“Letterale” e “letterario”, o della (scarsa) sostanza della scrittura contemporanea

(Richard Wentworth, "False Ceiling", Biennale d'Arte di Venezia 2009. Image credit: Andrea Pattaro/Vision.)
(Richard Wentworth, “False Ceiling”, Biennale d’Arte di Venezia 2009. Image credit: Andrea Pattaro/Vision.)

letterale (ant. litterale) agg. [dal lat. tardo litteralis]: che riguarda la lettera di uno scritto, che si attiene cioè al significato più ovvio e per così dire esterno delle parole.

letteràrio agg. [dal lat. litterarius, der. di littĕra «lettera»]: di opera dell’ingegno che appartiene alla letteratura.

Sono termini, i due qui sopra, che non di rado nel parlato quotidiano superficiale ovvero poco ragionato la gente confonde, noto. Così, ad esempio, il significato formale di qualcosa diventa “letterario” e di contro il romanzo un genere “letterale”. Nulla di male, per carità, con un poco più di attenzione e cinque secondi di lettura del dizionario l’errore può essere risolto. Tuttavia, a volte ho l’impressione che proprio la confusione più o meno diffusa di questi due termini possa rappresentare in modo assai significativo la realtà contemporanea della scrittura narrativa. Una realtà, lo dico da subito, la cui curva della qualità sul diagramma editoriale percepisco in netta e costante discesa già da tempo: vuoi perché “non li scrivono più quei grandi romanzi d’una volta!” (affermazione banale, forse, ma non poco veritiera), o vuoi perché sul mercato oggi giunge così tanta fuffa che, inesorabilmente, la media qualitativa letteraria s’abbassa – anche per colpa di editori non più consapevoli di cosa significhi veramente il termine “letteratura” – fatto sta che nelle classifiche di vendita si trovano spesso libri di valore letterario quanto meno dubbio, mentre chissà quanti ottimi lavori restano nascosti sul fondo più buio e polveroso degli scaffali delle librerie, sempre che su di essi riescano ad arrivare.
Appunto, per tornare a quella mia impressione, ho la vivida sensazione che oggi l’esercizio della scrittura – poi resa attività editoriale – sia più affine al significato del termine “letterale” che di “letterario”: scrittura che genera opere ovvie, esterne alle parole, ovvero senza alcuna profondità, senza alcuna ricerca di valore. Della mancanza contemporanea di grandi scrittori – ma forse quel “grande” è persino di troppo – ho già disquisito più volte (ad esempio qui): temo che inevitabilmente la letteratura del tempo presente finisca per essere intaccata dalla decadente e problematica realtà d’intorno, la quale non mancherebbe di offrire temi letterari importanti ma, forse, non offre di contro il contesto ideale alla loro (meditata e approfondita) narrazione, semmai imponendo necessità ed esigenze del tutto superficiali e futili che ben poco hanno a che fare con il pensiero – in senso generale, dunque artistico e letterario ma non solo – e il relativo esercizio di cognizione e comprensione del mondo d’intorno.
In tal modo la letteratura, spinta anche dal degrado di senso e sostanza dell’industria editoriale, sempre più distorta verso fini meramente imprenditoriali/industriali/finanziari e dunque consumistici al punto da rendere il libro, oggetto culturale per eccellenza, sempre più simile a qualsiasi altro bene di consumo, finisce per diventare un superficiale esercizio di scrittura, cioè di stesura di testi che si adattino il più possibile al suddetto superficiale contesto contemporaneo e le cui parole, appunto, risultino soltanto per ciò che sono e dicono piuttosto che per quanto potrebbero insegnare, o quanto meno agevolare la riflessione. Le storie scritte e pubblicate diventano dunque sostanzialmente letterali e non letterarie, appunto, dotate di un semplice fine d’intrattenimento (che non è affatto secondario, per carità, ma che diviene a sua volta vuoto di senso se assurge a unico e univoco senso di un testo edito) e quasi sfuggenti da ogni accezione pienamente letteraria nonché da qualsivoglia approfondimento culturale. E’ il trionfo dei libroidi, come li ha definiti Gian Arturo Ferrari (uno che il sistema editoriale contemporaneo lo conosce fin troppo bene…) con felice e da me sovente citata intuizione, «Finti romanzi che infestano gli scaffali di librerie e biblioteche, mescolandosi alla letteratura “vera” e rendendosi di fatto indistinguibile rispetto ad essa.» ovvero testi privi di carattere letterario e dunque di valore culturale, appunto, che rivendicano un mero scopo commerciale – sovente nemmeno conseguito, il che annulla pressoché del tutto il loro senso e li rende uno spreco sostanziale di carta, inchiostro e denaro.
Insomma: quella confusione linguistica tra “letterale” e “letterario” è inopinatamente divenuta una sorta di bizzarra regola su cui si basa la produzione editoriale contemporanea, e col tempo rischia pure di trasformarsi nel sunto del suo epitaffio. Al di là di qualsiasi importante considerazione sullo stato della lettura e del mercato editoriale in Italia ovvero di come risollevarne le sorti commerciali, credo sia necessario anche un rapido e consapevole ritorno ad una scrittura nuovamente letteraria, che sappia ricuperare una preponderante valenza culturale, cognitiva, formativa ergo pure sociale e senza chiaramente mettere da parte la capacità di intrattenimento, finalmente a sua volta recuperata a scopi ben più alti e luminosi di quelli attuali. L’esercizio della scrittura deve tornare ad essere qualcosa di importanza vitale, per così dire, un atto di immensa responsabilità oltre che di natura culturale nel senso più alto del termine, appunto, ma pure politico – perché lo è da sempre e non può esimersi da esserlo, poco o tanto. Gli scrittori devono scrivere i propri libri come se non ci fosse un domani – lo hanno già rimarcato altri – o come se avessero una mannaia sopra la testa pronta a calare se quanto scritto e pubblicato risulti vuoto di valore letterario – anche perché, appunto, si è (bisogna essere) autori e scrittori, non disonesti scribacchini di futilità spacciate per letteratura!
Ecco: se ciò potrà in qualche modo essere compreso e tornare a sussistere, nella produzione editoriale, sono certo che i libri e la lettura avranno un futuro ben più roseo e solido di quanto si potrebbe temere ora. E forse, con il relativo aumento di lettori, ci si confonderà pure meno di oggi tra “letterale” e “letterario”!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Un regalo

portadalibrosL’altro giorno discutevo con alcune simpatiche persone di cosa ciascuno desiderasse ricevere come dono natalizio, e dopo che in molti hanno risposto citando cose bellissime e prestigiose, sovente non poco costose e comunque indiscutibilmente desiderabili, io ho risposto: “un libro!”
Allora qualcuno mi ha ribattuto: “Come?! Un libro?” e io ho confermato “Sì, un libro. Anche solo uno.”
Così quelle persone si sono messe a ridere e io pure, per vicendevole affabilità.
Credo pensino tutt’ora che fosse una divertente battuta, la mia.

Tempus fugit, gli-editori-d’una-volta etiam…

106768-mdQuesta immagine ritrae giornalisti e fotografi nell’archivio fotografico della Mondadori a Milano, nel 1961. (Angelo Cozzi, Mondadori Portfolio – immagine tratta da internazionale.it)
Sarà una mia impressione, sarà che penso sempre male ovvero, d’altro canto, sarà pure che già a quei tempi le foto le facessero un po’ posate – insomma, sia quel che sia, è un’immagine che fornisce una vivida impressione di professionalità, competenza, serietà, accuratezza.
Ecco: con tutto l’ovvio rispetto per chi ci lavora oggi, in quegli uffici, perché oggi le suddette peculiarità alla ormai denominabile Mondazzoli proprio non riesco a vedercele?
Ribadisco: forse sono solo personali pensieri acidi.
Forse.

P.S.: “il tempo fugge, _______________* anche”…
(*: aggiungete pure voi l’editore d’una volta che oggi pensiate non ci sia più come c’era – e per quanto sapeva fare – allora.)

Scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti (Andy Warhol dixit)

Il modo per essere controculturale e avere un successo commerciale di massa è dire e fare cose radicali in una forma conservatrice. Come ha fatto McLuhan: scrivere un libro per dire che i libri sono obsoleti.

(Andy Warhol, La cosa più bella di Firenze è McDonald’s: aforismi mai scritti, a cura di Matteo B. Bianchi, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 2006.)

warholavedonCome Warhol profetizzò, comprese e definì molte peculiarità della nostra era post-moderna, seppe pure intuire e determinare la loro “controparte” – senza mai perdere la consueta e sagace ironia. Ottimo esempio di ciò è questa affermazione con cui “bersaglia” Marshall McLuhan, grande teorizzatore degli effetti della comunicazione mediatica sulla società di massa e sui singoli individui – in fondo un “collega” di Warhol, in ciò – giocando a evidenziare con una rapida, precisa e sferzante stilettata che pure il suo innovativo pensiero non sfuggiva ad una incoerenza di fondo che oggi qualcuno potrebbe definire (con definizione ormai spesso slegata dalle sue accezioni originarie) radical chic

INTERVALLO – Tokyo, Book and Bed Hostel

Book-and-Bed1Bisogna ammetterlo: in Giappone non si pongono troppe remore nel realizzare i progetti apparentemente più bizzarri – che poi, sovente, si dimostrano geniali. Di certo il Book and Bed Hostel di Tokyo si può annoverare in questa categoria: perfetto mix tra una libreria e un ostello per viaggiatori, l’hotel si trova al settimo piano di un grattacielo ed è stato progettato dallo studio Suppose design office, dagli architetti Makoto Tanijiri e Ai Yoshida. A prima vista, sembra una libreria elegante e curata nei minimi dettagli: da un lato gli scaffali, dall’altro comodi divani blu con tanto di cuscini. In realtà, quelle scale non servono solo per aiutare i lettori a raggiungere i libri posizionati in alto, ma anche per arrivare a dei veri e propri letti nei quali alloggiare, in perfetto stile nipponico.

Cliccate sulle immagini per vederle in un formato più grande e visitare il sito web dell’ostello, oppure qui per visitarne la pagina facebook. Qui invece potete leggere un articolo in italiano, dal quale ho tratto alcune notizie per questo articolo.