Lo rimarco per l’ennesima volta, seppur ormai sia mero esercizio inutile: in Italia lo stato della lettura è sempre più drammatico, lo rileva in maniera lampante l’ultima indagine ISTAT sulla questione, e i timidi raggi irradiati dalla stella Torino – inteso come Salone del Libro, che ha celebrato qualche settimana fa i propri record di vendite e affluenza, e come evento pubblico-mediatico attorno a cui ruota, in tal senso, tutto il comparto editoriale italiano, o almeno quello dei grandi numeri – non scaldano più di tanto un panorama che pare invece raffreddarsi sempre di più.
Eppure, basta andare appena oltre la bella cittadina ligure citata nel titolo di questo articolo – oppure superare il colle del Monginevro o il tunnel del Monte Bianco… beh, ci siamo capiti – per ritrovarci in una situazione radicalmente diversa e persino imbarazzante, per noi, nella sua positività. Ebbene sì: oggi la Francia, per i libri, rappresenta veramente un’isola felice – quasi come quella narrata da Tommaso Moro nella sua celebre opera – che può vantare ben il 70% di popolazione che legge almeno un libro all’anno (contro il nostrano 43%, in calo costante da tempo), e addirittura un 45% che legge tutti i giorni! Sono dati rilevati dall’indagine I Francesi e la lettura condotta da Livres Hebdo e Ipsos (corrispondente transalpina di quella condotta qui da ISTAT) che ha fotografato uno stato della lettura certamente florido, se si considera pure la presenza di librerie sul territorio, 2500 delle quali indipendenti, che non solo non cala, ma in certe zone aumenta pure – lo rilevò pure il New York Times qualche tempo fa.
Ma c’è di più, molto di più (ahinoi). Altra cosa ormai superflua da notare, è che da noi le pratiche di sostegno e di incentivazione delle istituzioni a favore della cultura in generale sono sostanzialmente assenti: non si fa che tagliare, e da anni, bilanci, aiuti economici e fiscali, agevolazioni, in base a criteri politici che considerano i soldi spesi per la cultura una spesa, non un investimento. Viene facile ricordare quella dichiarazione di un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, che la disse (e la dice) lunga sul pensiero dominante delle classi dirigenti italiche al proposito.
Ebbene, al di là di Ventimiglia, appunto, tutto cambia, anche in tal caso, e per il semplice motivo poco prima citato: in Francia hanno capito che i soldi spesi nella cultura possono rendere, e pure tanto, rappresentando un investimento inopinatamente florido. Nel 2012 (ultimo dato disponibile) lo Stato francese ha investito ben 13,9 miliardi di euro (11,6 miliardi di bilancio (!), 1,4 miliardi di spese fiscali e 0,9 miliardi assegnati a diversi organismi sotto forma di tasse redistributive), ai quali vanno aggiunti altri 7,6 miliardi provenienti dagli enti locali, molti dei quali assegnati proprio al settore editoriale (in senso di produzione e vendita, ovvero editori e librai) da sempre molto sostenuto in Francia. E quanto hanno reso, questi investimenti? Beh, più di 4 (quattro!) volte tanto: 57,8 miliardi di euro di valore aggiunto, secondo i dati ufficiali emersi dallo studio congiunto promosso dai ministeri della cultura e dell’economia. Cinquantasette-virgola-otto-miliardi (no, dico, voglio che sia chiaro, il concetto!), il che significa che gli investimenti nel comparto culturale hanno reso il doppio di quelli per le telecomunicazioni (25,5 miliardi), sette volte quelli per l’industria automobilistica (8,6 miliardi). Oltre. Ovviamente, al ritorno socio-culturale, appunto, con una quantità di lettori, di vendite di libri, di buona salute dell’intero comparto e, ça va sans dire, dicultura diffusa, il che è insostituibile fonte di buona civiltà.
Ecco, c’è poco altro da aggiungere, alla faccia nostra che ci ritroviamo quelle (non)politiche culturali, e coloro che le hanno elaborate e ce le impongono. A noi, che “con la cultura non mangiamo” e che, in tal modo, ci ritroviamo sempre più non solo affamati ma pure ignoranti. Vive la France!