I bambini durante l’Olocausto (per il Giorno della Memoria 2022)

[Alcuni sopravvissuti del “Blocco 66” di Buchenwald (un edificio destinato ad ospitare i bambini) fotografati poco dopo la liberazione. Germania, dopo l’11 aprile 1945. Fonte dell’immagine: https://encyclopedia.ushmm.org.]

I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas.

(Primo LeviLa tregua, Einaudi, 2000, 1a ed. 1958, pag. 168.)

Il sito dello United States Holocaust Memorial Museum, ricchissimo di contenuti e di testimonianze sull’Olocausto, presenta anche numerosi contenuti in lingua italiana alcuni dei quali raccolti in una sezione – facente parte della “Enciclopedia dell’Olocausto” – intitolata I bambini durante l’Olocausto. Voglio dedicare il mio solito contributo al Giorno della Memoria 2022 proprio a loro, vittime ancor più innocenti dei crimini spaventosi della follia nazista, invitandovi a visitare le pagine del sito suddetto e in particolar modo quelle dedicate alla tragedia dei bambini durante quegli anni spaventosi, appunto, monito tra i più potenti e inevitabili per alimentare la speranza che mai più degli esseri umani, membri di una civiltà che ama definirsi la più avanzata del pianeta, possano commettere atrocità talmente terrificanti.

Così si può leggere nell’introduzione della sezione I bambini durante l’Olocausto:

Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.
In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i 13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.
Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.
Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

P.S.: altrettanto significativo sulla storia e la sorte dei bambini durante l’Olocausto è il Memoriale dei Bambini presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, uno spazio commemorativo costruito in una caverna sotterranea per ricordare il milione e mezzo di ragazzini vittime dell’Olocausto. Durante la visita all’interno del Memoriale dei Bambini non si deve fare nulla, si può solo ascoltare: Moshe Safdie, l’architetto che ha progettato questo luogo, ha fatto realizzare un lungo percorso immerso nel buio, rischiarato solo da flebili candeline poste a diverse altezze che creano l’impressione di un piccolo firmamento, nel quale si procede nella penombra seguendo un corrimano. In sottofondo, voci registrate elencano nelle varie lingue i nomi delle piccole vittime: «...Eugene Sandor, 12 anni, Jugoslavia… Maritza Mermelstein, 8 anni, Cecoslovacchia…». Niente come un elenco riesce a dare al tempo stesso il senso dell’individualità e quello della totalità. Qui trovate alcune testimonianze audiovideo dell’interno del Memoriale (una la vedete lì sopra).

E se la memoria dovesse svanire?

Sul tema del Giorno della Memoria, poco fa alla radio, ho sentito un interessante intervento nel quale veniva posta una domanda cruciale: quando non ci saranno più testimoni diretti atti a mantenere viva – perché direttamente vissuta – quella fondamentale storia della quale si chiede di salvaguardare la memoria, questa che fine farà? C’è il rischio che, nonostante il suo valore necessario e imperituro, svanisca come è già accaduto per altre pur importanti memorie?

Be’, risposta ovvia dacché immediata, ma forse non così banale: bisogna generare nuovi custodi della memoria, capaci anche di tenere pienamente vivo lo spirito delle testimonianze dirette, quando di esse non ve ne saranno più. Seguito altrettanto ovvio, ma affatto banale stavolta: sono le nuove generazioni a poter diventare quei custodi, e non solo perché “nuove” ma pure perché potenzialmente più sensibili di noi “grandi” (nonostante tutto ciò che si dice all’opposto: si veda la sensibilità verso la questione climatica) verso una tale basilare missione.

Posto ciò, ho la fortuna di conoscere (anche se non quanto vorrei) Marina Morpurgo, storica, giornalista, traduttrice e raffinata scrittrice che ha lavorato per quattro anni al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e che per la casa editrice Pearson (con la quale ha pubblicato un nuovo corso di storia per la Scuola secondaria di primo grado Luci sulla storia) ha scritto uno “speciale” per studenti intitolato Gli ebrei sotto il nazismo: “pecore al macello” o combattenti? Col quale mette in luce i tanti atti di resistenza morale e culturale che, oltre gli episodi di resistenza militare, gli ebrei seppero organizzare contro la barbarie nazista. Una resistenza disperata e proprio per questo straordinaria nei risultati che riuscì a conseguire.

Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo – merita molto, inutile rimarcarlo.

Finzi, Fausta – matricola 49538

27 gennaio, Giorno della Memoria: quest’anno vi propongo la testimonianza di una donna delle mie parti, Fausta Finzi, tratta dalla video-intervista La storia di Fausta Finzi. Sopravvissuta del campo di concentramento di Ravensbrück, prodotta nel 2001 dal Comune di Verderio Superiore (Lecco). L’estratto qui proposto, del 2013, è a cura del MUST, il Museo del Territorio di Vimercate (qui invece ne trovate una versione più lunga.

Fausta Finzi Tortera nacque a Milano l’11 giugno 1920 da Edgardo Finzi e Giulia Robiati. Visse a Milano dove il padre lavorava come impiegato di banca. Quando quest’ultimo venne arrestato dalle SS nell’aprile del 1944 decise di seguirne la sorte. Venne portata nel carcere di San Vittore e separata dal genitore. Il 27 aprile 1944 venne trasferita nel campo di Fossoli dove poté riunirsi al padre. Rimase con lui sino alla divisione del campo in due aree distinte per uomini e donne. Durante questo periodo lavorò come infermiera. Nel luglio 1944 venne caricata con il padre su un convoglio ferroviario che fece sosta a Verona. Qui i due vennero separati: Fausta non rivide mai più il padre. Fu deportata nel campo di Ravensbrück con numero di matricola 49538. Qui fu costretta a lavori forzati di nessuna utilità pratica sino a che si offrì volontaria come operaia nella sartoria del campo. Nel gennaio 1945 arrivarono detenute provenienti da Auschwitz. L’organizzazione del lavoro iniziò ad essere meno costante a causa dei bombardamenti, nonostante la disciplina richiesta dai sorveglianti rimanesse ferrea. In questo periodo Fausta fu colpita da un’infezione ad un dito ma continuò a lavorare temendo le selezioni. Nel frattempo le razioni di cibo, già scarsissime,  cominciarono a diminuire progressivamente. Il 27 aprile 1945, dopo ben 265 giorni di detenzione, venne evacuata dal campo insieme ad altre prigioniere e costretta a marciare verso una destinazione sconosciuta sino all’8 maggio 1945, quando un contingente americano mise in fuga i soldati SS. Una volta libera fu costretta a rimanere nella zona controllata dall’esercito russo. Dopo avere assistito a violenze sessuali perpetrate dai soldati sovietici ai danni di alcune prigioniere, decise di fuggire insieme ad alcuni prigionieri italiani e raggiungere l’area di influenza americana. Venne alloggiata in un campo di smistamento ed in seguito trasferita a Lubecca in un campo inglese dove fu curata e nutrita. A metà agosto 1945 partì con una tradotta ufficiale per l’Italia. Rientrò a Milano il 31 ottobre 1945.

Dal ritorno a casa, Fausta Finzi rimase chiusa per sessant’anni in un silenzio ostinato, rotto soltanto dalle due video-interviste concesse nel 1996 al Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano e nel 1998 alla Shoah Foundation di Los Angeles. Due anni dopo, nel 2000 acconsentì ad una intervista per la Commissione Cultura del Comune di Verderio Superiore e, in occasione della Giornata della Memoria del 2002, affrontò per la prima volta il pubblico, a Vimercate e, poco dopo, a Lecco nell’ambito della mostra “La Memoria”. Proprio da quest’ultima esperienza nacque e prese corpo l’idea di pubblicare il diario della marcia.

Fausta Finzi aveva già pubblicato nel 2003 un libro di memorie dal titolo Varcare la soglia (ediz. ISMLEC, 2003), in seguito al quale fu chiamata a partecipare a numerosi incontri pubblici, inclusi quelli con gli studenti. Il diario della marcia è uscito invece nel 2006 con il titolo A riveder le stelle (Gaspari Editore, 2013). Con esso la Finzi ha consegnato alla nostra memoria una singolare testimonianza nella quale l’oggi – ovvero il resoconto tardivo della propria prigionia e le riflessioni sul significato più intimo di tale esperienza – si mescola con il passato con il “tempo di allora” fermato nel diario del 1945. Il diario è accompagnato da due saggi, uno di Federico Bario che si sofferma sulla difficoltà di essere “testimone”, l’altro di Marilinda Rocca dedicato alla scrittura, o meglio alle “scritture” di Fausta Finzi. A riveder le stelle in qualche modo ridona voce – e oggi ancora di più – a chi come Fausta Finzi ha saputo affrontare ogni momento della propria vita, anche il più tragico, con una straordinaria forza d’animo; è riuscita con tranquillità, lucidità, talvolta autoironia, a raccontare il senso di una vita che alla fine è riuscita a fare i conti anche con la propria memoria. Memoria che ora appartiene anche a tutti noi.

Fausta Finzi è scomparsa a Vimercate il 26 giugno 2013.

Negare chi nega

[Foto di Ron Porter da Pixabay.]
Dunque, dall’ultimo “Rapporto Italia 2020” dell’Eurispes si evince che il 15,6% degli italiani nega la Shoah, lo sterminio della popolazione ebraica. Analizza tale dato ed altri ugualmente inquietanti del rapporto questo articolo di “Open”, evidenziando una cosa (tra tante) che parrebbe “non credibile” per tanto è assurda, e se non fosse basata su dati inoppugnabili: «Il numero è aumentato negli ultimi quindici anni in modo molto significativo, passando dal 2,7% del 2004 al 15,6% di quest’anno

In ogni caso il rapporto ha suscitato qualche dibattito ma non più di tanto, assuefatto com’è ormai il paese all’imbarbarimento sempre più profondo della sua opinione pubblica in preda a populismi, isterismi, fanatismi e numerosi altri –ismi dei peggiori, un mostro sempre più spaventoso che tuttavia, ogni volta che passa davanti a uno specchio, evidentemente si vede sempre più “bello”, negandosi la propria crescente bruttura.

D’altro canto, sono d’accordo pure io a non tirarla troppo per le lunghe e a perdere tempo in eccessive disquisizioni al riguardo. Si faccia così: la popolazione attualmente residente in Italia è pari a circa 60 milioni e 400mila persone; il 15,6% equivale a circa 9 milioni e 400mila persone, ok? Bene: l’ammontare totali dei residenti sia aggiornato a 51 milioni di persone. Quei 9 milioni e passa che pensano bestialità come quelle evidenziate dal rapporto Eurispes non possono avere il diritto di risiedere in un paese la cui società si voglia definire civile. Oppure se vogliono restare che restino, ma prive di ogni diritto civico. Sarebbe un’onta insostenibile per l’intero paese, altrimenti.
Ecco.

Qualcuno penserà che un tale metodo sia similare a quello che ha dato forma storica alla Shoah? Be’, ma tanto quelli non ci credono, dunque li si sottoporrà a una coercizione sostanzialmente inesistente. Che potrebbero dunque avere da protestare? Loro negano, noi neghiamo loro. Equità assoluta.

Bene, ho finito. E chiedo perdono per lo sfogo.

E poi, i giorni della smemoratezza

[Foto di Monfocus da Pixabay.]
Comunque, passato anche per quest’anno il Giorno della Memoria, e passate tutte le commemorazioni nonché le strumentalizzazioni (in bene o in male) relative, resta forte in me l’impressione che a buona parte delle persone di questi pur fondamentali temi non interessi pressoché nulla. Tali giornate annuali di commemorazione “una tantum” vengono e passano in modo ormai automatico – e anch’io al riguardo, in senso generale, ho espresso più volte il mio scetticismo – ma i temi, le realtà della storia, le verità, la memoria restano sempre: se vengono trascurate o ignorate non è certo colpa di ciò che tramandano ma di chi non vuole tramandare, per scelta consapevole o per mera ignavia intellettuale.

Troppe persone di fonte a tali temi di valore imperituro fanno spallucce, non li sentono roba loro, li credono parte di un passato ormai lontano, si dicono «ok, ma io che c’entro?» girandosi dalla parte opposta, tutt’al più pubblicando il copia/incolla d’una bella frase al riguardo sui social (il che è già qualcosa, rispetto al menefreghismo assoluto di tanti, ma denota quanto sia deprimente la situazione) e così sentendosi sgravati dal dovere d’attenzione e di riflessione, agevolati in tutto ciò dal degrado culturale diffuso in una società sempre più incapace di fare i conti con la storia – passata e recente – e dalla virtualizzazione ormai totale (e totalitaria) che i media, web e no, fanno di quasi tutta la realtà, che fa svanire e cancella la memoria così come rapidamente svaniscono e si cancellano i post sui social, nascosti da nuovi contenuti – sovente ben più vacui e non di rado deliberatamente, temo – che a loro volta durano lo spazio d’una lettura superficiale e poi subiscono la stessa sorte. Tuttavia, ribadisco, la memoria storica è sempre lì, non si cancella: è la mente di chi non la coglie più a cancellarsi, inesorabilmente.

Fanno spallucce, in troppi, incapaci di comprendere che questo loro comportamento è perfettamente complice e funzionale al male che i temi di fondo di circostanze come il Giorno del Ricordo (a prescindere dalla sua mera cadenza annuale) cercano di mantenere vividi e comprensibili, che il loro sostanziale disinteresse è l’ambiente mentale ideale per consentire a quel male di potersi ripresentare, e di poterlo fare molto prima di quanto si possa credere.

Così, quelli che pensano e credono di non c’entrare nulla e che i cattivi sono sempre gli altri, in verità sono i primi ad esserlo, i primi a farsi complici di tutto ciò. E (quasi) nessuno, me compreso, può sentirsi esente da tale evidenza.