Alek Popov, “I cani volano basso”

cop-i-cani-volano-bassoAaaah, il sogno americano! Quella chimera così scintillante, forte, entusiasmante… o deleteria, nociva, appestante – certo, dipende da che punto si osserva la questione e con quali lenti… Di sicuro non serve rimarcare quanto l’America, dal dopoguerra in poi, sia diventata non solo la guida politico-economica (e militare, ahinoi) del mondo occidentale, ma anche una sorta di eden da imitare nel modo più assoluto e assolutista possibile oppure, meglio ancora, da raggiungere. E se ciò è stato valido (e lo è ancora, sotto molti aspetti) per noi europei dell’Ovest, figuriamoci quanto lo potesse essere, in modo ben più terremotante, per gli europei orientali soggiogati fino a poco più di due decenni fa dai regimi di matrice sovietico-comunista! Un sogno, una chimera, un’utopia di libertà e di benessere che pareva appartenere ad un’altra galassia, per quei popoli. Poi la storia ha fatto il suo corso, la cortina di ferro si è fusa, l’America è tornata ad essere parte dello stesso pianeta comune e, insieme a tanti altri, i fratelli Banov, Ned e Ango, possono coronare il loro sogno a stelle e strisce – sempre che di sogno si tratti veramente…
Sono loro, Ned e Ango Banov, due fratelli bulgari assai diversi tra di loro nel carattere ma assai meno negli intenti, i protagonisti del romanzo di Alek Popov I cani volano basso (Keller Editore, 2013, traduzione di Sibylle Kirchbach), che negli USA vi giungono sulle orme, anzi, sulle ceneri del padre, ricercatore universitario emigrato oltre oceano e mai più tornato a casa se non, appunto, da deceduto e cremato…

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Paolo Nori, “Siamo buoni se siamo buoni”

cop_siamo-buoniPaolo Nori ha uno dei più bei siti web “da scrittori” che ci siano. “Embè?”, direte voi. Embè, dico io, è soprattutto da lì, oltre che da qualche amicizia comune, che in origine ho conosciuto lo scrittore parmense, prima che le sue opere edite. Il suo sito – più un blog, a dire il vero – è semplice, lineare, quasi minimale, eppure sempre arricchito (dallo stesso Nori, ovviamente) di cose interessanti e mai banali. Non è poco, e ancor più è alquanto significativo nonché, se così posso dire, identificante di quel piccolo/grande mondo a sé che, a ben vedere, Paolo Nori è.
O Ermanno Baistrocchi, è… ovvero il protagonista di Siamo buoni se siamo buoni (Marcos y Marcos, Milano, 2014), romanzo nel quale Nori si trasfigura (ma nemmeno troppo, mi pare di capire) in quel protagonista, che è un ex editore che scrive un libro intitolato La banda del formaggio (in verità è un altro romanzo di Nori) da pubblicare solo dopo il suo eventuale decesso ma che poi subisce un grave incidente (come Nori nella realtà, guarda caso!) così che tale Salvarani, che compra la casa editrice del suddetto Baistrocchi, pubblica il libro sotto altro nome dato che l’autore è dato ormai per morto e ne ricava un gran successo, senonché l’autore stesso inaspettatamente si risveglia e…

(Photo courtesy: Manuela Bersotti)
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Maurizio Principato, “John Zorn. Musicista, compositore, esploratore”

cop_Principato_ZornQuando poco più che diciottenne, sul finire degli anni Ottanta, cercavo in tutti i modi di esplorare il vastissimo territorio della musica “alternativa” leggendo periodici, fanzine, acquistando dischi, scambiando cassette registrate (quello che ai tempi si chiamava tape trading) e quant’altro di utile (io supponevo) a quello scopo, ricordo che lessi la recensione dell’ultimo lavoro di un musicista a me ancora pressoché sconosciuto se non per vaghi “sentito dire” di cose fuori da ogni schema musicale conosciuto. Nella recensione, il suo estensore concludeva che, a fronte del valore di quell’ultimo disco e di quanto fatto dal suo autore fino a quel momento, si poteva definirlo “un genio”, uno dei rarissimi in circolazione nella musica del tempo.
L’autore ovvero il musicista del quale parlava la recensione era John Zorn. Col tempo scoprii e sancii in modo pressoché indiscutibile quanto fosse vero ciò che avevo letto: Zorn, ad oggi, è probabilmente da considerare come uno dei più grandi musicisti viventi, e uno dei rarissimi ad aver saputo creare qualcosa di nuovo in ambito musicale – un’impresa a dir poco sensazionale.
Fatte le debite proporzioni, credo sia un’impresa anche quella compiuta da Maurizio Principato, autore di John Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011), perché pensare di mettere per iscritto la carriera di uno come Zorn, autore di una discografia sterminata con centinaia di titoli di ogni genere e sorta nonché di altrettante collaborazioni con altri musicisti e band – oltre che titolare della Tzadik, casa discografica d’avanguardia, curatore di collane editoriali, di gallerie d’arte, stakanovista irrefrenabile delle arti musicali da più di 40 anni… e, ultimo ma non ultimo, considerato da tanti il miglior sassofonista vivente – pare di primo acchito come numerare e descrivere ogni singola goccia d’acqua che compone un mare…

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Francesco Giubilei, “Leo Longanesi, il borghese conservatore”

Cop_Longanesi_GiubileiSi può essere coerenti nell’incoerenza? Anzi, al contrario: si può essere incoerenti perché pervicacemente coerenti? Apparentemente è un paradosso, certo, ma io credo che lo sia pure il rapporto che esiste spesso tra genio e follia, ove il primo viene considerato la seconda quando non lo si capisca (o non lo si voglia capire) – mentre quando accade l’opposto non si è quasi mai in presenza di follia ma di idiozia, ed è ben diverso! – dunque rispondo di sì. Si può essere incoerentemente coerenti, e si è tali quando con logica e costanza si perseguono gli ideali in cui si crede anche quando il mondo d’intorno varia, si modifica e si capovolge, ovvero quando quegli ideali possono apparire conformi ad una certa situazione e difformi ad un’altra. Il che non si significa che non si possano cambiare le idee: anche qui la differenza con gli ideali è ben diversa, e se le prime si possono variare ogni qualvolta appaia e lo si ritenga giusto, i secondi, se sono autentici ed elevati, generalmente valgono ben più a lungo, se non per una vita intera e ancor più.
Questo mi viene da pensare di Leo Longanesi, uno di quei personaggi della storia italiana che continua, «a tanti anni dalla sua morte, a non ricevere il giusto tributo da parte di tanti lettori e addetti ai lavori che – a volte anche inconsciamente – si ispirano alla sua figura.» Uso le stesse parole di Francesco Giubilei, autore di Leo Longanesi, il borghese conservatore (Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015), biografia di una figura fondamentale per l’editoria italiana ben più di quanto si possa pensare…

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Björn Larsson, “Bisogno di libertà”

cop_bisogno_libertàI testi letterari devono parlare. Apparentemente sembrerebbe una banalità, questa, invece è un’evidenza non così scontata. Molti libri crediamo ci stiano parlando ma in realtà si fanno leggere, ovvero siamo noi che diamo loro una voce e una parlata, la nostra. La differenza pare sottile e invece è profondissima, dato che il testo che invece parla è quello che realmente ci sta raccontando, comunicando, trasmettendo qualcosa di nuovo, qualcosa che può rappresentare una buona e proficua rivelazione, piccola o grande. E quando un testo letterario sa parlare, si può instaurare un vero e proprio dialogo con il lettore, un confronto tra ciò che il testo comunica, rivela, illumina, e la reazione intellettuale di chi riceve tali messaggi e, direttamente già nel corso della lettura, vi medita sopra.
Ecco: per quanto mi riguarda Bisogno di libertà, forse l’opera più nota dello scrittore svedese Björn Larsson, anche se non la più venduta (Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, postfazione di Paolo Lodigiani; orig. (francese) Besoin de liberté, 2006), è un libro con il quale mi sono ritrovato ad intessere un dialogo parecchio fitto e, per così dire, concitato.
Bisogno di libertà è una sorta di non-autobiografia, cioè la narrazione della vita dell’autore contestualizzata in un ambito di riflessione e di analisi del concetto di “libertà” – sviscerato dal punto di vista personale ma in modi inevitabilmente condivisibili da tanti…

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