[Foto di Banff Lake Louise Tourism & Travel Alberta.]Il “Corriere del Ticino”, quotidiano della Svizzera italiana, nella sua rubrica “Cent’anni fa” ove ripropone alcune notizie pubblicate sul giornale un secolo esatto fa, ricorda che l’11 dicembre 1925 «La Compagnia aerea Ad Astra ha l’intenzione di organizzare anche nella attuale stagione invernale, a St. Moritz, un servizio di escursioni aeree e che dislocherà a questo proposito un aeroplano Junker a St. Moritz.»
Dunque già cent’anni fa si proponevano esperienze turistiche attualmente ancora “in voga” sui monti e spesso promozionate – oggi con l’elicottero (ai tempi sostanzialmente non ancora inventato), che siano voli turistici, eliski o altro di affine. Non si è inventato granché di nuovo, insomma, nonostante a volte i voli attuali vengano ritenuti una pericolosa devianza contemporanea del turismo montano.
[Uno degli Junkers F 13 della compagnia aerea svizzera Ad Astra Aero. Fonte: commons.wikimedia.org.]Ma se nel 1925 si può immaginare che non si fosse in grado di comprendere il portato e le conseguenze (non solo ambientali, ovviamente) di tali esperienze turistiche, è sorprendente che oggi, con tutte le conoscenze, le vicende, le consapevolezze sia sui temi della tutela ambientale che della frequentazione turistica responsabile dei territori montani, ancora si abbia il coraggio e la faccia tosta di proporre cose come, appunto, l’eliski, i voli turistici ai rifugi o in occasione di eventi montani o altre esperienze di volo di matrice ludico-ricreativa e non legate a necessità proprie dei territori.
[Veduta dell’alta Engadina. Immagine tratta da www.engadin.ch.]Per qualcuno non è bastato un secolo e più, insomma, per maturare un buon senso consono a cosa sono le montagne, al loro valore specifico e a come si possono (e devono) vivere con il miglior equilibrio possibile, sia da abitanti che da visitatori, per il bene di tutto e tutti. Cosa ci vorrà, poi, per capire un’evidenza così palese?
[Campsirago con lo sfondo del Resegone. Foto di Angelica Perego tratta dal sito web dell’Associazione Monte di Brianza.]Domenica 14 dicembre prossimo, nell’ambito di Errando per antiche vie. In cammino da Cortina a Milano, la grande azione performativa per la quale artisti e pubblico stanno percorrendo a piedi la distanza che separa Cortina e Milano (250 Km, 12 giorni di cammino consecutivi dal 5 al 16 dicembre: ne ho scritto qui) per raccontare il territorio che per la prima volta sarà messo sotto i riflettori internazionali grazie ai Giochi Olimpici 2026, sarò aCampsirago, meraviglioso borgo prealpino nel comune di Colle Brianza (Lecco) insieme a Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, per dialogare sul tema olimpico intorno al suo ultimo libro, “Oro Colato”, da poco pubblicato per Altreconomia.
Un libro (il cui co-autore con Casanova è Duccio Facchini, direttore di Altreconomia) semplicemente imperdibile, in grado di far comprendere approfonditamente e compiutamente non solo cosa ha comportato l’organizzazione dei Giochi di Milano Cortina ai territori e alle comunità coinvolte ma pure, e soprattutto, cosa lascerà ad essia Olimpiadi concluse e dimenticate – a ciò fa riferimento, in modo da subito chiaro, il sottotitolo del libro: L’eredità per pochi delle Olimpiadi di Milano Cortina.
Già, perché l’evento olimpico norditaliano doveva essere il miracolo a “costo zero”: sostenibile, trasparente, con una “legacy” capace di rilanciare le montagne e fermare lo spopolamento. E Milano, capitale dei “grandi eventi” e dei palazzinari, il cuore pulsante dei Giochi perfetti. Invece, l’oro olimpico promesso si è sciolto come neve al sole, colando tra le mani delle comunità per finire nelle tasche di pochi. Tra il luccichio dei cinque cerchi e il cemento dei cantieri, il sogno olimpico si è trasformato in una scia di spese folli, infrastrutture inutili e promesse tradite.
A meno di due mesi dall’inizio dei Giochi, parlerò con Casanova, con i camminatori di “Errando per antiche vie” e con il pubblico presente di come sarà possibile (se sarà possibile) “metabolizzare” l’evento, ricostruendo “come è andata” fino a oggi e fornendo idee e strumenti per un modello diverso di tali “grandi eventi”, innanzi tutto nei territori montani ma non solo in essi.
Dunque, appuntamento alle ore 19.00 presso Campsirago Residenza (si trova qui), ovviamente con ingresso libero; a seguire ci sarà una cena vegetariana comunitaria a buffet e la musica del Jazz Cafè. Se vorrete intervenire, sarà un vero piacere incontrarci e chiacchierare insieme!
Leggere la notizia (riportata ad esempio da “Il Post”) dell’innevamento delle piste da sci del Monte Bondone, sopra Trento, grazie alla neve trasportata da un elicottero (per quella artificiale faceva troppo caldo) pur di aprire almeno parzialmente il comprensorio sciistico per il ponte dell’Immacolata ed evitare la perdita di soldi per la mancata vendita degli skipass, mi genera nella mente l’immagine di una persona che nonostante abbia evidenti problemi respiratori pretenda di correre una maratona utilizzando una bombola di ossigeno supplementare.
Riesca pure a correre la maratona, quella resta una persona malata e, forse, in peggioramento proprio per le pretese a cui non sa rinunciare.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Monte Bondone“.]È evidente, come hanno denunciato alcune associazioni ambientaliste, che portare neve sulle piste da sci in assenza di condizioni meteoclimatiche adatte generi un impatto ambientale insostenibile, tanto più in un territorio montano particolarmente soggetto agli effetti della crisi climatica di origine antropica (appunto). Così come è evidente che quell’attenzione alla sostenibilità della propria attività che di frequente l’industria sciistica rimarca nei riguarda dei territori in cui opera è puro green washing, mentre nella gran parte dei casi sono gli interessi economici perseguiti a vincere regolarmente sugli impegni ecologici – i quali in realtà dovrebbero essere fondamentali per un’attività che si svolge in ambiente e dunque avrebbe tutto l’interesse (autentico) nel tutelarlo.
[Immagine tratta dalla pagina Facebook “Monte Bondone“.]In ogni caso, per tornare a quanto stavo rimarcando con la metafora citata, a me pare che un comprensorio sciistico che debba ricorrere a mezzi così impattanti e insensati (oltre che piuttosto ridicoli) per rimanere aperto, ovvero per tentare di sopravvivere a una sorte evidentemente già segnata, abbia solo una cosa buona e giusta da fare: pensare al proprio miglior futuro post sciistico possibile e a elaborare una frequentazione del luogo che gradualmente ma ineluttabilmente chiuda l’attività sciistica per offrire altro di ben più consono, sensato, attrattivo, conveniente e godibile ai propri visitatori. Una cosa che peraltro, conoscendo un po’ il luogo e le sue peculiarità, Monte Bondone non faticherebbe affatto a elaborare – se volesse farlo, certo.
[Mucche di razza bruna alpina al pascolo nella Valle dei Forni sopra Santa Caterina Valfurva. Foto tratta da www.pedranzini.com.]Qualche settimana fa la Regione Lombardia ha stanziato oltre 17,7 milioni di Euro a sostegno di 4500 aziende agricole delle aree montane lombarde, grazie al decreto 15540 del 31 ottobre 2025 per il sostegno alla zone con svantaggi naturali di montagna. In questo modo, secondo la Regione, si premiano «l’impegno e la tenacia di chi vive la montagna mantenendo così attivo il territorio. Uomini e donne che ogni giorno custodiscono il paesaggio, assicurano presidio ambientale e tramandano le nostre tradizioni rurali. La montagna non chiede assistenza, ma strumenti per restare competitiva e attrattiva: questo bando rappresenta un segnale concreto di attenzione e di fiducia verso chi sceglie di continuare a lavorare in quota, nonostante le difficoltà.»
Ottima iniziativa, verrebbe da pensare, e in effetti lo è. Tuttavia, un rapido calcolo denota che la somma stanziata equivale a poco più di 3900 Euro ad azienda – qui trovate l’esatta ripartizione per ogni provincia lombarda; peraltro nello stanziamento vi sono incluse anche quelle di pura pianura, quindi la somma pro capite destinata effettivamente alle aziende montane è anche minore. Si tratta di un aiuto importante, senza dubbio, tuttavia importi del genere non possono certamente sostenere granché a chi lavora in montagna cercando di mantenerla «competitiva e attrattiva»: ci vorrebbe di più, molto di più e non solo a livello di finanze ma pure di sostegno politico concreto e di strategia di sviluppo articolata, organica e di lungo periodo, non legata a iniziative del momento certamente lodevoli ma pure assai propagandistiche (motivo per il quale in queste circostanze vengono sempre decantate le somme totali e non quelle singole destinate ai fruitori: decantare 3900 Euro ad azienda non dà l’idea di un grande aiuto, per l’appunto!)
[Campi di grano saraceno nei pressi di Teglio. Foto tratta da www.cibotoday.it.]D’altro canto, di nuovo, leggendo notizie del genere non si può non pensare agli stanziamenti molto più cospicui che la stessa Regione Lombardia dedica al turismo sciistico attivo negli stessi territori montani dove spesso lavorano le suddette aziende agricole, e raffrontare le cifre in gioco e ancor più le proporzioni: quanto dedicato dalla Lombardia a tutte le aziende agricole montane equivale al costo di un singolo impianto di risalita di buona portata, come quelli alla cui realizzazione la Regione Lombardia partecipa munificamente. Impianti che invece servono ben poco a «custodire il paesaggio, assicurare presidio ambientale e tramandare le nostre tradizioni rurali», per riprendere la citazione regionale. Quindi perché la Lombardia, la cui dirigenza politica dovrebbe essere alquanto sensibile agli aspetti appena citati, finanzia più questi impianti di risalita che i propri agricoltori montani?
[Allevatori di capre di razza orobica a Valgoglio, in Valle Seriana. Foto tratta da www.ecodibergamo.it.]Ancora una volta, insomma, siamo di fronte ad un’iniziativa istituzionale basata sul principio del «Piutost che nient l’è mej piutost», come si dice nel dialetto milanese: piuttosto che niente, è meglio piuttosto; l’ho già affermato in merito alla recente “Legge sulla Montagna”. Una condizione di evidente “assistenza”, altroché, ben più che di supporto alla competitività e all’attrattività, che in pratica rinnova il costante stato di precarietà nel quale le nostre montagne giacciono da tempo, lasciando alle loro economie peculiari solo le briciole degli stanziamenti finanziari e dell’attenzione politica al fine di preservare lo spazio d’azione per altre economie, evidentemente ben più gradite alla politica e più funzionali ai propri scopi ma molto meno consone e utili alla costruzione del miglior futuro possibile per i territori montani e per le loro comunità.
Finché si continuerà ad agire per le montagne con queste modalità, temo che il loro futuro e delle comunità che le abitano resterà parecchio fosco con ben poche possibilità di rischiararsi, anzi. Ma evidentemente, vista la realtà delle cose invece piuttosto chiara e inequivocabile, è la sorte che i decisori politici non sanno evitare per i nostri territori montani. Non si può che temere questo, oggettivamente.
[La Cima Motta, 2336 m, nel comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco. Foto di Zbigniew Rutkowski, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Durante la 26esima edizione delle Giornate del Turismo Montano che si sono svolte a Trento lo scorso novembre, è emersa una delle sfide principali che dovrà affrontare da qui al prossimo futuro il turismo montano: quella di sviluppare un racconto identitario dei territori di montagna, la narrazione dunque non solo dei servizi offerti ma anche – e soprattutto – delle specificità culturali, delle tradizioni, dei prodotti locali e delle esperienze autentiche che si possono vivere nelle terre alte e che rendono ciascun luogo montano unico e peculiare. Uno storytelling peraltro sempre più richiestoe apprezzato da chi decide di passare le proprie vacanze e trascorrere del tempo in montagna.
Ecco infatti come la Valmalenco decide al volo di partecipare a tale così importante sfida turistica:
[Articolo pubblicato da “Il Giorno” il 4 dicembre scorso, si veda anche qui.]«A Cima Motta apriremo un ristorante di pesce, gestito da due cuochi di Pantelleria!» Ma certo, cosa c’è di più tradizionale e identitario per una valle delle Alpi Retiche?
Be’, sarebbe da standing ovation se fosse la gag di uno spettacolo comico… ma non lo è, no.
Per la cronaca, e per chi non conosca il luogo, Cima (o Monte) Motta è il secondo punto più alto del comprensorio sciistico di Chiesa in Valmalenco e lo stabile nel quale si vorrebbe aprire il “ristorante di pesce” è parte della vecchia stazione di arrivo dell’ovovia ormai dismessa da decenni: un fabbricato parecchio vetusto che sarebbe da ristrutturare radicalmente oppure da abbattere, eliminandone l’attuale desolante visione.
In ogni caso, al netto di ciò e pure della “simpatia” che potrebbe suscitare l’iniziativa malenca, capirete bene quali cortocircuiti culturali inneschi lo sci di oggi nel disperato tentativo di restare attrattivo e contrastare l’inesorabile agonia alla quale viene sottoposto dalla crisi climatica e dalle circostanze socioeconomiche attuali – nel mentre che, con tali iniziative bislacche, temo proprio che invece acceleri la propria fine. D’altro canto vorrei proprio sapere chi sia lo sciatore che sale in alta Valmalenco, al cospetto dei ghiacciai del Bernina e a due passi dalla Svizzera, agognando di mangiare un fritto misto di pesce siciliano. Chissà se nel frattempo a Pantelleria giungeranno turisti desiderosi di gustarsi un ottimo piatto di pizzoccheri o di sciatt valtellinesi?!
Mi sa che, a pensarci bene, l’unico «fritto» qui sia lo sci, ormai diventato un «misto» di imprenditoria turistica sgangherata e alienazione culturale sconcertante in balìa degli effetti della crisi climatica, già.