Visitando “Don’t shoot the painter”, alla GAM di Milano fino al 04/10

logomostraDa tempo coltivo la convinzione (per quanto possa contare) che, nell’ambito della produzione artistica contemporanea, la pittura abbia perso lo scettro di disciplina fondamentale e maggiormente rappresentativa, e si sia infilata in un pantano dal quale quelli che ne sanno uscire si possono contare sulle dita di una mano, forse due, non di più. E’ una convinzione in realtà suffragata dal giudizio, ben più competente del mio, di amici rinomati galleristi: passata l’onda rivoluzionaria e potenzialmente rinnovatrice delle ultime avanguardie, intorno agli anni ’80/’90, la pittura ha preso ad arrotarsi su sé stessa, a riprodurre cose già fatte, a non riuscire più a concepire vie espressive ancora capaci di sorprendere e di intrigare – sto ragionando in meri termini estetici e artistici, non certo commerciali, anche se pure da questo punto di vista è assai scarsa la produzione pittorica odierna che riesca a suscitare interesse e discussione, negli ambiti artistici in cui viene considerata.
Per questo ho voluto visitare Don’t Shoot the painter, la mostra di oltre 100 opere pittoriche provenienti dalla UBS Art Collection e presentata dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano con la cura di Francesco Bonami. Una collezione di (quasi) sola pittura, appunto, spaziante dagli anni ’60 ai giorni nostri (anzi, la maggioranza delle opere è contemporanea e parecchio recente) con lavori di ben 91 artisti, tra mostri sacri – John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Damien Hirst, Gerhard Richter – e nomi nuovi ma sovente già ben quotati. Una buona “fotografia” (termine non casuale, capirete più avanti perché) , insomma, della produzione pittorica contemporanea, che anche grazie al filo rosso intessuto da Bonami è in grado di resocontare efficacemente cosa sia la pittura, oggi, e dove stia andando.

Bonami, da quel sagace e intelligente curatore (nonché intenditore d’arte, aggiungerei) che è, fin dal titolo pare abbia voluto sottolineare la posizione precaria del pittore contemporaneo – ribadisco, al di là delle eventuali quotazioni spuntate dalle opere sul mercato: “non sparate al pittore!”, invoca Bonami così come si invocava di non sparare al pianista nel Far West… In fondo, il pianista era l’unico a poter allietare la gente presente in un ambito altrimenti parecchio turbolento e frequentato da individui dal grilletto facile; ugualmente, appunto, il pittore oggi cerca di difendere coi denti il buon nome del media artistico-espressivo scelto, in un mercato nel quale invece altre espressività artistiche come la fotografia, ad esempio, in qualche modo antitetica rispetto alla pittura e fino a qualche anno fa nemmeno considerata “arte”, sta vivendo un periodo d’oro, oppure l’installazione più o meno elaborata e più o meno attinente alla scultura, a sua volta ben più diffusa nei musei e nelle gallerie d’avanguardia rispetto alle tele.
Così, in una esposizione che gode di un’allestimento ben riuscito e – non a caso, di nuovo – ispirato proprio alla fotografia, con le opere presentate su pannelli fotografici desaturati e di tono cromatico neutro rappresentanti le sale della GAM “al naturale”, senza le opere della mostra (per di più pure la prima opera del percorso espositivo, all’ingresso, è una fotografia: prova che Bonami sa bene del dualismo ormai in essere tra le due principali discipline di rappresentazione della realtà e non vi sfugge), ho potuto personalmente cercare di confutare quella convinzione di cui vi ho detto in principio del presente articolo, o meglio, ho fatto in modo che la mostra potesse contraddire e ribattere alla mia idea.
Beh, non ce l’ha fatta, la mostra, a farmi cambiare idea. No, perché nella maggioranza delle opere – belle, sia chiaro, alcune veramente notevoli al di là della firma e della celebrità degli autori – non mi è parso di denotare quello che a mio parere servirebbe alla pittura contemporanea per risollevare le proprie sorti, ovvero quella creatività, quel guizzo d’ingegno, quell’estro espressivo più che tecnico e, soprattutto, quella fondamentale capacità di non riprodurre ciò che è già stato fatto per instillare nel visitatore la più basilare e immediatamente intrigante curiosità. Vi dico che per bizzarro paradosso, in base all’accostamento delle opere tra le quali era inserito, mi è sembrato di poter rivalutare Damien Hirst con uno dei suoi Pharmaceutical Paintings, che spesso ho ritenuto di valore assai discutibile e che invece lì m’è parso più originale e innovativo di molti altri lavori.
Tuttavia, in fondo, sto soltanto esponendo una posizione personale di matrice critica, che non inficia affatto il giudizio sulla qualità dell’esposizione in sé e del lavoro svolto da Bonami (anche sulla sua figura di curatore si potrebbe disquisire a lungo: non è il caso di farlo qui e semmai lo farò in altro momento, anche se devo dire che, in tal caso, il suo lavoro è stato ottimo). Ribadisco, dunque: Don’t shoot the painter è una mostra veramente bella, il cui unico difetto, in fondo, è che risulta fin troppo limitata e di breve durata per un appassionato d’arte verace come lo scrivente. Bella e quindi da visitare, perché potrebbe ben essere che chiunque la pensi in modo opposto a me circa lo stato della pittura contemporanea in essa possa trovare motivo di ancor maggiore convincimento in proposito. A ben vedere, l’arte contemporanea è proprio questo: creare vitalità di pensiero, dinamismo intellettuale, discussione e confronto. Il giorno che l’arte conseguirà il consenso unanime e indiscutibile, sarà veramente giunta alla fine dei suoi giorni.

P.S.: le immagini della galleria sono di mia produzione smartphonica, dunque perdonate la opinabilissima qualità!

INTERVALLO – Tambre d’Alpago (Belluno), la “Casa dei Libri” di Livio De Marchi

casadeilibri2Una sorta di visione onirica, o scaturente direttamente da una fantasia letteraria (nel senso più pieno del termine), che è divenuta realtà nelle foreste dell’Alpago
E’ la Casa dei Libri di Tambre, il singolare edificio che il noto scultore Livio De Marchi ha scolpito interamente nel legno, facendo del libro il protagonista assoluto. Le pareti esterne sono composte da centinaia di libri scolpiti ed incastonati uno ad uno, la staccionata che la circonda è una lunga fila di matite con la punta colorata, mentre il cancello è un paio di occhiali sorretto da due penne stilografiche. Ed anche all’interno si ripete la magia della favola con la stufa economica scolpita in legno, il caminetto sorretto da due libri di marmo e la biancheria stesa ad asciugare in bagno, naturalmente sempre scolpita nel legno.

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Un posto che sembra veramente fuoriuscito da una fiaba, che tuttavia lancia un messaggio a favore del libro (e della magia dei libri) assolutamente concreto e reale.
Cliccate qui per saperne di più.

P.S.: grazie a Stefania Comi per la segnalazione.

Dürrenmatt: il pittore che scriveva libri e lo scrittore che dipingeva quadri

74DurrenmattVenticinque anni fa se ne andava Friedrich Dürrenmatt, uno dei più grandi scrittori europei del Novecento – inutile rimarcarlo. Ma, a fronte della sua rinomata produzione letteraria, ricca di autentici capolavori (questo, ad esempio), pochi sanno che Dürrenmatt fu anche appassionato pittore. Anzi, fino all’età di 25 anni il grande scrittore elvetico esitò tra le due carriere, prima di scegliere definitivamente la letteratura.
Questo comunque non gli impedì di dipingere e di disegnare per tutta la vita, pur restare però ben lontani dai riflettori di media, gallerie, ambito artistico e quant’altro. “Dipingo come un bambino, ma non penso come un bambino. Dipingo per la stessa ragione per cui scrivo: perché penso.” Così diceva Dürrenmatt della sua attività pittorica, mentre Ulrich Weber, responsabile del Fondo Letterario Friedrich Dürrenmatt all’Archivio Svizzero di Letteratura, ritiene che in Dürrenmatt l’arte sia complementare alla scrittura per ragioni biografiche. Come detto, fino all’età di 25 anni, Dürrenmatt esitò tra l’arte e la letteratura, prima di scegliere quest’ultima. “In seguito, in quanto scrittore e soprattutto drammaturgo, è stato confrontato con le reazioni a volte violente del pubblico e dei critici. Era più vulnerabile di quello che voleva mostrare. Era quindi importante che si ritagliasse un settore in cui poteva esprimersi in assoluta libertà. La pittura era una ricreazione (…) Chi vuole capire gli scritti di Dürrenmatt deve anche conoscere i disegni. All’opposto, nella sua pittura c’è una grande forza che merita di essere (ri)conosciuta. Del resto, è stato lui stesso a lanciare l’idea di una fondazione artistica nel suo testamento.”

La fondazione artistica voluta dallo scrittore e citata da Weber è oggi il Centro Dürrenmatt Neuchâtel (CDN), museo dedicato all’opera letteraria e pittorica di Dürrenmatt e situato nella città dove lo scrittore visse dal 1952 fino alla sua morte. Il CDN è stato concepito da Mario Botta e integra nella sua architettura anche la casa dello scrittore e pittore.
Per approfondire invece la conoscenza di Friedrich Dürrenmattpittore, cosa assolutamente interessante se già avete letto qualche suo libro per penetrare ancora meglio nell’universo dürrenmattiano, ovvero se non lo avete mai fatto e volete approcciare il personaggio e la sua opera in maniera “alternativa”, vi consiglio Dürrenmatt: scrittore fuori, pittore dentro, un ottimo articolo a firma di Isabelle Eichenberger e pubblicato su swissinfo.ch, ricco peraltro di numerosi approfondimenti e con un’ampia galleria di immagini delle opere artistiche di Dürrenmatt.

Francesco Bonami, “Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata”

cop_Bonami-CattelanMaurizio Cattelan è il più importante artista italiano vivente.
Bene, potrei chiudere anche qui la presente recensione, confidando nel fatto che, quando uno raggiunge un certo status, tutto ciò che lo riguarda inevitabilmente assume la stessa valenza – circostanza che peraltro nell’arte contemporanea è parecchio diffusa.
Tuttavia, la questione non è – e non può essere – così semplice. Innanzi tutto perché Cattelan è un artista (ribadisco, l’italiano più importante, oggi) senza essere un artista. Voglio dire, i suoi lavori sono opere d’arte, tali considerati e peraltro dotati di senso e valore assolutamente tipici di certa arte contemporanea di matrice politica (quantunque nel libro sia affermato che artista politico e/o impegnato non lo è affatto), ma più che un artista propriamente detto, Cattelan lo definirei più un agitatore artistico, un provocatore nel senso più alto del termine ovvero non colui che faccia soprattutto casino per far parlare di sé, ma che lo faccia per far parlare di qualcosa, e per istigare su quella cosa un certo brain storming collettivo e pubblico. Anche se, poi, la forte carica ironico-sarcastica di tanti suoi lavori tende a lasciare nel (grande) pubblico meno avvezzo alla contemporaneità artistica una sensazione di diletto, più che di ponderazione e di giudizio.
D’altro canto, pure questo Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011) che Francesco Bonami – a sua volta uno dei più importanti personaggi della critica artistica contemporanea italiana (e non solo), nonché mentore di Cattelan – gli dedica non è una vera autobiografia…

Leggete la recensione completa di Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

L’artista non deve mai diventare un’opera d’arte! (Cattelan/Bonami dixit)

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Il rischio più grosso, per tutti ma in particolare per un artista, è finire col diventare un’opera d’arte, diventare quello che uno fa e non quello che uno vorrebbe essere. Quando le idee diventano più deboli di chi le ha pensate, si accende una luce rossa. Il livello di allerta è massimo. Bisogna evacuare la zona, bisogna abbandonare la nave. Bisogna uscire dalla bottiglia prima che ci rimettano il tappo.

(Maurizio Cattelan (Francesco Bonami), Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.117.)

In fondo Cattelan – o Bonami che del suo io narrante s’è appropriato, nel testo da cui è tratta la citazione e che ho recensito qui – sostiene esattamente (con riferimento all’ambito artistico) quanto io vado dicendo da tempo riferendomi all’ambito letterario, ad esempio in questo articolo pubblicato qui sul blog un paio d’anni fa. Ovvero, il fatto che ci siano in circolazione molti scrittori “famosi” che hanno scritto libri i cui titoli solo chi ha letto sa citare: ciò che io ritengo una stortura insensata. Fatevi dire da qualcuno qualche nome di scrittore famoso, appunto, e troverete tanti capaci di citarne a bizzeffe; chiedete poi di citarvi qualche titolo di opere da quegli scrittori famosi pubblicate e, ci scommetto, faticherete a trovarne un paio capaci di ciò – escludendo ovviamente i lettori forti, peraltro a loro volta merce rara.
Ciò non ha senso, ne sono convinto. Deve restare il libro e possibilmente la sua bontà letteraria, nella mente della gente, non il nome di chi l’ha scritto – se non per mera conoscenza nozionistica. Altrimenti, la letteratura in quanto disciplina artistica, con evidenti rilevanze sociale e culturali in genere, perde buona parte del suo senso.