Siamo un po’ tutti degli “scemi in scena” (August Strindberg dixit)

“Per di più si pretende, con insistenza, la gioia di vivere, tanto che i direttori dei teatri non fanno altro che ordinare farse quasi che la gioia di vivere si riduca a fare gli scemi in scena e a descrivere gli uomini come tanti invasati o idioti. Io trovo invece la gioia di vivere nelle forti crudeli lotte dell’esistenza e godo sempre nell’apprendere qualcosa, nell’istruirmi.”

(Johan August Strindberg, La signorina Julie, 1888.)

166810Sono passati quasi 130 anni dalle succitate parole di Strindberg. Ma provate a sostituire “teatri” con “canali TV”… non vi pare che diventi di colpo una citazione di valore assolutamente contemporaneo?

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.

Nella società delle apparenze non c’è posto per il libro (Leo Longanesi dixit)

Il bene, il bello, il giusto sono termini di perfezione, miti, aspirazioni destinati a cedere il passo alla nuova dea, la notorietà. Ora si tratta soltanto di farsi un nome, di uscire dal buio delle masse con qualsiasi mezzo. La pubblicità avanza implacabile con l’aiuto della tecnica, del proletariato e del capitalismo. E’ naturale che al libro, in questo nuovo mondo, tocchi un posto nell’ultima fila.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.104)

Leo Longanesi: la fabbrica del dissensoInsomma, l’immagine è tutto. Anche Longanesi, più di mezzo secolo fa, lo aveva capito, e aveva capito che, in una società votata all’apparire più che all’essere, qualcosa come un buon libro che è e non può essere apparenza, avrebbe avuto vita grama. Così infatti sta accadendo, se non che, paradossalmente ovvero grazie ad una editoria paradossale, certi “libri” hanno scelto di apparire come tali, più che esserlo. E basta vedere le classifiche di vendita o le paginone promozionali sui quotidiani per capire quali siano – ma non credo che ciò nemmeno serva per capirlo, giusto?

P.S.: cliccate sull’immagine di Longanesi per leggere la mia recensione al testo da cui è tratta la citazione.

Ogni libro ha il suo “carattere”… (Leo Longanesi dixit)

Gli scrittori si debbono dividere in due schiere: quella alla quale debbonsi stampare gli scritti in elzeviro, e quella alla quale debbonsi stampare in bodoniano. Se dovessi dirti a quale schiera farei appartenete diversi scrittori, mi troverei sinceramente imbarazzato, ma ti posso assicurare che ben pochi reggerebbero al Bodoni e molti si troverebbero a loro agio nell’elzeviro e ancora meglio nei caratteri meno austeri e perfetti. (…) Non bisogna mai che la bellezza dei caratteri, o per meglio dire della carta stampata, prenda la mano alla prosa che dentro vi si trova; ed io credo che il peggior servizio che si possa fare a uno scrittore, sia quello di stampargli un libro con un carattere che non sappia intonarsi allo scritto.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.132)

Leo_Longanesi_1956Ovvero: quando la scrittura, e la conseguente attività tipografica ed editoriale, era anche una questione estetica. E lo sarebbe ancora, ma mi pare che la cosa si sia piuttosto dimenticata, col tempo.
(Per la cronaca: questo è il carattere Elzeviro, e questo è il Bodoni.)

Per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire (Leo Longanesi dixit)

Si parla di romanzo e non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.146)

longanesi_h_partbLonganesi denotava sagacemente quanto sopra già sessant’anni fa… ecco, fate conto che da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Anzi, di più: guai se oggi scrivere romanzi debba essere un esercizio letterario di senso sociale, politico ovvero culturale e, perché no, artistico. E’ il metodo più veloce per non farsi pubblicare, questo!
(P.S.: cliccate qui per leggere la recensione del libro di Francesco Giubilei da cui è tratta la citazione.)