Mi piace (la mia vetustà)

C’è un fatto che, pressoché ineluttabilmente, segnala a me stesso la personale “vetustà” (trad.: quanto sono vecchio): che ogni qualvolta il mio occhio colga l’icona del pollicione levato – quella lì sopra, sì – la prima cosa che mi balza in mente è “autostop”, non “mi piace” o “like”. Già.

Nonostante non sia ancora in età da ospizio e non sia affatto in condizione di web o social network divide, tutt’altro. E nonostante pure che, a me, fare l’autostop non è mai piaciuto.

D’altro canto non mi lagno affatto di tale vetustà. Anzi, tutt’altro. Ecco.

Aiuto, ci invadono i barbari(smi)!

Sto navigando sul web in alcuni siti di informazione e capito su un articolo dedicato alle nuove tendenze della moda.
Leggo (e qui riporto le prime righe dell’articolo):

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era look da weekend. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti al fitness e al wellness, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nello streetwear una nuova religione nel vestire. Non a caso le sneaker e le felpe, in particolare quelle firmate da brand di lusso, sono protagoniste dell’ecommerce e hanno rilanciato anche negozi fisici e outlet.

Mmm… no, suona in modo proprio bislacco, questo testo. Sembra ci sia quasi una ricerca forzata dell’anglicismo al fine di rendere l’articolo “conforme”, per così dire, a ciò di cui disserta e all’immaginario lessicale relativo. Per renderlo “alla moda”, ecco. È formato da 75 parole in tutto, di cui ben 9 in lingua inglese: il 12% del testo. Eh, va bene tutto, ma forse qui si sta un po’ esagerando, tenendo poi conto che il tema dissertato non implica affatto una tale profusione di anglicismi per trasmettere il messaggio implicito: non è un testo che disquisisce di informatica o di nuove tecnologie, per essere chiari, tematiche nelle quali le parole straniere sono spesso inevitabili, ma di vestiti. Semplice abbigliamento.

Vediamo invece come va, così:

Mai più senza persino in Italia dove l’abbigliamento sportivo in città fino a qualche tempo fa era stile da fine settimana. Oggi, sia che siamo neo sportivi e sempre più attenti alla forma fisica e al benessere generale, sia per obiettiva comodità, abbiamo individuato nell’abbigliamento informale una nuova religione nel vestire. Non a caso le calzature sportive e le felpe, in particolare quelle firmate da marchi di lusso, sono protagoniste del commercio sulla rete e hanno rilanciato anche negozi fisici e spacci plurimarca.

Secondo me funziona perfettamente lo stesso. Anzi, pure di più. “Spacci” non è forse un termine bellissimo da sentire – si potrebbe usare rivendite o empori, ad esempio – ma per il resto direi che si legge ugualmente bene, e senza perdere nulla del suo senso e del fine originari.

Sia chiaro: come ho sostenuto altre volte, anche qui nel blog, non sono affatto contrario all’uso di lemmi stranieri nella lingua comune parlata e scritta, anzi, spesso la loro presenza rende la dissertazione più varia, ricca di senso e divertente da seguire. A patto, però, che l’uso dei termini stranieri (inglesi, in particolare) non finisca per svilire la nostra lingua o, addirittura, per renderla persino ridicola. In numerosi casi il loro uso è ormai diventato comune e del tutto accettabile (weekend, ad esempio, che peraltro è la paritetica forma inglese di “fine settimana”, oppure web o blog, che ho usato in questo mio articolo e che viene difficile riportare con simile sinteticità in italiano, ma passino pure parole come sexy, relax, okay, hotel, smog, marketing, social network, e così via), in altri casi non è solo tranquillamente evitabile, ma il forzato inserimento nel discorso assume toni veramente farseschi. Come fosse poi che tanta gente sapesse padroneggiare così bene l’inglese da permettersi di fonderla con la propria lingua madre! Ma quando mai?!

Ribadisco: ogni “nuova” parola straniera, quando inserita in una lingua peraltro di così alto valore storico come quella italiana, è la benvenuta se sa arricchirne il bagaglio lessicale, se aggiunge e affina e non toglie o surclassa. Altrimenti il suo uso diventa un effettivo impoverimento della lingua quando non una vera e propria minaccia alla sua esistenza e all’espressività che possiede. E un “popolo” che non sa salvaguardare e padroneggiare al meglio la propria lingua (per giunta finendo a “scopiazzare” quelle altrui), semplicemente non è un popolo. That’s it!

Il Manifesto della comunicazione non ostile

Non potevo non firmare pure io (qui) il Manifesto della comunicazione non ostile, un impegno di responsabilità condivisa per creare una Rete rispettosa e civile, che ci rappresenti e che ci faccia sentire in un luogo sicuro. Scritto e votato da una community di oltre 300 comunicatori, blogger e influencer, è una carta con 10 princìpi utili a ridefinire lo stile con cui stare in Rete.

Il Manifesto rappresenta forse una piccola, insignificante, inutile azione (se lo si vuole osservare e valutare nei soliti superficiali – e ipocriti, se posso dire – modi molto in uso, oggi): tuttavia, in questo mondo contemporaneo in costante, paradossale imbarbarimento, ogni minima cosa può (e deve) servire per cercare di contrastare una così letale deriva culturale. Altrimenti andrà sempre peggio, è bene finalmente rendersene conto e pensare alle eventuali tragiche conseguenze.

Il Manifesto lo leggete qui sotto (cliccateci sopra per un formato più grande oppure qui per la versione pdf) e, per saperne, di più potete visitare il sito web dedicato (e così conoscere anche le altre campagne passate e presenti al riguardo) cliccando qui.

“Ciaone”, e altri orrori del lessico d’oggi

immagini_parole-orrende-3Ciaone”, “apericena”, “fammi un chiamino”, “piacerissimo”, “mi faccio un’insalatona”, “selfie” (e tutti i suoi derivati) “ma-anche-no”, “ti lovvo”, “troppo bellissimo”, “app”, “closing”, “petaloso” (che, per fortuna, pare già estintasi)…

Parole e formule orrende vecchie e nuove, una vera e propria piaga linguistica che da qualche tempo pare non conoscere limiti – e che colpisce chiunque, con (forse) rarissime eccezioni. Vincenzo Ostuni da tempo le raccoglie in una “collezione dell’assurdo lessicale contemporaneo” (la definizione è mia), e di ciò ne parla in questo articolo su Dailybest del tutto interessante – anzi, necessario. Una collezione fatta sia da neologismi parecchio demenziali e sostanzialmente privi di senso linguistico (e forse per questo così graditi da tanti!), sia da termini in fondo corretti ma usati scorrettamente o a sproposito, i quali potrebbero anche far pensare a una costante vitalità della lingua italiana – il che è vero a prescindere da essi, senza dubbio – ma, di contro, a come nell’era contemporanea alla quantità linguistica non corrisponda un’adeguata qualità, con la prima che risulta ben più considerata da molte persone rispetto alla seconda, assai più trascurata (se non ormai dimenticata).

Insomma, leggete l’articolo, che merita.
E, beh… ovviamente mipiacete questo mio post!

Magnanimità. Quantunque. Facezia.

astruso1Inopinatamente.
Obsolescenza.
Concupiscenza.
Crocchio.
Voluttà.
Arrovellarsi.
Mercede.
Marmaglia.
Ordunque.
Pindarico.
Inane.
Inetto.
Peripatetica.
Obnubilare.
Cupidigia.
Ameno.
Virente.
Dacché.
Avvenente.

E potrei andare avanti ancora per ore, se non giorni (ovvio, magari con l’aiuto d’un buon dizionario) a citare innumerevoli bellissime parole in lingua italiana che oggi non si usano più, o quasi.
Il problema, io credo, non è tanto quello dell’invasione di lemmi esteri, in qualche modo inevitabile e per certi aspetti anche comprensibile, semmai è che siamo noi i primi a lasciar impoverire la nostra lingua, a debilitarla eliminando da essa tantissime parole – molte delle quali affascinanti e capaci di dire molto, spesso più di quelle parole contemporanee che le hanno sostituite, logicamente o meno (sempre che ve ne siano in sostituzione!) – e a ridurla ad un corpus di poche parole, frequentemente vuote di senso semantico e di relativa espressività pratica e a volte usate a sproposito, con in più, infilati quei e là, termini stranieri a loro volta non di rado del tutto inutili. Inutile dirlo: non si tratta di continuare a parlare (e scrivere) come ai tempi di Manzoni o D’Annunzio, ma nemmeno di esprimerci come peggio non farebbe nemmeno un bambino di seconda elementare!
Di questo passo, non solo si perde la propria (identificante) ricchezza lessicale, ma di contro si smarrisce anche la comprensibilità linguistica reciproca. Provate a dire a una ragazza – ovviamente scrivo dal mio punto di vista maschile – “Sei molto avvenente!” o “Quanta voluttà mi susciti!” piuttosto che i soliti “bella f**a!” o altro del genere (scusate se uso questo esempio, ma lo faccio per restare ad un livello massimamente quotidiano del parlato comune), e rischierete non solo di non essere capiti, ma pure di beccarvi una sberla perché quella crederà che le avete detto chissà quale insulto.
Peccato. In fondo, basterebbe dire a quella ragazza “Sei una f**a voluttuosa!” per prendere due piccioni con una fava ed essere cool (eh eh!) senza diventare sempre più an-alfabeti. Cioè senza più un “alfabeto linguistico” identificante, appunto, caratterizzante e supportante al meglio qualsiasi nostra volontà espressiva.
Ah, a proposito: prendere due piccioni con una fava. Chi la usa più ‘sta espressione così simpatica e (apparentemente) strana?

P.S.: le parole che ho elencato lì sopra sono tra quelle che io, nelle cose che scrivo, cerco ancora – con orgoglio ostinato e forse un po’ ottuso – di utilizzare comunemente. A costo di essere considerato anacronistico, già.