Difendere e osteggiare

Difendere la libertà di fede significa difendere la libertà di opinione e quella di satira e qualsiasi altra libertà che non ne leda altre: questa è la laicità civica.

Per tale semplicissimo tanto quanto basilare motivo, certe figure politiche come l’attuale presidente turco non possono essere difese ovvero non possono che essere osteggiate da qualsiasi individuo libero, esse, le loro pseudo-istituzioni e le malsane, pericolose idee di potere che propugnano. Sempre, e al di là di qualsivoglia circostanza particolare.

Dopo cinque anni siamo ancora Charlie Hebdo?

«Se oggi pubblicassimo di nuovo quelle caricature saremmo nuovamente soli. L’attacco non ha reso le persone più coraggiose. Al contrario.» Così afferma Laurent Sourrisseau, detto Riss, caporedattore di “Charlie Hebdo”, citato dall’Agi in questo articolo nell’occasione dei cinque anni da quel 7 gennaio 2015 quando avvenne il tristemente celebre attentato alla redazione del giornale satirico francese. Già, un lustro da quando tutti o quasi ci proclamammo un po’ ovunque «Je suis Charlie», “Io sono Charlie”; oggi, invece?

«A Parigi si sente spesso ripetere la domanda: cinque anni dopo, siamo ancora tutti Charlie Hebdo?» conclude il citato articolo dell’Agi. Perché ha ragione Sourrisseau, dal momento che la vicenda dell’attentato, una volta passata la suggestione collettiva, come tante altre è stata banalizzata, strumentalizzata, travisata, trasformata in uno strumento di polemica politica e ideologica, intrisa di stupidaggini propagandistiche d’ogni sorta. Al punto che si è perso di vista il senso principale degli accadimenti, che non fu affatto l’attacco terroristico di matrice islamista e la necessità di difesa conseguente ma il danno provocato tanto dall’azione terroristica quanto da ciò che ha voluto “opporsi”, politicamente e ideologicamente, alla libertà in quanto valore fondamentale della nostra società europea. Che, appunto come sostiene Sourrisseau, non è diventata più coraggiosa, culturalmente forte e sicura di sé ma più timorosa, egoista, meschina, mentalmente chiusa e, sostanzialmente, meno libera. E non certo per colpa di quei maledetti terroristi ma di chi, nelle stanze del potere, ne ha approfittato per giustificare tramite quello ed altri atti simili un tentativo di imbarbarimento culturale della nostra civiltà funzionale ad un maggior controllo politico e sociale, diventando con ciò il miglior alleato del terrorismo di matrice più o meno religiosa.

Quella libertà che invece “Charlie Hebdo” incarna benissimo, oggi come cinque anni fa: si può essere d’accordo o meno con la sua satira ma pensare che questa sia il “problema” e non, appunto, la difesa assoluta della libertà come valore filosofico e culturale della nostra società, comporterebbe a suo modo un’equiparazione simile ad una “vittoria” a favore di quel terrorismo, pur sconfitto (forse, speriamo) militarmente ma, come un pericoloso virus, penetrato in modo mutante nelle nostre menti.

P.S.: anche “Swissinfo.ch” dedica un bell’articolo alla questione, intervistando uno dei più celebri vignettisti satirici svizzeri, Thierry Barrigue, i cui toni sono assai similari ai miei. Cliccate qui per leggerlo.

Essere o non essere – satirici: è questo il problema?

je-ne-suis-pas-charlieSappiate fin da subito che, sulla questione della ormai celeberrima vignetta di Charlie Hebdo sul sisma in centro Italia, state per leggere una personale considerazione che probabilmente qualcuno troverà sgradevole, se non peggio, ma che alla fine sostanzialmente esula dal genere di discussioni spese sul tema in questi giorni, per la gran parte di fortissima e indignata critica su quella vignetta – e meno male che ormai la buriana disquisitoria è passata, così che forse si possa ora ragionare con maggior lucidità.
Sì, perché è giustissimo e assolutamente condivisibile che una vignetta del genere possa essere criticata: ciò perché è assolutamente giusto e condivisibile che vi sia una libertà di satira che permetta ad essa di essere pubblicata, con il relativo corollario di responsabilità e, nel caso, conseguenze a carico di chi ne è l’autore. Per chi non ha capito: non sto affatto difendendo la vignetta di Charlie Hebdo e non sto per nulla dissentendo con chi la sta criticando. No, sto affermando altro.
Tralasciando appunto il genere di discussioni che è scaturito sulla vignetta – che alla fine si è palesato come una sorta di vendetta/resa dei conti tra italiani e francesi, cugini mai troppo cordiali da sempre, che ha utilizzato la vignetta e il suo senso come mere buone motivazioni per partire lancia in resta, al di là che quel senso fosse effettivamente disgustoso o meno – io credo che, in buona sostanza, criticare un giornale di satira come è Charlie Hebdo, e come lo sono molti altri pubblicati ovunque, per quanto pubblica, è un po’ come criticare i film pornografici perché in certi casi mostrano scene troppo esplicite e/o estreme. Il problema è che, come non avrebbe senso la pornografia senza tali immagini (che poi sia moralmente inaccettabile o no è, appunto, questione altra, che non c’entra con il principio qui esplicitato), la vera satira non sarebbe tale se non sapesse andare in certi casi oltre le righe: e ciò non perché la satira possa e debba godere di una libertà illimitabile e non criticabile, ma proprio perché è satira, dunque forma di comunicazione che in fondo nega sé stessa fin da subito, palesandosi per sua natura per ciò che è, ovvero qualcosa che non deve essere presa sul serio se non nel principio di fondo, nel messaggio che, nel caso, essa trasmette attraverso le sue divertenti, taglienti, offensive, oltraggiose immagini.
Ribadisco: c’è semmai un eventuale discorso di responsabilità dell’autore di certe immagini che si possano ritenere troppo forti, ma la valutazione del caso non può non tener conto che, se si facesse in modo di limitare l’espressività della satira, il suo senso verrebbe sostanzialmente meno, venendo meno anche la sua inimitabile forza d’impatto, capace di lanciare messaggi con un’efficacia che molte altre forme di comunicazione non saprebbero mai conseguire. O una o l’altra, insomma: e io credo che, pur in presenza di discutibilissimi eccessi, sia ben peggiore un mondo nel quale la satira subisca censure piuttosto che sia lasciata libera di “rivendicare il diritto alla cazzata” – per citare una nota affermazione del grande, e sovente assai satiresco, Ugo Tognazzi.
Ma c’è dell’altro: quel problema sopra indicato ha un suo nocciolo ancora più profondo. Come ilmalequalcuno ha fatto notare in questi giorni, il celeberrimo giornale satirico Il Male nel 1980 dedicò un numero speciale al sisma dell’Irpinia, infarcito di vignette di ferocia pari, se non peggiore, di quelle di Charlie Hebdo. Bene, andate a controllare se quel numero suscitò una pari indignazione, allora, della vignetta francese di oggi. Non troverete nulla, ovviamente. Ecco: temo che la nostra società contemporanea, che noi sovente crediamo la più evoluta, emancipata, progredita, libera eccetera, abbia in verità fatto – non sempre ma sovente – un bel po’ di passi indietro in tema di apertura mentale, ovvero di preparazione culturale, e al contempo ne abbia fatti tanti in avanti, di passi, verso il blaterare con assai poca coscienza e percezione di ciò che si blatera – chiaramente anche grazie alla grande mano data dal web e dai social network nonché del modus operandi dell’informazione diffusa sui media nazional-popolari. Ribadisco: non sto affatto dicendo che non sia condivisibile la critica alla vignetta in questione e che non sia sacrosanto il diritto di esprimere le proprie idee. Sto semmai dicendo che tali esercizi espressivi pubblici mi sembrano ben più ispirati da impressioni del momento indotte da agenti esterni piuttosto che da una autentica e almeno un poco approfondita riflessione sul tema di essi. Anche perché, come puntualmente accade, la critica collettiva ad alzo zero come quella espletata da tanti in questi giorni alla fine non fa che donare ancora maggior importanza, rilievo e notorietà al suo bersaglio, quando invece un’ignoranza collettiva – ovvero l’ignorarla in massa, quella vignetta – l’avrebbe rapidamente relegata nel disinteresse generale, soffocando qualsiasi sua discutibile carica offensiva e/o aggressiva.
Alla fine, credo che in una società civile ed emancipata i limiti della libertà d’espressione, che in nessun caso può essere punibile, si generino automaticamente dal senso civico e dalla preparazione culturale diffusi, che essi si riferiscano poi alla satira o a che altro. Personalmente trovo altrettanto offensivi di vignette come quella in questione, ad esempio, certi servizi dei TG o numerose affermazioni di personaggi pubblici che, solo perché in posizione di “preminenza” sociale e mediatica, si credono liberi di poter dire tutto ciò che vogliono o quasi. Se togliessimo la facoltà di esprimersi a vignettisti satirici come quelli di Charlie Hebdo, la dovremmo togliere pure a numerosi politici, membri delle classi dirigenti, pseudo-giornalisti, eccetera. Tuttavia, a tal proposito, ripenso a quella nota affermazione di Voltaire sul difendere a tutti i costi la libertà di dire ciò che si vuole, e a come ciò significhi pure che, se certa gente non fosse libera di parlare, noi non sapremmo mai a quale livello di ignoranza, rozzezza e idiozia può cadere…

Piccola, sentita ode alla matita (reloaded)

Ho scritto questo pezzo più di due anni fa per mero, purissimo affetto verso la sua protagonista. Poi è venuta la strage a Charlie Hebdo e lei, in tal caso con il compito di disegnare vignette satiriche – ma per cosa la si utilizzi non cambia il senso della questione – è diventata (almeno per un certo periodo) il simbolo di rivalsa verso ogni terrore e di assoluta libertà di espressione. Così mi è tornato in mente ‘sto pezzo. Il quale, come sovente accade in circostanze simili, oggi acquisisce un valore inaspettato (anche se sotto molti aspetti assai triste) e rinvigorente…
Insomma, ve lo ripropongo, ecco.

schrijven-cirkel-textuur-kleur-potloden_3311433La matita è lì che ti guarda, sorniona, dal portapenne.
Se ci fai caso, se la fissi un attimo e fai attenzione a cosa e come è, rapidamente ti rendi conto della sua particolarità e te ne sorprendi altrettanto velocemente, perché a tutti gli effetti hai di fronte un autentico prodigio che pochi altri oggetti di simile sostanza hanno saputo – e sanno ancora – mettere in pratica.
Innanzi tutto, è un pezzo di legno, la matita. Anzi, di più: è un pezzo di mondo, di pianeta, di Natura. Un corpo legnoso – tipicamente di pioppo – con un’anima minerale, di grafite. Legno e roccia, insieme all’acqua gli elementi fondamentali “solidi” che compongono quel nostro mondo. In tal modo, tenere in mano una matita è come tenere un pezzo della nostra Terra, e usarla per scrivere è un po’ come scrivere con la sostanza di essa.
Peraltro sono stati (si dice) due italiani, Simonio e Lyndiana Bernacotti, a inventare la matita in uso tutt’oggi, col corpo cilindrico o esagonale e l’anima di grafite – minerale che furono invece per primi gli inglesi a utilizzare nella scrittura, almeno dalla metà del XVI secolo. Fatto sta che è qualche secolo che la matita ci offre i suoi servigi, circondata – nel portapenne suddetto – da innumerevoli successori di metallo o di plastica con anime suppergiù liquide che da tempo, appunto, ne avrebbero dovuto sancire l’obsolescenza tecnologica e pratica, dunque la scomparsa. Che può fare un pezzo legno e di sasso dal tratto grigiastro contro, ad esempio, una lucente penna d’alluminio con cartuccia ricaricabile e tratto vividamente colorato e perfetto? Nulla, si direbbe…
Ma eccola sempre lì, la matita: quel pezzo d’antichità superatissimo in tutto e per tutto è ancora lì, oggi, nell’era degli smartphone e dei tablet, dove meravigliosi gadgets tecnologici rendono il più delle volte la scrittura una cosa superflua, pronti a registrare – e correggere, migliorare, catalogare, custodire – ogni nostra nota. La matita in fondo non fa che una miserrima parte di quanto può ad esempio fare uno smartphone, la fa infinitamente peggio di quanto farebbe il peggiore di quegli oggetti tecnologici contemporanei eppure sa donarci un gusto, nel farlo, un piacere, un compiacimento infinitamente migliori.
Perché scrivere con una matita è un gesto assolutamente semplice e per molti versi arcaico, appunto, eppure profondamente affascinante: una pratica estetica, oserei dire. Lasciamo una linea di finissima polvere di grafite sul foglio di carta che diventa, non solo nella forma ma anche nella sostanza, proprio come un’impronta nel terreno, con la differenza che qui l’impronta è in rilievo ed è il terreno stesso a fornircela. Poi, come ogni altra impronta, basterà poco a che venga cancellata – un alito di vento, un colpo di gomma – dandoci la possibilità di lasciare infinite altre nuove impronte, in questo modo risolvendo da sola, la matita, la natura effimera del proprio segno. Finché, soltanto quando lo decideremo, quel segno sulla carta potrà diventare indelebile – quando noi stabiliremo che sarà così, e non una penna e il suo inchiostro!
Hanno provato col tempo a domare e traviare la sua natura originaria: le hanno piazzato a un capo una gomma (trovata a ben vedere piuttosto insignificante), l’hanno trasformata in portamine (ne carne ne pesce, come ogni ibrido: non più una matita, ma nemmeno una penna…) e, come già scritto, l’hanno circondata di schiere infinite di penne d’ogni genere e sorta, inequivocabilmente più belle e più efficienti.
Niente da fare, la matita è ancora lì, da qualche parte sulle nostre scrivanie, incurante di tutto se non del “suo” fido orologio, il temperino. Fragile eppure resistente, povera ma anche raffinata, nobile e al contempo proletaria, è un oggetto che, per così dire, è ancora capace di tenerci saldamente coi piedi per terra attraverso un gesto – la scrittura con essa – antico, formalmente obsoleto ma tutt’oggi assolutamente ricco di fascino, semplice e bellissimo, che sempre più col passare del tempo riscopro e metto in pratica, invitandovi a fare altrettanto. Perché, appunto, non è che un pezzo di legno con dentro un frammento di roccia: due ingredienti in sé banali, tuttavia miscelati in una sorta di formula magica plurisecolare dalla quale scaturisce un piccolo/grande prodigio, che nessuna tecnologia è, almeno nel fascino, ancora in grado di eguagliare.

La creatività è sempre rivoluzionaria! (Gianni Rodari dixit)

Creatività è sinonimo di “Pensiero divergente”, cioè capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È “creativa” una mente sempre al lavoro, sempre a far domande, a scoprire problemi dove gli altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti (anche dal padre, dal professore e dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire dai conformismi. Tutte queste qualità si manifestano nel processo creativo. E questo processo – udite! Udite! – ha un carattere giocoso: sempre.

(Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, Ed. Einaudi, p. 171)

GIANNI_RODARIGianni Rodari, grandissimo intellettuale, scrittore e autore celeberrimo di storie per bambini e ragazzi, lo sapeva bene e bene ce lo ha spiegato cosa significa essere creativi. Leggendo la sopra citata affermazione a pochi giorni dai tragici fatti alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, le sue parole mi sono sembrate ancora più importanti e illuminanti. La satira è grande esempio di creatività, e lo è pure ogni arte espressiva, che sia visiva, letteraria, filmica, musicale o che altro; ma lo sono, tutte queste arti, soprattutto (o forse solo se) quando riescono a dare risposte e parimenti instillare dubbi, a generarci curiosità su ogni cosa, a insegnare a pensare con la propria testa ovvero a rieducare alla riflessione, lo sono quando sanno svincolarsi da qualsiasi tentativo di addomesticamento e sanno tenersi distanti da ogni imposizione conformistica e perbenista. Quando sono sinonimo di pensiero divergente, appunto, ovvero di pensiero libero.
Per questo i poteri dominanti cercano sempre di assoggettare il creativo ai propri fini, quando non riescono a zittirlo e/o a soffocarne la creatività. Per questo essa è considerata di frequente pericolosa e viene attaccata, in modo più o meno forte e violento, ed è per questo che la creatività è tra le poche cose che può salvare il nostro mondo e farlo progredire, eliminando da esso in modo peraltro giocoso – come giustamente afferma Rodari – qualsiasi bieca decadenza illiberale.
Siate creativi, sempre, come bambini eternamente curiosi e intellettualmente irrequieti. Siatelo, e sarete vivi come in poche altre situazioni.