Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 11a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, nove marzo duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #11 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il Rivoluzionario Spaziale. Vita e opere di Lucio Fontana”.
Può un artista aver generato una delle più profonde e illuminanti rivoluzioni del XX secolo, non solo nel campo dell’arte ma, sotto molti aspetti, anche nella cultura, nel costume e nel pensiero, per di più con un gesto così semplice che più semplice non si può? Sì: Lucio Fontana è stato quell’artista, coi suoi celeberrimi Tagli e con l’intera sua produzione, senza la quale buona parte dell’arte contemporanea non esisterebbe, e pure una certa visione culturale del mondo. Eppure tanti ancora pensano che le sue siano solo tele strappate che tutti sarebbero capaci di fare…

lucio_fontana_1Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Deutschland über alles (in Kultur)! La Germania aumenta la spesa nella cultura, l’Italia…

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La Germania. La tanto (da tanti) odiata Germania, che in Europa fa il bello e il brutto tempo, la Germania della Frau Merkel che impone diktat e giudica tutti gli altri paesi europei.
Beh, giusto o sbagliato che tutto ciò sia, qui, ora, non mi interessano tali questioni. Me ne interessa un’altra, della quale quasi nessuno ne ha dato notizia e parlato in Italia. E io credo non casualmente, dacché, sapete bene, i media e gli organi di informazione (?) sanno bene che a volte non devono informare, perché qualcuno preferisce così.
Comunque, venendo al sodo, e proferendo lodi e glorie supreme ad Artribune, unico (prestigioso) media che, mi pare, abbia dato il giusto risalto alla notizia: la commissione Bilancio del Bundestag ha di recente comunicato che gli stanziamenti per la cultura cresceranno nel 2015 di 118 milioni di euro in più, per un totale di oltre 1 miliardo e 300 milioni. Un aumento percentuale del 4,26 %, impensabile con le logiche dei nostri governanti. “La commissione Bilancio ha scelto di dare un forte segnale sulla centralità della politica culturale” ha dichiarato Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. “Vorremmo che l’esempio fosse seguito dai responsabili culturali dei diversi Länder, che in un momento finanziariamente difficile non subiranno tagli dal governo centrale”.

Monika Grütters, ministro  tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all'Italia.
Monika Grütters, ministro tedesco della cultura. Colpa (anche) sua se la Germania è un luogo più civile rispetto all’Italia.
Bene (si fa per dire). Posto ciò, facciamoci del male, ora (“grazie” a questo articolo, ma se ne trovano innumerevoli altri, in tema). L’Italia, che fino al 2009 spendeva in cultura lo 0,9 % del Pil, è calata allo 0,6% nel 2011, finendo così all’ultimo posto fra i 28 Paesi dell’Unione Europea. Questo è quello che emerge dall’analisi delle spese in cultura condotta dal Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica della Presidenza del Consiglio. Lo studio registra un lieve incremento nelle regioni del Nord, quelle del Centro stabili sugli stessi valori, ma al Sud un ulteriore, drammatico calo. Nel contesto europeo, l’Italia evidenzia il più alto disinvestimento nel decennio con un meno 33,3%, più del doppio rispetto alla Grecia che registra un meno 14,3%. Intanto altri Paesi, dall’Olanda all’Ungheria, dalla Danimarca alla Slovenia, investono nel settore oltre l’1,5% del Pil, e quasi tutti gli altri Paesi europei oscillano tra l’1 e l’1,5%.
Sono dati del 2011 (perché pure nell’aggiornare tali dati siamo bravi e lenti somari!) ma certamente ritenere che negli anni successivi la situazione sia migliorata è purissima, cristallina, irrefutabile utopia. Si veda pure questa significativa infografica, che ho tratto da qui:

spesa-italiana-culturaCome denota Massimo Mattioli nell’articolo di Artribune citato, “Quello che in Germania non è in discussione, per esempio, è che chiudere o comunque ridimensionare un museo, o un altro centro culturale, non provoca un danno solo nella misura in cui mette in difficoltà i lavoratori direttamente coinvolti: è un vulnus inaccettabile all’identità nazionale, è una minaccia grave alla formazione, all’educazione delle nuove generazioni. E infatti non accade: i fondi destinati alla cultura, giustissimamente, non stanno sullo stesso piano di altri investimenti pubblici, e quindi oggetto di oscillazioni, di contrazioni aprioristiche e incondizionate. Non vengono trattati come investimenti improduttivi e quindi primo bersaglio dei risparmi, come accade spesso anche dalle nostre parti.

Ok. A questo punto, sappiate che a me, in tutta sincerità, viene solo da dire questo: ma, almeno per quanto riguarda la cultura, dove vogliamo andare?
Dove – vogliamo – andare? Eh?

Deutschland über alles! – altro che! E l’Italia, potenzialmente il paese leader al mondo in fatto di cultura, per mera colpa e ottusità proprie (ovvero per precisa strategia decerebrante in atto da tempo!) deve solo starsene zitta. Purtroppo per tutti noi, che ne subiamo le peggiori conseguenze.
A meno che ci si trasferisca in Germania, certo.

Italia senza più memoria? Gli archivi e le biblioteche pubbliche senza più fondi e a rischio chiusura, ennesima vigorosa zappa sugli italici piedi

archiviocentraleDobbiamo ammettercelo. Noi italiani siamo veramente insuperabili nel tirarci gran zappate sui piedi, e ancor più nel non sdolorare più di tanto, facendo quasi finta di nulla e continuando a camminare pur sempre più zoppi e vacillanti.
In un mio precedente articolo qui nel blog, vi raccontavo della vicenda del MuFoCo, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, che per la questione della soppressione delle provincie nonché delle loro competenze, e per la relativa incertezza su quanto ci sarà dopo di esse e su quali incarichi avrà qualsiasi cosa verrà dopo (nuove figure istituzionali, città metropolitane, regioni subentranti o che altro), rischia la chiusura.
Ora, questa situazione di sostanziale caos – gestionale e, ancor più, finanziario, in aggiunta agli ormai endemici tagli alle risorse delle istituzioni pubbliche, in ambito culturale e non solo – rischia di fare vittime ben più numerose e “illustri”: le biblioteche e gli archivi di Stato. La cosid­detta «Legge Del­rio» (56/2014), approvata qualche settimana fa, mette in serio pericolo questi luoghi fondamentali della cultura nazionale in quanto, dopo la soppressione delle competenze in materia da parte delle provincie, non stati ancora identificati gli enti che dovrebbero subentrare nella gestione. Per mettere in luce tale pericolo, alla fine dello scorso Dicembre è stata lan­ciata l’iniziativa «A chi com­pete la cul­tura?» con la quale l’Associazione Ita­liana Biblio­te­che (AIB), l’Associazione Nazionale Archi­vi­stica ita­liana (ANAI), il coor­di­na­mento per­ma­nente di musei archivi e biblio­te­che (MAB) e l’Icom Ita­lia hanno cercato – e cercano, anche attraverso una raccolta firme ad hoc – di richia­mare l’attenzione pubblica sul tema e di sollecitare una soluzione, o quanto meno qualche iniziativa istituzionale in tal senso.
Già, perché alla fine il problema più grave è sempre il solito: le istituzioni parlano, ovvero impongono, ma non sentono, ovvero non ascoltano ragioni di chi subisce quelle imposizioni, ne prima e ne dopo averle ordinate. Non solo, tali imposizioni arrivano come lame taglienti a ferire un “corpo” già debole e malandato: i tagli delle risorse comminati negli ultimi anni (da tutti i governi in carica: unità d’intenti tanto sorprendente quanto sconcertante…) hanno più che dimez­zato un per­so­nale dipendente già dotato del “primato” di più anziano d’Europa (età media supe­riore ai 58 anni!); inoltre, il blocco del turn over e delle assun­zioni ha mol­ti­pli­cato a dismi­sura il pre­ca­riato e il lavoro quasi gra­tuito. La dra­stica dimi­nu­zione delle risorse ha spinto a dimez­zare l’orario di apertura e alla chiu­sura di set­tori fon­da­men­tali come le eme­ro­te­che della Biblio­teca nazio­nale di Firenze e in quella di Roma, provocando poi casi limite come quello dell’Archivio Nazionale di Roma, al quale non solo è stato triplicato l’affitto, ma ha dovuto pure subire il trasferimento di parte dei documenti conservati in un magazzino a Pomezia – ed è inutile dire che quando accadono certe cose, e parti del patrimonio culturale (qualsiasi cosa esso sia) vengono “ricollocate” altrove rispetto alle sedi di pertinenza, ciò significa quasi certamente abbandono, incuria, deperimento, rovina. A meno che qualche funzionario pubblico dall’animo particolarmente nobile non s’accorga di questo e non si faccia carico di risolvere una situazione del genere.
Sala_studioAncora una volta, si è costretti a denunciare la pressoché totale noncuranza delle istituzioni nei confronti della cultura nazionale, e soprattutto di quella cultura basilare – nel senso che veramente sta alla base – per la nostra società contemporanea. Dell’ipotesi che le biblioteche pubbliche siano costrette alla chiusura è superfluo denotare la tragicità assoluta, che chiunque è in grado di comprendere. Vorrei però anche mettere in luce quanto sarebbe tremendo se pure gli Archivi di Stato – da quello centrale di Roma, con sede all’EUR a quelli sparsi per i capoluoghi di provincia – fossero costretti a non poter più far fronte ai propri compiti fondamentali, che sono (cito da Wikipedia) “la conservazione e sorveglianza del patrimonio archivistico e documentario di proprietà dello stato e la sua accessibilità alla pubblica e gratuita consultazione”. Sono – in soldoni – la memoria dello Stato Italiano, l’hard disk della propria storia istituzionale e politica. Se non si potesse più gestire in modo ottimale questa memoria, e se non la si potesse più rendere fruibile ai cittadini, poco o tanto, si tirerebbe una gigantesca zappata sui piedi dell’Italia in quanto stato, nazione, comunità civica ed entità sociale. Una zappata unicamente dovuta a negligenza ovvero – mi sia consentito – a ignoranza tremenda e inesorabilmente contagiosa, per come verrebbe automaticamente riversata sulla memoria condivisa da tutti noi che cittadini italiani siamo. Diventeremmo un popolo istituzionalmente smemorato: e sapete bene che quando non si possiede memoria non si ha più identità, restando in balìa di qualsivoglia alterazione e falsificazione della realtà.
Al momento non è dato ancora di sapere come finirà questa storia, e se siano allo studio efficaci soluzioni ai problemi in questione. Resta tuttavia – e già indelebilmente – l’ennesima prova di come tutti, ovunque, conoscano e ammirino l’Italia come uno dei paesi col più ricco patrimonio culturale del pianeta eccetto l’Italia stessa, con le sue classi dirigenti in testa. E alé, avanti a vigorose zappate sui nostri poveri piedi!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.