Valeria Parrella, “Mosca più balena”

cop_parrella_libro3dTempo fa lessi un articolo nel quale si disquisiva del rapporto inversamente proporzionale tra qualità letteraria di alcuni autori e posizione nelle classifiche di vendita ovvero, per conseguenza, della crescente incapacità da parte del grande pubblico di distinguere la letteratura di pregio da quella pseudo-tale, e tra i vari nomi d’esempio citati al riguardo c’era quello di Valeria Parrella.
Che dovevo leggere a tal punto, senza dubbio. Così, ho sottoposto il libro prescelto per fare la di lei conoscenza letteraria alla personale e consueta metodologia: acquisto, messa in vista sullo scaffale della biblioteca domestica tra i libri ancora da leggere, maturazione o decantazione (di durata variabile e comunque imprevedibile) scintilla d’interesse alla lettura (quasi sempre improvvisa e istintiva), lettura.
Per questo giungo solo oggi a scrivere di Mosca più balena (Minimum Fax, Collana Mini, 1° ediz. 2003), pluripremiato esordio della scrittrice napoletana ma non per questo – ovvero non perché esordio e non perché pluripremiato – scelto dallo scrivente per fare la sua conoscenza, appunto.
Mosca più balena è una raccolta di sei racconti di vita vissuta, se così posso dire, nei quali Parrella mette in scena soggetti e situazioni di sostanziale ordinarietà e, dunque, di potenziale ovvietà: una ragazzina appena maggiorenne che accanto a un malavitoso si atteggia a signora dell’alta società, un trentacinquenne cocainomane che vive con la mamma e organizza sgangheratissime campagne elettorali, una giovane donna che ondeggia tra passione etero e omosessuali in una quotidianità precaria e priva di emozioni…

valeria-parrellaLeggete la recensione completa di Mosca più balena cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Mica scrivono affinché i loro libri si leggano, gli scrittori! (Paolo Nori dixit)

«E dopo succedeva una cosa molto importante» mi diceva Igor Miti «cioè che io, che sapevo che il mio portiere era analfabeta, e che quindi il mio nuovo romanzo non poteva averlo letto, be’, io» mi diceva Igor Miti «quando gli sentivo dire così: “Dottore, il suo nuovo romanzo: bellissimo”, ecco, io, ero contento, e quando uscivo dal palazzo camminavo così bene, mi sentivo così leggero, e anche la voce che mi diceva, da dentro, “Ma tu sei un coglione”, era una voce piacevole» mi diceva Igor Miti.

(Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Marcos y Marcos, Milano, 2014, pag.62.)

paolo_nori4Eh già… togliete i lauti contratti con i grandi editori, le copie vendute, le classifiche, l’aura da intellettuali… togliete pure i lettori, agli scrittori. Ma, per carità, non toccate il loro ego! Che sennò la letteratura ovvero ciò che oggi si intende con tale termine – o almeno una bella parte di essa – si estingue entro domani mattina!

P.S.: cliccate qui per leggere la personale recensione del sopra citato libro di Paolo Nori.

Sergej Dovlatov, “Compromesso”

cop-DovlatovIl mondo della letteratura è parecchio strano, a volte, più di altri ambiti assimilabili. Gli eccessi di notorietà ovvero le mancanze che caratterizzano certi scrittori risultano non di rado inspiegabili, o forse in verità non si può spiegare qualcosa il cui gradimento sostanziale deriva da un esercizio del tutto singolare e individuale quale è la lettura, quando invece i film o la musica godono di una fruizione attiva di natura generalmente collettiva. E se oggi quei sobbalzi di notorietà – verso l’alto o il basso, ribadisco – diventano ancora più evidenti (ma paradossalmente più spiegabili dall’influenza dei media e della rete sui gusti diffusi) – anche nel passato i casi di scrittori e opere letterarie di pregio per di più misconosciuti dal grande pubblico, oppure da esso per oscuri motivi non particolarmente graditi, sono numerosi.
Ecco, credo che Sergej Dovlatov sia uno di quegli scrittori. Io stesso, lo confesso, sono arrivato a leggerlo non tanto per un interesse diretto sul personaggio e la sua scrittura quanto su una città, Tallinn, che fa da sfondo al libro di cui vi sto per dire: Compromesso (Sellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon. Orig. Kompromiss, 1981). Dovlatov, nato nel 1941 a Ufa, a ridosso degli Urali, finì nell’attuale capitale dell’Estonia, allora sotto il dominio dell’URSS, come giornalista e corrispondente di alcuni quotidiani locali. Di carattere e temperamento piuttosto ribelle e indisciplinato – ma in senso buono, intendo dire, ovvero come insofferente al rigore imposto dal regime sovietico – vedeva puntualmente i propri articoli rivisti e corretti dalla rigida censura in vigore: quei giornali, in base alle direttive del PCUS, non dovevano fare informazione ma “educazione politica e ideologica”, anche in caso di notiziole apparentemente insignificanti – e nonostante il già allora evidente suo grande talento narrativo e letterario…

dovlatov-photoLeggete la recensione completa di Compromesso cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Il giornalismo è un commercio su larga scala (Sergej Dovlatov dixit)

Sui giornalisti si è espresso in modo eccellente Ford: “Un cronista onesto si vende una volta sola”. Ritengo tuttavia che questa affermazione sia idealistica. Il giornalismo ha i suoi punti-vendita, i suoi negozi dell’usato e persino il suo mercatino delle pulci. Cioè è un commercio su larga scala.

(Sergej Dovlatov, CompromessoSellerio Editore, Palermo, 1996, traduzione dal russo e cura di Laura Salmon, pag.176.)

dovlatov-photo2No! Non ci crederete, ma in questa citazione non si sta dissertando del giornalismo nostrano! Impossibile, dal momento che Dovlatov, nel libro dal quale è tratta tale citazione, raccontava della sua esperienza di corrispondente a Tallinn, a metà anni Settanta, nell’Estonia allora sotto il dominio del comunismo sovietico.
Come? Ma allora da quei tempi e da quella condizione politico-ideologica repressiva non è cambiato molto, dite?
Eh, in effetti…

(P.S.: cliccate sull’immagine di Dovlatov per leggere la mia recensione a Compromesso.)

Willem Elsschot, “Formaggio olandese”

cop_formaggio-olandeseNel dialetto delle mie parti c’è una divertente espressione “gastronomica”, che più o meno fa così: la bùca l’è mia stràca se la sent mia de vàca. Ovvero: la bocca non è stanca se non sa di vacca, ove con “vacca” si intende il formaggio. Il senso è chiaro: ogni buon pranzo non può dirsi veramente tale, e concluso, se non si mangia pure un pezzo di formaggio. Siccome lo scrivente è un grande appassionato di tale pietanza – che il colesterolo si fotta, sì! – non potevo non farmi incuriosire da questo romanzo breve (o novella che dir si voglia) di Willem Elsschot, Formaggio Olandese (Iperborea, 1° ediz. 1992, traduzione di Giorgio Faggin, prefazione di Charles van Leeuwen. Orig. Kaas, 1933) e ancor prima proprio dal suo autore, uno dei più grandi scrittori neerlandesi (cioè di lingua olandese, anche se di nazionalità belga dacché nacque e morì ad Anversa) ma a me, devo ammetterlo, pressoché sconosciuto.
Il formaggio in questione è l’Edam, tipo dei Paesi Bassi (lo denota il titolo italiano ma avrete notato che in origine il romanzo si intitola semplicemente Kaas, “Formaggio”, quasi a rimarcare che per l’autore una pietanza del genere non potesse che provenire dall’Olanda) ed è certamente il protagonista del romanzo al pari del personaggio principale, Frans Laarmans, alter ego ironico di Elsschot presente anche in altre opere dell’autore belga. Che a sua volta è alter ego di sé stesso: Willem Elsschot è infatti uno pseudonimo, il nome d’arte di Alfons Jozef de Ridder che in verità, oltre a essere scrittore e poeta, fu un imprenditore di successo nel settore commerciale e pubblicitario…

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