Montagne da osservare, fotografare, disegnare, conoscere, raccontare, interiorizzare

Quando raffiguriamo un paesaggio, con la fotografia e ancora più con il disegno, non stiamo solamente fissando in un modo o nell’altro la sua apparente bellezza. Al netto della banalità (quando non della bruttezza) delle immagini da social media, quelle raffigurazioni in realtà alimentano e rinnovano continuamente l’immaginario comune riguardo il paesaggio e parimenti raccontano la nostra relazione culturale con esso. Che non è sempre così consapevole e virtuosa (vedi le suddette foto-banalità) ma che in ogni caso c’è, è concreta e contribuisce alla vitalità del paesaggio stesso e alla nostra che lo frequentiamo.

Tutto ciò vale in senso assoluto in montagna, “iper-paesaggio” che forse come nessun altro, almeno alle nostre latitudini, da esteriore sa trasformarsi in paesaggio interiore: per questo è (sarebbe) bene interpretarlo nel modo più attento, sensibile e compiuto possibile, anche per poterlo godere pienamente elaborandone un’esperienza assolutamente preziosa e formativa.

Conseguire questa esperienza partendo dalla fotografia e dal disegno è dunque il passo migliore per portarci dentro, nell’intimo, il paesaggio montano che i nostri sensi percepiscono. Fissarlo in un’immagine oppure in un disegno significativamente narrativi ci permette di manifestare il legame intessuto con il paesaggio e la nostra capacità di farne parte dando voce – anzi, raffigurazione – al suo Genius Loci oltre che, ovviamente, alla sua bellezza.

Il workshop tour di fotografia e disegno che “Trekking Fotografici” organizza dal prossimo 28 giugno per tre giorni nel meraviglioso territorio delle Dolomiti di Brenta e della Presanella, lì dove due mondi alpini diversi si incontrano generando un paesaggio di potenza unica, è qualcosa che può servire molto a ciò che ho raccontato lì sopra. Ancor più per il prestigio dei docenti, Mirko Sotgiu e Cesare Martinato (lo posso affermare con cognizione di causa, conoscendoli e apprezzandone da tempo le capacità), con i quali chi parteciperà potrà conoscere come realizzare immagini efficaci, evocative e comunicative, comprendere e imparare a pre-visualizzare prima di realizzare un’immagine fotografica, apprendere lo studio delle luci e forme nel paesaggio alpino, utilizzare i filtri fotografici quando sono realmente richiesti… Ovvero, se posso condensare tutto ciò in poche parole, imparare a osservare compiutamente il paesaggio montano per sentirsene pienamente parte e manifestarlo.

Trovate tutte le info al riguardo nel sito di “Trekking Fotografici”, qui; trovate anche il modulo di prenotazione. Per particolari richieste è possibile scrivere a: info@trekkingfotografici.it.

Insomma, è una gran bella occasione da considerare, anche per conoscere una porzione delle Alpi italiane tra le più spettacolari, alla quale vi consiglio caldamente di partecipare.

Le “montagne” dello sci alpino, oggi

Lungo le piste da sci di una nota località delle Alpi Italiane, lunedì 18 dicembre 2023, 2050 m di quota.

Affollamento come in centro città all’ora di punta.
Musica a palla come in un disco bar della riviera romagnola.
Neve che si scioglie e gocciola dal tetto come fosse aprile.
Senza contare il costo dello skipass, quanto la paga di un’intera giornata di lavoro.

Questa è la realtà dello sci alpino contemporaneo. Che piaccia o meno.

«E le montagne?» vi chiederete. Non pervenute, almeno quelle vere.

P.S.: no, non è una critica, in senso generale, ma una mera constatazione di come stanno le cose. Si può essere d’accordo oppure no, ribadisco, ma di certo ritenere che questa sia “montagna” è quanto meno bizzarro, se non del tutto (o quasi) fuori luogo. Letteralmente, già.

Una cartolina dall’Adamello

A volte le montagne più grandi e imponenti, che per questo si potrebbero ritenere degne di considerazione da parte di chiunque se le ritrovi davanti, a partire dall’essere dotate dunque di un toponimo degno di quell’importanza geografica, sono rimaste invece senza nome per lungo tempo, come fossero ignorate o trascurate. D’altro canto, se così fosse, non sarebbe affatto sorprendente: più le montagne erano imponenti e dunque elevate, meno interessavano agli abitanti dei territori circostanti, che dai loro ghiacciai e dai versanti scoscesi e pericolosi non potevano ricavare nulla di utile alla loro già difficile sussistenza. Dunque, non c’era nemmeno il bisogno di trovare loro un nome.

L’Adamello, uno dei gruppi montuosi più articolati e vasti delle Alpi italiane oltre che tra i più spettacolari, in forza dei suoi enormi ghiacciai oggi purtroppo in forte regresso, è uno di quelli che, stranamente (o no, vedi sopra), per lungo tempo non ha avuto nessuna denominazione; poi, da quando l’ha ottenuta, la sua origine è rimasta piuttosto indeterminata. Il toponimo Adamello appare per la prima volta solo nel 1797, e unicamente per mere esigenze cartografiche, nella Carte Générale du théatre de la guerre en Italie et dans les Alpes del barone Louis Albert Guislain de Bacler d’Albe, capo dell’ufficio topografico di Napoleone, redatta nel corso della Campagna d’Italia e pubblicata nell’anno citato; tuttavia su questa carta la posizione della montagna appare piuttosto approssimativa, segno che non la si era ancora geograficamente ben identificata e compresa. D’altro canto quasi sessant’anni dopo, nel 1853, il cronista Arturo Caggioli indicò la montagna con l’arzigogolata denominazione di «Gran Masso Monte Glaciale Nomato», confermando la permanenza dell’incertezza geografica e toponomastica presente in loco.

Il celebre alpinista inglese Douglas William Freshfield tra il 1864 e il 1874 fu uno dei primi a percorrere le vallate sottostanti l’Adamello avendo la conoscenza della citata carta napoleonica, e ricordò che il toponimo era sconosciuto sia in Val Rendena (sul versante trentino) che in Valle Camonica, mentre era noto ai pastori della Valsaviore e della sussidiaria Val Adamé (versante lombardo). Dante Ongari, storico della montagna che fu presidente della Società Alpinisti Tridentini, al quale è intitolato uno dei rifugi presenti nel gruppo, sostenne che sarebbe stato il parroco di Saviore a suggerire il nome di questa montagna ai cartografi francesi, indicando la possibilità che il termine sia dovuto agli antichi abitanti frequentatori della Val Adamé, territorio che molti pensano abbia preso il nome dalla montagna quando invece pare che sia accaduto il contrario e la valle abbia dato il nome al monte. Il toponimo «Adamé» deriverebbe dal latino hamae, termine che indica le pozze d’acqua presenti nei pascoli acquitrinosi in quota; così, come spesso accade, tale toponimo “vallivo” probabilmente traslò verso l’alto a denominare prima la montagna (in senso lato) che dominava quei pascoli e poi, per georeferenza condivisa nonché funzionale alla differente relazione coi monti sviluppatasi dall’Ottocento in poi, la sommità più elevata.

(La fotografia della cartolina è tratta da www.parcoadamello.it.)