Abbasso le panchine giganti, viva le panchine nane!

In attesa che la politica – nazionale e/o locale – si adoperi per emanare le necessarie normative atte a proibire la realizzazione di nuove panchine giganti, o big bench, manufatti che ormai anche i sassi hanno capito essere degradanti per i luoghi ove sono stati installati, e ne imponga la rimozione al fine di evitare che a breve si trasformino in meri rottami sparsi per l’ambiente naturale, e siccome «dal letame nascono i fiori», come cantava De André, eccovi la “panchina nana” installata di recente a pochi minuti a piedi dal bellissimo borgo prealpino di Colle di Sogno, su un poggio poco sopra i 1000 m di quota dal quale la veduta si apre sull’alta Val San Martino, il bacino dell’Adda, l’alta Brianza e i monti del Triangolo Lariano.

Non è meravigliosa?

Minima, per nulla impattante anzi quasi invisibile, in materiali naturali, a uso singolo così che la veduta del panorama diventi ciò che dev’essere ovvero un’esperienza immersiva personale, tanto intellettuale quanto emozionale, ovviamente priva di pericoli… insomma, tutto l’opposto di ciò che sono state le panchine giganti e la fruizione superficiale dei luoghi e del paesaggio che hanno malauguratamente diffuso.

Dunque, viva le panchine nane e viva la frequentazione intelligente e consapevole (per ciò ben più divertente e appagante) dell’ambiente naturale e dei luoghi di pregio, che non abbisognano certo di banali giocattoloni per adulti per essere valorizzati e apprezzati nelle loro specificità ma di una genuina volontà di conoscenza e di stupore per la loro bellezza. Nell’attesa, ribadisco, che finalmente tutte quelle orribili panchine giganti spariscano dal paesaggio italiano: questa sì sarebbe, per i luoghi che ancora le ospitano, una forma di autentica, benefica e efficace (ri)valorizzazione!

Chi vuole andare a visitare la panchina nana di Colle di Sogno può trovare qualche informazione utile qui e deve sapere che nel borgo, dunque a pochi minuti a piedi dalla panchina nana, c’è una Locanda dove si mangia divinamente. Un bel valore aggiunto per godere al meglio della bellezza del luogo, non trovate?

Sent, Engadina

[Foto di Aconcagua (talk), opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sent, frazione del comune di Scuol, è uno dei villaggi di cultura romancia più caratteristici della bassa Engadina, noto in particolar modo per le sue case affrescate e dai peculiari frontoni ricurvi. Sono il segno del benessere derivante dall’emigrazione dei suoi abitanti, alcuni dei quali dal secolo XVII fecero fortuna come mercenari, commercianti e pasticcieri – questi ultimi soprattutto in Italia – e, tornati nel loro villaggio natìo, vi costruirono case signorili in stile classico per ostentare la ricchezza accumulata. È così che sono nati anche i cosiddetti Senter-Giebel (“Frontoni di Sent”), elementi architettonici ricurvi che dall’Ottocento (ovvero dopo un furioso incendio che distrusse buona parte del villaggio) ornano con eleganza molti edifici del nucleo storico del paese, caratterizzato da una stretta rete di viuzze e vicoli maggiori e da diverse piazze.

Tuttavia l’edificio forse più ammirato di Sent, anche perché il più visibile, è il campanile neogotico della chiesa di San Lurench (San Lorenzo), il quale in verità è relativamente recente, essendo stato aggiunto solo nel 1900 alla chiesa che invece vanta una storia più lunga: fu ampliata in stile gotico da Andreas Bühler nel 1496 ma l’impianto originario potrebbe risalire al X secolo.

Per saperne di più su Sent, potete leggere la relativa voce del Dizionario Storico della Svizzera (DSS) o la pagina dedicata al villaggio su myswitzerland.com.

Cusio, il lago sottosopra (e che è nato due volte)

«Lago di Cusio? E dove diavolo si trova?» si chiederà qualcuno.

In effetti non è così noto che Cusio è l’altro nome del Lago d’Orta, uno dei grandi laghi prealpini italiani, il sesto in ordine di grandezza (dodicesimo su scala nazionale), che con quel nome identifica poi l’intero territorio circostante, il Cusio, una delle numerose regioni storico-geografiche (come il Montefeltro, l’Etruria o l’Irpinia, per citarne qualcun’altra) che contraddistinguono l’Italia per certi versi più delle regioni politico-amministrative, e che molti avranno “riscoperto” sentendola citata nella denominazione della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, nata nel 1992.

[Il lago pressoché per intero visto dal Santuario della Madonna del Sasso. Foto di Alberto Orlandini, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
«Ok, il Cusio è il Lago d’Orta. Ma perché è sottosopra?» rilancerà qualcun altro.

Be’, ovviamente se visitate la zona non dovete aspettarvi di avere il lago sopra la testa e il cielo sotto i piedi! In realtà non si tratta di un capovolgimento verticale ma orizzontale: infatti il Lago d’Orta – altra cosa poco nota – è l’unico tra i laghi prealpini italiani il cui emissario, il Nigoglia (ma in zona è la Nigoglia, al femminile), defluisce verso nord cioè in direzione delle Alpi, non della Pianura Padana, dando così l’impressione di scorrere in salita, non in discesa. Tale apparente stranezza rende il lago d’Orta un’autentica rarità geografica: in effetti il lago occupa il letto di un ramo laterale dell’antico ghiacciaio del Sempione che risaliva una precedente valle fluviale fino a che la fronte generò i rilievi morenici che tappano il bacino verso sud, a monte dell’abitato di Gozzano. Il ramo principale del ghiacciaio, invece, qualche km a nord dell’attuale lago scorreva verso oriente unendosi al Ghiacciaio del Ticino, che stava escavando il bacino dell’attuale Lago Maggiore. Per tale motivo il Lago d’Orta si trova ad una quota di circa 100 metri superiore a quella del Lago Maggiore: la Nigoglia così percorre al contrario, cioè verso nord e le Alpi, il solco vallivo lasciato dal ritiro del Ghiacciaio del Sempione fino a che trova il fiume Toce, proveniente dalla Val d’Ossola, nel quale alle acque del Cusio gioco forza tocca fare dietrofront e tornare a scorrere “normalmente” verso sud e la Pianura Padana, fluendo nel Verbano e poi con il fiume Ticino nel Po.

[Per intenderci…]
«Ok, il Lago d’Orta si chiama anche Cusio ed è messo al contrario, ma perché sarebbe nato due volte?»

Ecco, questa è un’altra verità che pochi conoscono ma che a sua volta rende il Lago d’Orta un luogo speciale. È una storia in origine inquietante, ma per fortuna ha un lietissimo fine.

Dovete infatti sapere che il Lago d’Orta, fino ai primi del Novecento dotato di acque assai pure e pescosissime perché inserito in un territorio dall’economia sostanzialmente rurale nel quale le industrie erano pochissime, dunque pressoché privo di scarichi inquinanti, ancora fino a cinquant’anni fa veniva considerato un lago morto. Addirittura, nel 1983 alcune analisi lo decretarono lo specchio d’acqua più acidificato del pianeta.

Ciò in quanto a partire dal 1926-1927 il lago fu gravemente inquinato dagli scarichi di rame e solfato d’ammonio dell’industria tessile tedesca Bemberg, che aveva uno stabilimento a Gozzano, sulla sponda meridionale del lago, e produceva rayon – una fibra trasparente che si ottiene dalla cellulosa, detta anche seta artificiale – con il processo cupro-ammoniacale; in pochi anni il lago diventò invivibile per la maggior parte degli organismi in esso presenti. Nonostante tale degrado già intenso delle acque, l’inquinamento continuò negli anni successivi: i metalli scaricati dalle attività elettrogalvaniche (quali i sali di rame, cromo, nichel e zinco) aggravarono le condizioni del lago accentuando ulteriormente l’acidificazione dell’intera massa lacustre provocata dai processi di ossidazione biochimica dell’ammonio a nitrato.

[Veduta dal lago di Orta San Giulio, eletto tra i “borghi più belli d’Italia” dal Touring Club Italiano. Foto di Steffen Zimmermann da Pixabay.]
La situazione diventò palesemente insostenibile negli anni Novanta: in buona sostanza, un territorio paesaggisticamente pregevole e di grande potenzialità turistica conservava tra le sue pieghe un gigantesco serbatoio di acqua avvelenata. Nel 1990 venne dunque avviata un’esemplare operazione di risanamento delle acque del lago e di conseguente recupero dell’ecosistema, che è tuttora in corso. Già nell’arco di pochi anni, con un imponente intervento di liming – un procedimento chimico che, tramite l’apporto di sali di calcio o magnesio nel terreno oppure nelle acque, neutralizza l’acidità del suolo o dell’acqua aumentando l’attività dei batteri restituendogli così le sue funzioni nutritive – il lago d’Orta è letteralmente rinato, tornando a presentare una situazione delle acque simile a quella precedente all’inizio dell’industrializzazione del suo territorio, fino a risultare oggi tra i laghi italiani con una qualità dell’acqua tra le più elevate in assoluto, certificata dall’ottenimento della “Bandiera Blu” di Legambiente. Un lieto fine con un salvataggio del lago che è stato ed è ancora oggi portato ad esempio e studiato in tutto il mondo. Di contro, la venefica Bemberg dopo varie vicissitudini industriali e economiche ha definitivamente chiuso nel 2009: il suo gigantesco stabilimento, un autentico ecomostro di cemento cadente che nessuno vuole acquistare, è visibile lungo la strada che da Gozzano porta verso il lago. Un lieto fine con annessa rivalsa, in pratica.

Insomma, il Lago d’Orta o Cusio dei bacini lacustri prealpini italiani non è tra i più grandi ma di sicuro ha grandi storie da raccontare, che veramente lo rendono a suo modo un posto speciale. Io ci sono stato di recente (vedete lì sopra una mia galleria fotografica – da non fotografo quale sono, sia chiaro), apprezzando la placida bellezza del suo territorio e l’atmosfera d’antan che vi si respira, quasi come se sulle rive del lago fosse rimasta “impigliata” la dimensione temporale di un secolo e più fa, quando cominciò a diventare turisticamente rinomato e sede di villeggiature anche altolocate. La maggior parte delle persone conosce il Lago d’Orta per la presenza di quella che è forse l’isola lacustre italiana più fotografata in assoluto, la super scenografica San Giulio, presa d’assalto dai turisti ormai lungo tutto l’arco dell’anno, ma il Cusio in effetti offre numerosi altri luoghi e angoli estremamente suggestivi che richiamano una frequentazione lenta, attenta, quasi meditativa, con la quale mettersi in ascolto del paesaggio per udire le sue numerose suggestive narrazioni e lasciarsene inesorabilmente affascinare.

Luoghi bellissimi che molti non si filano (per fortuna)

Quando si discute di sovraffollamento turistico – l’overtourism – in montagna, si rimarca spesso la necessità di distribuire meglio i flussi turistici tanto nei territori interessati quanto in quelli contigui, molti dei quali offrono attrattive non inferiori alle località più blasonate ma per le dinamiche commerciali e di marketing del turismo di massa vengono poco o nulla considerati.

Giustissimo, opportuno, anzi indispensabile. Tuttavia di contro mi chiedo: ma veramente sulle montagne, che ovunque o quasi offrono luoghi, angoli, ambienti, paesaggi di bellezza peculiare, c’è bisogno che qualcuno lo faccia notare? Evidentemente sì, visto che al turista di oggi non viene sollecitata la curiosità della scoperta dei luoghi ma solo la pretesa della fruizione di essi. La quale ha ovviamente bisogno di servizi e infrastrutture ma ancor più di immagine, branding, marketing e altre amenità tipiche del turismo massificato contemporaneo.

Eppure basterebbe poco per scoprire moltissimo, un minimo di curiosità – che dovrebbe essere di default in chiunque affronti un viaggio, che sia più o meno ludico – per conoscere e poter godere di innumerevoli luoghi straordinari i quali offrono “l’infrastruttura” più bella che questo mondo ospita, quella costruita dalla Natura.

Qualche giorno fa ero nei pressi di una rinomata località turistica delle Alpi lombarde e ho visitato uno degli angoli più belli e particolari della zona, raggiungibile in poco più di un’ora lungo un sentiero ripido ma semplice in un contesto di alta montagna mirabile – peraltro quest’anno in una veste che lo rende ancora più spettacolare, come potete constatare dalle mie pur mediocri fotografie.

[Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Be’, pur con un tempo bello e stabile, ci saranno state lassù al massimo una quindicina di persone nell’intera giornata. Me ne aspettavo molte di più, vista la bellezza del luogo. A valle, la trafficata strada statale ingolfava di una gran folla di gitanti il villaggio sottostante, ben munito di bar e ristoranti nonché di ampi parcheggi, tutti pieni. Stessa cosa nei rifugi del circondario, inesorabilmente presi d’assalto. Lassù dove sono salito io, invece, non c’è nessun punto di appoggio. Ma non che ne servisse uno, d’altronde: il piccolo lembo di prato tra le gande nel quale mi sono fermato a pranzare era quanto di più funzionale, comodo e bello potessi desiderare, lì.

Ecco.

Ovviamente non manco di considerare l’altra faccia della medaglia, in situazioni del genere: più gitanti affollano le località rinomate, meno “disturbano” luoghi pregiati e più delicati come quello da me visitato. In effetti questo è un “pregio” nemmeno così collaterale dell’overtourism, soprattutto sulle montagne. Certi luoghi, se per qualche motivo diventerebbero popolari e di conseguenza verrebbero frequentati da molte, troppe persone, inevitabilmente perderebbero tutto il loro fascino alpestre. D’altro canto, se la curiosità verso di essi fosse autentica, come lo è quella di chi è autenticamente appassionato dell’andar per montagne, credo che la statistica e la gran quantità di posti meritevoli di considerazione potrebbero eliminare quel rischio alla fonte.

In ogni caso, lo avrete notato, non ho dato riferimenti del luogo in cui sono stato. Metto le mani avanti, chi conosce la zona avrà intuito quale sia mentre gli altri che ne sono interessati… be’, appunto: alimentate la vostra curiosità, qui e per ogni altro luogo. Vi sorprenderete di quante cose belle scoprirete dove forse mai pensereste di trovarne!