Suvvia, diamocela tutta… il Bonus Cultura per i diciottenni, col suo quasi totale fallimento (leggetene al riguardo cliccando sull’immagine qui sopra), è l’ennesima lampante prova di un modus operandi istituzionale prettamente italico ormai in voga da decenni: idee potenzialmente buone quando non ottime, nel principio, trasformate in mere campagne promozionali e d’immagine e realizzate nel modo peggiore possibile. Sapete quando si dice che “il fine giustifica i mezzi”? Ecco, qui sono i mezzi che giustificano un “fine” che in verità è solo virtuale, fittizio, uno specchietto per allodole fatto credere “nobile obiettivo a vantaggio della società intera” del quale in verità, a chi dice di volerlo conseguire, non frega assolutamente nulla. Tanto sarà sempre colpa di altri, mai di chi canta successo quando invece dovrebbe confessare colpa; nel frattempo, ci penserà il Leviatano politico-burocratico italiano a fagocitare l’iniziativa, facendo a pezzi quel poco di buono e utile che in essa vi era e relegandola nello sconfinato deposito delle macerie culturali dell’Italia contemporanea. Macerie che, se finalmente non riusciremo a delimitare e a eliminare, finiranno sul serio per travolgere l’intero paese, una volta per tutte.
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La famiglia è la prima scuola (di vita)
Credo non ci sia molto da aggiungere a quanto riportato nel “manifesto” di tal istituto scolastico portoghese, no?
Se non che sarebbe da stampare in volantini su carta indistruttibile e con inchiostro indelebile, da stampare in un numero di copie pari a… dunque, quante sono le famiglie italiane con figli che frequentano la scuola, di ogni ordine e grado?
Ecco.
E se a molte di esse non servirà leggerlo – fortunatamente – ai genitori di certe altre andrebbe invece marchiato a fuoco sulla fronte, così che si ritrovino a leggerlo ogni mattina, quando vanno nel bagno di casa per sistemarsi e uscire per portare i propri (sfortunati) figli a scuola.
Perché sì, senza alcun dubbio la scuola italiana è traboccante di problemi, propri e indotti da gestioni politiche indegne, ma la “famiglia media” pure di più, per molti versi.
Se gli italiani non sanno l’italiano, non sanno di essere italiani
Sono sostanzialmente due le questioni fondamentali che emergono dall’accorato appello dei 600 docenti universitari italiani riguardo l’ignoranza della lingua madre da parte degli studenti italiani (cliccate sul titolo qui sotto per saperne di più). La prima, del tutto ovvia, è prettamente espressivo/comunicativa: il non saper parlare, scrivere e, gioco forza, comprendere al meglio la propria lingua non può e non potrà che generare una capacità comunicativa di livello basso, in senso teorico e pratico: una lingua impoverita o banalizzata inesorabilmente impoverisce e banalizza anche i messaggi che intende trasmettere – e ciò è ancor più grave avendo a che fare con persone che dovrebbero (condizionale d’obbligo) possedere un’istruzione di grado elevato.
La seconda questione è comunque ovvia, ma dotata di conseguenze ancor più inquietanti, se possibile: la lingua è il marcatore identitario per eccellenza di una comunità sociale, sia essa nazionale o meno: in parole povere (e riassumendo molto ma solo al fine di rendere chiaro il concetto), ove si parla italiano si è italiani, anche al di fuori dei confini statali in quanto a bagaglio culturale (vedi ad esempio l’elvetico Canton Ticino). Il perdere la capacità di padroneggiare in modo pieno e fluido la propria lingua equivale né più né meno a perdere una parte importante della propria identità culturale; ovvero, per rimarcare la questione dal punto di vista opposto, l’evidenza della perdita della suddetta capacità linguistica è chiaro e inequivocabile segno d’una grave perdita di identità. Il problema dunque non è solo di analfabetismo funzionale o dissonanza cognitiva, ma pure di potenziale alienazione culturale identitaria: c’è una sostanziale incuria del principale strumento comunicativo in nostro possesso che denuncia un’altrettanta trascuratezza culturale di base. È come pretendere di saper sciare e dichiararsi bravi sciatori perdendo la capacità di mettersi gli sci ai piedi e allacciarsi gli scarponi!
Cosa che poi, detto chiaro e tondo, a mio modo di vedere spiega pure perché un paese dalle potenzialità culturali così elevate si lasci andare a fenomeni di imbarbarimento tanto gravi, tipici di comunità sociali dotate di un livello di istruzione estremamente basso ovvero culturalmente e identitariamente alla deriva.
Ok, voi ora potrete dire: forse è soprattutto un problema di sconcertante ma in fondo superficiale ignoranza. Sì, può essere vero ma, ribadisco, è un’ignoranza che uno stato nazionale che voglia preservare e accrescere al meglio la propria cultura non può permettersi nemmeno di far nascere, figuriamoci di far sviluppare fino a livelli così gravi. Per questo, l’appello dei 600 docenti è assolutamente doveroso; mi auguro solo che non sia drammaticamente tardivo.
Esami di (im)maturità
Ammessi alla maturità anche con gravi insufficienze? “Fate largo all’ignoranza!” – protestano tanti e con cospicue ragioni. Ma, al di là che ‘sta “genialata” non è così nuova (vedi qui), beh… tranquilli, forse non cambierà molto. Leggo infatti dall’articolo de La Tecnica della Scuola sopra illustrato: “Se uno studente ha tutte sufficienze, tranne un ‘tre’ in Matematica e un ‘quattro’ in Inglese, oggi infatti non avrebbe chances per essere ammesso. Con le nuove regole, invece, potrebbe essere comunque ammesso. Basterà infatti, per rimediare, che lo stesso studente compensi le due pesanti insufficienze prendendo un ‘otto’ in Educazione Fisica e ‘nove’ in Condotta.”
Otto in educazione fisica e nove in condotta? Ma se ci sono in giro (vedi qui) un sacco di adolescenti obesi, sfaticati, sedentari (altro che fisicamente educati!), nonché soggetti a dipendenze da sostanze alteranti, fumo, alcol, gioco d’azzardo e quant’altro di antitetico ad un “nove” in condotta?!?
No, state tranquilli, appunto… niente panico. Posta la realtà di fatto (che peraltro non pare contemplare inversioni di tendenza, anzi, tutto il contrario!) forse non cambierà nulla. E non c’è affatto da rallegrarcene, già.
P.S.: © dell’efficace titolo di questo post: Dario Bonacina.
Basta con la letteratura a scuola! (O no?)
Sì, basta con l’attuale insegnamento della grande letteratura nelle scuole italiane. Perché, visti poi i risultati – culturali e commerciali – è evidente che sia ben più grande il danno che il beneficio!
Non è una mia tesi – forse l’avrete già intuito dacché viene ed è stata rilanciata nelle ultime settimane (qui un articolo dei tanti) da Davide Rondoni, che a tal proposito di recente ha ripubblicato con Bompiani il suo Contro la letteratura, libello in origine pubblicato nel 2010 da Il Saggiatore il quale già all’epoca suscitò parecchie polemiche, tanto da essere poi (così pare) ritirato dall’editore.
In verità, in principio di questo articolo ho parecchio condensato il succo della tesi rondoniana, che lo stesso autore riassume invece con maggior determinatezza in questo brano:
La letteratura è l’unico bene antropologico del nostro Paese. E la scuola la sta distruggendo. A chi difende il vigente sistema di insegnamento dico: voi state difendendo questa situazione. Ne siete dunque corresponsabili almeno quanto quelli che l’hanno generata in migliaia di pubblicazioni, convegni, ore di insegnamento. Per di più pagati dallo Stato. Una montagna di soldi pubblici per ottenere la pubblica fucilazione dei grandi capolavori della nostra letteratura. Una formidabile idiozia. Tutto questo non vi suscita nessun moto di insurrezione? A me sì, e per questo faccio una proposta: smettiamo di insegnare la letteratura a scuola, rendiamola facoltativa. Lasciamo ai nostri figli questa libertà.
Dunque il vero bersaglio della provocatoria riflessione di Rondoni non è tanto la letteratura in sé (e ci mancherebbe!) quanto il modo in cui viene insegnata oggi nelle scuole, tra arcaiche imposizioni didattiche e sostanziale impreparazione letteraria dei docenti.
Personalmente, trovo difficile non essere concorde con Rondoni, in linea di massima. Anche solo per una più rozza ma inevitabilmente pragmatica considerazione circa lo stato del mercato dei libri in Italia: dato che, stando alle statistiche (inconfutabili dalla realtà oggettiva, ahinoi), sempre meno italiani si dedicano alla lettura, può ben essere che tale disaffezione nasca all’origine, a quando la letteratura ci viene insegnata ovvero al modo in cui viene insegnata. Per quanto mi riguarda, se posso offrire ad esempio la mia esperienza personale, è innegabile che una certa parte della mia dedizione ai libri e alla lettura sia stata ben coltivata dalla fortunata presenza, alle scuole superiori, di un docente di italiano la cui passione per la letteratura era evidente e, non posso che dire, contagiante. Poi, al di là dei meri casi singoli, sulla questione se ne potrebbero correlare infinite altre: dalla (a mio parere) strategica “de-culturazione” della società imposta dalla politica, all’imposizione di modus vivendi che nulla hanno a che vedere con la cultura, alla presenza nel nostro mondo di infinite distrazioni fin troppo rimbambenti aventi effetto soprattutto sui più giovani – e provocanti poi danni tremendi in età adulta, dato che tutto sommato gli adolescenti leggono ancora: è col passare del tempo che i libri divengono oggetti del tutto estranei alla vita quotidiana!
Rondoni scarica buona parte della colpa di ciò sui docenti, dichiarandoli nella maggior parte dei casi inabili all’insegnamento letterario e invocando la presenza di altri docenti “tecnici”, specificatamente preparati sulla materia e altrettanto bravi a coinvolgere gli studenti nelle proprie dissertazioni letterarie didattiche. Non so se questa proposta possa effettivamente avere successo, nel sistema scolastico nostrano; piuttosto è preoccupante che si debba intervenire in tal senso nel sistema scolastico di un paese evidentemente incapace di trasmettere ai propri giovani cittadini le più fondamentali basi culturali, le quali poi – inutile rimarcarlo – diventano anche identitarie e indispensabili alla costruzione di una società consapevole di sé e del paese che si ritrova a vivere e amministrare.
È chiaro, in senso generale, che ci sia qualcosa che non va nell’insegnamento culturale in Italia, non solo riguardo a libri e letteratura; è evidente che, continuando con la situazione attuale, le cose non potranno cambiare anzi, non faranno che peggiorare di continuo. La scuola può fare molto, per migliorare le cose, ma non a sufficienza se poi, fuori dalle mura scolastiche, i ragazzi trovano una società che rigetta qualsiasi elemento culturale per fare spazio unicamente a scempiaggini varie e assortite, col bene placito di una politica che non solo non investe nella cultura ma fa di tutto per togliersela di torno, come fosse un irritante ostacolo alla salvaguardia dello stato di fatto del sistema di potere – e infatti è proprio così, è un gigantesco ostacolo: dovremmo finalmente capirla ‘sta cosa una volta per tutte e agire di conseguenza, piuttosto che fare i soliti rivoluzionari da happy hour che si fanno belli di populismi e luogocomunismi vari per poi, appena possibile, fare spallucce e rinchiudersi nel proprio piccolo orticello quotidiano, e per qualsiasi cosa che accada fuori di essi: chissenefrega!
In fondo, temo che anche sulla questione “letteratura a scuola” il principio di fondo sia lo stesso: una (pianificata?) incapacità di vedere oltre il domani, di capire che un grande classico letterario non è solo motivo di insegnamento, non è solo fonte di cultura e conoscenza ma è anche elemento fondante di senso civico e consapevolezza politica, sociologica, antropologica, esattamente come oggi lo può essere, ad esempio, il saper ben smanettare con uno smartphone – esattamente così, perché pure questa, oggi, è cultura, ma che non ne elimina qualsiasi altra, semmai vi si affianca e correla. Perché il nostro mondo è fatto di tecnologia contemporanea e di sapienza antica – nel bene e nel male per entrambe – e l’una non regge senza l’altra così come chi si vuole dedicare a cose meramente futili dovrà pur possedere una cultura di contraltare, per non passare indubitabilmente per idiota nonché, peggio, per non essere trattato da idiota da chicchessia – a partire dalla politica in giù.
Servono nuove strategie di diffusione della cultura, serve una presa di coscienza collettiva, forte se non fortissima (anche in senso pratico, intendo dire), sullo stato di fatto della questione, serve una imposizione democratica – ovvero dal basso – nei confronti di chi decide le sorti della cultura nel nostro paese, in senso politico, amministrativo, gestionale. Solo così anche la scuola sarà messa nella condizione di fare bene il proprio mestiere; in caso contrario, potrà pure esserci il più grande e appassionato insegnante di letteratura al lavoro coi più ricettivi alunni, ma il risultato finale sarà inevitabilmente zoppo, se non deficitario. A tal punto, tanto vale eliminarla del tutto, la letteratura a scuola: almeno in tal modo si userà il rozzo ma sempre efficace principio del “desiderare ciò che non si ha e ignorare ciò che si ha”. Un principio da società imbarbarita e troglodita ma alla fine quello diventeremo, se andiamo avanti così.