Pene durissime senza appello, per i bracconieri!

A quanto ha scritto di recente l’amico Alberto Marzocchi sul “Fatto Quotidiano”, nel disegno di legge presentato di recente che punta a modificare la “legge sulla caccia” in vigore, ci sarebbe un “regalo” a favore dei bracconieri:

Grazie alla norma che consente alle doppiette di segnare i capi uccisi solo quando lasciano il terreno di caccia (e non, come ora, appena uccidono un volatile) permettendo loro – in assenza di controlli – di tornare a casa col bagagliaio pieno di uccelli morti ma il carniere immacolato.

In pratica, a quanto mi pare di capire, si concede loro una fuga “legale” dal crimine appena commesso.

Come ho detto altre volte, io non sparerei a un altro animale nemmeno sotto tortura ma, in tutta onestà, non posso dirmi così avverso all’attività venatoria quando razionalmente regolata e praticata in modo sostenibile per l’ambiente e la fauna – ma concordo pienamente sul fatto che non debba essere ampliata, come invece prevede lo stesso disegno di legge sopra citato, e come pensa la stragrande maggioranza degli italiani. Tuttavia, sempre in totale onestà, rispetto a tali circostanze ritengo il bracconiere contemporaneo una delle figure umane più infami*, soprattutto quando il crimine sia perpetrato ai danni di specie protette come spesso avviene, alla quale io comminerei la stessa pena massima prevista per l’omicidio doloso. E non vado oltre. Altro che “favori”!

Ergo, a qualsiasi iniziativa che invece possa determinare per i bracconieri qualche tipo di beneficio sarò sempre radicalmente avverso tanto quanto a chi la proponga, e inviterò sempre chiunque a esserlo. Il bracconaggio è una vergogna schifosa da relegare per sempre alle parti più oscure della storia passata: promuovere il pur minimo atto che può servire a perseverarla rappresenta una pura e semplice complicità nel reato.

*: si evitino commenti “benaltristi”, per favore, i quali nel caso dimostrerebbero che chi li pronuncia non ha capito nulla del senso della questione e lo renderebbero formalmente accondiscendente.

 

Rigenerare il senso di comunità per far fronte ai problemi delle montagne

[Un evento pubblico nella Piazza Cavour – o del Kuerc – di Bormio. Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
Credo, e ne sono convinto sempre più, che il primo e imprescindibile principio per la soluzione di molti dei problemi che affliggono i territori di montagna sia la rivitalizzazione, che a volte è rinascita vera e propria, del senso di comunità delle loro popolazioni. Cioè dell’identità comunitaria, della consapevolezza compiuta e profonda riguardo la relazione che gli abitanti hanno – e devono avere – con le proprie montagne e con il paesaggio del quale sono parte integrante, della presa di coscienza sociale, civica, culturale e antropologica di ciò che sono in quanto unità demografica e rappresentano per il loro territorio – rappresentano, intendo dire, ben di più di quanto possano fare i soggetti politici pubblici pure nella più piena legittimità del loro ruolo.

È una questione centrale, a mio modo di vedere, nell’analisi delle realtà contemporanea delle nostre montagne, a volte citata ma raramente approfondita e messa in evidenza come merita. E questa è una mancanza alla quale è ora di sopperire.

Mi dispiace e avvilisce constatare di persona, oppure sentirla riferito da altri, la frequente disgregazione delle comunità di montagna, che si manifesta su diversi livelli: da quelli più banali e apparentemente innocui (gli screzi tra confinanti, per dire) fino a situazioni quasi inquietanti, vere e proprie faide tra compaesani o convalligiani per i più svariati motivi legati alla gestione del territorio comune – al quale, inutile rimarcarlo, afferiscono anche le singole proprietà o gli interessi personali per i quali ci si scontra.

È una situazione che, al netto delle circostanze locali, deriva molto da quei fenomeni di spaesamento e alienazione che hanno interessato le comunità di montagna nel Novecento e soprattutto dal boom economico in poi, raccontati in quel fondamentale libro di ormai quasi vent’anni che è Il tramonto delle identità tradizionali di Annibale Salsa. In questo stato delle cose la politica troppo spesso ha mancato di guidare le inesorabili trasformazioni socioculturali delle comunità governate, e tanto meno si è curata della tutela delle loro identità, per inseguire modelli economici di stampo viepiù consumista del tutto avulsi alla realtà storica delle montagne i quali, se è vero che hanno portato un certo benessere generale in comunità ancora per certi versi arretrate, di contro ne hanno smembrato l’anima, alienando i montanari dalle loro stesse montagne. Le comunità di montagna, da secoli centrate su modelli di gestione comunitaria e collettiva dei propri territori – modelli spesso inevitabili d’altronde, vista la natura ostica dei territori in quota – e su un’identità culturale altrettanto unitaria (nel bene e nel male, ma tant’è), sono rapidamente implose di fronte a molte delle lusinghe moderne e contemporanee, spesso imposte a forza ai territori montani con l’assenso più o meno tacito della politica: ciò da un lato ha colpito duramente il senso di comunità, come detto, e dall’altro ha privato i montanari degli strumenti culturali atti alla comprensione di quanto stava accadendo.

[Un momento dell’edizione 2024 dell’Alpenfest di Livigno. Immagine tratta da blog.livigno.eu.]
Recuperare questo senso di comunità, rivitalizzarlo e rinvigorirlo con l’adeguata consapevolezza socioculturale che lo deve alimentare, è sempre più fondamentale, poste le sfide che attendono le montagne da qui al prossimo futuro e la cronica svagatezza della politica nazionale verso di esse. In nessun altro ambito – dalle nostre parti – come sulle montagne la comunità è il centro dello spazio-tempo locale, e la politica, quella eletta localmente e quella che ai livelli superiori detiene funzioni e competenze amministrative, deve essere al servizio della comunità e non viceversa, giammai. Di contro, la popolazione deve fare lo sforzo di ridare competenza culturale e valore civico al proprio senso di comunità e alla relazione che la lega alle proprie montagne: è un dovere dal quale scaturiscono diritti che oggi, spesso, vengono trascurati o si sono dimenticati, innanzi tutto quello di interloquire alla pari con qualsiasi soggetto, pubblico o privato, che voglia intervenire sulle loro montagne.

Non è una mera questione di maggioranze o minoranze, di essere d’accordo o meno con questa o quella decisione o azione, e non è affatto una cosa della “politica” – o meglio, politica lo è nel senso più nobile del termine, di partecipazione alla vita collettiva e gestione della cosa pubblica. È, molto semplicemente ma altrettanto emblematicamente, il modo con il quale si posso mantenere vive le nostre montagne, tutelati i loro territori, la bellezza del paesaggio, le risorse naturali e al contempo salvaguardando la socialità vitale delle comunità che vi abitano e vogliono continuare a farlo ancora a lungo, con il giusto orgoglio e il necessario agio per potersi sentire parte integrante e importante con ciascun altro abitante della propria comunità e delle montagne.

Il DDL montagna e la caccia sui valichi montani: cui prodest?

[Foto di jacqueline macou da Pixabay.]
Uno dei passaggi – in forma di emendamento – più controversi del recente “DDL Montagna” approvatolo scorso 11 settembre in montagna è quello che riapre la caccia su 475 valichi montani lombardi, bypassando le sentenze dei tribunali (TAR e Consiglio di Stato, per la precisione) che l’avevano precedentemente vietata.

Ovviamente l’emendamento è stato calorosamente festeggiato dai cacciatori e duramente contestato dagli animalisti nonché, in particolar modo, dal Centro Italiano Studi Ornitologici, la principale associazione scientifica nazionale, che negli stessi giorni cui si approvava il DDL Montagna curava a Lecce il XXII Convegno Italiano di Ornitologia, elaborandovi una specifica risoluzione critica sulla questione votata all’unanimità. Al netto di ciò ovvero di questo tema in generale, è comunque vero e risaputo da anni che la situazione dell’avifauna in Italia è problematica: dei 250 uccelli che nidificano nel Paese, il 30% è in stato di conservazione “cattivo” e il 33% in stato “inadeguato”; alcune specie un tempo del tutto “ordinarie” come la rondine, l’allodola e il saltimpalo hanno subito perdite drammatiche, rispettivamente del 51%, 54% e 73%.

Da persona che non farebbe (e non fa) del male a una mosca, come si usa dire, tanto più con un’arma da fuoco, e che non coglie nessun raziocinio nell’attività venatoria praticata per svago, ma di contro – al netto di quanto appena rimarcato – conoscendo cacciatori più assennati di certi “ambientalisti” e consapevole del fatto che, ad esempio, sulle “mie” montagne la manutenzione residua di certe zone sono rimasti solo i cacciatori a eseguirla (per loro interesse, certo, ma intanto la fanno, contribuendo a mantenere transitabili molti sentieri e agibili le zone attraversate altrimenti dimenticate da tanti “amanti della natura”) nonché da studioso dei paesaggi e delle culture montane, trovo parecchio bizzarro se non assurdo che attraverso un emendamento a una legge si consenta la caccia su ben quattrocentosettantacinque valichi montani ove prima era vietata. Non su qualche valico in più di prima ma su quasi cinquecento, cioè pressoché ovunque – restano interdetti all’attività venatoria 23 valichi, praticamente solo quelle compresi in aree protette e salvaguardati da specifiche tutele normative.

Per come l’emendamento è stata promulgato, più che una concessione o un’apertura alla caccia mi pare un vero e proprio “liberi tutti”, ma forse mi sbaglio; tuttavia mi chiedo, senza alcuna retorica: veramente la caccia ha bisogno di avere accesso a tutti quei valichi prima interdetti per poter essere praticata in modi «responsabili e sostenibili» (come le stesse associazioni venatorie sostengono della loro attività)? Forse prima erano troppi quelli vietati? E ora, a situazione ribaltata?

Un’altra questione di frequente citata sul tema venatorio, è che certa politica – di quale colore sia non importa – approvi tali risoluzioni favorevoli all’attività venatoria per sostenere o per compiacere la “lobby” della caccia e delle armi. Questione plausibile, visto il comportamento di quella certa politica, d’altro canto mi chiedo: ma esiste veramente una “lobby” della caccia ed è realmente così potente nella sua influenza sui politici?

[Immagine tratta da www.ilgiorno.it.]
In verità, il numero dei cacciatori in Italia è da decenni in costante forte calo: oggi se ne stimano tra i 5 e i 600mila attivi (alcune fonti ritengono siano ancora meno) peraltro con un’età media sempre più elevata; nel 1980 erano più di 1,7 milioni, nel 2000 già calati a 800mila circa. Se questo trend dovesse continuare anche nel prossimo futuro, in pochi anni la categoria si estinguerebbe, quasi. Ciò determina che il giro d’affari del settore armi e munizioni per uso civile subisca da tempo una altrettanto forte contrazione: ormai dati quali i fatturati complessivi delle industrie del settore, il giro d’affari stimato o il numero degli addetti rappresentano degli “zero-virgola” rispetto ai macrodati economici e industriali nazionali.

Sia chiaro: so bene che possa fare lobbying anche un piccolo gruppo di individui particolarmente potenti, ma in presenza di determinate circostanze che alimentino la loro influenza e, di contro, le più adeguate contropartite. Circostanze che tuttavia io qui non vedo e non colgo.

Dunque, perché tale vibrante sensibilità da parte di quella certa politica a favore della caccia, al punto da andare contro sentenze giuridiche e infilare emendamenti a leggi già definite pur di sostenere l’attività venatoria (giusto o sbagliato che sia, ribadisco)? Si tratta di pura ideologia di parte legata a convenienze elettorali (ma quali, posto quanto sopra evidenziato)? Forse che tutti gli esponenti di quella certa parte politica siano cacciatori praticanti? (Possibile ma invero assai improbabile.) Oppure c’entra il fatto che l’attività venatoria è comunque parte, seppur in abiti “civili”, dell’industria bellica militare, da sempre legata a triplo filo al potere politico e dunque dotata di una irresistibile influenza al riguardo – non fosse altro per le montagne di denaro che vi sottendono? O ancora è solo perché i politici odiano gli animali eccetto soltanto quelli domestici personali? (Possibile anche questo, ma mi auguro altamente improbabile). Oppure ancora c’è sotto dell’altro, lecito tanto quanto spinoso?

Insomma: la questione, al netto delle sue evidenze concrete, mi pare possegga una “logica” – se di logica si può parlare – alquanto ambigua e sfuggente. D’altro canto, proprio per questo, mi appare assolutamente emblematica rispetto a ciò che oggi è la politica (tutta, non solo certa), sempre parecchio attenta e impegnata – sovente con motivazioni scarsamente logiche e sostenibili – su questioni molto poco utili alle comunità sulle quali governa e quindi assai svagata sulle reali problematiche che determinano la quotidianità dei cittadini, nonché perennemente distaccata, se non alienata, dalle realtà materiali e immateriali dei territori governati – in ambito economico, sociale, culturale, ecologico, ambientale, eccetera.

Rimarco tutto questo, ribadisco, senza retorica e non essendo di principio contro la caccia, semmai essendo sempre favorevole e alla ricerca del buon senso, in tutto ciò che viene compiuto nel mondo in cui tutti viviamo e dei cui eventuali danni – ove le cose siano fatte senza buon senso ciò accade sempre – tutti possiamo subire le conseguenze.

P.S.: gli ultimi aggiornamenti sulla questione – variamente inquietanti – li ha elencati l’amico Alberto Marzocchi con questo articolo sul “Fatto Quotidiano” del 28 settembre.

Il “DDL Montagna”? È il solito «piuttosto che niente meglio piuttosto»


Dunque, il 10 settembre scorso il Senato italiano ha approvato il cosiddetto “DDL Montagna, ovvero il Disegno di legge per il riconoscimento e la promozione delle zone montane. È la prima legge nazionale che parla di montagna da 30 anni a questa parte e contiene numerose disposizioni a favore di sanità, istruzione, agricoltura e servizi nelle aree montane: ci sarebbe da festeggiare parecchio, a vederla così, e in parte è giusto farlo visti i tre decenni di noncuranza istituzionale nei confronti della montagna finalmente conclusi.

Di contro siamo in presenza di una legge italiana, promulgata dalla politica italiana – e di quale parte politica non importa nulla, visto il panorama generale: ciò fa subito aguzzare vista e mente sicché rapidamente nel testo promulgato si colgono alcuni aspetti primari che non possono non far storcere il naso, inevitabilmente.

Il primo e più palese (infatti è quello che in tanti già rimarcano) è la dotazione finanziaria della legge, 200 milioni all’anno per l’intero paese (nel triennio 2025-2027). Facendo i conti della serva e dividendo la somma per le 20 regioni italiane, ciascuna delle quali comprende territori montani e dunque ne può beneficiare, fanno 10 milioni a regione. Praticamente quanto costa un singolo impianto di risalita e nemmeno dei più grandi, come quelli che a decine vengono finanziati da soldi pubblici in comprensori sciistici spesso prossimi alla chiusura per ragioni climatiche e/o economiche.

Il secondo: l’assoluta assenza, nel DDL, di misure atte a contrastare le conseguenze della crisi climatica in divenire, particolarmente evidenti e impattanti sui territori di montagna.

Il terzo, di carattere generale ma purtroppo inevitabile quando si ha a che fare con la politica e la burocrazia italiche: il passaggio dalle parole (e dalle promesse) ai fatti concreti ed efficaci. Il testo della legge contiene numerosi intendimenti importanti e lodevoli: anche al netto della dotazione finanziaria più o meno scarsa, l’amministrazione pubblica saprà “mettere a terra” quegli intendimenti producendo risultati realmente vantaggiosi per i territori montani? I decreti e le disposizioni attuative necessarie a ciò saranno messi in atto rapidamente ed efficacemente? La burocrazia sarà conseguentemente snellita o finirà di nuovo per rallentare e magari per bloccare le azioni previste?

Fatto sta che, posto quanto sopra e riflettendo in maniera generale sul tema, a me pare che ancora una volta (l’avevo già denotato qui) la montagna venga condannata al principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto. Una condizione che rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, che alla fine di realmente concreto e tanto meno «rivoluzionario» non porta niente o quasi, e piuttosto rimarca l’attenzione pervicacemente (nonché deprecabilmente) scarsa nonché l’altrettanto costante assenza di una visione strategica organica da parte della politica italiana per i territori montani, le loro comunità e il miglior sviluppo futuro – economico, sociale, ecologico, culturale – per esse possibile.

Sono troppo pessimista? Può essere, anzi, me lo auguro vivamente.

Un supermercato in mezzo alle montagne

P.S.Pre Scriptum: ringrazio da subito le testate locali che hanno pubblicato l’articolo seguente, come “Valsassina Oggi” e “ValsassinaNews”. Mi auguro sia chiaro il senso di questo scritto (e se non lo è lo sia, da ora) il quale non è contro qualcuno o qualcosa ma a favore di una riflessione generale, centrata sul caso in questione, riguardo l’abitare, il vivere e il fare comunità sulle nostre montagne, il loro presente e il futuro, l’identità e l’anima che le contraddistingue.

[Immagine tratta da www.sagradellesagre.it.]
Fino a qualche tempo fa non ne ero al corrente, ma quando poi ho saputo che nella piana di Pasturo, tra i monti della Valsassina (provincia di Lecco), sorgerà un supermercato da 1500 mq di una nota catena della grande distribuzione, un acuto senso di rammarico e pure un certo disgusto mi hanno subito attanagliato l’animo.

La piana di Pasturo, in vista di alcune delle più note e belle vette delle montagne lecchesi – il Grignone in primis – è uno dei luoghi più belli della Valsassina, anche per come appaia, sia provenendo dal Colle di Balisio e da Lecco, sia da oltre la stretta di Baiedo e dalla bassa valle, come una sorta di inaspettato “miracolo” geografico in mezzo a versanti montuosi più o meni ripidi, la più ampia area planiziale della Valsassina. La cui rinomata fertilità ha probabilmente conferito il nome al comune nel cui territorio si trova – Pasturo, toponimo che ha una probabile origine latina da pastorium in rapporto con pastura, “il pascere, il brucare”, da cui il lombardo pastura nonché l’italiano pastura, “il pascolare, il luogo dove trovano da nutrirsi le bestie” – ma che parimenti è stato già parzialmente urbanizzato e cementificato proprio in forza della favorevole geomorfologia. Ciò non toglie che la piana resti un angolo del paesaggio locale di grande bellezza e importanza: ci si rende bene conto di ciò soprattutto se la si attraversa a piedi o in bicicletta, a ritmo lento, lungo la ciclovia della Valsassina, che qui inizia e attraversa la piana in direzione della Rocca di Baiedo.

Detto ciò, e tornando alla questione del nuovo supermercato, sono certo – o quanto meno non posso non augurarmelo – che il punto vendita verrà realizzato secondo tutti i crismi della sostenibilità ambientale, che non consumerà suolo in quanto edificato su un’area industriale dismessa e in una zona peraltro giù urbanizzata, come detto, che amplierà l’offerta commerciale locale, che darà lavoro a gente del posto e migliorerà la viabilità circostanze… ok, tutte cose buone e giuste. Ma a che prezzo? O, per meglio dire: a prezzo di quali e quante conseguenze che si manifesteranno non subito ma tra qualche tempo inesorabilmente? E con quale impatto culturale sulle comunità locali?

Io posso anche apparire un ingenuo o un illuso se rimarco la speranza, ormai svanita, che certi modelli consumistici tipicamente metropolitani se ne debbano restare lontani dai territori rurali e dalle montagne, lì dove le comunità dovrebbero ancora essere animate da modus vivendi collettivi e da una socialità concreta, pur tra mille variabili e restando inevitabilmente al passo con i tempi e le mode. In parole povere: in montagna non si vive come in città e questo è un grande pregio; diviene un difetto nel caso l’abitare tra i monti non venga sostenuto da adeguate politiche socioeconomiche, cosa purtroppo assai diffusa in Italia. E se nelle città grandi e piccole i negozi di quartiere e le piccola attività commerciali sono ormai pressoché scomparsi, sostituiti dai grandi supermercati ormai diffusi in gran numero ovunque, ma vi è la possibilità che la loro valenza di aggregazione sociale possa essere sostituita da altri luoghi, nei piccoli paesi spesso se chiude un negozio viene meno la gran parte della socialità, anche perché – ribadisco – purtroppo in passato tanti comuni non hanno salvaguardato gli altri centri di ritrovo per la propria comunità, giovane e meno giovane.

D’altro canto il timore che molti in Valsassina hanno manifestato, cioè che l’apertura del nuovo supermercato provocherà la chiusura di tanti piccoli negozi, non è affatto un timore o un’illusione ma una certezza: sì, tanti negozi in zona chiuderanno, inesorabilmente: è accaduto ovunque in circostanze simili e la Valsassina non si trova su Marte. Chiuderanno anche qui, garantito. Dunque, a fronte dei posti di lavoro che il supermercato offrirà, quanti ne farà perdere nei piccoli paesi del circondario? E con quali impatti sulla quotidianità delle loro comunità, soprattutto della componente più attempata?

[Foto di Maupao70, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia non c’è solo una questione socioeconomica alla base di tutto ciò, ve ne sono anche di natura culturale, non meno importanti e impattanti. Ne cito solo alcune.

La prima: il modus vivendi al quale risulta funzionale un supermercato che lavora e guadagna su logiche consumistiche, anche laddove offra prodotti di qualità, è ammissibile e integrabile in una dimensione vitale e residenziale comunitaria come quella della montagna? In altre parole: il modello culturale che il supermercato porta con sé è conciliabile con la cultura del vivere in montagna, la quale avrà numerose criticità ma anche innumerevoli pregi? Oppure la vita in montagna si deve conformare sempre di più a quella di città, livellando ogni differenza e dunque inevitabilmente deprimendo le sue specificità?

[Nel cerchio giallo è lo stabile che è stato demolito per fare spazio al supermercato in costruzione.]
La seconda: checché se ne dica, e nonostante il nuovo supermercato di Pasturo sia edificato su una zona ex industriale recuperata senza consumare altro suolo naturale, tale circostanza in loco sancisce un precedente. Molto pericoloso, dal mio punto di vista. Se hanno dato la licenza a quella società della grande distribuzione, perché ad altre non dovrebbero concederla? Chi può garantire – nei fatti, non a parole – che ciò non accadrà, da qui al futuro? La piana peraltro è vasta, di spazio ce n’è ancora e sappiamo bene come in Italia la destinazione d’uso dei terreni possa variare rapidamente e facilmente, quando ve ne sia la convenienza per qualcuno di influente. Ma pure se eventuali altri supermercati dovessero nascere in altri luoghi della valle, i pericoli e le potenziali conseguenze fin qui delineate sarebbero comunque moltiplicate.

[Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La terza: e il paesaggio? Anche se viene proclamato e assicurato che il nuovo grande edificio verrà integrato e armonizzato con il paesaggio, si tratta comunque di un nuovo manufatto antropico che viene inserito – comunque a forza, inevitabilmente – in un paesaggio di gran pregio e bellezza come quello della piana, che sarà altrettanto inevitabilmente meno bella, meno naturale, meno montana e un po’ più simile a una qualsiasi periferia di città. Con conseguenze in tal caso culturali e ancor più identitarie, ovvero impattanti sull’identità, sull’anima del luogo e su quella di chi lo abita, dato che il paesaggio, lo sancisce la relativa Convenzione Europea, è fatto dall’insieme di elementi naturali e elementi antropici per come vengono percepito e culturalmente interpretato da chi vi interagisce, innanzi tutto dai suoi abitanti. In pratica, quel nuovo parallelepipedo di cemento e vetro sarà edificato anche sul carattere e sull’anima dei valsassinesi, con altrettanto inevitabili conseguenze.

Per carità, magari queste mie sono solo fisime e invece hanno ragione i proponenti del nuovo supermercato, gli amministratori pubblici che l’hanno consentito, i valsassinesi che se ne dicono contenti e si sentiranno più “comodi” nel fare la spesa. Ma giusto di recente ho letto un articolo di Serena Milano, direttrice di Slow Food Italia, che in relazione alla chiusura dell’ultima bottega di un piccolo comune dell’Appennino Ligure, così ha scritto: «Lo spostamento a valle è andato di pari passo con la corsa verso il grande: si costruiscono scuole più grandi, ospedali più grandi, impianti sportivi più grandi. È un processo di sviluppo che genera disuguaglianze sociali.» Un processo che, come si può ben vedere, è presente anche nel commercio al minuto: chiudono i piccoli negozi dei paesi e si aprono supermercati sempre più grandi: una disuguaglianza sociale, economica, culturale, antropologica che ora rischia di manifestarsi anche in Valsassina. Conviene veramente? Forse sì. O forse… chissà.