Negli anni ’90 il celebre illustratore francese Érik Desmazières realizzò una serie di disegni inseriti in un’edizione speciale de La biblioteca di Babele, il celebre racconto di Jorge Luis Borges.
Illustrazioni assolutamente capaci di rendere visibile la fantasia di Borges narrata nel libro, un allucinante universo che essenzialmente è una biblioteca spazialmente infinita composta di sale esagonali, che raccoglie disordinatamente tutti i possibili libri di 410 pagine in cui si susseguono sequenze di caratteri senza ordine, in tutte le possibili combinazioni. Poiché la biblioteca è infinita e poiché in ciascun libro può risiedere solo una finita sequenza di caratteri, ogni possibile libro di 410 pagine si ripete infinite volte, metafora questa dell’eterno ritorno.
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Chi di epub ferisce, di carta perisce! (Jesse England, un genio!)

Jesse England è un genio.
O quanto meno s’è inventato una genialata tanto semplice quanto sovversiva, almeno concettualmente.
England è un artista americano che lavora sui media contemporanei. Uno dei suoi progetti, intitolato Ebook Backup, consiste in una versione cartacea di libri digitali, tramite fotocopia.
L’idea gli è venuta quando Amazon ha cancellato alcune copie digitali di 1984, il romanzo di George Orwell, da alcuni account Kindle. «E-book backup è una “copia copia“, fisica e tangibile, di un romanzo memorizzato elettronicamente. I contenuti acquistati su un lettore di e-book sono stati facilmente fotocopiati e rilegati in modo da creare un backup di lunga conservazione. Posso tenerlo nella mia libreria!» spiega England sul suo sito.
Cioè, lo capite? England ha fatto un backup alla rovescia, ribaltando in toto il senso stesso che sta alla base dell’invenzione dell’e-book, per creare una copia “di lunga conservazione” – quello che oggi crediamo di fare proprio con l’atto contrario, digitalizzando il testo scritto sulla carta.
Geniale, a mio parere. Sarà pure una mera provocazione artistica, ma nella sua semplicità (del tutto vintage, peraltro, come a breve lo sarà pure la fotocopiatrice in quanto strumento di lavoro!) è realmente sovversiva, lo ribadisco.
Nelle immagini a corredo dell’articolo, una delle copie fotocopiate di 1984 in versione Ebook Backup. Cliccateci sopra, per conoscere meglio il progetto.
P.S.: l’articolo originario dal quale ho tratto il mio è stato pubblicato da Studio, rivista di attualità e cultura, qui.
Bo’s Cafe Life, autoironia letteraria al tratto
Le divertenti vignette di Bo, un “aspirante romanziere”, sul blog Bo’s Cafe Life, per farci due risate addosso (noi che scriviamo) ovvero per mettere un po’ (meritoriamente) in ridicolo il mondo dell’editoria contemporanea.



Cliccate sulle immagini e fateci un giro, che ve ne sono a bizzeffe!
(Sì, ovviamente sono tutte in inglese, ma niente di così astruso!)
La ricerca imperitura della bellezza di Mihaela Noroc
Due anni fa la fotografa rumena Mihaela Noroc ha deciso di lasciare il suo lavoro in Romania e iniziare un lungo viaggio. Noroc da allora ha girato 37 paesi, fotografando decine di ragazze della sua età, per “raccontare come la bellezza si trovi ovunque” e per dimostrare come sia proprio la diversità a rendere uniche le donne di tutto il mondo: da questo lungo viaggio è nato il progetto The Atlas of Beauty, che raccoglie i ritratti di decine di ragazze realizzati nei loro contesti quotidiani, dalla foresta amazzonica all’Etiopia, dall’Iran fino alle strade di New York.
“Ora posso affermare che la bellezza è ovunque, e non è una questione di cosmetici, denaro, etnia o stato sociale, quanto dell’essere semplicemente se stessi. Le tendenze globali ci fanno sembrare simili e comportare allo stesso modo, ma siamo belli soprattutto perché siamo diversi. Alla fine la bellezza è negli occhi di chi guarda e chi guarda è sempre qualcun altro” ha affermato Noroc in merito alla sua ricerca.
Beh, nella sua semplicità un progetto molto interessante: troppo spesso leghiamo il concetto di “bellezza” a canoni meramente estetici e, cosa peggiore, a convenzioni e conformismi che hanno poco di che spartire con il senso originario – e antropologico, mi viene da dire – del concetto stesso. Se è dostoevskijanamente vero, come io credo fermamente sia vero, che la bellezza salverà il mondo, forse il mondo stesso non si sta esattamente salvando, al momento, proprio perché noi che lo abitiamo non sappiamo più cogliere la grande bellezza che abbiamo intorno, e che Mihaela Noroc ha voluto identificare con la parte umana femminile di esso (innegabilmente: noi uomini non sapremo mai rappresentare la bellezza come sanno fare le donne, in ogni contesto) ma che indubbiamente si può ritrovare in mille altre cose. Cose sovente ignorate dal modus vivendi che, volenti o nolenti, abbiamo assunto nella nostra quotidianità, e sovente sostituite da mille altre cose che di autenticamente bello nulla hanno ma che ci vengono imposte come tali, col risultato di un inesorabile degrado della nostra capacità di valutazione estetica, appunto.
P.S.: la fonte principale dalla quale ho tratto l’articolo è questa.
Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…
Preciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.