Leggo su un periodico l’ennesimo (pseudo)dibattito sulla diatriba “libro di carta-libro digitale”, con i soliti due partiti ben schierati sulle loro posizioni, le solite idee sul futuro che è digitale e sul fascino immortale della carta, e in mezzo i soliti possibilisti della verità-che-sta-sempre-nel-mezzo ovvero che i due media possono convivere tranquillamente eccetera, eccetera, eccetera… E con il solito finale d’articolo evanescente, dacché a tale dibattito non c’è risposta alcuna essendo peraltro basato su ben pochi dati oggettivi e molto più su opinioni personali, interpretazioni soggettive, prese di posizione di parte, sensazioni, desideri, dichiarazioni ad effetto, eccetera, eccetera, eccetera (vedi sopra).
Beh, in tutta sincerità, con questa ennesima lettura sulla questione, devo dire che la stessa mi sta abbastanza stufando – anzi, non solo, a questo punto mi viene pure da temere che dietro si nasconda dell’altro… Sì, perché, riflettiamo un attimo: veramente è questo il nocciolo della questione concernente il futuro dei libri e dell’editoria? Io credo proprio di no. Voglio dire, lo può essere sotto certi aspetti tecnici e pratici, ovvio, dal momento che produrre un file per un ereader non è come produrre un libro con il classico processo tipografico – e non è nemmeno importante, alla fine, che ciò sia un bene o sia un male, se l’una o l’altra cosa comporti più vantaggi che svantaggi o viceversa.
No: molto più pragmaticamente – e banalmente a ben vedere, ma pure inevitabilmente – la questione fondamentale è sempre quella, la prima e originaria da che l’editoria è stata inventata: se l’opera letteraria è di valore, il libro, che sia di carta o sia un file per lettore digitale o qualsiasi altra cosa, avrà sempre un futuro, in ogni formato possibile e immaginabile e pure in modo duale. Se invece si continuerà sulla strada che molti editori pare abbiano intrapreso ovvero la quantità piuttosto che la qualità, nelle opere a grande diffusione, allora tranquilli, non ci sarà formato che terrà: il libro potrà pure essere olografico o scritto con inchiostro d’oro, ma la sua sorte sarà irrimediabilmente segnata.
Per questo mi viene da elaborare il timore a cui accennavo poco fa, cioè che per qualcuno la suddetta diatriba sia un buon sistema per fingere di parlare di libri e letteratura senza in realtà dire nulla, e così nascondendo dietro una simile cortina fumogena questioni ben più gravi per il futuro del libro, in primis proprio il costante scadimento della qualità letteraria delle opere imposte al grande pubblico, e del qual grande pubblico inesorabilmente (s)formano il gusto letterario. Perché a quella questione originaria se ne affianca un’altra, anche in tal caso da sempre ma con particolare evidenza negli ultimi tempi: lo scadimento della qualità ha provocato anche il decremento della quantità, dato che certi libroidi di gran successo usciti negli ultimi anni, piuttosto che aumentare il numero di lettori, alla fine l’ha contratto. Alla faccia delle pubblicità roboanti e delle fascette sulle copertine osannanti e proclamanti quantità di vendita tanto incredibili quanto in-credibili – ovvero non credibili e sparate per mera strategia commerciale, specchietto per lettori-allodole ingenui e culturalmente imbarbariti.
Cari editori, se pubblicherete bei libri – e con ciò intendo opere dotate di autentico valore letterario, non solo di facile appeal emozionale per un pubblico cresciuto a panem et circenses – vedrete che di essi venderete libri di carta e ebook a iosa e con costanza nel tempo. Non conseguirete le vendite mirabolanti (così almeno voi dite) di certi titoli, ma nel complesso venderete un numero totale di copie ben superiore a quello attuale, ne sono convinto. D’altro canto, non mi pare che quelle presunte vendite mirabolanti vi abbiano regalato bilanci aziendali floridi! Anzi, vi hanno oscurato l’orizzonte ancor più di prima, visto che a fronte di tali successi di vendita il mercato editoriale nazionale si contrae ogni anno di più. Ergo, piantatela con questa disputa tra libro cartaceo e libro digitale, ormai divenuta francamente noiosa e stucchevole, e tornate a fare il vostro mestiere originario: pubblicare (e promuovere adeguatamente) bei libri, non oggetti da supermercato. Il futuro della letteratura (e della cultura diffusa in generale) vi ringrazierà, su carta e in formato digitale!
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Libri milionari e librerie in bancarotta. Quando il valore di una singola pagina muterebbe da solo il destino di tanti librai…
E’ di solo qualche giorno fa la notizia – riportata ad esempio da La Repubblica – di un nuovo record assoluto di valore per un libro stampato, venduto in asta da Sotheby’s a New York: 14 milioni e 165mila dollari (pari a 10 milioni 337mila e rotti Euro), pagati dal magnate della finanza e filantropo David M. Rubenstein per
aggiudicarsi uno degli 11 esemplari superstiti del Bay Psalm Book, il primo libro stampato in inglese in America del Nord, che venne edito in 1.700 copie nel 1640 dai primi pellegrini arrivati nella terra dei futuri Stati Uniti. Un volume composto da 300 pagine, dunque – tornando a ragionare nella nostra valuta corrente – quasi 35mila Euro a pagina: un ordine di valori che riporta a certa arte moderna e contemporanea, comparto che molti ritengono artificiosamente gonfiato e nel quale da qualche tempo non manca la speculazione, proprio come nel “normale” mercato borsistico e finanziario. C’è dunque il rischio che pure sotto questo aspetto il libro diventi un ennesimo simbolo della contraddizione socioeconomica del mondo di oggi, nel quale i ricchi sono sempre più ricchi mentre fasce sempre più ampie di popolazione faticano a chiudere il mese, tagliando le proprie spese considerate “superflue” e spesso includendo in esse quelle dedicate alla cultura e, in particolare, all’acquisto di libri?
Secondo lo scrittore e collezionista Giuseppe Marcenaro – autore peraltro proprio di un libro sulla bibliofilia, Libri. Storie di passioni, manie e infamie, uscito nel 2010 per Bruno Mondadori – sì, il rischio esiste. “Questi prezzi folli sono esagerazioni. Spesso chi acquista lo fa per apparire” dichiara a La Repubblica. “Prezzi del genere fanno parte della follia dell’uomo, del voler apparire, far sapere che tu puoi avere quell’oggetto, gli altri no. Il libro, come l’opera d’arte, a quel punto non conta più: magari neppure lo leggono”. Il che in effetti riporta a certi acquisti di opere d’arte a prezzi spropositati fatti da miliardari le cui conoscenze artistiche si fermano alla differenza tra tavolozze e tavolate. “Comunque c’è sempre un atto di superbia nel comprare. Anzi, c’è proprio un errore nel dare valore monetario a certi oggetti. Lei se lo immagina il Papa che per fare opere di bene mette in vendita un Raffaello?” chiude sarcastico Marcenaro.
Di contro, tuttavia, quello attribuito al Bay Psalm Book è un valore che alcuni esperti ritengono giusto. Mario Scognamiglio, ad esempio, titolare della Libreria Rovello di Milano che è stata per lungo tempo “casa” degli appassionati di libri antichi e di pregio italiani. “Il Bay Psalm Book è un esemplare molto raro. L’ultima copia fu venduta nel 1947, certe cifre non mi sorprendono. Stesso discorso per la Magna Carta o la Bibbia di Gutenberg. Libri così si trovano una volta ogni cento anni” afferma Scognamiglio, in buona sostanza includendo con ciò anche il libro nelle logiche prima citate che regolano il mercato dell’arte propriamente detta.
Ma a questo punto non può non risultare evidente il contrasto stridente tra tali giri di denaro per acquistare un singolo libro e certe realtà che non vendendone a sufficienza, di libri, hanno dovuto chiudere: è il caso proprio della Libreria Rovello, che all’inizio dell’anno in corso ha definitivamente chiuso i battenti. “Oltre a me, hanno chiuso in molti, con la crisi” dichiara Scognamiglio. “Gli acquirenti nel nostro Paese sono circa 500, non di più. Inoltre da noi, purtroppo, università e biblioteche non hanno soldi”. E, a quanto pare e per come rivelano le statistiche sul mercato editoriale in Italia, di soldi ce ne sono sempre meno anche per acquistare i libri “normali”.
Per carità, a mio modo di vedere, che ad opere letterarie di pregio venga riconosciuto un così alto valore anche economico è tutto sommato una cosa comprensibile e apprezzabile: la letteratura è arte, forse ce ne dimentichiamo troppo spesso e probabilmente se lo dimenticano, drammaticamente, proprio gli scrittori; tuttavia, lo ribadisco, opere antiche e di valore non solo letterario e culturale dovrebbero restare il più possibile a disposizione della società, e proprio per questo non divenire oggetto di speculazione monetaria dunque, inevitabilmente, simboli di potere e status symbol oligarchici, come prospetta Marcenaro. Se un potere i libri lo possiedono, in quanto oggetti culturali primari a disposizione di tutti, è proprio quello di arricchirci nella mente e nello spirito. Ed è una ricchezza il cui valore profondo mai nessuna montagna di denari potrà eguagliare.
Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?
La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.
(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010)
Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più
di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.
Rassegna della MicroEditoria 2013: nonostante la “tempesta”, la voce degli editori indipendenti è ancora forte e CHIARI!
Si è chiusa ieri, domenica 10 Novembre, l’11a edizione della Rassegna della MicroEditoria di Chiari, una delle manifestazioni più importanti e interessanti tra quelle dedicate alla piccola e media editoria ovvero, come a me piace definirli, agli editori indipendenti. Niente grandi editori qui, insomma, ma spazio solo alle piccole realtà editoriali provenienti da tutta Italia, quelle che negli eventi più celebrati e affollati (sì, sto pensando proprio a Torino) o trovano spazio ma non se li fila nessuno, o lo spazio non se lo possono nemmeno permettere, visti i costi di certi eventi…
Chiari invece, con Pisa, Roma e Modena, rappresenta senza dubbio un’ottima vetrina potenziale per gli editori indipendenti, che in questi tempi di tempesta economica la quale, inutile dirlo, nel comparto culturale in generale e in quello del mercato dei libri in particolare sta facendo non pochi danni, hanno bisogno di emergere e porsi il più possibile all’attenzione del pubblico.
Far sentire la propria voce forte e chiara, insomma – ecco, al di là dell’ameno (?!) e ironico titolo dell’articolo! – unitamente alla voce dei propri autori e delle produzioni offerte, molte delle quali è ben difficile che possano trovare adeguato spazio sugli scaffali delle librerie, tanto più se “griffate” e controllate dai suddetti grandi gruppi editoriali.
Eventi come quello di Chiari rappresentano dunque anche un ottimo “controllo del polso” dell’editoria indipendente nazionale ovvero della produzione letteraria corrente: qui gli editori e gli autori si confrontano direttamente col pubblico senza alcuna intermediazione e senza gli scintillii, a volte fin troppo abbaglianti, delle pubblicità mediatiche. Alla Rassegna della MicroEditoria, così come negli eventi simili, i libri si acquistano perché attirano l’attenzione e l’interesse dei lettori, non certo perché l’autore lo si vede sempre in TV o perché la copertina del libro occupava un’intera pagina d’un qualche quotidiano nazionale! Anche per questo – ribadisco un’evidenza già più volte espressa altrove – è proprio l’editoria indipendente, oggi, a produrre la migliore “nuova” letteratura sul mercato, a fare ricerca letteraria e autentico talent scouting, a sperimentare nuovi linguaggi espressivi. Svincolata da azionariati, politiche di marketing, bilanci, strategie finanziarie e quant’altro di matrice biecamente industrial-politico-consumistica che ha ormai corrotto la grande editoria – con il risultato che poi è riscontrabile nelle librerie, i cui scaffali proibiti (o quasi) alle opere dei piccoli editori sono occupati da libri di valore letterario infimo! – l’editoria indipendente può ancora permettersi, peraltro a proprio totale rischio e pericolo, di pubblicare autori non alla moda, creatori di testi troppo originali per il grande pubblico o di libri d’avanguardia, che magari tra dieci anni saranno considerati precursori di nuovi stili e nuovi linguaggi ma che oggi la grande editoria rifiuta, puntando tutto sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Tutto ciò, appunto, comporta molto coraggio, parecchi pericoli e infiniti bastoni tra le ruote del proprio minuscolo carro, spesso infilati da un sistema “istituzionale” che protegge ben poco tali realtà imprenditoriali nonostante la situazione generale del mondo editoriale nazionale sia, come detto, abbastanza tragica nonché – tocca ribadire pure ciò, ahinoi – dalla triste realtà della scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio.
Riguardo l’evento, auspicherei solo un maggior interesse da parte dei media nazionali – e non solo quello ovvio dei media locali: la Rassegna lo merita, e credo si impegni pure a fare che ciò avvenga (ogni anni viene invitato qualche ospite di grido che possa attrarre attenzione mediatica e accrescere l’immagine di essa: quest’anno i “big” erano Philippe Daverio, Giulio Giorello e Andrea De Carlo. Tutti personaggi che comportano un costo non indifferente per le casse della Rassegna, al quale deve necessariamente corrispondere un ritorno di vario genere, in primis di pubblico tra gli stand), ma temo di dover ricadere nel discorso prima accennato su certe “strategie” che ben poco hanno a che fare con i libri, la letteratura e la cultura in genere, alle quali – sapete bene – i media nazionali sono assai affini… Forse è anche meglio così (si potrebbe sarcasticamente pensare), visti i contenuti tipici che essi abitualmente diffondono, ma in fondo la Rassegna di Chiari è un evento di portata nazionale, dedicarvi uno spazio degno non sarebbe piaggeria, ma informazione.
(Come? Dite che “cultura” e “informazione” oggi in Italia sono cose antitetiche? Beh, non avete tutti i torti, credo.)
Insomma, al di là dell’inevitabile piglio caustico che mi si genera spesso, intorno a tali questioni, è assolutamente importante che il pubblico dei lettori abbia ben presente l’evidenza che, in Italia, nei cataloghi dei piccoli editori si può trovare letteratura di gran qualità, sovente anche più che tra i grandi e certamente molto di più rispetto a certi blockbusters da ipermercato e battage mediatici milionari a gogò. Per questo il successo reiterato, anno dopo anno, di un evento come quello di Chiari è un segnale veramente incoraggiante e non per l’evento in sé – il quale personalmente mi auguro possa crescere sempre più in termini di popolarità e rinomanza – ma per l’intera produzione editoriale nazionale. Finché la Rassegna della MicroEditoria saprà dimostrarsi viva e vitale, credo potremo – noi tutti amanti della letteratura, qualsiasi sia la posizione occupata – sperare in un buon futuro per il libro e la lettura, anche con la tempesta in corso contro la quale, tenetelo ben presente, la cultura e libri rappresentano un’ottima salvaguardia. Sempre.
Islanda, il Bengodi dei libri, dove un abitante su 10 è uno scrittore e tutti leggono. Pura utopia, o anche in Italia potrebbe essere così?
Qualche giorno fa il BBC News Magazine ha pubblicato una interessante cronaca sul panorama letterario ed editoriale islandese attuale, dal quale emerge un dato sotto molti aspetti sconcertante: 1 islandese su 10 ha pubblicato un libro, ovvero ben il 10% della popolazione del piccolo stato nordeuropeo (poco più di 320.000 abitanti: una città di provincia italiana, in pratica) è composta da scrittori, essendoci inoltre – e inevitabilmente, a questo punto – la più alta presenza proporzionale di case editrici, librerie e lettori di qualsiasi altro paese del mondo.

Certo, so bene che su tale paragone possano gravare innumerevoli attenuanti del caso, d’altro canto alcune giustificazioni banali che di primo acchito verrebbero in mente, come quella che lassù fa freddo, c’è buio per molto tempo all’anno e dunque la gente non sa che altro fare, non reggono affatto, dal momento che non siamo più nell’Ottocento e che, probabilmente, nelle città dell’isola la vita sociale e culturale è ben più fremente che in tante città italiane di provincia, grazie anche ad una notevole presenza di istituzioni culturali e museali (adeguatamente sostenute dall’amministrazione pubblica) capaci di offrire un buon numero di “svaghi” ai residenti. Perché, appunto, la particolarità della situazione islandese non è tanto dovuta a una così alta quantità di scrittori, ma ancor più a quanti lettori vi siano, in numero tale da permettere al mercato editoriale di vivere “bene” e addirittura di proliferare, come abbiamo visto; peculiarità che di contro è il dramma principale della situazione nostrana, nella quale il dato sul numero di libri venduti (al quale ovviamente si lega quello relativo al numero di lettori, pur con tutte le deviazioni statistiche del caso) è ormai da anni in costante calo, rendendo sempre meno paradossale quella battuta sul fatto che qui da noi vi siano ormai più scrittori che lettori…
Quindi, per ribadire la domanda: cos’è che in Islanda funziona e qui no? Difficile rispondere, ma forse un buon spunto di riflessione, leggendo l’articolo del BBC News Magazine, lo offre lo scrittore Solvi Bjorn Siggurdsson, quando afferma che “Dopo l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944, la letteratura ha contribuito a definire la nostra identità.” Ecco, definizione dell’identità: in effetti, leggendo opere letterarie islandesi – e in generale scandinave, dacché in tutti i paesi nordeuropei il panorama letterario ed editoriale è piuttosto florido, con dati di lettura libri/pro capite che qui sono pura fantascienza! – risulta evidente la caratterizzazione nazionale e popolare dello stile letterario, come se esso fosse uno strumento “attivo” al pari di altri più tipici – lingua, storia, tradizioni, eccetera – per presentarsi, determinarsi, distinguersi. Per dire, anche attraverso le storie di qualsiasi genere scritte e pubblicate, “questa è l’Islanda e noi siamo i suoi abitanti”, non solo in modo meramente descrittivo ma ben più approfondito, mettendo nelle storie anche l’essenza profonda e pragmatica della realtà narrata. Una questione di “identità”, appunto: peculiarità comune e molto sentita in tutti i paesi scandinavi, che invece a noi italiani obiettivamente manca parecchio (ovvero avevamo, posta la grandezza della letteratura italiana fino a qualche tempo fa, e abbiamo smarrito), e virtù che, tra le altre cose, ha pure aiutato l’Islanda a uscire molto rapidamente dalla crisi finanziaria che la scosse del 2008, prima avvisaglia di quanto avrebbe poi coinvolto l’intero mondo occidentale. Identità che significa anche consapevolezza civica, coscienza di ciò che si è, riflessione e conseguente necessità di espressione, da cui certamente scaturisce una letteratura consapevole, matura, intelligente e inevitabilmente intrigante: autentica e preziosa cultura, insomma.
Ripeto, non so bene nella sostanza perché per il mondo dei libri e della lettura l’Islanda sia una sorta di paese dei balocchi: ma di sicuro lì il libro è ancora un oggetto di primaria valenza culturale, appunto: cosa che forse noi, qui (e non solo noi e non solo qui, certo), abbiamo dimenticato ovvero corrotto in qualcosa di biecamente finanziario e ben più rozzamente materiale, trasformando la letteratura in un mero bene di largo consumo legato alle più turpi leggi di mercato quando invece il libro è il frutto primario della nostra cultura, di ciò che siamo: insomma, i libri siamo noi.
“Identità”, appunto: è una bella lezione quella che ci viene dall’Islanda. Fossimo capaci di seguirla, probabilmente ne gioverebbe l’intera nostra società, non solo le vendite del mercato editoriale.