“Il primo giugno non è / il primo maggio” (Lucio Fontana dixit, et scripsit!)

Fontana_photoLe frasi che scriveva il grande Lucio Fontana – uno dei più importanti e rivoluzionari artisti del Novecento, come ho cercato di spiegare qui – dietro molte delle sue tele sono tutt’oggi un piccolo, intrigante e divertente mistero. Il perché lo facesse è risaputo – Fontana, per cautelarsi dai numerosi falsari delle sue opere, scriveva queste frasi apparentemente insensate come semplice e al contempo efficace appiglio per una perizia calligrafica, dunque per l’attestazione dell’autenticità di una sua opera.
Ma se volessero dire qualcosa, se servissero a comunicare qualcosa, se fossero enigmatici messaggi celanti chissà quali segreti oppure se fossero solo piccoli pseudo-haiku senza senso alcuno, nessuno l’ha mai saputo.
Eccone alcune:

“Domenico Modugno e la Cinquetti anno vinto al Festival di San Remo”
“1 +1 – 34 XY”
“Domani vado a Comabbio”
“1+1-355x”
“Questa volta mi sono sbagliato, un’altra volta no”
“il primo giugno non è / il primo maggio”
“Quanti gigioni in Italia, che ne pensi Teresa…”
“La rivoluzione dei giovani è sempre valida”

(N.B.: quel “anno” senza h è giustificato dal fatto che Fontana non era italiano di nascita, come molti ancora credono, ma argentino, e in Argentina visse fino a 6 anni e tornò a risiedere più volte successivamente, ancorché le sue origini italiane siano evidenti.)

INTERVALLO – Leighton Connor, Matt Kish, Joe Kuth, “Seeing Calvino”

Senza nome-True Color-02Seeing Calvino rappresenta il tentativo (riuscitissimo, a mio parere) da parte degli artisti Leighton Connor, Matt Kish e Joe Kuth di vedere il lavoro dello scrittore Italo Calvino, attraverso la creazione di illustrazioni che esplorano e creano corrispondenze visive con le idee nei testi del grande scrittore, e con le storie in essi narrate. Il blog nel quale le opere vengono pubblicate è nato nel mese di aprile 2014, inaugurato (quasi inevitabilmente, mi viene da dire) dalle illustrazioni ricavate da Le città invisibili di Calvino. Una nuova opera – disegno, illustrazione o che altro – viene pubblicata regolarmente ogni mercoledì.

E come Calvino scrisse, proprio ne Le città invisibili:

L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose.

Potete visitare Seeing Calvino cliccando sull’immagine in testa all’articolo.

Ricercando sulla tela una filosofia della sensualità. Riflessioni sull’arte di Crilu Crilu.

tumblr_ngzsdhGyLs1twe18no1_1280Chi segue il blog e legge gli articoli dedicati all’arte forse conoscerà già il mio punto di vista sulla pittura, oggi: fosca, molto fosca la vista. Ovvero concordo con quelli che ritengono la pittura piuttosto moribonda, ovvero ormai priva da tempo di autentici barlumi vitali, di considerabili guizzi d’estro creativo, di espressività vivida e articolata. Temo che, come già intuirono più di 50 anni fa artisti innovativi e sovvertitori dello “stato dell’arte” del tempo quali Fontana, Klein o Manzoni con le loro opere azzeratrici della sostanza pittorica fino ad allora prodotta, nel corso del Novecento la stessa abbia detto tutto o quasi potesse dire, accelerando la chiusura della propria parabola creativa con le grandi avanguardie moderne, non a caso ormai già del tutto storicizzate. Senza contare che nell’arte contemporanea buona parte del suo palcoscenico le è stato rubato dalla fotografia, arte che è tale da poco dacché prima ritenuta figlia d’un dio minore ma rapidamente elevatasi al rango di media contemporaneo assolutamente apprezzato, vuoi per moda, vuoi per effettiva qualità, per imposizione strategica o che altro.
Cosa può fare la pittura, dunque per non estinguersi del tutto ovvero per non autosfinirsi, rinchiudendosi in una stanza degli specchi dalla quale non uscire mai più? Beh, può fare un passo indietro (che tuttavia tale poi non è, lo capirete continuando a leggere) per recuperare quanto di prezioso vi era in sé prima di smarrirsi e attualizzarne senso ed essenza secondo ciò che l’arte può e deve essere nella contemporaneità: la fonte di un discorso articolato, profondo e meditativo, di natura pragmaticamente filosofica e con finalità rivelatrice sul mondo che abbiano intorno e su ciò che contiene. Se l’avanguardia artistica propriamente detta è filosofia quasi pura, come sosteneva Lucio Fontana (ammettendo che vi sia ancora, oggi, un’avanguardia dotata di adeguati e meritori crismi), qualsiasi espressione artistica contemporanea, d’altro canto, non può esimersi dal riflettere sulla realtà nella quale tutti stiamo, dall’indagarla e meditarla attivamente per poi comunicare quanto si è saputo cogliere di essa, anzi, per raccontare quelle numerose storie, più o meno articolate, che si possono ricavare da uno sguardo attento e sagace del mondo che abbiamo intorno.
Queste impressioni, ad esempio, le percepisco nelle opere di Crilu (1980, vive e lavora a Bibione, Venezia), ovvero nelle sue donne fissate su tela in profondissime istantanee che affascinano l’occhio e al contempo stupiscono la mente e l’animo. Non è certamente un soggetto nuovo, la donna nell’arte – inutile rimarcarlo – e nell’ammirare i lavori di Crilu ho inevitabilmente pensato, in modo istintivo più che razionale, a possibili riferimenti precedenti… Tamara de Lempicka, ad esempio, ma pure Toulouse-Lautrec e persino Hopper. Tuttavia, se pure quei pensieri mi sono sorti spontaneamente, qualsiasi eventuale riferimento diventa secondario, se non superfluo, rispetto a quanto quei lavori mi dicono, e a quanto in essi trovi prova – lo ribadisco – di ciò che ho affermato qualche riga sopra.

Quelle di Crilu sono donne dalla sensualità evidente eppure sospesa, per così dire. Offrono il loro corpo senza veli allo sguardo dell’animo, più che dell’occhio; un corpo che non segue stilemi prettamente estetici, che appare comune, quotidiano, ordinario anche perché colto in istanti “sospesi” – appunto – che della quotidianità hanno molto. Di contro, sulla tela quasi ogni altro riferimento oggettivo e spaziale è assente. Lo sfondo è spesso monocromatico, indefinito e dunque forse spiazzante, da un lato, ma funzionale a far che l’attenzione di chi osserva le opere si concentri solo sui soggetti ritratti, nonché a lasciare che da essi, da queste donne che paiono in attesa d’un attimo infinito, prendano a percepire, a cogliere ed ascoltare una storia. La loro stessa storia, forse, oppure un’altra, comunque una narrazione che si intuisce affatto banale, anzi profonda, intensa, intima e interiore. Magari una confessione, una rivelazione o un segreto. E sarà forse un racconto  anche teso, turbato, forse drammatico o in qualche modo inquietante, non necessariamente soave o piacevole, insomma. A volte anche la più grande bellezza può essere drammatica: perché emozionante, perché teatrale ovvero commovente o addirittura dolorosa, quando tale sia anche perché capace di rivelare ben più di quanto il solo sguardo “estetico” potrebbe cogliere.
E’ probabilmente proprio in questa storia – la quale, per quanto detto, ci si appresta ad ascoltare ora quasi con vivida curiosità, con brama di sapere – che risiede la parte più intensa della sensualità e della carnalità manifestata dalle protagoniste dei lavori di Crilu. Un erotismo dell’anima e dello spirito, introspettivo, quasi enigmatico ma perché sfuggente dal senso ordinario che il termine acquisisce comunemente e altrettanto sfuggente da sé stesso, se inteso con sguardo nuovamente e unicamente esteriore. E’ quell’erotismo che coglie in sé la bellezza più profonda e insieme la più profonda ed elementale essenza della vita, che rende sensibili i sensi oltre la norma al fine di mediare quella narrazione che porta con sé, la quale sa poi “spandersi” anche oltre i confini di quanto raccontato per raffigurare molto altro. Le forme dei corpi ritratti narrano la vita intera, la vita che prende quelle forme, le membra che vi danno corpo, appunto, e ne manifestano la sensibilità nel modo più intenso e avvincente possibile. E’ un interscambio intenso e continuo tra forma e sostanza dell’opera d’arte, un’armonia intensa e quasi inopinata tra significante e significato artistici che porta con sé i lavori di Crilu ben oltre il limite fisico e teorico della mera arte figurativa, alla quale verrebbe da riferirsi di primo acchito e che invece viene superata. Anzi, più che superata sviluppata, evoluta. Non un passo verso l’indietro, dunque, ma in avanti, senza eccessiva foga ma con la consapevolezza della via intrapresa. Esattamente come dicevo poco fa.

Infine… Come ho spesso raccontato, qui nel blog, da lettore insaziabile, inventore di storie scritte e appassionato di arte contemporanea, trovo parecchio affascinante quell’arte visiva che sappia inglobare in sé elementi letterari, ovvero che se ne faccia armonicamente influenzare. Non posso dunque non citare quanto si può trovare e leggere, nel blog di Crilu:
Mentre dormivi nella tua culla, la Luna, che è il capriccio in persona, guardò dalla finestra e disse: «Questa bambina mi piace».
Discese languidamente la sua scala di nuvole, e passò senza far rumore attraverso i vetri. Poi si stese su di te con la morbida tenerezza di una madre, e depose i suoi colori sulla tua faccia. Così le tue pupille sono rimaste verdi, e le tue guance straordinariamente pallide. Contemplando quella visitatrice i tuoi occhi si sono così bizzarramente ingranditi; e lei ti ha così teneramente serrato la gola che ti è rimasta per sempre la voglia di piangere.
Nell’espansione della sua gioia, la Luna continuava a riempire tutta la stanza di un’atmosfera fosforescente, di un veleno luminoso; e tutta quella viva luce pensava e diceva: «Subirai eternamente l’influsso del mio bacio. Sarai bella a modo mio. Amerai ciò che io amo e ciò che mi ama: l’acqua, le nuvole, il silenzio e la notte; il mare immenso e verde; l’acqua informe e multiforme; il luogo in cui non sei; l’amante che non conosci; i fiori mostruosi; i profumi che fanno delirare; i gatti che si beano sui pianoforti e che gemono come donne, con voce roca e dolce.«E sarai amata dai miei amanti, corteggiata da chi mi fa la corte. Sarai la regina di chi ha gli occhi verdi, di coloro a cui ho stretto la gola con le mie carezze notturne; di coloro che amano il mare, il mare immenso, tumultuoso e verde, l’acqua informe e multiforme, il luogo in cui non sono, la donna che non conoscono, i fiori sinistri che somigliano ai turiboli di una religione ignota, i profumi che turbano la volontà, e gli animali selvaggi e voluttuosi che sono gli emblemi della loro follia».
Ed è per questo, maledetta e cara bambina viziata, che io ora sono ai tuoi piedi, e cerco in tutta la tua persona il riflesso della temibile Divinità, della fatidica madrina, dell’intossicante madrina di tutti i lunatici!

(Charles Baudelaire, I benefici della luna)

Direi che ora, la visione sull’arte di Crilu è ancora più completa e compiuta, così come tale è la riflessione chi vi ho qui proposto.

Crilu (Cristina Meotto) nasce nel 1980, vive e lavora a Bibione (Venezia).
Fin da ragazzina inizia a manifestare il suo interesse per l’arte che diventa poi pulsione e passione mentre vive a Londra. Sente così il bisogno di disegnare corpi femminili e frequenta Life Drawing Masterclasses presso la Tate Modern di Londra. Una volta rientrata in Italia continua la sua formazione presso lo Studio13 sotto la guida del maestro Silvestro Lodi.
Ha esposto in numerose collettive e personali tra cui:
2015 Mostra “L’altro sguardo”, Spazio Arte Bejaflor, Portogruaro, Venezia
2014 Action painting performance “Cibo per la mente”, Concordia Sagittaria, Venezia
2014 Collettiva presso il museo “Ippolito Nievo”, Cortino di Fratta, Venezia
2014 Mostra e action painting performance durante il Bibione rock festival, Bibione, Venezia
2014 Mostra personale presso l’Hotel Golf, Bibione, Venezia
2013 Collettiva, Sale comunali di Bibione (Venezia)
2012 Mostra personale, Art Gallery, Bibione (Venezia)
2012 Collettiva “Apnea accademy”, Lignano Sabbiadoro (Udine)
2012 Esposizione, Galleria Poliedro (Trieste)
2012 Mostra d’Arte contemporanea, Sale comunali, San Michele al Tagliamento, Venezia
2012 Collettiva “20×20” Orchestrazione N° 20, Galleria d’Arte Contemporanea “I Mulini”, Portogruaro, Venezia
2011 Collettiva “L’attesa ” Orchestrazione N°19, Galleria d’arte contemporanea “I mulini”, Portogruaro, Venezia
2010 Collettiva “Arte e mestieri” a Concordia Sagittaria, Venezia
2009 Collettiva “Terre dei Dogi in Festa”, Portogruaro, Venezia

Per saperne ancora di più su Crilu e conoscere ancora meglio la sua arte, visitate il blog, qui.

Sulla giornata mondiale della poesia. O sugli estremi onori? Insomma, la poesia oggi, al tempo del web

cropped-logo-poesiaSabato scorso, 21 marzo, si è festeggiata la Giornata Mondiale UNESCO della Poesia.
La poesia, sì.
P-o-e-s-i-a.
Massì, dai, quella cosa che sta coi relativi libri sugli scaffali più nascosti e impolverati delle librerie! Quella che vi insegnavano (e insegnano, temo) a scuola spesso col preciso intento di farvela odiare, quella che in tanti oggi dicono di scrivere e si fan chiamare “poeti” e invece risulta più poetico uno scontrino del supermercato! Quella che…
Avevate di meglio da fare quel sabato, dite? Beh, avete ragione. Sono d’accordo perché queste giornate piazzate una tantum nel corso dell’anno – a qualsiasi tema siano dedicate – a me odorano sempre di sostanziale inanità, concentrando l’attenzione popolare in un unico momento e, inevitabilmente, sfumandola per il resto dell’anno. Inoltre, sono d’accordo per colpa stessa della poesia. O di quella che troppe volte oggi viene spacciata come tale quando invece, di autentico spessore poetico-letterario, ne sanno generare di più i paracarri in pietra lungo le strade di campagna.
Beh, preciso, se ce ne fosse il caso: colpa dei troppi presunti e pretesi poeti. Quelli che scrivono e a volte riescono a pubblicare (ahinoi) poesia senza padroneggiarne la materia, pensando che la scrittura poetica sia solamente una questione di pseudo-espressività interiore più o meno estetizzata, magari con qualche rima, qualche assonanza, qualche frase a effetto che dia l’impressione di struggimento spirituale – quello che per convenzione il poeta patisce e dal quale proviene poi il relativo afflato poetico. Maddeché?
Ma, a parte tali osservazioni di natura primaria su certa produzione (non)poetica contemporanea, c’è a mio modo di vedere una sorta di handicap che molta poesia contemporanea – nel senso cronologico del termine – si auto infligge. In primis non considerando (o ignorando – per concreta ignoranza, intendo) la lezione delle avanguardie poetiche novecentesche, a partire dal Futurismo, passando per il Gruppo 63 e arrivando alla cosiddetta Terza Ondata, continuando invece su territori espressivi già del tutto esplorati e ormai ancorati al passato – le suddette banalissime estetizzazioni a colpi di frasi-a-effetto, ad esempio: roba che viene gettata immantinente nel cestino della spazzatura pure dal più banale e misconosciuto poeta di fine Ottocento. In secondo luogo, ma a ben vedere credo in modo ancora più importante, non considerando che oggi, ormai la gran parte dell’espressività artistico-letteraria passa innanzi tutto dal web, prima che dalla pur fondamentale carta stampata, e questa circostanza io credo valga soprattutto per un’arte come la poesia, sovente istintiva, spontanea, impulsiva, viscerale, dunque assai adatta ad un ambito come quello della rete.
Ma con criterio, però. Perché se è vero che scrivere di tramonti infuocati o di onde marine sussurranti (a proposito di frasi ad effetto) sul web è un po’ come vestirsi come una dama rinascimentale per andare ad un rave party, è anche vero che le infinite potenzialità che oggi offrono il web e tutte le forme di social networking vanno usate e sfruttate bene. “Internet è un gioco che solo i poeti possono vincere. Se la sfida è commuovere le persone usando soltanto 140 caratteri, o 6 secondi, o 500×500 pixel, il nostro linguaggio dovrà essere carico di significato. Quello che cerco di fare, quindi, è spingere più poeti, nel senso romantico del termine, a usare queste nuove piattaforme”. Questo l’ha detto Steve Roggenbuck, poeta e web-artist americano (citato da Valentina Tanni in questo articolo su Artribune), la cui produzione artistica potrà piacere o meno, ma che senza dubbio ha capito che se la poesia può avere un futuro, è nello sfruttare la propria naturale carica avanguardista – in senso espressivo tanto quanto linguistico – e nel farlo utilizzando quanto di più attuale e avanguardista è oggi disponibile. Negli USA si è già formato una sorta di movimento di nuovi web-poeti, denominato Alternative Literature – più conosciuto come Alt Lit), che si è dato come scopo principale quello di creare un innovativo modo di scrivere, raccontare, narrare, comunicare, ovvero un nuovo linguaggio il più possibile consono ai tempi e agli strumenti di comunicazione contemporanei. Riscoprendo peraltro forme espressive avanguardiste di qualche tempo fa come ad esempio la poesia visuale, la quale, capirete bene, nel regno dell’immagine totale del web può non solo rinascere ma fiorire alla grandissima, e con risultati potenziali impensabili. Trovate molte opere del suddetto movimento, come in generale delle nuove forme letterarie contemporanee basate sul web, nell’ormai celebre contenitore di UbuWeb, non a caso fondato nel 1996 da un poeta, Kenneth Goldsmith.
Insomma: un evento potenzialmente insulso (suo malgrado) come la Giornata Mondiale della Poesia appena trascorsa, ovvero il senso stesso di poesia oggi considerabile (al di là, ribadisco, dei pochi geni che sappiano ancora fare autentica poesia in modo “classico”. Ma, appunto, personalmente li conto sulle dita di una mano!) può trovare un suo apprezzabile valore solo se la poesia saprà tornare ad essere ciò che è sempre stata, l’arte letteraria più innovativa, illuminante e sperimentale, e se lo saprà fare restando assolutamente e interattivamente legata al tempo in cui si manifesta, dunque al presente e al futuro, non al passato. Nonché, cosa a mio modo di vedere anche più importante, tornando a essere realmente conosciuta e compresa nelle sue peculiarità più profonde ed essenziali. Per essere, in qualità di poeti, “Un incrocio tra Walt Whitman e Ryan Trecartin” – sono parole ancora di Goldsmith – dunque dotati di ispirazione storica di stampo romantico e insieme di attitudine ipercontemporanea ai formati web.
Se così sarà, o se così da qualche parte già è, allora auguri di buona ed eterna giornata della poesia, sul serio!

Per una critica (costruttiva) della critica. Le quattro tesi di Michele Dantini

1419863140647Le-LibraireMichele Dantini è storico dell’arte contemporanea, critico e saggista, insegna all’Università del Piemonte orientale ed è visiting professor presso università nazionali e internazionali.
Sul numero 23 di Artribune ha pubblicato un interessante e illuminante articolo su una questione (d’istinto stavo scrivendo “una ferita”!) aperta ormai da tempo immemorabile in ambito artistico e culturale: la critica. Disciplina che genera sempre parecchie discussioni anche per come la sua definizione pare essere cosa piuttosto vaga e lontana, il che genera interpretazioni innumerevoli, sovente di segno contrario le une con le altre e le quali a volte, tanto avviluppate su sé stesse che sono, smarriscono quello che dovrebbe essere il senso primario del fare (e praticare) critica. Che non significa semplicemente sancire se una cosa è bella o brutta, sia fatto ciò in due righe o in 1500 pagine – è una ovvietà, questa che ho appena scritto, anzi: dovrebbe esserlo, ma a quanto pare non lo è affatto.
L’articolo di Dantini, pubblicato su un magazine come Artribune che si occupa di arte contemporanea (non solo, ma soprattutto), è di conseguenza riferito al campo delle arti visive. Michele_Dantini_photoTuttavia, da appassionato di letteratura, so bene – e lo rimarco spesso, qui nel blog – che il problema della critica esiste in maniera simile se non maggiore anche in tema di libri e scritture letterarie, ove veramente si assiste a tutto e al contrario di tutto. Leggete l’articolo di Dantini sostituendo “artisti” e “opere d’arte” con scrittori e libri (mantenendo valido il termine “arte” e considerando tale la letteratura – anche se, lo ammetto, tale considerazione è a volte (!) un po’ (!!!) forzata) e la disquisizione proposta regge perfettamente, anzi, è sotto certi aspetti ancora più valida e importante per la letteratura che per l’arte visiva.
Insomma, sono certo che le quattro tesi di Michele Dantini rappresentino un efficace strumento di riflessione e di determinazione dell’essenza della questione, e che la loro considerazione sia necessaria per chiunque voglia impegnarsi nella pratica critica – che tratti d’un romanzo Harmony, di un saggio filosofico ovvero di un’opera di Cattelan.
Che poi queste così importanti tesi vengano recepite, meditate e, in caso di accordo, messe in pratica, beh, è un altro discorso. Purtroppo.

P.S.: Ringrazio di cuore Dantini per avermi concesso la possibilità di pubblicare il suo articolo anche qui nel blog.

Quattro tesi sulla critica. Quelle di Michele Dantini
È possibile coniugare connoisseurship e critica sociale, filologia e politica? È la domanda che attraversa oggi l’intero ambito della teoria culturale. Come si fa critica d’arte? Come si costruiscono un assenso e un dissenso perspicaci, e si produce un’effettiva conoscenza?

Con “connoisseurship” intendo una competenza visiva esperta e specifica. In assenza di connoisseurship prevale la chiacchiera sociologica, la glossa dottrinaria, il commento alla poetica (o meglio la sua parafrasi). Questa è la prima tesi. Una rosa è una rosa è una rosa: cioè un’immagine che ci “parla” al modo delle immagini, attraverso dettagli visuali. Dovremmo saperlo, ma per lo più non lo sappiamo. Nell’avvicinarci a un’opera d’arte occorre quindi prepararsi a reagire con prontezza a tutto ciò che, nell’immagine, è inatteso, smisurato, iperindividuale. Tutto ciò che eccede o perfino smentisce le dichiarazioni d’intenti o i punti di vista ragionati. In breve: tenersi alla larga dalle “generalità” manualistiche e affidarsi alla “memoria involontaria”.
Con “critica sociale” intendo la capacità di sintesi e riduzione. Se facciamo critica sociale significa che abbiamo scelto di abbandonare il piano della pedissequità e della cronaca culturale. Questa è la seconda tesi. Non vogliamo occuparci (nell’occasione almeno) di singoli artisti o di singole opere ma adottare prospettive “sistemiche”. E discutere criticamente, con attitudini distaccate, il mondo della produzione artistica contemporanea, le politiche di marketing, il mecenatismo, i viscosi vincoli di fedeltà interni alle tribù.
Terza tesi. Il critico-interprete (o meglio il critico-scrittore: cioè il critico tout court) alterna o intreccia connoisseurship e critica sociale. Non è al servizio dell’artista, del gallerista, dell’amministrazione locale o del museo. Non ha cioè l’obbligo di essere “complice” – la citazione è da Celant – né si presta al calloso rituale della promozione. Zelo, devozione e professionismo corporate uccidono l’acutezza e impongono reticenza. Possiamo certo batterci per questa o quell’opera, questo o quell’artista, ma solo sul presupposto della nostra intima convinzione e attraverso la chiaroveggente perspicuità della nostra scrittura. Questa dev’essere libera. Ripeto: libera.
Quarta tesi, ultima e decisiva. Il destinatario della critica non è l’artista. È invece il pubblico inteso in senso normativo, la comunità di cittadini non specialisti che chiede e attende di essere documentata per poter valutare.
Così intesa la critica è un’arte esatta, una forma di letteratura non-fiction; e insieme il riconoscimento di un diritto che vale per l’umanità in generale.

Michele Dantini
docente universitario, critico e scrittore