“Le” Parole – 13, SCRIVERE (ovvero: cos’è/cosa dovrebbe essere realmente uno “scrittore”?)

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

senza-nome-true-color-02L’etimologia della parola scrivere – nella particolare formulazione illustrata non tanto nella voce Treccani qui sopra ma in quella di seguito riprodotta (tratta dalla versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani), che richiama altri significati originari come raschiare, incidere, scavare, scriverescolpire ecc. – termini che peraltro rimandano direttamente ad una matrice prettamente artistica dell’atto in sé -, mi ha fatto riflettere su una particolare interpretazione del relativo termine “scrittore” ovvero del senso contemporaneo dello scrivere, dalla quale ricavo una provocazione: quanto gli scrittori contemporanei sanno raschiare, scolpire, scavare nella lingua utilizzata, scritta e diffusa oppure quanto la rendono un mero e “inevitabile” strumento espressivo? Formulo la questione da un altro punto di vista: quanto gli scrittori di oggi, producendo letteratura, sanno creare, plasmare, forgiare o anche solo innovare la lingua, incidendo le loro opere direttamente nel corpo di essa così da modellarne la forma e dunque in qualche modo tornando a quell’accezione originaria del termine scrivere?

Credo da sempre che l’esercizio dello scrivere letterario non possa mai esimersi, in un modo o nell’altro, da una attiva necessità di evoluzione della lingua scritta, sia essa più o meno evidente. Penso allo scrittore come a un forgiatore del linguaggio, un modellatore della sua forma scritta e dunque, di rimando, di quella parlata, colui al quale è demandato – forse più che a chiunque altro – il compito di non lasciar infiacchire la lingua, di mantenerla sempre ricettiva nei confronti del presente e in moto vivace verso il futuro senza ovviamente mettere da parte il proprio passato: un arricchimento continuo, necessario e prezioso, insomma, di cui deve essere il promotore e il custode.

Posto ciò, altra domanda: dunque gli scrittori oggi, sono realmente tali oppure – a parte pochi casi – sono “solo” dei narratori? Sia chiaro, senza che l’un termine o l’altro possa e debba sancire la miglior qualità della letteratura prodotta: inutile dire che vi sono in circolazione scrittori di scarso pregio e narratori fenomenali. Ma, a prescindere da ciò, mi torna in mente quel noto motteggio di Paul Gauguin, l’arte o è plagio o è rivoluzione: e siccome la letteratura è arte (una verità che molto spesso tanti scrittori, o presunti tali, dimenticano per primi), la regola gauguiniana può senza dubbio essere adattata alla scrittura e indicare – ribadisco – come di principio non vi possa essere scrittura autenticamente letteraria che non rivoluzioni – o almeno non ci provi a farlo ovvero non sperimenti possibili innovazioni – la lingua, poco o tanto che sia.

Ecco, a mio modo di vedere il vero scrittore è costui: un rivoluzionario delle idee e parimenti del linguaggio – in misura certamente variabile ma altrettanto percepibile. È anche una precisa responsabilità insita nell’atto dello scrivere, questa, della quale ogni autore deve essere consapevole: potrà poi rispettarla o meno, nella massima e ovvia libertà espressiva possibile ma, in ogni caso, la deve riconoscere.

Nevskijane visioni senza tempo (Nikolaj V. Gogol dixit)

In quali strani personaggi ci si imbatte sulla Prospettiva Nevskij! C’è una quantità di gente che, incontrandovi, immancabilmente vi guarderà le scarpe e, quando voi proseguite il vostro cammino, si girerà indietro per guardare le vostre falde. Ancora oggi non riesco a capire perché questo accada. In un primo tempo pensavo si trattasse di calzolai, ma non è così; sono perlopiù persone che prestano servizio in ministeri, molte di loro possono scrivere in modo stupendo un rapporto da un ufficio statale a un altro; oppure sono persone che come occupazione passeggiano, leggono i giornali nelle pasticcerie, insomma per la maggior parte persone proprio per bene.

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, I racconti di Pietroburgo, edizione Baldini Castoldi Dalai Editore, 2012, traduzione di Federico Pizzi, pag.27)

nevsky-prospect-1Vi pare sia cambiato qualcosa nella società di oggi rispetto a quella in passeggio lungo la Prospettiva Nevskij nella Pietroburgo ottocentesca di Gogol?
Forse solo l’oggetto degli sguardi ovvero gli identificanti status symbol…

P.S.: a breve potrete leggere, qui sul blog, la personale “recensione” de I racconti di Pietroburgo.

Una sola parola per fare la rivoluzione (Marcel Duchamp dixit)

Per me le parole non sono innanzi tutto uno strumento di comunicazione. […] I calembour sono sempre stati ritenuti una forma di espressione mediocre, ma io in essi trovo uno stimolo continuo, sia per la loro sonorità sia per i significati imprevisti legati ai rapporti fra parole disparate. Per me è una fonte di gioia infinita – e sempre a portata di mano. Se lei introduce una parola familiare in un contesto estraneo, otterrà qualcosa di simile alla distorsione in pittura, qualcosa di sorprendente e di nuovo.

(Marcel Duchamp, conversazione con Katharine Kuh, 1962. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.138.)

duchamp081116Qualcosa di sorprendente e di nuovo”: da quanto la letteratura stenta a portare alla luce qualcosa di simile, qualcosa che – come i calembour tanto amati da Duchamp – possa distorcere, stravolgere, sovvertire ovvero rivoluzionare la parola scritta in quanto strumento di comunicazione, soprattutto se in forma letteraria? Certo: c’è chi è in grado di fare ciò e magari lo sta già facendo da tempo; ma siamo divenuti apatici alle rivoluzioni, accontentandoci delle solite, poche parole e adeguandoci ad esse nel mondo peggiore: riducendo le cose da dire, le idee da esprimere, appiattendo il tutto a quella pochezza espressiva. Così che quando il linguaggio si palesa come veramente – o potenzialmente – rivoluzionario, ci volgiamo dalla parte opposta, infastiditi e scocciati da che quella piattezza abbia rischiato di essere smossa – scocciati o impauriti dall’intuire che sì, si potrebbe ancora comunicare con efficacia e in modo rivoluzionario, appunto, ma non si ha più nulla da dire né di innovativo, né di interessante, né di meramente espressivo.

(Radio) Alice attraverso lo “specchio italiano” degli ultimi 40 anni

(Quella che potete leggere di seguito è la trascrizione della – bellissima, grazie al pubblico presente – presentazione di “Alice, la voce di chi non ha voce. Storia della radio più libera e innovatrice di sempre”, tenuta dallo scrivente domenica 6 novembre scorso alla 14a Rassegna della Microeditoria di Chiari. Per saperne di più sul libro, cliccate sulle sottostanti immagini delle copertine…)

Copertine_Radio-Alice

Con quella di oggi credo di aver fatto almeno una ventina di presentazioni di questo libro per mezza Italia… E nei giorni scorsi, quando Francesco Dell’Olio – editore di Senso Inverso – mi ha detto di questo appuntamento di Chiari, mi sono chiesto: bene, questa volta di cosa posso parlare, su Radio Alice? Perché, pensandoci, in questi giorni, mi sono di nuovo reso conto di quanto ci sia ancora da raccontare sull’avventura di Radio Alice, talmente pieni di significati e, soprattutto così capace di aver lasciato un tale retaggio di quell’avventura da poterne parlare e scrivere ancora moltissimo.
Questo libro infatti è veramente una sorta di concentrato, denso e intenso nonché, spero, avvincente da leggere, di quella che è stata la storia di Radio Alice… sono nemmeno 100 pagine ma, ribadisco, vi assicuro che ne avrei potute scrivere centinaia di più. In fondo, le sole 100 pagine del libro, così “piene” di roba, in qualche modo sono una metafora di quello che è stato il solo anno – ovvero poco più – di vita di Radio Alice: un periodo limitato che tuttavia ha condensato in sé in qualche modo, tutto il senso profondo di un periodo della storia italiana assolutamente fondamentale – ed è proprio di questo periodo che vi voglio parlare, oggi: la sua conoscenza è così importante perché in esso è nata la realtà contemporanea che noi oggi viviamo, dunque per così dire è nato il nostro modo di essere e di vivere, il carattere civico nazionale, la cronaca quotidiana nel suo bene e nel suo male.
Il periodo di cui vi sto dicendo è quel decennio fondamentale nella storia del nostro paese racchiuso tra il maggio del ’68, con i movimenti di contestazione socio-politica ben noti, e il maggio del ’78, quando viene ucciso Aldo Moro. Dieci anni che, appunto risultano basilare nel bene e nel male per il presente contemporaneo in quanto è proprio lì che nasce, che si determina il nostro presente, che prende forma la sua struttura, stabilisce i suoi valori, identifica gli ambiti politici, sociali e culturali che ancora oggi formano la realtà contemporanea in cui viviamo. Il Sessantotto ridà voce alla gente comune, prima sostanzialmente esclusa dal sistema di potere democratico istituzionale e svincola l’attivismo politico dalle classiche formazioni partitiche. È un decennio peraltro caratterizzato dalla presenza di personaggi divenuti icone in tal senso: Pier Paolo Pasolini, per citare il più citato, non a caso. Si avvia una stagione di rivendicazioni che la società trova finalmente la forza di reclamare – si pensi solo a quelle più note, al divorzio, al diritto all’aborto… – di contro, in politica, comincia a venir meno l’egemonia della DC, il PCI a sua volta comincia la propria crisi d’identità, si mette in atto il “compromesso storico”… – tutte cose che, noterete, oggi sono giunte a compimento e caratterizzano la realtà italiana contemporanea. Ma anche in altri campi, ad esempio quello tecnologico, si progettano e realizzano applicazioni tecnologiche che poi diventeranno di massa: nasce Arpanet, cioè la mamma di Internet, si inviano le prime mail, nasce il videotape, l’audiocassetta, la fotocopiatrice diventa d’uso comune, nascono i cellulari – e, per dirne un’altra, nel 1976, viene fondata in America da tre semplici tecnici elettronici allora piuttosto squattrinati una società destinata a rivoluzionare il mondo dell’informatica, che verrà denominata Apple.
Nel 1974, dunque più o meno a metà di questo decennio e certamente anche in forza di quella raggiunta (o ritrovata) consapevolezza civica espressiva da parte della gente comune, in Italia succede pure che la Corte Costituzionale abolisce il monopolio RAI sulla comunicazione – perché prima di allora solo la RAI godeva del diritto di trasmettere al pubblico immagini televisive o trasmissioni radio. Ciò fa nascere le prime radio libere, e Bologna è – come accaduto per altre cose – l’avanguardia di questa evoluzione: “Radio Bologna per l’accesso pubblico” è il primo tentativo, ancora pirata, di creare un mezzo di comunicazione aperto alla gente comune. Perché, appunto, una delle cose fondamentali che questo nuovo mezzo di comunicazione libero consente è proprio la libertà di comunicazione virtualmente offerta a chiunque, proprio a seguito e in evoluzione alle istanze scaturite con il Sessantotto.
Finché si arriva al 9 febbraio 1976, con la nascita di Radio Alice. Una radio rivoluzionaria da subito e in tutto: non solo perché si fa voce di quelle istanze di rivoluzione sociale che ribollivano un po’ ovunque in Italia, ma pure perché rivoluziona totalmente il modo di fare comunicazione – le telefonate in diretta e senza filtri degli ascoltatori, per dirne una: qualcosa che oggi sembra del tutto banale, ovvio e futile, ma che Radio Alice fu la prima al mondo a consentire. Inoltre quel linguaggio la radio lo rivoluziona distaccandosi totalmente dalla matrice prettamente ideologica e politica che poteva sembrare ovvia, in quelle circostanze, invece affidandosi in gran parte alla creatività, all’arte letteraria più innovativa del Novecento – ovviamente Lewis Carroll in primis, poi Majakovskij, Artaud, Lautremont, ma ci sono anche Rimbaud, Allen Ginsberg, Gregory Corso e persino Dante, Leopardi, Rilke… – ma pure all’arte visiva e alle nuove teorie che stavano sostenendo lo sviluppo dell’arte contemporanea, da Duchamp in poi, all’ironia e al sarcasmo incessanti, alla musica cantautorale e al rock che stava diventando punk…
Ma proprio a proposito di rivoluzione e liberazione del linguaggio: vista con lo sguardo di oggi, Radio Alice rappresentò anche una forma embrionale di social network. Un’esperienza che «consiste in un qualsiasi gruppo di individui connessi da diversi legami sociali. (…) Esempi di questi soggetti sono le comunità di sostenitori di eventi, quelle unite da problematiche strettamente lavorative e di tutela sindacale del diritto nel lavoro, che permettono di materializzare, organizzare e arricchire di nuovi contatti la rete di relazioni sociali che ciascuno di noi tesse ogni giorno, facilitando la gestione dei rapporti sociali e consentendo la comunicazione e la condivisione.» Ecco: questa ve la sto spacciando come una definizione della rivoluzione del linguaggio e della comunicazione di Radio Alice, appunto. In realtà, è una definizione di “social network” che si può trovare sul web, e che come capirete è tranquillamente sovrapponibile a ciò che – ben 40 anni fa, sia chiaro! – seppe fare Radio Alice.
Forse, a pensarci bene, anche per questo, per essere così avanti rispetto al mondo che aveva intorno – anzi, più che al mondo, alla mentalità istituzionale di quegli anni – Radio Alice ha subito la violenta fine a cui è stata condannata da chi poi se n’è detto pentito. Ma, ribadisco, la storia di Radio Alice non è finita la sera del 12 marzo 1977: la sua storia sta andando avanti ancora oggi ed è la nostra stessa storia, appunto, quella che viviamo quotidianamente e della quale siamo, poco o tanto, nel bene o nel male, tutti quanti protagonisti. Quindi, per concludere e per lasciarvi un buon motivo per il quale leggere questo libro… beh, perché leggere questo libro è un po’ come mettersi davanti a uno specchio a forma di Italia e osservarsi, magari scoprendo qualche dettaglio che fino a oggi si è ignorato o trascurato, o dimenticato.
Grazie.

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Renato Ranaldi (a cura di), “Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno”

cop_duchampDi “rivoluzionari” la storia della civiltà umana è piena: personaggi che, nel bene o nel male, più o meno consapevolmente, hanno deciso di andare contro le regole e le convenzioni del momento per determinarne delle nuove ovvero per eliminarle del tutto. Alcuni di essi sono poi stati definiti “eroi”, altri hanno combinato dei danni tremendi – e le due cose non sono affatto distinte, di frequente. Di autentiche rivoluzioni, invece, la storia dell’umanità ne conta molte meno: episodi che veramente hanno cambiato il corso delle cose, il punto di vista, la conoscenza, la cognizione della realtà, l’essenza delle sue verità.
Marchel Duchamp, nell’arte moderna e contemporanea (ma non solo, in effetti), non è stato soltanto un rivoluzionario (o forse, se così si può dire, non lo è stato affatto), semmai è stato colui che ha ribaltato totalmente l’espressione artistica, l’ha sovvertita nelle sue basi fondamentali, l’ha rivoluzionata nel senso più letterale e al contempo più pieno del termine. E lo ha fatto nel modo meno “rivoluzionario” possibile (appunto): non con azioni eclatanti e sconvolgenti, piuttosto ricercando il modo di essere artista e generare senso artistico senza creare arte – prendetela, questa, come una personale definizione molto sbrigativa ma già significativa dei suoi ready made, ecco. Una rivoluzione basata sulla pigrizia: dunque la modalità più lontana possibile dal senso stesso di quel termine, “rivoluzione”, come ribadisco.
Sia chiaro: la “pigrizia” di Duchamp è stata in realtà il riflesso esteriore della frenetica iperattività interiore, anzi intellettuale, di quello che da più parti è definito uno dei più grandi geni del XX secolo, e tale evidenza è dimostrata dalla gran messe di libri che riferiscono del personaggio, del suo lavoro e della sua rivoluzione culturale, che rende Duchamp una nozione fondamentale per chiunque si voglia definire cultore di arte contemporanea. Tuttavia il personaggio è così grande che di narrazioni al proposito se ne possono fare (e se ne potranno fare in futuro) ancora molte: a tal proposito Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno è quella curata da Renato Ranaldi (Edizioni Clichy, Firenze 2014) per la collana “Sorbonne” dell’editore fiorentino, nella quale vita, opere e idee di grandi personaggi del Novecento vengono relazionate a narratori contemporanei di varia natura ma sempre connessa a quella del personaggio narrato – in questo caso l’artista Duchamp raccontato dall’artista Ranaldi…

portrait_duchamp_20140916163736_20140916163758(Leggete la recensione completa di Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)