Amleto

il_fullxfull.82355403Ancora qualche lacrima scorreva sul viso, scivolando per le guance e cadendo poi sulla terra rossiccia del piccolo e semplice tumulo, sul quale una croce in legno condensava una tristezza tanto grande come mai provata, incredibilmente; e un fiore, una margherita di prato colta lì accanto, il cui bianco candore dardeggiava sul cumulo terroso, quasi che, di sotto, ancora un cuore pulsasse di vitale energia.
Ma era inevitabile quel gesto, pensava Marco, per quanto bizzarro potesse parere, ed inevitabili erano le lacrime, alimentate dai ricordi, che egli, solitamente così contegnoso per nel momento del dolore, s’era ritrovato fluide sulle gote. Negli anni della sua pur breve vita, quegli occhi così sempre sospesi a metà tra una vaga malinconia e una gioia in qualche modo contenuta, avevano conquistato il giovane Marco, ora uomo maturo e pur sempre giovane quando accanto si muoveva l’amico scomparso. Le incredibili peripezie di quel giorno nel quale lo aveva incontrato, ferito nel corpo e malandato certo nello spirito, così piccolo e già tanto infelice nello sguardo, parevano cronaca d’una vita appena trascorsa, quando il servizio militare lo aveva portato lontano da casa, sulle montagne, capoposto d’un centro di trasmissione immerso nella natura montagnosa più bucolicamente selvaggia, e sul limitare del maestoso bosco egli lo aveva incontrato. Poi il nascondiglio ricavato in caserma durante la notte precedente la partenza per la licenza – grazie al buon cuore d’un amico ufficiale di picchetto; l’accompagnamento a casa e l’ammissione come nuovo membro di famiglia, apparentemente scomodo eppure subito bene accetto da papà, mamma e dai fratelli, lui, Amleto, così capace di conquistarsi le simpatie di chiunque con la sua forse a volte esagerata effervescenza, sempre mista a quella punta di malinconia dietro la quale non era difficile immaginare il nascondiglio d’un passato difficile…
Amleto si chiamava, anche – appunto – per quel non so che d’eterna dubbiosità che pareva perennemente latere nei suoi moti e nel suo sguardo; l’affettuosità iniziale si trasformò ben presto in una grandissima amicizia, enorme, così ricca bizzarramente di umanità da imporre quasi eventuali confronti con altre simili e più ordinarie; e poi, in comune, una passione per entrambi forte più di ogni altra, quella per la montagna, per le ore passate all’aria aperta e rarefatta dell’alta quota, godendo delle meravigliose effusioni del sottobosco antelucano, o di quelle coloratissime dei fiori che innumerevoli sbocciavano nei prati primaverili – e che così freneticamente attiravano Amleto, correndo dall’una all’altra corolla come per un bisogno innato – o un passato da ape, chissà! E poi i pendii, le creste, le cime rocciose e le vette immacolate dalla coltre ghiacciata, che esso saliva, sempre un passo dietro a Marco, per una sorta di rispetto verso l’amico-guida o per una volontà di salvaguardargli sempre le spalle dai mille pericoli che l’incantato reame di rocce e ghiacci sapeva offrire, insieme alle più grandi emozioni di cui anime senzienti potessero godere. E la vetta era il premio per entrambi! Il riposo dopo la fatica, il rilassamento dopo la tensione dello sforzo necessario sulle spesso difficoltose vie d’alta quota: ma sentirsi in cielo, con più nulla sopra, soli sulla massima punta era il semplice ma intenso motivo per dare il via ai festeggiamenti. Per le vallate ai piedi delle montagne, allora, gli abitanti dei villaggi avevano ormai imparato ad identificare i richiami pieni di gioia che parevano provenire direttamente dal cielo, ridendo divertiti e in qualche modo affascinati da quell’amico comune così buono, così gioiosamente umano, da qualche anno facilmente avvistabile sui pendii, sulle creste e sulle punte sopra i tetti delle loro case.
Ma quella sua massiccia figura, possente se pur caracollante, che pareva estratta in qualche modo da un quadro del Segantini, aveva chiaramente segnato nel destino che la Morte ne evidenziasse, per via della mano mai fallace della tragedia, la propria breve ma significativa vita.
Fu un baleno, un attimo repentino, di quelli che pur alla mente più stolta fanno comprendere come in fondo la vita non sia che un tenero fuscello in balia di mille e mille venti dei più impetuosi. La solita giornata, meravigliosa nel clima in mattinata, passata in alta montagna; una facile cima raggiunta, contornata da un candido ghiacciaio sulla cui parte destra passava la via di salita, a pochi passi da un ripidissimo versante che verso valle sprofondava di parecchie centinaia di metri: ma non v’era difficoltà per chi restasse nella traccia, e Amleto – ormai un anziano frequentatore di monti d’ogni sorta – ben sapeva farlo. Poi il tempo che cambia, improvvisamente, e tra scuri nembi veloci da Est già il minaccioso ruggito d’un temporale estivo, e i bagliori che illuminano i contorni di quei mostri nimbici. Tempo di ritirata, ed anche assai repentina, per evitare le nefaste conseguenze d’una tempesta in alta quota. Giù, quindi, speditamente verso valle, verso un riparo, con Amleto eccezionale nel seguire passo dopo passo, perfettamente, le movenze veloci di Marco, sicuro anche nei passaggi un poco più delicati.
Poi… Poi… Un tratto della via rasente delle cornici di neve create dal vento, un piede di Marco che sprofonda, sente il vuoto, ma con guizzo il corpo ben allenato, facendo leva, salta via, riesce ad andare oltre, poggiando i piedi con un solo balzo su una zona ben più salda; ma per Amleto, subito dietro, attaccato agli scarponi dell’amico, è la soglia dell’abisso finale, oscuro di tragedia. Marco fa solo in tempo a girarsi, ad osservare impotente il grosso corpo che scivola sul ripido pendio ghiacciato, le unghie a ricercare quel minimo attrito significante la salvezza, ma la gravità inesorabile che trascina in basso con la forza d’attrazione di un mostro generato da un lugubre incubo e ingordo di vittime da immolare in gloria della propria invincibilità… E negli occhi, quei grandi occhi marroni che ancor più grandi parevano nel grosso viso rivolto per l’ultima volta verso l’amico sulla cresta che inutilmente gridava la propria disperazione: in quei lucidi occhi non vide Marco la rabbia d’una fine imprevista e incomprensibile, come non vide lo smarrimento verso un fato tremendo e repentinamente letale. No, egli vide in quell’amico la cui ora ultima era oramai scoccata il più grande messaggio d’amicizia che mai ebbe occasione di notare, profondo, inequivocabile, prezioso, in quelle scure iridi scritte poche, inesprimibili parole che mai essere umano avrebbe potuto meglio formulare; quasi che quel lungo rapporto amichevole che aveva unito nel tempo sempre più Marco e Amleto, pure nel momento tragico della Morte improvvisa, fosse comunque destinato a perdurare, in eterno, non solo nel ricordo, ma in qualche ulteriore maniera forse sovrumana, superiore alla comune comprensione, eppure ben solida e duratura, e il grosso amico scomparso lo sapesse, lo sapesse per quell’istinto naturale che, nella dimensione ove l’anima più d’ogni altra materialità è protagonista, unisce le creature pure nello spirito, pure come l’aria tersa delle alte quote che Marco e Amleto amavano così tanto.
Ma ora il ricordo assumeva la dolorosa forma d’una semplice croce in legno, su un altrettanto semplice tumulo di terra bruna, dello stesso colore di quegli occhi malinconici.
La margherita biancheggiava, unico chiarore in quel quadro d’oscura tristezza, finché una improvvisa folata di vento la colse tra i suoi refi, facendola rotolare lungo il piccolo tumulo, come una trottola color bianco-oro. Amleto la colse con un guizzo repentino, corse un poco in disparte, nell’ombra d’un cespuglio; la annusò profondamente, come faceva il padre, poi ricorse via, tra i piccoli denti quella sorta di giocattolo naturale, trotterellando gioiosamente intorno alla semplice sepoltura, scodinzolando una contagiante felicità che ben presto non poté non rasserenare il triste volto di Marco. Veramente la vita continuava, veramente una grande amicizia pareva rinascere in quel vispo cucciolo di San Bernardo, già così simile al padre, che quello stesso nefasto giorno era nato dal grembo di Ginevra, la pari razza dello zio Vittorio. Aveva il piccolo gli stessi occhi paterni, gli occhi di una creatura proveniente da un mondo che spesso l’uomo egoista e ben provvisto di spocchia si diletta considerare proprio unico dominio, egli come solo essere in grado di sviluppare profondi sentimenti quali appunto la più forte amicizia. Ma Amleto aveva insegnato a Marco come in effetti una tale virtù fosse superiore a qualsiasi dimensione, a qualsiasi diversità, universale e infinita come d’infinita amicizia aveva bisogno il mondo, inquinati dall’odio dell’uomo superiore. E un cane, una semplice creatura, aveva dimostrato di sapere meglio di molti altri umani ciò, e di conoscere profondamente il valore di una virtù che gli umani stessi così spesso oggi davano come una sorta di dote definitivamente acquisita.
Marco e il piccolo Amleto si allontanarono, l’uomo davanti e il cucciolo bianco-bruno appena un passo dietro. Marco lo osservò, e sorrise, nella indefinibile sicurezza d’un miracolo avvenuto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un altro racconto inedito – avrà una quindicina d’anni, almeno! – tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Visitando “Don’t shoot the painter”, alla GAM di Milano fino al 04/10

logomostraDa tempo coltivo la convinzione (per quanto possa contare) che, nell’ambito della produzione artistica contemporanea, la pittura abbia perso lo scettro di disciplina fondamentale e maggiormente rappresentativa, e si sia infilata in un pantano dal quale quelli che ne sanno uscire si possono contare sulle dita di una mano, forse due, non di più. E’ una convinzione in realtà suffragata dal giudizio, ben più competente del mio, di amici rinomati galleristi: passata l’onda rivoluzionaria e potenzialmente rinnovatrice delle ultime avanguardie, intorno agli anni ’80/’90, la pittura ha preso ad arrotarsi su sé stessa, a riprodurre cose già fatte, a non riuscire più a concepire vie espressive ancora capaci di sorprendere e di intrigare – sto ragionando in meri termini estetici e artistici, non certo commerciali, anche se pure da questo punto di vista è assai scarsa la produzione pittorica odierna che riesca a suscitare interesse e discussione, negli ambiti artistici in cui viene considerata.
Per questo ho voluto visitare Don’t Shoot the painter, la mostra di oltre 100 opere pittoriche provenienti dalla UBS Art Collection e presentata dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano con la cura di Francesco Bonami. Una collezione di (quasi) sola pittura, appunto, spaziante dagli anni ’60 ai giorni nostri (anzi, la maggioranza delle opere è contemporanea e parecchio recente) con lavori di ben 91 artisti, tra mostri sacri – John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Damien Hirst, Gerhard Richter – e nomi nuovi ma sovente già ben quotati. Una buona “fotografia” (termine non casuale, capirete più avanti perché) , insomma, della produzione pittorica contemporanea, che anche grazie al filo rosso intessuto da Bonami è in grado di resocontare efficacemente cosa sia la pittura, oggi, e dove stia andando.

Bonami, da quel sagace e intelligente curatore (nonché intenditore d’arte, aggiungerei) che è, fin dal titolo pare abbia voluto sottolineare la posizione precaria del pittore contemporaneo – ribadisco, al di là delle eventuali quotazioni spuntate dalle opere sul mercato: “non sparate al pittore!”, invoca Bonami così come si invocava di non sparare al pianista nel Far West… In fondo, il pianista era l’unico a poter allietare la gente presente in un ambito altrimenti parecchio turbolento e frequentato da individui dal grilletto facile; ugualmente, appunto, il pittore oggi cerca di difendere coi denti il buon nome del media artistico-espressivo scelto, in un mercato nel quale invece altre espressività artistiche come la fotografia, ad esempio, in qualche modo antitetica rispetto alla pittura e fino a qualche anno fa nemmeno considerata “arte”, sta vivendo un periodo d’oro, oppure l’installazione più o meno elaborata e più o meno attinente alla scultura, a sua volta ben più diffusa nei musei e nelle gallerie d’avanguardia rispetto alle tele.
Così, in una esposizione che gode di un’allestimento ben riuscito e – non a caso, di nuovo – ispirato proprio alla fotografia, con le opere presentate su pannelli fotografici desaturati e di tono cromatico neutro rappresentanti le sale della GAM “al naturale”, senza le opere della mostra (per di più pure la prima opera del percorso espositivo, all’ingresso, è una fotografia: prova che Bonami sa bene del dualismo ormai in essere tra le due principali discipline di rappresentazione della realtà e non vi sfugge), ho potuto personalmente cercare di confutare quella convinzione di cui vi ho detto in principio del presente articolo, o meglio, ho fatto in modo che la mostra potesse contraddire e ribattere alla mia idea.
Beh, non ce l’ha fatta, la mostra, a farmi cambiare idea. No, perché nella maggioranza delle opere – belle, sia chiaro, alcune veramente notevoli al di là della firma e della celebrità degli autori – non mi è parso di denotare quello che a mio parere servirebbe alla pittura contemporanea per risollevare le proprie sorti, ovvero quella creatività, quel guizzo d’ingegno, quell’estro espressivo più che tecnico e, soprattutto, quella fondamentale capacità di non riprodurre ciò che è già stato fatto per instillare nel visitatore la più basilare e immediatamente intrigante curiosità. Vi dico che per bizzarro paradosso, in base all’accostamento delle opere tra le quali era inserito, mi è sembrato di poter rivalutare Damien Hirst con uno dei suoi Pharmaceutical Paintings, che spesso ho ritenuto di valore assai discutibile e che invece lì m’è parso più originale e innovativo di molti altri lavori.
Tuttavia, in fondo, sto soltanto esponendo una posizione personale di matrice critica, che non inficia affatto il giudizio sulla qualità dell’esposizione in sé e del lavoro svolto da Bonami (anche sulla sua figura di curatore si potrebbe disquisire a lungo: non è il caso di farlo qui e semmai lo farò in altro momento, anche se devo dire che, in tal caso, il suo lavoro è stato ottimo). Ribadisco, dunque: Don’t shoot the painter è una mostra veramente bella, il cui unico difetto, in fondo, è che risulta fin troppo limitata e di breve durata per un appassionato d’arte verace come lo scrivente. Bella e quindi da visitare, perché potrebbe ben essere che chiunque la pensi in modo opposto a me circa lo stato della pittura contemporanea in essa possa trovare motivo di ancor maggiore convincimento in proposito. A ben vedere, l’arte contemporanea è proprio questo: creare vitalità di pensiero, dinamismo intellettuale, discussione e confronto. Il giorno che l’arte conseguirà il consenso unanime e indiscutibile, sarà veramente giunta alla fine dei suoi giorni.

P.S.: le immagini della galleria sono di mia produzione smartphonica, dunque perdonate la opinabilissima qualità!

Dürrenmatt: il pittore che scriveva libri e lo scrittore che dipingeva quadri

74DurrenmattVenticinque anni fa se ne andava Friedrich Dürrenmatt, uno dei più grandi scrittori europei del Novecento – inutile rimarcarlo. Ma, a fronte della sua rinomata produzione letteraria, ricca di autentici capolavori (questo, ad esempio), pochi sanno che Dürrenmatt fu anche appassionato pittore. Anzi, fino all’età di 25 anni il grande scrittore elvetico esitò tra le due carriere, prima di scegliere definitivamente la letteratura.
Questo comunque non gli impedì di dipingere e di disegnare per tutta la vita, pur restare però ben lontani dai riflettori di media, gallerie, ambito artistico e quant’altro. “Dipingo come un bambino, ma non penso come un bambino. Dipingo per la stessa ragione per cui scrivo: perché penso.” Così diceva Dürrenmatt della sua attività pittorica, mentre Ulrich Weber, responsabile del Fondo Letterario Friedrich Dürrenmatt all’Archivio Svizzero di Letteratura, ritiene che in Dürrenmatt l’arte sia complementare alla scrittura per ragioni biografiche. Come detto, fino all’età di 25 anni, Dürrenmatt esitò tra l’arte e la letteratura, prima di scegliere quest’ultima. “In seguito, in quanto scrittore e soprattutto drammaturgo, è stato confrontato con le reazioni a volte violente del pubblico e dei critici. Era più vulnerabile di quello che voleva mostrare. Era quindi importante che si ritagliasse un settore in cui poteva esprimersi in assoluta libertà. La pittura era una ricreazione (…) Chi vuole capire gli scritti di Dürrenmatt deve anche conoscere i disegni. All’opposto, nella sua pittura c’è una grande forza che merita di essere (ri)conosciuta. Del resto, è stato lui stesso a lanciare l’idea di una fondazione artistica nel suo testamento.”

La fondazione artistica voluta dallo scrittore e citata da Weber è oggi il Centro Dürrenmatt Neuchâtel (CDN), museo dedicato all’opera letteraria e pittorica di Dürrenmatt e situato nella città dove lo scrittore visse dal 1952 fino alla sua morte. Il CDN è stato concepito da Mario Botta e integra nella sua architettura anche la casa dello scrittore e pittore.
Per approfondire invece la conoscenza di Friedrich Dürrenmattpittore, cosa assolutamente interessante se già avete letto qualche suo libro per penetrare ancora meglio nell’universo dürrenmattiano, ovvero se non lo avete mai fatto e volete approcciare il personaggio e la sua opera in maniera “alternativa”, vi consiglio Dürrenmatt: scrittore fuori, pittore dentro, un ottimo articolo a firma di Isabelle Eichenberger e pubblicato su swissinfo.ch, ricco peraltro di numerosi approfondimenti e con un’ampia galleria di immagini delle opere artistiche di Dürrenmatt.

Ricercando sulla tela una filosofia della sensualità. Riflessioni sull’arte di Crilu Crilu.

tumblr_ngzsdhGyLs1twe18no1_1280Chi segue il blog e legge gli articoli dedicati all’arte forse conoscerà già il mio punto di vista sulla pittura, oggi: fosca, molto fosca la vista. Ovvero concordo con quelli che ritengono la pittura piuttosto moribonda, ovvero ormai priva da tempo di autentici barlumi vitali, di considerabili guizzi d’estro creativo, di espressività vivida e articolata. Temo che, come già intuirono più di 50 anni fa artisti innovativi e sovvertitori dello “stato dell’arte” del tempo quali Fontana, Klein o Manzoni con le loro opere azzeratrici della sostanza pittorica fino ad allora prodotta, nel corso del Novecento la stessa abbia detto tutto o quasi potesse dire, accelerando la chiusura della propria parabola creativa con le grandi avanguardie moderne, non a caso ormai già del tutto storicizzate. Senza contare che nell’arte contemporanea buona parte del suo palcoscenico le è stato rubato dalla fotografia, arte che è tale da poco dacché prima ritenuta figlia d’un dio minore ma rapidamente elevatasi al rango di media contemporaneo assolutamente apprezzato, vuoi per moda, vuoi per effettiva qualità, per imposizione strategica o che altro.
Cosa può fare la pittura, dunque per non estinguersi del tutto ovvero per non autosfinirsi, rinchiudendosi in una stanza degli specchi dalla quale non uscire mai più? Beh, può fare un passo indietro (che tuttavia tale poi non è, lo capirete continuando a leggere) per recuperare quanto di prezioso vi era in sé prima di smarrirsi e attualizzarne senso ed essenza secondo ciò che l’arte può e deve essere nella contemporaneità: la fonte di un discorso articolato, profondo e meditativo, di natura pragmaticamente filosofica e con finalità rivelatrice sul mondo che abbiano intorno e su ciò che contiene. Se l’avanguardia artistica propriamente detta è filosofia quasi pura, come sosteneva Lucio Fontana (ammettendo che vi sia ancora, oggi, un’avanguardia dotata di adeguati e meritori crismi), qualsiasi espressione artistica contemporanea, d’altro canto, non può esimersi dal riflettere sulla realtà nella quale tutti stiamo, dall’indagarla e meditarla attivamente per poi comunicare quanto si è saputo cogliere di essa, anzi, per raccontare quelle numerose storie, più o meno articolate, che si possono ricavare da uno sguardo attento e sagace del mondo che abbiamo intorno.
Queste impressioni, ad esempio, le percepisco nelle opere di Crilu (1980, vive e lavora a Bibione, Venezia), ovvero nelle sue donne fissate su tela in profondissime istantanee che affascinano l’occhio e al contempo stupiscono la mente e l’animo. Non è certamente un soggetto nuovo, la donna nell’arte – inutile rimarcarlo – e nell’ammirare i lavori di Crilu ho inevitabilmente pensato, in modo istintivo più che razionale, a possibili riferimenti precedenti… Tamara de Lempicka, ad esempio, ma pure Toulouse-Lautrec e persino Hopper. Tuttavia, se pure quei pensieri mi sono sorti spontaneamente, qualsiasi eventuale riferimento diventa secondario, se non superfluo, rispetto a quanto quei lavori mi dicono, e a quanto in essi trovi prova – lo ribadisco – di ciò che ho affermato qualche riga sopra.

Quelle di Crilu sono donne dalla sensualità evidente eppure sospesa, per così dire. Offrono il loro corpo senza veli allo sguardo dell’animo, più che dell’occhio; un corpo che non segue stilemi prettamente estetici, che appare comune, quotidiano, ordinario anche perché colto in istanti “sospesi” – appunto – che della quotidianità hanno molto. Di contro, sulla tela quasi ogni altro riferimento oggettivo e spaziale è assente. Lo sfondo è spesso monocromatico, indefinito e dunque forse spiazzante, da un lato, ma funzionale a far che l’attenzione di chi osserva le opere si concentri solo sui soggetti ritratti, nonché a lasciare che da essi, da queste donne che paiono in attesa d’un attimo infinito, prendano a percepire, a cogliere ed ascoltare una storia. La loro stessa storia, forse, oppure un’altra, comunque una narrazione che si intuisce affatto banale, anzi profonda, intensa, intima e interiore. Magari una confessione, una rivelazione o un segreto. E sarà forse un racconto  anche teso, turbato, forse drammatico o in qualche modo inquietante, non necessariamente soave o piacevole, insomma. A volte anche la più grande bellezza può essere drammatica: perché emozionante, perché teatrale ovvero commovente o addirittura dolorosa, quando tale sia anche perché capace di rivelare ben più di quanto il solo sguardo “estetico” potrebbe cogliere.
E’ probabilmente proprio in questa storia – la quale, per quanto detto, ci si appresta ad ascoltare ora quasi con vivida curiosità, con brama di sapere – che risiede la parte più intensa della sensualità e della carnalità manifestata dalle protagoniste dei lavori di Crilu. Un erotismo dell’anima e dello spirito, introspettivo, quasi enigmatico ma perché sfuggente dal senso ordinario che il termine acquisisce comunemente e altrettanto sfuggente da sé stesso, se inteso con sguardo nuovamente e unicamente esteriore. E’ quell’erotismo che coglie in sé la bellezza più profonda e insieme la più profonda ed elementale essenza della vita, che rende sensibili i sensi oltre la norma al fine di mediare quella narrazione che porta con sé, la quale sa poi “spandersi” anche oltre i confini di quanto raccontato per raffigurare molto altro. Le forme dei corpi ritratti narrano la vita intera, la vita che prende quelle forme, le membra che vi danno corpo, appunto, e ne manifestano la sensibilità nel modo più intenso e avvincente possibile. E’ un interscambio intenso e continuo tra forma e sostanza dell’opera d’arte, un’armonia intensa e quasi inopinata tra significante e significato artistici che porta con sé i lavori di Crilu ben oltre il limite fisico e teorico della mera arte figurativa, alla quale verrebbe da riferirsi di primo acchito e che invece viene superata. Anzi, più che superata sviluppata, evoluta. Non un passo verso l’indietro, dunque, ma in avanti, senza eccessiva foga ma con la consapevolezza della via intrapresa. Esattamente come dicevo poco fa.

Infine… Come ho spesso raccontato, qui nel blog, da lettore insaziabile, inventore di storie scritte e appassionato di arte contemporanea, trovo parecchio affascinante quell’arte visiva che sappia inglobare in sé elementi letterari, ovvero che se ne faccia armonicamente influenzare. Non posso dunque non citare quanto si può trovare e leggere, nel blog di Crilu:
Mentre dormivi nella tua culla, la Luna, che è il capriccio in persona, guardò dalla finestra e disse: «Questa bambina mi piace».
Discese languidamente la sua scala di nuvole, e passò senza far rumore attraverso i vetri. Poi si stese su di te con la morbida tenerezza di una madre, e depose i suoi colori sulla tua faccia. Così le tue pupille sono rimaste verdi, e le tue guance straordinariamente pallide. Contemplando quella visitatrice i tuoi occhi si sono così bizzarramente ingranditi; e lei ti ha così teneramente serrato la gola che ti è rimasta per sempre la voglia di piangere.
Nell’espansione della sua gioia, la Luna continuava a riempire tutta la stanza di un’atmosfera fosforescente, di un veleno luminoso; e tutta quella viva luce pensava e diceva: «Subirai eternamente l’influsso del mio bacio. Sarai bella a modo mio. Amerai ciò che io amo e ciò che mi ama: l’acqua, le nuvole, il silenzio e la notte; il mare immenso e verde; l’acqua informe e multiforme; il luogo in cui non sei; l’amante che non conosci; i fiori mostruosi; i profumi che fanno delirare; i gatti che si beano sui pianoforti e che gemono come donne, con voce roca e dolce.«E sarai amata dai miei amanti, corteggiata da chi mi fa la corte. Sarai la regina di chi ha gli occhi verdi, di coloro a cui ho stretto la gola con le mie carezze notturne; di coloro che amano il mare, il mare immenso, tumultuoso e verde, l’acqua informe e multiforme, il luogo in cui non sono, la donna che non conoscono, i fiori sinistri che somigliano ai turiboli di una religione ignota, i profumi che turbano la volontà, e gli animali selvaggi e voluttuosi che sono gli emblemi della loro follia».
Ed è per questo, maledetta e cara bambina viziata, che io ora sono ai tuoi piedi, e cerco in tutta la tua persona il riflesso della temibile Divinità, della fatidica madrina, dell’intossicante madrina di tutti i lunatici!

(Charles Baudelaire, I benefici della luna)

Direi che ora, la visione sull’arte di Crilu è ancora più completa e compiuta, così come tale è la riflessione chi vi ho qui proposto.

Crilu (Cristina Meotto) nasce nel 1980, vive e lavora a Bibione (Venezia).
Fin da ragazzina inizia a manifestare il suo interesse per l’arte che diventa poi pulsione e passione mentre vive a Londra. Sente così il bisogno di disegnare corpi femminili e frequenta Life Drawing Masterclasses presso la Tate Modern di Londra. Una volta rientrata in Italia continua la sua formazione presso lo Studio13 sotto la guida del maestro Silvestro Lodi.
Ha esposto in numerose collettive e personali tra cui:
2015 Mostra “L’altro sguardo”, Spazio Arte Bejaflor, Portogruaro, Venezia
2014 Action painting performance “Cibo per la mente”, Concordia Sagittaria, Venezia
2014 Collettiva presso il museo “Ippolito Nievo”, Cortino di Fratta, Venezia
2014 Mostra e action painting performance durante il Bibione rock festival, Bibione, Venezia
2014 Mostra personale presso l’Hotel Golf, Bibione, Venezia
2013 Collettiva, Sale comunali di Bibione (Venezia)
2012 Mostra personale, Art Gallery, Bibione (Venezia)
2012 Collettiva “Apnea accademy”, Lignano Sabbiadoro (Udine)
2012 Esposizione, Galleria Poliedro (Trieste)
2012 Mostra d’Arte contemporanea, Sale comunali, San Michele al Tagliamento, Venezia
2012 Collettiva “20×20” Orchestrazione N° 20, Galleria d’Arte Contemporanea “I Mulini”, Portogruaro, Venezia
2011 Collettiva “L’attesa ” Orchestrazione N°19, Galleria d’arte contemporanea “I mulini”, Portogruaro, Venezia
2010 Collettiva “Arte e mestieri” a Concordia Sagittaria, Venezia
2009 Collettiva “Terre dei Dogi in Festa”, Portogruaro, Venezia

Per saperne ancora di più su Crilu e conoscere ancora meglio la sua arte, visitate il blog, qui.