Fate cultura? Allora vergognatevi, fannulloni!

vignettaxSì, certamente: non c’è granché da aggiungere a questa vignetta di Vignettax, se non che si può sostituire il termine “musicista” con qualsiasi altro afferente al mondo della cultura e dell’arte ma il risultato non cambia.
Oppure no, c’è molto da aggiungere, moltissimo – tutto quello che, al proposito, disquisisco spesso con amici e conoscenti che “soffrono” dello stesso disprezzo popolare: un disprezzo adeguatamente coltivato da una pluridecennale e precisa strategia politica ben riassunta da quella famigerata affermazione d’un noto ex ministro, “con la cultura non si mangia”, per di più assolutamente diabolica per come ribalti totalmente il proprio senso sulle spalle di chi la cultura la fa e più di ogni altro avrebbe il diritto di mangiare con essa, quando invece altri ci mangiano – quelli che negano ciò, ovviamente!
Insomma, quella vignetta rappresenta perfettamente la normalità quotidiana di chi decida di impegnarsi nel mondo della cultura, l’emarginazione a cui viene sottoposto dal bigottismo culturale nostrano, l’ignominia che lo obbliga a doversi quasi giustificare per praticare un mestiere che da tanta gente viene visto come una parassita perdita di tempo. Forse qualcuno penserà che la stia mettendo giù fin troppo dura, la questione; in verità una tale situazione, purtroppo quasi esclusivamente italiana, nel suo senso va ben al di là della mera considerazione riservata al lavoratore culturale – sia esso musicista, scrittore, attore o che altro, appunto – ed è profondamente sintomatica dello stato generale della cultura in Italia, un settore che potrebbe garantire spropositate ricchezze (non solo economiche) al nostro paese e che invece per la politica pare sia quasi un peso, qualcosa di ingombrante, di fastidioso, qualcosa che tocca gestire controvoglia perché obbligati dalla nomea, così apprezzata all’estero, dell’Italia quale “paese culla della cultura” o “scrigno di tesori artistici e culturali” ma che, appena ve ne fosse l’occasione, non pochi vorrebbero togliersi dai piedi per sempre. Da qui, da tale modus operandi politico di lunga durata, deriva quella strategia a cui prima accennavo che, in fondo, riporta inevitabilmente a certe evidenze storiche le quali sanciscono che meno il popolo è (viene) acculturato, più si presenta facile da dominare e assoggettare.
Ma ok, questa è una mia osservazione personale e la potete confutare quanto volete. Tuttavia a quanto ho affermato lì sopra mi viene da correlare un altro fatto recente (ennesimo d’una lunga serie, peraltro), di forma diversa ma, a ben vedere, di identica sostanza, citato anche su Cultora: il benestare alla costruzione di uno stadio di calcio sopra una preziosissima area archeologica, a Crotone.

crotone-675 In buona sostanza, rispetto al vincolo di “inedificabilità assoluta” sull’area della Soprintendenza, sancito fin dal 1981, è stato ritenuto più importante il «chi se ne importa di quei sassi!» dei tifosi della squadra locale, con improperi vari e assortiti a chiunque abbia cercato di mettere in evidenza e salvaguardare il valore – storico, archeologico e potenzialmente economico – di “quei sassi” di 25 secoli fa.
Ecco: ora forse capirete come le due cose – la vignetta e lo stadio di Crotone – siano le due facce della stessa medaglia, rappresentante inequivocabilmente il disprezzo generale verso la cultura e, di contro, l’ennesima riproposizione del panem et circenses (più i secondi del primo, chiaramente nella forma dell’imperante, impestante, rincretinente calcio) con cui il sistema ha conformato nel tempo il nostro paese. Il quale ormai, a causa di tutto ciò e per sua ampia parte, non è nemmeno più in grado di comprendere d’essere assai più in rovina di quelle “rovine” archeologiche ovvero di quanto sia fondamentale l’attività di produzione culturale per il benessere collettivo, preferendo ad essa figure ignobilmente vuote e rozze elevate al rango di esempi da seguire – e facilmente imitabili, dacché per farlo non serva affatto avere un cervello funzionante.
Si può fare qualcosa affinché la situazione in futuro possa cambiare? Certamente si deve! E si deve farlo in primis perché lo merita la cultura del nostro paese e lo dobbiamo a noi stessi, se vogliamo realmente considerarci individui intelligenti e civili. Anche perché altrimenti il nostro paese è condannato all’affondamento nel mare della barbarie (sempre che non sia già colato a picco, eh!), e stare su una nave che affonda anche per colpa dei suoi capitani ignoranti non mi pare cosa così consona a persone di cultura!

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Cosa serve veramente per scrivere bene?

ge2Pare che un giorno qualcuno chiese a quel vecchio ubriacone geniale di Charles Bukowski cosa serva veramente per scrivere e lui rispose che per scrivere servono due cose: una macchina da scrivere, e una sedia. «Ma delle volte è difficile trovare la sedia», sembra abbia precisato lo scrittore americano.
A leggere questo suggestivo aneddoto – che, come tanti altri relativi al vecchio Hank, sono ammantati da un certo alone di leggenda ma che, d’altro canto, segnalano la loro probabile veridicità in maniera proporzionale alla stravaganza apparente – mi tornano in mente quei tanti articoli che ovunque, sul web, citano consigli per scrivere di celebri scrittori a frotte. Sia chiaro: io per primo li leggo, me ne faccio incuriosire e interessare e, a volte, li condivido sulle mie pagine social. Però, appunto, a stare dietro a Bukowski mi viene pure da pensare a come in fondo tutti quei “consigli” non siano altro che una sorta di mix tra ameno folklore letterario, gossip da rotocalco di costume e specchietto per aspiranti scrittori-allodole, con solo – a volte – una piccola parte di effettivo interesso critico (e senza escludere che gli stessi celebri autori di quei consigli non si siano voluti divertire alle spalle dei potenziali consigliati raccontando loro intriganti banalità che poi hanno acquisito lo status di “illuminazioni” – o qualcosa del genere – solo grazie alla nomea di chi le abbia espresse!) Perché, diciamocela tutta, se si leggono i dieci (o otto o dodici o cinquanta – la quantità è altamente variabile) consigli per scrivere un romanzo di Hemingway o di Orwell (due nomi a caso) ma non si possiede il talento creativo e tanto meno le capacità di scrittura dei due autori citati, beh, è esattamente come leggere un manuale di volo scaricato dal web e pensare, una volta letto, di poter diventare pilota di caccia supersonico!
Ma non solo: volendo articolare un poco di più tale riflessione, mi chiedo anche come un esercizio artistico inevitabilmente individuale e solitario come la scrittura – in fondo anche nei rari casi in cui sia svolto in maniera collettiva – possa essere ridotto ad una manciata di rapidi e inevitabilmente semplificati (loro malgrado) “consigli” che abbiano un effettivo, considerabile valore e siano condivisibili in modo ampio tanto quanto è offerto dal web contemporaneo. Anche per ragioni di stile e modus operandi personali, intendo dire: se un tal autore, facendo l’esatto opposto di quanto consigliato da Hemingway, sapesse scrivere dei gran capolavori, significherebbe che il grande scrittore americano è un cattivo maestro oppure un bugiardo? Ovviamente no – ma ci siamo capiti, io credo.
Insomma: è interessante leggere i suddetti “consigli” del tal grande scrittore se si adotta la stessa predisposizione di lettura d’un magazine da spiaggia (lo dico con tutto il rispetto per chi li diffonde attraverso i propri articoli – l’ho fatto anch’io, ribadisco). In fondo aveva – ha – ragione Charles Bukowski: per scrivere serve una macchina da scrivere (o quanto oggi di assimilabile) e una sedia, né più né meno, ma pure se la sedia non si trova il buon scrittore qualcosa di buono la tira fuori comunque, a differenza del non scrittore (che magari si crede invece tale, e pure di valore) che neppure sul più prezioso e confortevole divano sa cavare un ragno letterario dal proprio buco (nero) creativo.
Anche perché, io credo, i veri segreti – ovvero i buoni consigli – riguardo le proprie capacità letterarie e di scrittura i grandi scrittori li hanno infilati direttamente nei testi scritti, ed è un ottimo esercizio di lettura, assolutamente propedeutico a quello di scrittura, coglierli nei loro libri. Semmai è bene determinare le proprie tot regole per scrivere un buon testo, affinandole di continuo con la pratica, l’esperienza, le soddisfazioni, le delusioni, la necessaria umiltà, tonnellate di libri letti e la certezza che, in una pratica artistico-espressiva quale è la scrittura, si può (e si deve, o dovrebbe) sempre fare meglio. Solo così, prima o poi, ci si potrà sedere su quella bukowskiana sedia. Forse.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Di uno strumento funzionale ad un amore passionale…

Alla fine, uno dei regali più belli che mi sia stato fatto per un genetliaco – in tal caso l’ultimo ma il discorso è generale (unica eccezione i libri), per me che in tutta sincerità non li amo granché ‘sti festeggiamenti, quando a me rivolti – è questo:

temperinoPer un semplice motivo: mi aiuta a rinnovare quella forma d’amore abbastanza passionale quantunque per certi versi interessato con lo strumento di scrittura che, a mio modo di vedere, è da sempre e sarà sempre insuperabile, in ciò che fa e permette.

Lei, sì:

Pencil's nib isolated on white background
Perché (mi si consenta una piccola autocitazione tratta da un brano che, appunto, trovai doveroso e necessario intitolare Piccola ode alla matita):

La matita in fondo non fa che una miserrima parte di quanto può ad esempio fare uno smartphone, la fa infinitamente peggio di quanto farebbe il peggiore di quegli oggetti tecnologici contemporanei eppure sa donarci un gusto, nel farlo, un piacere, un compiacimento infinitamente migliori.
Perché scrivere con una matita è un gesto assolutamente semplice e per molti versi arcaico, appunto, eppure profondamente affascinante: una pratica estetica, oserei dire.

Persino lo scarto, della matita, ha una sua peculiare estetica, non vi pare?

crayonNon c’è storia, insomma. Perché c’è una storia inimitabile, dietro quel semplice pezzo di legno e grafite. Così come il regalo più bello è quello che da sé, e pur nel suo piccolo, di storie te ne può regalare innumerevoli altre. Che valga miliardi o pochi centesimi.

Scrivete, scrivete, scrivete! (Henry Miller dixit)

Volete davvero scrivere? Allora fatelo ogni giorno, anche se non avete niente da dire.

(Henry Miller, citato in Maurizio PrincipatoJohn Zorn. Musicista, compositore, esploratore (Auditorium – Hans & Alice Zevi Editions, Milano, 2011, pag.60.)

Henry-MillerPiù volte in passato, qui sul blog, mi sono occupato della questione “Meglio scrivere poco o tanto per riuscire a scrivere bene?” – questione sostanzialmente priva di risposta per come, alla fine dei conti, ognuno possa formularne una propria in base all’esperienza personale. Di contro, se è vero ciò che Miller sostiene ovvero che, per mero principio, al fine di riuscire bene in qualcosa bisogna il più possibile e con massima assiduità praticare quella cosa (che sia la scrittura, un lavoro, una disciplina sportiva… insomma, è una regola pragmatica generale), è anche vero – o meglio è evidente, posto il panorama letterario ed editoriale contemporaneo in genere – che non è affatto automatico che, pur scrivendo ogni giorno, alla fine da cotanta operosità ne venga fuori qualcosa di buono e pubblicabile. Ecco, il punto è proprio questo: se non si ha niente da dire si può comunque scrivere per esercitarsi nella pratica letteraria, come dice Miller, ma solo quando si ha qualcosa da dire ciò che si è scritto può meritare di essere pubblicato, fermo restando che lo si sia scritto nel modo linguisticamente e stilisticamente migliore possibile.

Personalmente, concordo abbastanza con lo scrittore americano: credo che più si scriva oggi, meglio si scriverà domani. Ma ciò comporta pure che più si scrive, più alto deve essere il limite qualitativo che spartisce i testi pubblicabili da quelli trascurabili. Se l’esercizio della scrittura, più o meno assiduo che sia, oltre al miglioramento della qualità letteraria non genera anche un buon discernimento individuale sulla qualità stessa di ciò che si è scritto, sostanzialmente diviene una pratica fine a sé stessa ovvero un mero esercizio d’egotismo ed esibizionismo. Sì, proprio come quello che frequentemente si può cogliere stando dentro il panorama letterario nostrano, ecco.

Gente senza vergogna, gli scrittori… (Paolo Nori dixit)

La maggior parte dei libri che leggevo, per esempio, c’eran dei protagonisti così bravi, ma così bravi, che sembravano un incrocio tra Superman e san Francesco che a me mi veniva da chiedermi «Ma come si fa a non vergognarsi, di essere bravi così?»
E era interessantissimo, per me, constatare che loro, proprio, non si vergognavano. Affatto.

(Paolo Nori, Siamo buoni se siamo buoni, Marcos y Marcos, Milano, 2014, pag.23)

paolo_nori_2Uhm… dite, come pare ci suggerisca Nori, che se la vergogna fosse uno stato d’animo più diffuso, in letteratura, il problema della sovrapproduzione editoriale si risolverebbe rapidamente?

(Cliccando sull’immagine, potrete leggere la mia “recensione” a Siamo buoni se siamo buoni.)