La bandiera italiana e il Metternich

Ecco, queste iniziative io le trovo di una tristezza infinita e al contempo assai emblematica.

Si riduce la bandiera italiana a mero stendardo da tifosi (nonché a gadget commerciale) e di contro rimarca – indirettamente ma palesemente – l’assenza di un autentico sentimento culturale di appartenenza nazionale, visto che certifica che solo concrete “banalità” (in senso culturale, ribadisco) come la squadra nazionale di calcio riesce a “tenere insieme” la nazione. In un paese ricolmo di potenziali marcatori referenziali identitari di gran pregio come pochi altri al mondo, per giunta!

Comunque al riguardo non ci sarebbe nulla di male, se poi la consapevolezza identitaria nazionale – quale elemento culturale e antropologico, sia chiaro, mica altro di totalmente antitetico a ciò e sostanzialmente (ovvero “sovranisticamente”) indegno – sapesse manifestarsi in altri modi di maggior spessore e minor vacuità.

Ma, ribadisco, disse già tutto il buon vecchio Metternich più di 150 anni fa, già.

Guillermo Mordillo, 1932-2019

Mordillo era geniale. Punto.

Non serve dire molto altro, se non che con la sua dipartita ora di certo andrà a far divertire altri mondi e altre dimensioni come ha fatto divertire noi, quaggiù, in modo più unico che raro. Anche in questi tristi momenti, scorrendo le immagini delle sue strisce che si trovano sul web e ridendo, per quanto sono divertenti: è questo il suo regalo più bello per noi, ed è un dono che non ha tempo ne fine.

(Clic)

Il calcio preso (mortalmente) a calci

Mi pare di nuovo assolutamente chiaro perché il gioco del calcio si chiami così, qui, e non “football” o qualche derivato da tale termine originario, come avviene quasi ovunque nel resto del mondo. Giammai per un retaggio dal calcio storico fiorentino, ma perché il football è – anzi, era un gioco sportivo bellissimo che è stato ormai ucciso a calci da tutto quanto gli si è costruito intorno e sopra: dai giri di denaro a dir poco vergognosi quando non oscurissimi allo pseudo-giornalismo di più che infimo livello, fino al tifo violento e criminale per il quale si odia il tifoso avversario, ci si esercita nel più bieco razzismo, addirittura si uccide in nome di una squadra, il tutto con la silente tolleranza di club e istituzioni. Per tornare poi l’indomani a dire le solite scempiaggini retoriche e luogocomunistiche, del tipo: «Sì, ma il calcio è lo sporto più bello del mondo!», dettate da quella terribile stortura che, dagli anni ’60 in poi, ha trasformato il football da bellissimo gioco – e ribadisco, gioco – a questione sociopolitica, ovvero contemporanea (e degradata) versione del panem et circenses d’epoca romana.

Il “calcio”, già.

Vi fu un tempo in cui un grande del Novecento, Albert Camus, disse: «Non c’è un altro posto del mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio». Ma è passato più di mezzo secolo da allora, e pure quel tempo di trepidante gioia che una partita sapeva suscitare è stato preso a calci, temo in modo letale. Chissà se oggi Camus, a fronte di fatti come quello di Milano – al quale si riferisce l’immagine qui sopra – e di tanti altri simili, scriverebbe la stessa cosa.

Ecco perchè, se il mondo non fosse sferico bensì ovale, forse ci si vivrebbe meglio…

L’altra sera accendo per errore la TV e resto allibito. Oohmamma, ma il calcio esiste ancora? Accidenti… Voglio dire, in una società che si proclama civile, emancipata, evoluta, credevo proprio che… Insomma, con tutta l’inciviltà e la bassezza tipica dell’ambiente, la violenza sugli spalti, le follie finanziarie delle squadre, gli scandali, le partite truccate e tutto il resto, pensavo – dovrei forse dire speravo – l’avessero abolito, o almeno ripulito da tutte le sue sconcezze e dai personaggi eccezionalmente idioti che lo frequentano! E ovvio, non ce l’ho con il calcio in sé, con lo sport in quanto tale, ma con tutto il marciume che gli si è costruito dentro e intorno, e che l’ha reso una delle zone più oscure e sporche della società contemporanea…

Eppoi, quasi contemporaneamente, mi ritrovo a leggere un articolo che parla di tutt’altro sport, nel quale basta prendere una palla e renderla ovale per far che ci si ritrovi come su un altro lontanissimo pianeta…:
(…) Nel rugby sono regole imprescindibili il rispetto per l’avversario, la solidarietà di gruppo, il ridimensionamento dell’individualismo a favore di una visione collettivistica del gioco, l’educazione alla pazienza, l’educazione al rispetto delle regole e soprattutto dell’arbitro, l’educazione alla fatica, al sudore, alla dovuta considerazione per il lavoro proprio e degli altri, la fiducia nei propri mezzi che non deve mai sfociare in spocchia. Ora, se pensiamo al triste periodo storico che ci è toccato in sorte, nel quale il successo arride a pupazzi senza arte né parte, a squallidi individui che hanno diffuso la peste del disimpegno, della scorciatoia, del risultato senza fatica, una disciplina che in totale controtendenza predica la dedizione, l’elogio del sacrificio, il rispetto per l’altro, la riuscita collettiva contrapposta al successo individuale, è un tonico massaggio cerebrale e un balsamo rigenerante per i cuori avviliti dei tanti che non hanno voluto piegarsi alla logica perversa della società dello spettacolo (indegno). Per non parlare di un concetto del tutto sconosciuto ai più, oggi, quale è quello del rispetto delle regole e soprattutto di chi quelle regole è tenuto a far adempiere. Su un campo di rugby non si vedrà mai un giocatore inveire contro l’arbitro o contestarne le decisioni, anche quando quelle decisioni sono dubbie o quantomeno non condivise. La buona fede dell’arbitro e la sua imparzialità, nel rugby sono fuori discussione. (…)
Non v’è dubbio che gli altri sport, in primis il calcio, sono più in linea con l’attuale posizione politico/governativa e quindi con il conseguente comportamento di un intero popolo: indifferenza nei confronti delle leggi, per aggirare le quali ogni mezzo o mezzuccio è buono, critica feroce verso chi impone il rispetto della legalità (i giudici nella vita della nazione, l’arbitro nel gioco).

L’articolo in questione si intitola moooolto significativamente Il rugby e l’arte della manutenzione delle società civili, è firmato da Giuseppe Ciarallo ed è uscito sul n.24, Ottobre/Novembre 2011, della bella rivista Paginauno, bimestrale di analisi e di critica letteraria, culturale, politica, artistica e molto altro, e tutto stando per bene “fuori dal coro” dei tanti(ssimi) media proni ai sistemi di potere che regolano la nostra società di oggi – quegli stessi che hanno corrotto e rovinato lo sport del calcio, e poi l’hanno imposto come “modello sociale” a noi tutti, con i deleteri effetti ben visibili.
Leggetelo, l’articolo, cliccando qui o sull’immagine sopra inserita nel brano citato: è assai illuminante. E cliccando sulla copertina a fianco potrete anche conoscere Paginauno: è da poco uscito il nr.26, Febbraio/Marzo 2012, e credo vi potrete trovare spesso interessanti spunti di riflessione sul nostro tempo presente.