“Bestia” a chi?

Nei giorni scorsi ho letto un intervento di Mauro Corona sulla vicenda dell’orsa Daniza, nel quale lo scrittore imputava quanto accaduto alla palese incapacità dell’uomo di convivere con la Natura e di conoscerla per imparare a rispettarla. Le sue parole, e la riflessione sul rapporto tra noi umani – esseri più intelligenti e dominanti del pianeta per autoproclamazione, più che per meritorietà evolutiva – e gli animali, mi ha fatto tornare in mente un’avventura vissuta parecchio tempo addietro – almeno un quindici anni fa, diciamo – della quale scartabellando tra hard disk e vecchie cartelle di files ho ritrovato quanto allora mi venne da scriverne…

billy-the-goat300Quella volta me ne andai sulle montagne al confine con la Svizzera per salire una cima di oltre tremila metri, naturalmente da solo – naturalmente per me, che ritengo la montagna come ideale ambiente per la contemplazione, un’arte da perseguire senza troppi disturbi intorno. Rido, per quell’esperienza assolutamente buffa ma anche emblematica, che mi portò molto vicino alla vetta ma a circa cento metri dalla stessa dovetti tornare indietro per il sopraggiungere di neri e minacciosi nuvoloni da temporale estivo – era fine Luglio – e si sa quanto possa essere nefasto un temporale estivo a oltre tremila metri, e come la calura di fine Luglio possa in breve trasformarsi nel gelo himalayano di una tempesta di neve fuori stagione. Comunque, per fortuna, non arrivò niente del genere, e scelsi di scendere per una via che non conoscevo, se non per averla letta su una guida e immaginata in qualche modo nella mia fervida mente. Bene, insegnamento numero uno, che trassi da quel giorno in montagna: non è detto che una guida, in quanto tale, dica la verità. Stando ad essa ci doveva essere, in quel vallone, un sentiero che era poco meno che una tangenziale, largo, comodo e agevole: se c’era, doveva essere evidentemente invisibile, o forse era sommerso da uno strato colossale di giganteschi massi da disgelo, sui quali dovetti saltare qua e là e scalarli e discenderli facendo attenzione a non finirci dentro – tra due degli stessi, voglio dire. Comunque il bello doveva ancora venire, un poco più a valle, e il bello in questione era un bel gregge di almeno duecento capre di montagna, dalle corna assai lunghe e dal pizzetto ben appuntito, che vistomi discendere in maniera molto istintiva su quelle praterie d’alta quota, presero a corrermi incontro, tanto che io mi sentii improvvisamente il bersaglio vivente di una mandria di rinoceronti a digiuno da tre mesi finalmente felici di provare su una creatura vivente l’effettiva acuminatezza delle punte delle proprie belle cornone! Apriti cielo – e discendi elicottero a salvarmi, che non venne in realtà – presi a correre con già nella testa il terrore per la visione di un fondoschiena preso a cornate da quelle terrificanti caprone d’alta montagna, forti della loro misantropia nei confronti della società e soprattutto della componente misos, odio, e quindi nemiche giurate dell’uomo in quanto sporco invasore del loro territorio inviolabile. E corri, e corri, veloce su un terreno accidentato sul quale neanche un carrarmato supererebbe in velocità una lumaca, e loro dietro con la scaltrezza dell’abitudine di movimento su un pendio talmente dissestato.
E ora che faccio? – dico io, sconvolto anche dal fatto che il dover scappare lontano dalle capre poteva comportare il pericolo di perdere definitivamente anche il più piccolo scampolo di sentiero per il rientro a valle, nonché il ritrovarmi sul bordo di un precipizio alto solo quel due, o tre, o quattrocento metri…
Ogni tanto mi rigiravo dietro, per controllare il movimento di quell’accozzaglia apparentemente disordinata di quadrupedi ruminanti cornuti d’alta quota, e ne vedevo sempre davanti uno, che dedussi fosse il “capo” del branco, anche dal fatto che le sue corna erano smisuratamente grosse e lunghe, ben più di quelle di tutti gli altri esemplari: non mi distoglieva lo sguardo di dosso, e i miei occhi si incrociavano sovente nei suoi, azzurri e inopinatamente (almeno nella sensazione da essi fornita) umani.
Correvo già da sei o sette minuti, e le quattro e passa ore precedenti di cammino sostenuto cominciavano a farsi sentire nelle gambe e nei polmoni, tant’è che mi dissi d’improvviso: beh, Davide sconfisse Golia, chè io Davide non potrei sconfiggere duecento Golia cornuti? No che non potevo! – domanda idiota. E corsi (scappai) ancora più veloce.
Tuttavia a quel punto ero proprio scoppiato, e per di più stavo perdendo i riferimenti del panorama che mi potevano consentire di ritrovare il sentiero smarrito. Giunsi su un sassone, ci saltai sopra e mi voltai di scatto, rivolgendomi al caprone-capo (per… ovvio diritto gerarchico, ecco) come mi sarei rivolto ad una ipotetica moglie che m’ha fatto le corna cento volte e poi vorrebbe ancora aver ragione.
«COSA C***O VUOOOIIIIIII?!?!?!?» gridai al cornutone con la voce roca e affaticata dopo siffatto correre in alta quota; lui, manco m’avesse compreso, si bloccò, guardandomi con quegli occhi azzurri e penetranti. Di colpo, come per un comando inudibile, tutte le altre capre, obbedienti come mai umano saprebbe essere in maniera così automatica, si bloccarono, e lo scampanellare disordinato dei loro collari si trasformò di colpo in un totale silenzio da duello nel selvaggio West.
Ora, datemi del pazzo, dell’esaltato o dell’allucinato, ma lì, da quell’attimo in poi, in quello sguardo incrociato tra due mondi, due regni naturali, due tipi terrestri ma tra di loro extraterrestri, capii una volta di più che spesso l’uomo ritiene la bestia bestia e sbaglia, di grosso pure, se non altro a non ritenere anche lo stesso del contrario. Capii che probabilmente quel caprone di montagna e le sue sodali cornute non erano assolutamente ostili, ed anzi, in quegli attimi nei quali ci confrontavamo nella più soave quiete che solo un vallone isolato dalla civiltà può donare, forse volevano solo darmi il “benvenuto” tra loro, se così posso dire. Capii che spesso, o forse sempre, la mente umana distorce le cose nella maniera più consona all’interesse di una sola parte e di quel solo momento, ed offre visioni della realtà private della capacità di valutazione anche dell’essenza vera di quella stessa realtà. E se io pensai erroneamente a quelle capre come a creature ostili ed in cerca di attaccabrigaggio, ora cerco d’immaginare a cosa pensavano loro per il caso contrario, con la loro mente animale certo più pura e libera dai condizionamenti deviati di una società profondamente corrotta come quella umana, e a cosa penserebbero se si trovassero per gran caso e sfortuna nel bel mezzo di una città moderna e socialmente “avanzata” come quelle in cui viviamo senza batter ciglio o quasi, tra auto puzzolenti, inquinamento capillare, maleducazione varia e assortita e comportamenti umani peggio che animaleschi…
Fatto sta che come ho detto si bloccò, quel gregge, restò qualche attimo fermo, poi si spostò un poco più a monte – sempre col caprone-capo in testa: così, mi diede modo di continuare verso valle, imboccando un canale che scendeva in modo piuttosto agevole. Mi fecero passare, insomma. O almeno io sono convinto che sia così, e nulla mi può far pensare altrimenti, anche se la cosa può ben apparire casuale e illogica.
Mi diedero una gran lezione di vita, già, quelle capre lassù nel vallone sperduto tra i monti di confine col loro bearsi di una condizione vitale ancora autenticamente naturale, ben diversa da quella arrogantemente semi-divina ma in realtà decadente alla massima potenza della razza di cui un rappresentante (io), fortunatamente dissociato da essa, spero (spero…), avevano di fronte: la loro condizione etologicamente isolata le aveva purificate da qualsiasi istinto violento e rabbioso, e non vi era odio in loro se non per chi le avesse attaccate direttamente. Un tale istinto triviale, invece, faceva capolino in me nel mentre che da loro fuggivo: fortunatamente, la mia passione per la Natura e gli ambienti selvaggi mi impedì di far decadere l’impulso logico di autodifesa verso la becera violenza, per alzare un bastone da terra, o un sasso, e scagliarlo contro quel bestione dagli occhi profondi e immensamente più umani di un umano qualsiasi. Per di più, avrei sicuramente scatenato la sua reazione difensiva, certo più giustificata della mia e assai più dolorosa, immagino… Egli, il caprone selvatico, saggiamente non-umanizzato ovvero non corrotto dall’uomo e dalle sue usanze, mi spiegò, senza parole, che la realtà effettiva delle cose non sempre è quella che i nostri occhi vedono, in quanto non è l’occhio che vede ma sempre è il cervello. Quando funziona, certo. (Ogni riferimento all’uomo moderno è puramente voluto).

Mirella Tenderini, “Tutti gli uomini del K2”

cop_tutti_gli_uomini_del_k2Certe montagne sono maggiormente popolari presso il pubblico per mere ragioni geografico/scolastiche – ad esempio il Monte Bianco, che ci viene insegnato a scuola come il più alto delle Alpi, o lo stesso con l’Everest, così come molti, anche tra i profani d’alpinismo, ad esempio conoscono il Cervino per la sua caratteristica e spettacolare forma. Certe altre vette sono invece divenute note – almeno tra gli appassionati di montagna – grazie alla fama di chi le ha affrontate e salite: penso al Petit Dru con Bonatti (ma quanti che conoscono Bonatti salitore del Dru sanno dove esso si trovi?), o alle Grand Jorasses con Cassin. Abbiamo poi tutti quanti scoperto che gli 8000 sulla Terra sono 14 grazie alle imprese di Messner, primo salitore di tutti; ma ci sono vette le quali, a prescindere dalle cronache alpinistiche e non che ne hanno parlato, hanno per così dire una personalità montana più spiccata di altre, ovvero un fascino che le ha rese sotto certi aspetti “leggendarie” – e non intendo riferirmi a miti religiosi e/o a tradizione del folclore delle genti che ne hanno frequentato le pendici. Il K2 è certamente una di queste: un immane cristallo che si eleva verso il cielo dalla forma quasi perfetta, lucente di ghiaccio, possente, spaventoso nella sua infinità e altrettanto incantante qualsiasi occhio che l’abbia ammirato. In base a questa personale premessa trovo mirabile l’idea alla base dell’ultimo libro di Mirella Tenderini, Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio), uscito in occasione del 60° anniversario della conquista della vetta che i locali chiamano ChogoRi

Mirella Tenderini
Mirella Tenderini

Leggete la recensione completa di Tutti gli uomini del K2 cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Un primitivo in “vacanza” (anche dal web)

Edward Hopper, "Sun in a empty room", 1963
Edward Hopper, “Sun in a empty room”, 1963

Tornato dalle vacanze, mi riconnetto al web (il mondo dove ormai tutti quanti siamo – voce e senso antropologico del verbo essere) con una vaga sensazione di rimorso, già… Per aver avuto il coraggio, anzi, la sfacciataggine di fare vacanza (assenza, ovvero “l’essere vacante; la condizione di un ufficio privo del titolare” – cfr. Dizionario Garzanti) anche dal web, dai social network, dai servizi di messaggistica e da tutto il resto.
Certo, uno smartphone ce l’ho anch’io, le varie notifiche le leggevo e ho risposto ai messaggi più urgenti ma, appunto, ho ancora l’illusione, o l’ingenuità, di pensare alla “vacanza” in ogni sua accezione e soprattutto in quella per me fondamentale di assenza – da casa, dal lavoro, dalla vita di tutti i giorni, dall’ambiente che mi vede attivo (volente o nolente) per quasi tutti gli altri 350 giorni dell’anno.
E la vacanza, in tal modo, non può non significare viaggio, non importa verso dove o quanto lontano: siano 10 chilometri o 20.000 il senso è lo stesso. Viaggio totale, del corpo e della mente, viaggio spaziale dunque e viaggio – se così posso dire – “temporale”, quanto meno per come la cadenza cronologica spesso rigida, a volte frenetica, che governa le nostre vite quotidiane può essere finalmente messa da parte e sostituita con altri ritmi e altri orari, almeno per due settimane. Inoltre, il “mio” viaggio deve essere mentale anche per poter essere vero, per poter visitare, esplorare, conoscere, comprendere e assimilare altri luoghi, altre genti, altre culture – che sia un paese lontano ovvero la montagna o la spiaggia a mezz’ora d’auto da casa, lo ribadisco, non importa ciò.
Per questo la mia vacanza è stata anche dal web, in quasi ogni sua forma interattiva contemporanea. E per questo, parimenti, sento quel rimorso di coscienza dovuto al fatto di essermi così assentato, per non aver intrattenuto conversazioni con i miei vari contatti come al solito, per aver fatto mancare i vari “mi piace”, per non aver letto tutte le notifiche, i post, i commenti. Mi dispiace molto di questo, e ora cercherò di rimediare a tutti i ritardi e alle eventuali mancate risposte, se ne devo; ma è stato (quest’anno come gli anni scorsi e come quelli futuri, lo dico fin d’ora) una sorta di “obbligo” al quale non ho voluto sottrarmi. Non sto ovviamente sostenendo, con ciò, che coloro i quali anche in vacanza restano connessi e attivi continuamente sul web sbaglino, anzi: è certamente la migliore e più giusta interpretazione, la loro, del prezioso concetto social del web contemporaneo, e in effetti il mio rimorso nasce anche dalla sensazione di rifiutare, con la mia “vacanza”, i grandi e meravigliosi vantaggi della connettività in rete oggi a disposizione di tutti, ovunque ci si trovi. La mia è semplicemente una scelta, probabilmente primitiva e anacronistica, che mi permetto di impormi (e imporre a chi è in contatto con me, il quale sia certamente libero di biasimarmi!) solo perché vale per due settimane all’anno, non di più. Due settimane nelle quali, se per tutto il resto dell’anno il web ci consente di viaggiare dovunque restando seduti a casa o in ufficio, decido di viaggiare nel mondo reale ovvero fuori dalla virtualità della rete, con le mie gambe, la mia mente e lo smartphone nello zaino, dal quale fuoriesce solo la sera in hotel. Ok, oggi mi è toccato perdere qualche mezz’ora per vagliare la montagna di messaggi ricevuti sulle caselle di posta e sui social network, senza dubbio, ma d’altro canto in tal modo ho riscoperto il piacere di riconnettermi al mondo virtuale e di riscoprire nuovamente tutte le sue potenzialità, proprio come quando si torna a casa dopo un periodo d’assenza e ci si bea di nuovo delle sue comodità. Per apprezzare al meglio una cosa, in fondo, bisogna ogni tanto sentirne la mancanza.

INTERVALLO – Aosta, CAFè Librairie

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Ad Aosta un bellissimo caffé-libreria, specializzato soprattutto (e inevitabilmente, mi verrebbe da dire, vista la vicinanza di grandi e celeberrime montagne alla città!) nei libri di montagna, con testi in lingua italiana e francese, che peraltro già dice molto di sé nel nome, in verità un quasi-acronimo: Culture Alpine et Francophonia…
Cliccate sull’immagine per visitare la pagina facebook del CAFè Librairie e saperne di più.

Dalle stalle alle stelle. Se dalla montagna può “discendere” la salvezza culturale della nostra società…

Ghirri-Luigi-Alpe-di-Susi-Bolzano-1979Vorrei proporvi un argomento diverso da quelli soliti trattati qui nel blog – anche se a ben vedere, e credo ne converrete anche voi, a fine lettura, sto comunque disquisendo di cultura, e pure di quella molto alta.
Voglio parlare di montagna, ambiente che amo frequentare e che trovo assolutamente stimolante per le mie scritture, ma in tal caso voglio dissertarne in chiave sociale/sociologica – peraltro, non a caso, quanto andrete a leggere mi si è formulato nella mente proprio durante un’escursione sui monti…
Montagna in chiave sociale e/o sociologica, ho scritto: già, e voglio riferirmi in primis a quel processo che ha avuto inizio nel dopoguerra sull’onda dell’industrializzazione intensa del territorio italiano il quale, per via delle relative modificazioni alla società, al modus vivendi quotidiano, agli usi e costumi nonché, ovviamente, alla cultura, ha provocato un drammatico spopolamento delle aree di montagna e il conseguente deperimento generale dell’economia sussistente in esse. Un’economia rurale difficile, legata a poche attività faticose, scarsamente fruttuose – certamente molto meno che quelle industriali – inevitabilmente legate al clima e ai cicli stagionali. Per decenni i montanari sono emigrati, scendendo a valle nei paesi e nelle città ovvero dove le industrie sempre più in espansione abbisognassero lavoratori per l’incessante produzione di matrice via via consumistica. Di contro, la montagna si è trasformata in “divertimentificio”, come qualcuno l’ha definita, un luogo per il quale l’unica economia post-rurale possibile è stata ritenuta quella del turismo, e in particolare quella dello sci.
Un’evoluzione inevitabile, forse, quella della montagna nel 20° secolo, e sotto certi aspetti pure comprensibile – anche perché, banalmente, era impossibile pensare di aprire grandi fabbriche in mezzo ai monti, pensando di trattenere lì i residenti; tuttavia, tale evoluzione ha cagionato uno stato di “coma socioeconomico” profondo, alla montagna, privata di buona parte delle sue risorse umane e al contempo sfruttata in modo sovente insostenibile a fini turistico-speculativi. La si è creduta (ottusamente) per tanto tempo ricca, grazie al turismo, quando invece si stava impoverendo e sfiancando sempre di più.
Poi, negli ultimi anni, sulla scia della diffusione nel pensiero comune delle tematiche ecologiste e ambientaliste, oltre che di una sempre più condivisa avversione verso la società post-industriale, ultraconsumistica e verso tutti i danni da essa arrecati, c’è stato un certo ritorno alla montagna, soprattutto da parte di giovani i quali hanno riscoperto attività lavorative quasi scomparse – allevamenti, colture, sfruttamento sostenibile del territorio, eccetera – e che hanno fatto sperare in una (quasi miracolosa) inversione di tendenza, purtroppo per nulla sostenuta dalle istituzioni pubbliche le quali invece pare considerino già da tempo la montagna come una sorta di “zona morta”, priva di futuro – tra gli altri lo denunciò tempo fa con forza e a suo modo Mauro Corona, che da buon abitante del Vajont conobbe bene cosa può provocare il disinteresse della politica e delle classi dirigenti nei confronti del territorio di montagna. Si sa, la bieca e criminogena politica nostrana si fionda ovunque veda la possibilità di ricavi, di tornaconti, di intrallazzi e di inciuci, mentre altrove non si degna nemmeno di porre la pur minima attenzione…

Vorrei però ora porre la questione fin qui illustrata sotto una luce differente, di natura maggiormente sociologica – se non antropologica. Sì, dacché indubbiamente, se già la società post-industriale mostrava da tempo quanto ci fossero, dietro al (presunto) benessere diffuso, parecchie zone oscure, di degrado sociale, di scollamento pubblico, di ghettizzazione d’ogni sorta (tutte oscurità ben nascoste dalla chimera consumistica e dal panem et circenses imposto dal potere), la crisi finanziaria degli ultimi anni ha in qualche modo palesato ancora di più la natura anti-filantropica, per così dire, della società contemporanea, la sua mutazione in un sistema controllato dai poteri vigenti con modi sempre più oligarchici nel quale l’unico fine – per giunta assoluto – è quello della ricchezza e dell’influenza pubblica derivante, mentre ogni altro elemento basilare e necessario per una buona e democraticamente fruttuosa evoluzione sociale è stato sempre più messo da parte, se non a volte palesemente combattuto – vedi alla voce “cultura”, appunto. Abbiamo lasciato che la società da noi costruita, in cambio della possibilità (rivelatasi alquanto chimerica) di poter diventare tutti ricchi, distruggesse buona parte dell’umanità presente in essa, generando una socialità basata sull’avere, non più sull’essere, ecco.
Posto che se si vuole uscire dalla crisi in corso – la quale, qualcuno sostiene e temo a ragione, è stata ormai resa “cronica” dal sistema di potere proprio per fare che, grazie al costante stato di emergenza derivante, lo stesso possa arrogarsi il diritto di divenire ancora più soggiogante – e uscirne nel miglior modo possibile, bisogna indispensabilmente considerare di fondare la ripresa (termine da intendersi in senso generale, non solo economico ma pure, e soprattutto direi, etico) su una rinnovata consapevolezza culturale, sulla quale poi basare l’altrettanto fondamentale consapevolezza civica che, inutile dirlo, deriva anche da una virtuosa coesione sociale (mentre ora pare che l’egoismo, inteso come individualismo bieco, ottuso e direttamente generato dal sistema ultraconsumistico impostoci negli ultimi tempi, sia considerato il modus vivendi più figo da seguire). Bene: io credo che proprio la montagna, nel suo essere un ambiente comunque “difficile”, nel suo costringere l’uomo ad adattarsi ad essa e non viceversa – come è successo nelle pianure, con i danni da antropizzazione selvaggia che abbiamo tutti sotto gli occhi – con l’esigenza inevitabile di un rapporto di collaborazione quotidiana più stretta tra i residenti – perché, ovvio, gli agi, i servizi e i vizi della città mai potranno essere riprodotti tout court in mezzo ai monti – col suo conservare, tra le vette, un ecosistema umano che non diviene – anche nei casi peggiori – così corruttibile come quello della città e, ultimo ma non ultimo, col suo essere cultura – perché, non bisogna dimenticarlo mai, il paesaggio è cultura, e la difesa del paesaggio è azione culturale: se tale verità non fosse stata ignorata così profondamente, in Italia, avremmo meno scempi ambientali, meno dissesti idrogeologici, meno terreni e falde inquinate, e un territorio più bello e vivibile – possa rappresentare l’ambito migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) di una società finalmente più equa, più civica, più consapevole. Già da tempo immemorabile la saggezza popolare recita quel famoso detto, “la montagna è scuola di vita”: beh, con altre parole è proprio il senso di quanto vi sto scrivendo. Che poi, tale rinnovata società potrà comunque continuare ad essere supercapitalistica ma, nel caso, lo sarà con intelligenza, logica, assennatezza e onestà politica – dacché questo conta: ciò che si è, certo, ma ancor più come lo si è.
E’ un dato di fatto antropologico che l’essere umano, allontanato dalle logiche “urbane” (si intenda qui in senso negativo) e messo in contatto con la Natura, recupera in qualche modo un’etica quotidiana che invece la città, con il suo abbagliante luccichio, i suoi agi sfrenati, il suo mettere a disposizione tutto senza sforzo e l’offrire una soluzione a qualsiasi problema, ha purtroppo relegato nell’angolo più oscuro e ignorato dell’animo umano – lo diceva già Thoreau quasi due secoli fa. In montagna lo scempio ambientale è più evidente (il che purtroppo non ne ha evitati innumerevoli, ahinoi…), la prepotenza sociale è più lampante e più irrazionale, la speculazione economica e la dissennatezza civica balzano subito all’occhio, nel silenzio che tra i monti non è disturbato dal baccano urbano e mediatico. Voglio dire – e ribadire: la società civile in montagna non può non porsi di fronte a sé stessa, alle proprie azioni e al proprio presente, nel frattempo facendo gioco forza tesoro del passato e dovendo meglio immaginare e costruire il futuro; e ogni individuo, nelle terre alte, non può non partecipare a tale quotidianità sociale, per il semplice motivo che il primo a trarne vantaggio sarà proprio lui (sarebbe così ovunque, inutile dirlo, ma sappiamo bene come la realtà sia ben diversa). Dunque proprio dalla montagna potrebbe venire un (rinnovato) modello di società civile che da tale ambiente ancora tutto sommato puro – o comunque meno corrotto che quello cittadino iperantropizzato – mutui le migliori virtù vitali, e dal progresso contemporaneo le migliori tecnologie e le più proficue evoluzioni sociali. Paradossalmente, mi viene da pensare e sperare, proprio quelle condizioni che dal dopoguerra in poi causarono lo spopolamento della montagna potrebbero essere le stesse che, in tutta la loro inesorabile schiettezza, consentano di rigenerare una società autenticamente umana nella quale l’uomo, l’essere umano, il cittadino, l’individuo libero, torni ad essere il centro. Così come dovrebbe essere e dovrà sempre essere in futuro, in qualsiasi forma sociale, se vogliamo che la nostra civiltà continui ad essere considerata tale e non diventi invece uno spaventoso mondo alla 1984 di Orwell.

Insomma, per concludere: la montagna e la sua Natura (in senso generale) ancora “brada” possono concedere all’uomo quello spazio di azione civica che la città – ovvero l’ambito industrializzato, superantropizzato, ipermediatizzato, socialmente degradato e soggiogato alle più basse strategie consumistiche – forse non può più offrire, a causa dell’imminente autosoffocamento sociale. Bisogna salire, per ritrovare noi stessi e il mondo “nostro” – quello che dovremmo desiderare per vivere bene: all’apparenza quasi un anelito spirituale (come lo interpretò Henry Wadsworth Longfellow in quel celebre componimento dal quale lo stesso Club Alpino Italiano trasse il proprio motto: Excelsior!, letteralmente “più in alto”, in un’epoca nella quale la montagna era ancora totalmente viva) che tuttavia, qui, io mi auguro possa essere un concretissimo invito a ritrovare la migliore via sociale da seguire, per non ritrovarsi sempre più ridotti a numeri uguali a tanti altri, dunque formalmente inutili, in una società simile a un arido e sterile deserto etico.

(In testa al post: Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979)