Donnarumma?!?

A me, sinceramente, ogni volta che mi capita di sentire “donnarumma”, l’unica cosa a cui viene da pensare è a una donna tra le più grandi e importanti della cultura italiana e dell’arte contemporanea internazionale, Lia Rumma. Una figura carismatica e fondamentale per la scena artistica più innovativa e sperimentale, titolare di due bellissime gallerie – quella storica di Napoli e la più recente a Milano – nei cui spazi sono passati artisti quali Alberto Burri, Donald Judd, Robert Longo, Gino De Dominicis, Michelangelo  Pistoletto, Agostino Bonalumi, Vanessa Beecroft, William Kentridge, Anselm Kiefer, Marina Abramovic, Alfredo Jaar e tanti altri tra i più grandi della contemporaneità.

Insomma: per dirla “alla napoletana” (città così importante per la sua carriera galleristica), Donna Lia Rumma. Ecco.

Con tutto il rispetto per le persone che portano quel cognome, non mi viene in mente niente altro di veramente importante, al riguardo.

P.S.: foto e dettagli riportati nell’articolo vengono da qui.

8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

Ricercando sulla tela una filosofia della sensualità. Riflessioni sull’arte di Crilu Crilu.

tumblr_ngzsdhGyLs1twe18no1_1280Chi segue il blog e legge gli articoli dedicati all’arte forse conoscerà già il mio punto di vista sulla pittura, oggi: fosca, molto fosca la vista. Ovvero concordo con quelli che ritengono la pittura piuttosto moribonda, ovvero ormai priva da tempo di autentici barlumi vitali, di considerabili guizzi d’estro creativo, di espressività vivida e articolata. Temo che, come già intuirono più di 50 anni fa artisti innovativi e sovvertitori dello “stato dell’arte” del tempo quali Fontana, Klein o Manzoni con le loro opere azzeratrici della sostanza pittorica fino ad allora prodotta, nel corso del Novecento la stessa abbia detto tutto o quasi potesse dire, accelerando la chiusura della propria parabola creativa con le grandi avanguardie moderne, non a caso ormai già del tutto storicizzate. Senza contare che nell’arte contemporanea buona parte del suo palcoscenico le è stato rubato dalla fotografia, arte che è tale da poco dacché prima ritenuta figlia d’un dio minore ma rapidamente elevatasi al rango di media contemporaneo assolutamente apprezzato, vuoi per moda, vuoi per effettiva qualità, per imposizione strategica o che altro.
Cosa può fare la pittura, dunque per non estinguersi del tutto ovvero per non autosfinirsi, rinchiudendosi in una stanza degli specchi dalla quale non uscire mai più? Beh, può fare un passo indietro (che tuttavia tale poi non è, lo capirete continuando a leggere) per recuperare quanto di prezioso vi era in sé prima di smarrirsi e attualizzarne senso ed essenza secondo ciò che l’arte può e deve essere nella contemporaneità: la fonte di un discorso articolato, profondo e meditativo, di natura pragmaticamente filosofica e con finalità rivelatrice sul mondo che abbiano intorno e su ciò che contiene. Se l’avanguardia artistica propriamente detta è filosofia quasi pura, come sosteneva Lucio Fontana (ammettendo che vi sia ancora, oggi, un’avanguardia dotata di adeguati e meritori crismi), qualsiasi espressione artistica contemporanea, d’altro canto, non può esimersi dal riflettere sulla realtà nella quale tutti stiamo, dall’indagarla e meditarla attivamente per poi comunicare quanto si è saputo cogliere di essa, anzi, per raccontare quelle numerose storie, più o meno articolate, che si possono ricavare da uno sguardo attento e sagace del mondo che abbiamo intorno.
Queste impressioni, ad esempio, le percepisco nelle opere di Crilu (1980, vive e lavora a Bibione, Venezia), ovvero nelle sue donne fissate su tela in profondissime istantanee che affascinano l’occhio e al contempo stupiscono la mente e l’animo. Non è certamente un soggetto nuovo, la donna nell’arte – inutile rimarcarlo – e nell’ammirare i lavori di Crilu ho inevitabilmente pensato, in modo istintivo più che razionale, a possibili riferimenti precedenti… Tamara de Lempicka, ad esempio, ma pure Toulouse-Lautrec e persino Hopper. Tuttavia, se pure quei pensieri mi sono sorti spontaneamente, qualsiasi eventuale riferimento diventa secondario, se non superfluo, rispetto a quanto quei lavori mi dicono, e a quanto in essi trovi prova – lo ribadisco – di ciò che ho affermato qualche riga sopra.

Quelle di Crilu sono donne dalla sensualità evidente eppure sospesa, per così dire. Offrono il loro corpo senza veli allo sguardo dell’animo, più che dell’occhio; un corpo che non segue stilemi prettamente estetici, che appare comune, quotidiano, ordinario anche perché colto in istanti “sospesi” – appunto – che della quotidianità hanno molto. Di contro, sulla tela quasi ogni altro riferimento oggettivo e spaziale è assente. Lo sfondo è spesso monocromatico, indefinito e dunque forse spiazzante, da un lato, ma funzionale a far che l’attenzione di chi osserva le opere si concentri solo sui soggetti ritratti, nonché a lasciare che da essi, da queste donne che paiono in attesa d’un attimo infinito, prendano a percepire, a cogliere ed ascoltare una storia. La loro stessa storia, forse, oppure un’altra, comunque una narrazione che si intuisce affatto banale, anzi profonda, intensa, intima e interiore. Magari una confessione, una rivelazione o un segreto. E sarà forse un racconto  anche teso, turbato, forse drammatico o in qualche modo inquietante, non necessariamente soave o piacevole, insomma. A volte anche la più grande bellezza può essere drammatica: perché emozionante, perché teatrale ovvero commovente o addirittura dolorosa, quando tale sia anche perché capace di rivelare ben più di quanto il solo sguardo “estetico” potrebbe cogliere.
E’ probabilmente proprio in questa storia – la quale, per quanto detto, ci si appresta ad ascoltare ora quasi con vivida curiosità, con brama di sapere – che risiede la parte più intensa della sensualità e della carnalità manifestata dalle protagoniste dei lavori di Crilu. Un erotismo dell’anima e dello spirito, introspettivo, quasi enigmatico ma perché sfuggente dal senso ordinario che il termine acquisisce comunemente e altrettanto sfuggente da sé stesso, se inteso con sguardo nuovamente e unicamente esteriore. E’ quell’erotismo che coglie in sé la bellezza più profonda e insieme la più profonda ed elementale essenza della vita, che rende sensibili i sensi oltre la norma al fine di mediare quella narrazione che porta con sé, la quale sa poi “spandersi” anche oltre i confini di quanto raccontato per raffigurare molto altro. Le forme dei corpi ritratti narrano la vita intera, la vita che prende quelle forme, le membra che vi danno corpo, appunto, e ne manifestano la sensibilità nel modo più intenso e avvincente possibile. E’ un interscambio intenso e continuo tra forma e sostanza dell’opera d’arte, un’armonia intensa e quasi inopinata tra significante e significato artistici che porta con sé i lavori di Crilu ben oltre il limite fisico e teorico della mera arte figurativa, alla quale verrebbe da riferirsi di primo acchito e che invece viene superata. Anzi, più che superata sviluppata, evoluta. Non un passo verso l’indietro, dunque, ma in avanti, senza eccessiva foga ma con la consapevolezza della via intrapresa. Esattamente come dicevo poco fa.

Infine… Come ho spesso raccontato, qui nel blog, da lettore insaziabile, inventore di storie scritte e appassionato di arte contemporanea, trovo parecchio affascinante quell’arte visiva che sappia inglobare in sé elementi letterari, ovvero che se ne faccia armonicamente influenzare. Non posso dunque non citare quanto si può trovare e leggere, nel blog di Crilu:
Mentre dormivi nella tua culla, la Luna, che è il capriccio in persona, guardò dalla finestra e disse: «Questa bambina mi piace».
Discese languidamente la sua scala di nuvole, e passò senza far rumore attraverso i vetri. Poi si stese su di te con la morbida tenerezza di una madre, e depose i suoi colori sulla tua faccia. Così le tue pupille sono rimaste verdi, e le tue guance straordinariamente pallide. Contemplando quella visitatrice i tuoi occhi si sono così bizzarramente ingranditi; e lei ti ha così teneramente serrato la gola che ti è rimasta per sempre la voglia di piangere.
Nell’espansione della sua gioia, la Luna continuava a riempire tutta la stanza di un’atmosfera fosforescente, di un veleno luminoso; e tutta quella viva luce pensava e diceva: «Subirai eternamente l’influsso del mio bacio. Sarai bella a modo mio. Amerai ciò che io amo e ciò che mi ama: l’acqua, le nuvole, il silenzio e la notte; il mare immenso e verde; l’acqua informe e multiforme; il luogo in cui non sei; l’amante che non conosci; i fiori mostruosi; i profumi che fanno delirare; i gatti che si beano sui pianoforti e che gemono come donne, con voce roca e dolce.«E sarai amata dai miei amanti, corteggiata da chi mi fa la corte. Sarai la regina di chi ha gli occhi verdi, di coloro a cui ho stretto la gola con le mie carezze notturne; di coloro che amano il mare, il mare immenso, tumultuoso e verde, l’acqua informe e multiforme, il luogo in cui non sono, la donna che non conoscono, i fiori sinistri che somigliano ai turiboli di una religione ignota, i profumi che turbano la volontà, e gli animali selvaggi e voluttuosi che sono gli emblemi della loro follia».
Ed è per questo, maledetta e cara bambina viziata, che io ora sono ai tuoi piedi, e cerco in tutta la tua persona il riflesso della temibile Divinità, della fatidica madrina, dell’intossicante madrina di tutti i lunatici!

(Charles Baudelaire, I benefici della luna)

Direi che ora, la visione sull’arte di Crilu è ancora più completa e compiuta, così come tale è la riflessione chi vi ho qui proposto.

Crilu (Cristina Meotto) nasce nel 1980, vive e lavora a Bibione (Venezia).
Fin da ragazzina inizia a manifestare il suo interesse per l’arte che diventa poi pulsione e passione mentre vive a Londra. Sente così il bisogno di disegnare corpi femminili e frequenta Life Drawing Masterclasses presso la Tate Modern di Londra. Una volta rientrata in Italia continua la sua formazione presso lo Studio13 sotto la guida del maestro Silvestro Lodi.
Ha esposto in numerose collettive e personali tra cui:
2015 Mostra “L’altro sguardo”, Spazio Arte Bejaflor, Portogruaro, Venezia
2014 Action painting performance “Cibo per la mente”, Concordia Sagittaria, Venezia
2014 Collettiva presso il museo “Ippolito Nievo”, Cortino di Fratta, Venezia
2014 Mostra e action painting performance durante il Bibione rock festival, Bibione, Venezia
2014 Mostra personale presso l’Hotel Golf, Bibione, Venezia
2013 Collettiva, Sale comunali di Bibione (Venezia)
2012 Mostra personale, Art Gallery, Bibione (Venezia)
2012 Collettiva “Apnea accademy”, Lignano Sabbiadoro (Udine)
2012 Esposizione, Galleria Poliedro (Trieste)
2012 Mostra d’Arte contemporanea, Sale comunali, San Michele al Tagliamento, Venezia
2012 Collettiva “20×20” Orchestrazione N° 20, Galleria d’Arte Contemporanea “I Mulini”, Portogruaro, Venezia
2011 Collettiva “L’attesa ” Orchestrazione N°19, Galleria d’arte contemporanea “I mulini”, Portogruaro, Venezia
2010 Collettiva “Arte e mestieri” a Concordia Sagittaria, Venezia
2009 Collettiva “Terre dei Dogi in Festa”, Portogruaro, Venezia

Per saperne ancora di più su Crilu e conoscere ancora meglio la sua arte, visitate il blog, qui.

“Oppio 2.0”. E censura 2.0

Ci risiamo.
Fammi controllare… Anno 2014. Ok, non stavo sbagliando. Non io, almeno.

Ho la grande fortuna di aver conosciuto Gian Paolo Tomasi, senza dubbio uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei, e aver goduto dell’onore di chiacchierare con lui mi ha confermato ciò che già avevo “visto” nelle sue opere: uomo assai sagace, illuminante, capace di interpretare con un “semplice” scatto fotografico un mondo intero di parole, idee, opinioni – e di bellezza, nel caso. E artista mordace, come l’arte deve essere. “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.”: affermava ciò il celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij, ben conscio di come altrimenti essa non diventi che un mero esercizio di conformismo, ovvero l’ennesima e alquanto pelosa affermazione del sistema di potere vigente.
Insomma, forse avrete saputo della questione dell’esclusione di Oppio 2.0, l’opera che Tomasi aveva destinato alla mostra Respect Me aperta al MAXXI di Roma – in questo articolo potete leggere, seppur sommariamente, i dettagli di tale vicenda – inizialmente accettata senza alcun problema e poi, appunto, rifiutata. Ora: l’opera in sé, come ogni altra, può piacere o meno, ma non è certo diritto del “committente” rifiutarla con queste modalità (cioè dopo l’iniziale assenso). Chi ritiene che la committenza possa essere libera di rifiutare un’opera richiesta – azione sostenibile solo in presenza di qualcosa di assolutamente triviale e offensivo, e non è certamente questo il caso – si dimentica che il MAXXI è un ente di diritto pubblico (così come qualsiasi altro ente superiore che abbia voce in capitolo nella gestione del museo romano) e dunque, formalmente, che dovrebbe rispondere all’assenso o al dissenso del pubblico, appunto, prima che di sé stesso. Dacché, se in quel modo invece funzionasse il giudizio sulle opere artistiche, credo che buona parte dell’arte contemporanea di matrice sociale (sociologica) in circolazione sarebbe stata censurata e negata alla fruizione pubblica.

"Oppio 2.0", l'opera "censurata" dal Maxxi.
“Oppio 2.0”, l’opera “censurata” dal Maxxi.

Censurata, già: uso questo termine non a caso, dacché qui siamo in presenza di una bella e buona censura. “Sono spiacente di comunicarle che per sopraggiunte valutazioni di opportunità si è ritenuto più prudente non esporre la sua opera”: questa la risposta della funzionaria del Viminale che ha negato il consenso all’esposizione dell’opera di Tomasi. Sopraggiunte valutazioni di opportunità: un politico navigato e scafato al magna magna più istituzionalmente tipico non avrebbe saputo esprimersi meglio (peggio). “E’ una tradizione di cui abbiamo il massimo rispetto. La scelta di non esporre l’opera è dettata solo da questo senso di rispetto e non da cautela o prudenza. Non sarebbe stato né bello né corretto assimilare il burqa alla violenza verso le donne, cui è dedicata la mostra internazionale che si è aperta al Maxxi” continua il testo censorio.
Bene, sfido chiunque a ritenere il burqa una libera e consapevole scelta delle donne dei paesi ove è imposto – paesi che, ma guarda che strana coincidenza, sono in fondo alle classifiche che rilevano la salvaguardia dei diritti civili, delle donne e non solo ovviamente. L’opera di Tomasi ha efficacemente ritratto la realtà di una parte di mondo nella quale la dignità delle donne è tragicamente calpestata, nel mentre
"Coca City", altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
“Coca City”, altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
che quegli stessi poteri che la perseguono fanno affari con traffici che l’intero mondo aborrisce – ma forse solo per mera convenienza, mi viene da credere. Quel mondo, insomma, che in certi (italici) casi se ne sta zitto contro certa barbarie ideologica che pure al suo interno cerca in tutti i modi di dettare legge, ma che di contro chiude entrambi gli occhi su altre verità, evidentemente scomode – o verso le quali non si ha la volontà, l’orgoglio e l’intelligenza di intervenire.
Da tutto ciò, inevitabilmente, che può derivare? Una bella e buona censura, appunto. Calata dall’alto, e nascosta (male) dietro un preteso/presunto rispetto delle tradizioni. Che nemmeno l’arte, quell’arte che da sempre è fonte di illuminazione fondamentale sulla realtà che abbiamo intorno e sulle relative verità, si può permettere di toccare. Peccato che le “tradizioni”, quando siano imposte a suon di obblighi, piuttosto che permettere l’evoluzione delle società sulle quali hanno effetto le fanno spaventosamente regredire; e peccato che il “rispetto” quando viene derivato da pura convenienza politica e non dalla consapevolezza del suo stesso senso divenga pusillanimità – o vogliamo tornare a epoche pre-illuministiche, forse? – ovvero segno di grandissima debolezza civica. E sia chiaro, chi sta scrivendo queste riflessioni aborrisce certi politicanti che sbraitano contro le culture straniere e tutto ciò che di esse è realtà!
Insomma, ribadisco: qual è la somma di finale di tutto quanto? E’ la censura. Nell’anno di (dis)grazia 2014, nel quale menti tanto distorte, a furia di imporre rispetti privi di qualsivoglia logica storica, sociologica e antropologica, ottengono il risultato contrario. Inevitabilmente.
Tuttavia, altrettanto inevitabilmente, mi viene da dire che alla fine Gian Paolo Tomasi – con la sua arte – ne uscirà vincitore. Perché ogni volta che qualcuno si arroga il diritto di agire e imporre decisioni prive di alcuna autentica logica, alla fine si sta tirando la zappa sui piedi. E’ solo questione di tempo, e di “dissanguamento” (intellettuale)…

“Il giorno in cui sono morto”, un racconto inedito (2a parte)

Per sapere cosa diavolo* vi state accingendo a leggere (e per leggerne la prima parte), cliccate QUI!

*: Beh, in effetti tale espressione non è troppo consona a quanto leggerete. Fatelo, e capirete che intendo dire.

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Il giorno in cui sono morto (2a parte)

Porca puttana, morto!
Ero morto sul serio!
Di colpo mi sovvenne che tra una settimana mi sarebbe scaduta l’assicurazione della mia auto: come diavolo facevo a pagar… oh, beh, che idiota. Il problema non sussisteva più, ora. Cioè, voglio dire: certo, mi stavo per suicidare, essere effettivamente trapassato non avrebbe dovuto sorprendermi più di tanto. Tuttavia pensavo a qualcosa di più… più classico, e più suggestivo, ecco. Eppoi te l’ho detto, avevo piazzato il cuscinone ad aria di mio cugino sotto il ponte. Insomma, se ne dicono di cazzate nella vita, non è che si debba sempre prendere tutto alla lettera. Cioè, sì, si dovrebbe, spesso è giusto farlo, ma anche no…
Mi riebbi con un sussulto dalla mia solita incoerenza: fosse quel che fosse, c’era poco da fare. Anzi, nulla. Ero morto, punto. Mi rabbuiai parecchio e abbassai lo sguardo a terra, in parte incazzato, in parte abbacchiato. Mortificato, dovrei dire.
Rimasi in silenzio per tutto il resto del tempo, fosse stato un minuto o 150 anni (vedi sopra, ribadisco), avanzando lentamente con tutta la mia colonna di… beh, cadaveri, dacché tali eravamo. Quale estremo, disperato tentativo di “fuga” da quella realtà – se tale si poteva definire – mi chiesi, visto che appunto eravamo tutti quanti cadaveri, perché dunque non puzzassimo terribilmente, come s’addiceva; a dire il vero la domanda mi parve dotata d’una logica un po’ traballante, in ogni caso ci riflettei un attimo (o qualche lustro, mah!) e mi risposi che, a pensarci bene, il maiale che è nato e vive nel fango della porcilaia insieme ad altri maiali lordi come lui mica ritiene di essere sporco. Tale risposta mi sembrò in effetti più logica della domanda, dunque la piantai lì con quelle vane elucubrazioni e mi rituffai nel silenzio più assoluto, ciondolando le lunghe maniche fuori taglia della mia divisa, o che accidenti d’altro fosse. Ogni tanto gettavo un’occhiata intorno, ma con tutta quella massa di persone divisa per innumerevoli file mi pareva sempre d’essere fermo nello stesso punto. Un punto morto, ecco! – vabbé, lascia stare, posta la situazione in cui ero mi perdonerai quell’autoironia un po’ demente.
Quando sollevai di nuovo lo sguardo, notai invece che avevo davanti solo tre altri individui: il tabellone luminoso sopra il banco in testa alla fila segnava il numero 5486844611574452. Non potevo oltrepassare la riga gialla sul pavimento – uhm, anche qui ‘ste noiose disposizioni? – ma cercai di vedere e capire che mi aspettava. C’era una donna seduta al banco, anzi, un donnone assai corpulento dal fare matronale con indosso una specie di grembiule bianco orlato da ricami azzurri che a fatica conteneva l’abbondante seno, permanente bionda (tinta, si vedeva la ricrescita) e trucco piuttosto vistoso. Lavorava alla tastiera di un qualcosa che per certi versi ricordava un registratore di cassa d’antan e per altri un computer, masticando rumorosamente un chewing gum. Poco dopo, quando avevo davanti un solo altro individuo, notai sulla sua schiena due ali piuttosto piccole, tali e quali a quelle che avrebbe disegnato un bambino se gli si fosse chiesto di disegnare un paio d’ali d’angelo: ma dalla visione di esse e di tutto il resto non ci desunsi nulla. In verità, non sapevo proprio che pensare.
Finalmente, il numero 5486844611574455 lampeggiò sul tabellone: toccava a me. Mi feci avanti, abbozzai un sorriso, tossii leggermente per schiarirmi la voce; la tizia non mi degnò del minimo sguardo.
«B-buongior… buonasera… ehm… mi chiamo Ca…»
«Numero!» intimò quella, con tono così secco che al confronto uno stoccafisso congelato mi sarebbe parso più morbido d’una sciarpa in cashmere. Presi a dettarglielo.
«Lo so!» mi interruppe a metà numero con immutata perentorietà.
«Bene, signor Incerti,» riprese, pronunciando il mio cognome con un tono che in altra situazione avrei ritenuto ironico, «vediamo un po’ che ha combinato, nella sua vita…». Non mi aveva ancora degnato d’una sola occhiata; io invece adocchiai sul monitor che aveva davanti il numero che avevo tentato di dettarle prima, il cognome e altre cose che invece non distinsi.
«Celibe, senza figli… scarsa applicazione scolastica… All’età di 15 anni aveva già visto almeno una cinquantina di film per adulti…»
«Uh? Io? Ehm…» Ad ogni cosa che citava, la tizia scriveva sulla tastiera; sul monitor intravedevo un numero che aumentava o diminuiva a ogni nuovo inserimento – come un punteggio, ecco.
«Alcuni furti non scoperti… Una rissa in discoteca… Qualche spinello tra amici…»
«Eh? Furti? Ah, ma lei si riferisce al cuscinone? No, ma quello me l’hanno prest…»
«Silenzio!» mi sibilò, e la obbedii. Peraltro, non nego che quel così florido seno che ad ogni movimento della tizia pareva animarsi e ancor più gonfiarsi mi distraeva parecchio. Certe cose pure per un morto conservano il loro bell’imperituro “perché”: sai, non a caso si usa dire morto di f… beh, lascia stare.
«Bene, ma guarda…» riprese la pettoruta matrona continuando a battere sulla tastiera, «…favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, gestione di giri di escort per clienti facoltosi, riciclo di denaro sporco presso depositi bancari nascosti e paradisi fiscali…»
«Eeh??? Ma chi, io?»
«Organizzazione di turismo sessuale… tangenti ad alti esponenti diplomatici…»
«No, ehi, ehi! Si fermi un attimo, io tutte quelle cose mica le ho…»
«Zitto, bellezza! Ti ho dato il permesso di parlare, io?»
«Ma io non ho assolutamente fatto tutte quelle cose orribili! Io non…»
«Ma se non hai smesso un attimo di guardarmi le tette! Tzé, il solito ipocrita.»
«Beh, ecco… ma che centra, quello? Io quelle cose che prima ha elencato non…»
«Taci, stronzetto» mi disse, con un tono così tagliente che avrebbe affettato la produzione annua di un salumificio con un colpo solo. «Ma sei fortunato, vedo, come lo sono sempre tutti i culi marci come te. Guarda lì: nipote del cardinal Michelangelo Incerti… Bella raccomandazione, eh?!»
«Raccoman… nipote di un cardinale? Io?»
«Certo, caro il mio bel signor Carlo Massimo Incerti! Sei l’ennesimo merdoso r-a-c-c-o-m-a-n-d-a-t-o! Ecco qui,» e pigiò con teatralità un tasto, «un bel punteggio da secondo cielo. Pensa te!»
«Ma… ma io mi chiamo Carlo Maria, non Carlo Massimo!» urlai quasi, attirandomi addosso gli sguardi di buona parte di quelli che avevo intorno. Fu in quel momento che, per la prima volta da che le fossi lì di fronte, la tizia alzò lo sguardo per osservarmi; quindi, appena dopo, prese a osservare con un certo sconcerto la tuta oversize che indossavo.
«Ehi, che razza di taglia ti hanno dato? Vorrai mica andare in Paradiso vestito in quel modo così ridicolo?» mi fece.
«Ma che vuoi? Me l’avete dato voi ‘sto cazzo di scafandro, eh!» ribattei con tono fin troppo esagitato. La donnona mutò subito lo sguardo da piuttosto sconcertato a parecchio sbieco: al confronto quello di un cobra un attimo prima di attaccare la sua preda sarebbe stato degno di una delle puntate più commoventi di Remì. Quindi, con gesto assai teatrale, la vidi premere un grosso pulsante rosso accanto a quel coso, quel computer a forma di registratore di cassa: senza che nemmeno capissi come, quattro energumeni, indossanti la stessa pseudo-uniforme militare azzurra del tizio che mi aveva “accolto” all’entrata di… di qualsiasi posto fosse quello, mi sollevarono da terra e mi portarono via – cioè, insomma: non è che sentii la loro presa addosso, ma ebbi la netta sensazioni di non toccare più terra… finché non mi trovai in un ambiente totalmente buio, seduto a non capivo cosa, percependo lì intorno a me la presenza di qualcuno senza tuttavia vederlo. Poi, una luce abbagliante mi si accese in faccia d’improvviso: d’istinto pensai alle testimonianze di quelle persone che raccontavano, durante stati d’incoscienza e di coma, d’essere stati avvolti da luminosità più o meno abbacinanti, avvalorandole quali prove di esperienze soprannaturali e oltremondane, ma quando gli occhi presero ad adeguarsi a quel gran bagliore sparatomi addosso vidi in esso la chiara forma di una grossa lampada da tavolo. Da 19,90 Euro, già – o meglio, ne avevo vista una simile in un supermercato poco tempo prima, in offerta a quel prezzo. Ma probabilmente non era la stessa.
«E dunque, caro il nostro signor Carlo Maria Incerti» prese a parlare una voce tonante e tesa, «voleva fare il furbo, eh?!»
«Io?» risposi, ma giusto per dire qualcosa.
«Voleva fregare il posto a qualcun altro, eeeh?»
«Freg…?!?»
«Cosa crede? Che il Paradiso sia per tutti, eh? E che si possa capitare qui e chiedere una stanza, come in un motel sull’autostrada?»
«Ma io non credevo assolutamente nulla, maledizione! Volevo solo suicidarmi in pace e stop, finita lì, mica pensavo al dopo! Facevo fatica persino a pensare al durante, per non dire al prima! Bah, quanto mai m’è venuto in mente di mettermi su quel ponte per farla finita! Per cosa, poi? Per giungere in ‘sto paradiso? Questo sarebbe il paradiso? Beh, se lo lasci dire signor… ehm… ecco, sarà, ma a me ‘sto paradiso sembra più un infer…»
«Basta! La smetta con le sue fregnacce post mortem! Frega il posto ad altri e vuole pure avere ragione!»
«Ma non è affatto così, io non…»
«Zitto! Il suo comportamento merita una punizione esemplare.»
Seguì qualche istante di silenzio assoluto. Tombale, ecco! (Ok, ok, la smetto con questa ironia idiota!) Poi la stentorea voce riprese a fluire da quel buio totale nel quale stavo.
«E’ deciso. La punizione sarà esemplare, e del tutto degna di quando era in vita.»
Non sapevo se avere paura o che altro. Insomma, da morto che altro di peggio poteva capitarmi?
«Carlo Maria Incerti, lei tornerà tra i mortali, sulla Terra!»
«C-come? Sulla T… cioè… in vita?»
«Tornerà in vita, e tornerà a fare ciò che faceva prima!»
«Torn…?!?»
«Aveva a che fare con la merda, vero? Conferma?»
«Oh, ehm, s-sì, ecco… non è bello da dire, ma effettivamente era ciò che mi faceva vivere.»
«Bene: reincarnazione sia! Così è deciso, amen!» tuonò tremendamente la voce. Oohccazzo, non potevo credere alle mie putrescenti orecchie! Tornavo sulla Terra! Tornavo in vita! Ahahah, incredibile! E la chiamavano “condanna”? Che cavolo, potevo tornare vivo e così cercare di raddrizzare la mia vita, di non commettere più errori al punto da decidere di farla finita. Ah, pure questa, che cazzata! A saperlo… Non avrei nemmeno chiesto in prestito il cuscinone di mio cugino. Che meraviglia: vivo! Di nuovo! E se avessi pure ritrovato quella fantastica ragazza supersexy, Esperanza… beh, insomma, wow! Ero troppo contento! La reincarnazione: ma allora era tutto vero, esisteva veramente! Ecchissenefregava se fossi tornato a occuparmi di merda: d’altro canto quello facevo, quella evidentemente era la mia sorte… ma da vivo, tornavo vivo! Vivo!
Già, vivo.
Ma come Geotrupes stercorarius. Uno scarabeo stercorario, così sono tornato sulla Terra. Avevo di nuovo a che fare con la merda, ma non come prima! Che cazzo avevano capito quelli lassù, o laggiù, dove maledizione stavano… Reincarnazione aveva detto: sì, certo, grazie! ‘Fanculo!
Mi incamminai per la città che a quel punto mi pareva un mondo ciclopico e spaventosamente pericoloso, ancorché assai fornito di quella materia che mi conferiva nome e peculiarità. Per attraversare una via secondaria ci impiegai non so quante ore! – anche per colpa mia, lo ammetto: la pallottola di cacca che avevo costruito e mi portavo appresso era tutta sbilenca; d’altronde, capirai, ero ancora alle prime armi. D’un tratto, poi, giunsi in prossimità di un grande palazzo, che conoscevo – nella vita precedente – come sede di qualche istituzione importante. Una grossa auto entrò nel cortile interno e ne scese un tizio parecchio corpulento con cappello e occhiali da sole, al quale, da una porta laterale, venne incontro un prelato, accompagnato da un altro torvo individuo.
«Ah, zio, eccomi finalmente!» disse l’uomo sceso dall’auto.
«Carlo Massimo! Ma, mi hanno detto dell’incidente…» gli rispose l’ecclesiastico.
«Già, ieri sera quasi a mezzanotte, sulla strada sotto il ponte. Merda, pensavo di lasciarci le penne, stavolta! Non so come, ma sono vivo. Vivo per miracolo, già!»
«Ah, meno male. D’altronde, sai bene che il qui presente cardinal Incerti su tale argomento ha buone conoscenze!» fece il prelato, allargando teatralmente le braccia e alzando gli occhi al cielo.
Carlo Massimo? E quello il cardinal Incerti? Oh porca puttana! – esclamai tra me e me (sempre che uno scarabeo stercorario possa “esclamare”, ovvio): era il tizio al quale, a quanto sembrava, avevo rubato il posto in paradiso! E capii pure il perché della tutona XXL che mi avevano affibbiato. Cercai di avvicinarmi per udire meglio.
«Ma le nostre cose…» riprese il prelato, ora più mellifluo.
«Sì, zio, ecco qui.» Estrasse guardingo una valigetta dall’auto, si guardò un attimo in giro, poi la mostrò ai due uomini. «Tutti in banconote di grosso taglio, come mi hai chiesto.»
«Bene, bene, bravo il mio nipote. Vedi, te l’ho detto: il tuo caro zio cardinale un posto in paradiso te lo fa tenere da parte, stanne certo!»
In paradiso? Dei tipi così loschi? E chissà poi quel denaro che origine sporca e criminale aveva! Altro che la “mia” merda: mi ricredo, sarà tale, la mia vita, ma almeno è onesta! Che schifo, che vergogna! – presi a ringhiare tra me (sempre che uno scarabeo stercorario possa ringhiare, già), a imprecare (sempre che uno scarabeo… eccetera eccetera) e a rodermi l’animo, al punto da non prestare più attenzione a quanto mi stava accadendo intorno e soprattutto all’auto che, risalitovi il nipote del cardinal Incerti, all’improvviso partì in retromarcia per uscire dal cortile e tornare sulla strada, spiaccicandomi mortalmente senza alcuna speranza.
Onesta la mia vita, già, ma proprio di merda! Innegabilmente, invariabilmente, ineluttabilmente di merda. In questo, lo devo ammettere, sono proprio stato coerente!
Ecco, ho finito di raccontarti di quel fottutissimo giorno. Ora sono qui, in coda. Questa volta sul mio biglietto c’è scritto “Sportello 569874 C – Numero 54868449988725877”
Un momento: non sarà mica ancora lo sportello di quella cicciona tettuta e acida?
E no, eh, cazzo!
Beh, sia quel che sia, vuoi un consiglio da amico? Goditi la vita e vedi di non morire alla svelta, che poi è un gran casino! Garantito, ormai l’ho capito bene.
(“Reincarnazione”! Ma vaffanculo, va’!)

(Fine!)