Sent, Engadina

[Foto di Aconcagua (talk), opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sent, frazione del comune di Scuol, è uno dei villaggi di cultura romancia più caratteristici della bassa Engadina, noto in particolar modo per le sue case affrescate e dai peculiari frontoni ricurvi. Sono il segno del benessere derivante dall’emigrazione dei suoi abitanti, alcuni dei quali dal secolo XVII fecero fortuna come mercenari, commercianti e pasticcieri – questi ultimi soprattutto in Italia – e, tornati nel loro villaggio natìo, vi costruirono case signorili in stile classico per ostentare la ricchezza accumulata. È così che sono nati anche i cosiddetti Senter-Giebel (“Frontoni di Sent”), elementi architettonici ricurvi che dall’Ottocento (ovvero dopo un furioso incendio che distrusse buona parte del villaggio) ornano con eleganza molti edifici del nucleo storico del paese, caratterizzato da una stretta rete di viuzze e vicoli maggiori e da diverse piazze.

Tuttavia l’edificio forse più ammirato di Sent, anche perché il più visibile, è il campanile neogotico della chiesa di San Lurench (San Lorenzo), il quale in verità è relativamente recente, essendo stato aggiunto solo nel 1900 alla chiesa che invece vanta una storia più lunga: fu ampliata in stile gotico da Andreas Bühler nel 1496 ma l’impianto originario potrebbe risalire al X secolo.

Per saperne di più su Sent, potete leggere la relativa voce del Dizionario Storico della Svizzera (DSS) o la pagina dedicata al villaggio su myswitzerland.com.

Un altro mondo

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar PeerIl rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” e, se non conoscete Peer, leggete qualche suo libro: è uno scrittore sublime, quanto le montagne che ha raccontato nelle sue storie.)

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Un tempo felice

Quello era ancora un tempo felice, senza televisione e senza radio, in cui si leggevano i libri. Mio padre, per esempio, era un lettore appassionato. Mi ricordo ancora dei suoi romanzi preferiti: I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, L’eredità dei Björndal, Il castello di Umberto di Ganghofer, e poi Dostoevskij e soprattutto Gotthelf, il preferito. A casa non avevamo tanti libri ma quelli che non avevamo noi li avevano gli altri. Allora ce li imprestavamo. Bestseller che passavano di casa in casa erano ad esempio La cittadella, Com’era verde la mia valle e soprattutto uno che tutti si contendevano, intitolato I soldati della palude, scritto da un certo Langhof, dove si raccontava quello che il protagonista aveva vissuto in un campo di concentramento. A tavola allora si svolgevano animate discussioni, finché mamma diceva che dovevamo parlare d’altro.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.139. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)

Niente da tagliare

[Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione”.)