi, eh?
Che alla fine si sia pure più stupidi di quegli idioti dominanti, per come così passivamente ci stiamo facendo sbaragliare e sottomettere da essi?

E’ questo il pensiero, anzi, il dubbio finale che si genera ogni volta dalla mia frequente e costante disquisizione, che ora vi ho messo qui pure per iscritto. Ed è un dubbio che trovo veramente atroce, ve lo assicuro, e sempre più ogni giorno che passa guardandomi intorno, e vedendo come tutto continui ad andare allo scatafascio mentre tanti, troppi, se ne infischiano bellamente e se ne approfittano pure…

E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri?

Già, piuttosto che di forconi o altro del genere e di così “fumoso”, se non bieco… In fondo, buona parte dei malanni che stanno uccidendo l’Italia nascono in primis da un grave problema culturale. Ignoranza, insomma, in senso generale e soprattutto nel senso di ignorare la realtà, dalla quale deriva la mancanza di consapevolezza e senso civici, il menefreghismo imperante, l’abulia sociale, la spiccata tendenza ad assoggettarsi a qualsiasi potere (o pseudo-tale) che accontenti i propri egoismi… Tutte cose sulle quali prospera e s’ingrassa chi vuole dominare, da sempre e ovunque: il popolo ignorante è ben più semplice da governare che quello consapevole, informato, acculturato – qualità che ne sottintendono un’altra ancor più fondamentale: libero.
Una rivolta dei libri, una rivoluzione culturale che spazzi via ogni cosa che offende l’intelligenza, l’onestà, l’etica e il buon senso comune: e non pensate che, da questo punto di vista, la prima cosa ad essere spazzata via sarebbe proprio la miserabile casta politica che l’Italia si ritrova?

In effetti, dice bene Doctor Who, il personaggio della nota serie TV della BBC prodotta e sceneggiata da Russell T. Davies…:

You want weapons? We’re in a library. Books are the best weapon in the world. This room’s the greatest arsenal we could have. Arm yourself!

(Volete armi? Andate in una biblioteca. I libri sono l’arma migliore nel mondo. Questo luogo è il più grande arsenale che potremmo avere. Armatevi!)

Booksareweapons