[Immagine generata con Google Gemini AI.]«Di cosa ha veramente bisogno il territorio che amministro e miei concittadini che lo abitano?»
«Avendo soldi pubblici a disposizione, come li posso spendere affinché se ne ricavino più vantaggi possibile per l’intera comunità e non solo per una parte?»
«L’intervento che sto finanziando con risorse pubbliche è veramente il migliore possibile, il più consono, il più equilibrato per il mio territorio, o ce ne potrebbero essere altri potenzialmente più proficui?»
«Perché ho scelto di approvare l’intervento finanziato? Con quali criteri l’ho scelto, con quale valutazione di vantaggi e svantaggi, con quale analisi dei benefici e dei rischi che ne potrebbero derivare se qualcosa andasse storto?»…
…Eccetera.
Gli amministratori locali che scelgono di sostenere e approvare certi progetti infrastrutturali per i propri territori montani che in base al più ordinario buon senso appaiono opinabili, rischiosi, invasivi, decontestualizzati, secondo voi se le pongono domande del genere prima di approvarli? O, ancora più in generale: se la pongono qualche domanda sui loro territori, sulla realtà che li caratterizza, sulle comunità che ci vivono, prima di decidere cosa fare e come spendere le risorse pubbliche a disposizione?
O pur di “fare” velocemente e potersi vantare d’aver “fatto” entro la prossima tornata elettorale, di spendere in fretta quei soldi per paura che vengano girati altrove, di accontentare o soddisfare interessi particolari tralasciando di considerare quelli della collettività, di evitare l’interlocuzione con la comunità locale evitando così qualsiasi protesta o contestazione… di domande di quel genere certi amministratori locali proprio non se ne pongono?
Temo di no, a constatare la realtà delle cose. Però poi quegli amministratori si danno delle “risposte”, attraverso gli interventi e i progetti che propongono. Ma se non ci sono le domande, di che “risposte” si tratta, quale valore possono avere? Probabilmente nessuno, il che rende quelle (non) risposte quasi certamente sbagliate.
Noi tutti invece quelle domande ce le dovremmo porre di continuo, visto che i soldi spesi per tanti interventi realizzati o in progetto sulle montagne sono nostri: e di conseguenza dovremmo essere in grado di dare, e darci, risposte buone e valide. O forse anche noi trascuriamo un po’ troppo spesso di porcele?
Nel prossimo weekend, da venerdì 15 a domenica 17 maggio, a Rovereto si svolgerà il X Summit Nazionale delle Bandiere Verdi di Legambiente con il relativo Seminario Nazionale presso lo Urban Center della cittadina trentina. Quest’anno il Summit ha il significativo titolo “Controvento. Oltre i modelli intensivi: un nuovo sviluppo della montagna”, che compendia alcuni dei temi fondamentali per la realtà presente e futuro-prossima dei territori montani e fa da filo rosso alle relazioni che verranno presentate nel corso del seminario, nella giornata di sabato. Siete tutti invitati a partecipare: è un evento di portata nazionale di grandissimo interesse che permette di tastare il polso alla montagna italiana contemporanea affrontandone alcune delle tematiche più importanti grazie alla presenza e all’esperienza di chi in montagna vive e lavora.
Tra le relazioni del Seminario c’è anche quella che presenterò insieme a Maurizio Dematteis, Direttore dell’Associazione Dislivelli, dal titolo“«Misurare» l’accoglienza montana. Come il turismo può dare valore alle comunità”, con la quale illustreremo il lavoro svolto nell’ultimo anno, ovvero dal precedente Summit 2025 di Orta San Giulio, per la creazione della “Carovana dell’Accoglienza Montana” e per l’elaborazione degli strumenti atti alla misurazione del “Valore Aggiunto Comunitario” (VAC) che l’attività delle Bandiere Verdi genera nei propri ambiti locali. Un’attività i cui effetti non sono dati solo dai meri aspetti economici e dalla quantificazione materiale del lavoro svolto, ma anche – se non soprattutto, per realtà del genere – dal capire e misurare come e quanto le Bandiere Verdi sanno fare comunità, arrivando ad istituire un vero e proprio Osservatorio della Carovana dell’Accoglienza Montana che ogni anno possa presentare i numeri reali del VAC generato.
A seguire, io e Dematteis coordineremo il gruppo di lavoro delle Bandiere Verdi dedicato proprio al “Turismo dell’accoglienza montana”, nel quale ci sarà anche un intervento di Michele Nardelli, scrittore e grande conoscitore di queste tematiche. Nel secondo gruppo di lavoro, riservato alle Bandiere Verdi che si occupano di agricoltura di montagna, il tema sarà “Convivere con i predatori: il difficile ruolo della pastorizia oggi”, e il coordinamento è stato affidato alla prestigiosa figura di Marco Albino Ferrari.
L’intero programma del Summit lo trovate nella locandina qui sotto, cliccateci sopra per ingrandirla:
Il Summit di Rovereto è l’ennesima tappa di un cammino iniziato più di vent’anni fa grazie al quale il dossier delle Bandiere Verdi della Carovana delle Alpi di Legambiente racconta un pezzo di montagna italiana, offrendo una panoramica di quei tanti esempi virtuosi di adattamento alla realtà montana in divenire nel segno della sostenibilità ambientale in quota, la cui attività, appunto, viene riconosciuta dall’attribuzione della Bandiera Verde: dall’agricoltura all’allevamento, all’enogastronomia locale, alla gestione forestale, ai servizi alle comunità, alla produzione artistica e culturale nonché, ovviamente al turismo. Sono realtà spesso poco considerate dall’opinione pubblica o che restano nell’ombra di tutta quell’altra parte della montagna dei grandi numeri, dei grandi eventi come le Olimpiadi, della fruizione “industriale” delle terre alte italiane ma che, poco alla volta e costantemente, stanno crescendo e ottenendo un successo sempre maggiore. Posto ciò, i Summit annuali rappresentano l’evento principale che sa mettere in evidenza questo pezzo di montagna italiana resiliente e innovativa e le sue innumerevoli realtà virtuose.
Ecco perché partecipare al Summit è importante e interessante: lo è per le Bandiere Verdi, lo è per tutte le realtà assimilabili che lavorano in montagna con la stessa visione di ecosostenibilità, innovazione e relazione con le comunità, e lo è per qualsiasi appassionato di montagna che, grazie al Summit, può accrescere conoscenze, consapevolezze e fascino di ciò che le Terre alte italiane sono oggi e sapranno essere domani.
Per saperne di più date un occhio qui; il modulo d’iscrizione al Summit per la partecipazione ai gruppi di lavoro lo trovate qui.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Mi pare evidente che molte persone, quando salgono sui monti, assumono un atteggiamento di mero uso della montagna, per ragioni ludico-ricreative in primis ma non solo per questo. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, si tratta di comportamenti indotti dal costume del momento, da certo immaginario diffuso e, non di meno, da chi ha tutto l’interesse che si frequenti le montagne senza pensare troppo a ciò che si sta facendo perché su quei comportamenti ci costruisce i propri business.
Quanto sopra vale anche in altri ambiti: si pensi a come i beni comuni dei territori montani – acqua, legno, rocce, terre… – non siano definiti così nel lessico diffuso ma «risorse»: qualcosa da utilizzare e sfruttare, al fine di ricavarci una certa convenienza – di tale questione ne ho scritto di recente qui. Una visione prettamente utilitaristica, motivata materialmente dalla necessità di usufruire di quelle “risorse” ma ingiustificabile quando finisca per trascurare cosa realmente siano: beni comuni, appunto, oltre che elementi che danno vita all’intero ambiente, non solo a noi umani (che peraltro dell’ambiente siamo parte integrante, anche se ce ne siamo ormai dimenticati).
Il principio di fondo è lo stesso: molte persone usano le montagne per ricavarci una convenienza personale, sia anche solo il puro divertimento: legittimo, per carità, ma che non dovrebbe dimenticare il senso del contesto. Perché la montagne – territori speciali sotto infiniti punti di vista, inutile dirlo – non vanno “usate”, vanno vissute. Anche per quelle poche ore che ci si sta per svagarsi. Vanno vissute perché fanno vivere: lo sostengono tanti che ci vanno, ad esempio per “rigenerarsi” dalla quotidianità in città. Ecco, appunto: ma se la quotidianità che ci tocca vivere oggi è quasi del tutto fatta di azioni gioco forza utilitaristiche, dobbiamo proprio riproporre questo modus vivendi anche in montagna? Dobbiamo usarla come fosse una mera risorsa dalla quale ricavarci una convenienza personale, o non sarebbe molto più bello e gratificante viverla per quello che è realmente, cioè un bene che ci fa bene?
[Uno dei meravigliosi disegni “didattici” di Michele Comi.]Posta questa realtà, è triste e irritante constatare che, non di rado, quelli che “usano” le montagne in maniera utilitaristica e, dunque, consumistica – cioè come fossero risorse da sfruttare e consumare – sono gli stessi amministratori locali, i quali invece di riconoscere il fondamentale valore culturale di bene comune dei propri monti, decidono di sfruttarli e “valorizzarli”, cioè metterli a valore così che si possano usare, possibilmente pagando un prezzo. Una mercificazione consumistica, in pratica, come se le montagne fossero territori simili a tanti altri, spazi come quelli urbani concepiti come mere risorse da utilizzare. Quegli spazi che sono diventati dei non luoghi, nei quali conta solo l’uso che se ne può fare perché tutto il resto, la loro bellezza, l’anima, l’identità, si è perso o è stato sacrificato al tornaconto.
Il pensiero che anche le montagne possano diventare dei “non luoghi” dovrebbe essere semplicemente spaventoso. Eppure, ecco la proliferazione di infrastrutture turistiche che non danno nulla ai territori montani (anzi, li degradano) ma che le persone possono usare, la lunaparkizzazione delle montagne le cui specificità paesaggistiche e ambientali vengono annullate e piegate al servizio dell’attrazione ludica, la neve artificiale che, utilizzando l’acqua come “risorsa”, appunto, e dimenticano che sia un bene comune, permette di usare i pendii montani per il mero divertimento di chi vuole sciare anche se non ci sono le condizioni per farlo – di chi si disinteressa della montagna e della sua realtà, in buona sostanza. Eccetera, di esempi simili se ne possono fare molti.
Ma la montagna, quando usata, mercificata, consumata, venduta come una risorsa da sfruttare, viene condannata alla decadenza. Come ogni luogo che va vissuto e invece ciò non avviene. E ogni risorsa troppo sfruttata, senza consapevolezza, senza buon senso, senza limiti, prima o poi finisce. Siamo disposti a correre questo rischio? Possiamo essere talmente stolti?
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Al dossier “Nevediversa 2026”, curato da Legambiente, che da anni monitora con rigore scientifico, un’ampia messe di dati oggettivi e conseguenti analisi approfondite la realtà della montagna invernale italiana – dossier liberamente consultabile e scaricabilequi al quale ho avuto il privilegio di contribuire – ha risposto dopo pochi giorni l’ANEF, Associazione Nazionale Esercenti Funiviari – gli impiantisti che gestiscono l’industria dello sci in Italia, in pratica – con uno studio commissionato a PwC Italia non pubblico e non diffondibile (!) dal titolo “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”, con il quale si dimostrerebbe il valore aggiunto e la grande ricchezza che lo sci sarebbe in grado di generare e dunque in questo modo mirando a contraddire, indirettamente ma non troppo, i dati e le analisi di “Nevediversa”.
Ma è proprio così?
Un ottimo e chiaro lavoro di analisi sullo studio fantasma di ANEF lo ha fatto Veronica Vismara, Presidente della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia, pubblicandone poi il resoconto sul proprio sito web: leggetelo, è veramente esemplare e illuminante. Il titolo è già molto chiaro, “Cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna”: già, perché lo studio di ANEF fornisce alcuni dati, rilevati dalla stampa perché altrimenti non disponibili come detto, utili alla narrazione funzionale all’Associazione e ai suoi aderenti – e ci sta, ci mancherebbe – ma non ne riporta molti altri che da subito confuterebbero i primi e fornirebbero un’immagine ben diversa della montagna italiana turistificata dallo sci industriale.
Veronica Vismara con la sua puntuale analisi smonta punto per punto lo studio di ANEF e ne rileva la reale natura, molto meno virtuosa di quanto vorrebbe apparire – e, obiettivamente, pure meno positiva per l’immagine di ANEF e circa la descrizione delle sue attività sulle montagne. Dimostra come lo studio non sia un documentoindipendente e dunque verificabile, come i dati che presenta non si possano considerare compiutamente affidabili, come il metodo utilizzato per elaborarli risulti parziale e arbitrario, cioè funzionale a sostenere certe posizioni e dichiarazioni di ANEF, come non contestualizzi per nulla i numeri così magniloquenti che presenta, svuotandoli dunque di senso e significato concreto, come delle “sfide” che lo studio cita nel proprio titolo e che indubbiamente l’industria dello sci sta affrontando e dovrà sempre più affrontare, vista la realtà montana contemporanea (non solo ambientale e climatica) non vi sia traccia alcuna, eccetera. Attenzione, ciò non significa che lo studio di PwC Italia dica cose false: le dice in modo parziale, incompleto, strumentale, come fanno comodo ad ANEF insomma.
Così Vismara conclude la propria analisi:
Lo studio ANEF-PwC misura le ricadute economiche positive del turismo sciistico nei territori alpini più performanti d’Italia. Che lo sci generi indotto economico è un fatto ovvio, che nessuno contesta. La domanda vera, però, è un’altra: a quale costo complessivo (ambientale, sociale, finanziario pubblico) e rispetto a quali alternative?
A queste domande lo studio non risponde. Non perché non siano importanti, ma perché non è progettato per risponderci. È uno strumento di advocacy costruito per sostenere la narrazione di un settore, non un’analisi di policy pubblica.
Per chi vive in montagna e si chiede quale futuro avranno i propri territori, servirebbero studi diversi: indipendenti, completi, trasparenti, che mettano sul tavolo tutti i costi e tutti i benefici, che confrontino scenari alternativi, che includano le proiezioni climatiche, e che soprattutto siano leggibili da chiunque, non custoditi dietro una richiesta di autorizzazione.
Fino ad allora, quei numeri così rotondi che rimbalzano da una testata all’altra sono un racconto parziale. E un racconto parziale, per quanto sofisticato, non è una base su cui costruire il futuro delle nostre montagne.
Ora, alle considerazioni di Vismara io aggiungo un’altra domanda fondamentale da porsi, alla quale lo studio di ANEF non dà alcuna risposta: tutti quei soldi, quell’economia, quelle ricadute sui territori che l’industria dello sci genererebbe, dove vanno a finire?
Di sicuro non alle comunità, eccetto che per quei pochi soggetti interni alla filiera turistica alla quale tuttavia spesso vi risultato totalmente dipendenti, ostaggi, prigionieri. Tale verità è ben dimostrata dai dati demografici dei comuni che ospitano i comprensori sciistici i quali, salvo rarissimi casi, stanno costantemente perdendo abitanti e hanno gli indicatori strutturali (età media della popolazione, indici di ricambio della popolazione attiva, rapporto tra chi lavora e chi no, tasso di natalità, eccetera) in continuo peggioramento. Di questa realtà, con un focus sui comprensori sciistici della Lombardia, ne ho scritto su “Nevediversa 2026”: cliccate sull’immagine qui sopra, il mio articolo lo trovate da pagina 271.
Non solo: la provincia di Sondrio cioè la Valtellina, territorio dove l’economia del turismo soprattutto invernale la fa da padrone (non a caso è stata eletta sede delle recenti Olimpiadi invernali), è una di quelle da cui si emigra di più in Italia: gli iscritti all’Aire (il registro degli italiani residenti all’estero) sono oltre il 15% della popolazione, più del doppio rispetto alla media regionale. E ad andarsene sono soprattutto i giovani, i quali evidentemente non vedono alcun buon e prospero futuro nel restare tra le loro montagne. Cioè, non trovano tutti questi soldi che lo sci lascerebbe nei territori turisficati come ANEF vorrebbe far credere.
Dunque, ribadisco: tutti questi soldi che genererebbe il sistema dello sci dove vanno a finire? Probabilmente nelle tasche di pochi, di sicuronon a vantaggio dei territori e delle loro comunità, dei loro territori, dei bisogni, delle necessità che supportano la stanzialità abitativa e lavorativa. Senza peraltro considerare gli enormi debiti che parimenti vengono generati dallo sci e che gravano, questi sì, sull’intera collettività, visto che sovente vengono sostenuti dalle finanze pubbliche.
Bene, direi che non c’è molto altro da aggiungere.
Ribadisco l’invito a leggere il dettagliato e illuminante lavoro di Veronica Vismara e a non cedere a certi specchietti per allodole montane: la realtà delle nostre montagne è ben altra, più complessa e affascinante, ben lontana da strumentalizzazioni e propagande e in cammino verso un futuro inevitabilmente diverso da quello che certi soggetti vorrebbero imporre nel tentativo, sempre più disperato, di difendere i propri interessi. Che di questo passo prima o poi imploderanno, garantito.
[immagine generata con Google Gemini AI; cliccateci sopra per scaricare il dossier.]Come forse avrete letto sulla stampa e sui siti di informazione, l’ANEF, l’associazione degli impiantisti italiani, ha risposto piuttosto a muso duro al dossier “Nevediversa 2026” curato da Legambiente, presentato una settimana fa a Milano, e alla sua notevole messe di dati e di analisi della realtà di fatto della montagna invernale e del sistema neve, alle quali ho contribuito anche io come membro del gruppo di lavoro che ha elaborato il dossier.
Per quanto mi riguarda, non ritengo il caso di controbattere alle critiche di ANEF alimentando un dibattito che risulterebbe inevitabilmente frammentato e sterile; lo farò a tempo debito insieme al gruppo di lavoro di “Nevediversa”; lo hanno invece fatto da par loro, cioè con il prestigio e la competenza che li contraddistinguono, Marco Albino Ferrari e Mountain Wilderness per voce del suo Presidente Luigi Casanova. Alle loro ottime considerazioni c’è ben poco da aggiungere, al momento; d’altro canto capisco la reazione di ANEF, in fondo legittima come quella del capitano di una nave sempre più in balìa dei marosi il quale non voglia ammettere di aver sbagliato rotta e sia convinto di uscirne, nonostante la sorte ormai pressoché segnata.
Invece, nel leggere sul “Sole 24 ORE” le considerazioni che usa ANEF per controbattere ai dati e alle analisi di “Nevediversa” (e che ANEF sostiene di trarre da uno studio commissionato a Pwc Italia che però non è stato pubblicato on line), più che dalle considerazioni stesse – che, ribadisco, saranno analizzate con dovizia di particolari e replicate a tempo debito – mi ha colpito l’immagine a corredo dell’articolo. Un’immagine assolutamente significativa per come interpreti bene quell’“effetto moltiplicatore” economico che, secondo ANEF, lo sci genererebbe nei territori che ospitano i comprensori sciistici, il quale sostanzialmente si configura attraverso fattori quantitativi in costante crescita al fine di poter alimentare con continuità il “sistema neve” di matrice industriale: sempre più sciatori, sempre più piste, sempre più impianti, più veloci, più capienti, più cannoni per la neve artificiale e più piste innevate in questo modo, parcheggi più numerosi e ampi, strade più veloci verso le stazioni sciistiche… eccetera.
Guardate l’immagine – che, per inciso, non so quale stazione sciistica raffiguri, ma d’altro canto è inutile dire che di contesti simili le nostre montagne sono piene: le piste che brulicano di sciatori, gli impianti alla massima portata, i parcheggi nel fondovalle pieni di automobili, l’enorme ristorante, o quel che è, con la sua distesa di tavoli esterni, tutte le infrastrutture piazzate sui pendii per attrezzate, regolare, gestire, limitare, normalizzare l’attività sciistica (in un ambito che è sinonimo di libertà, come rimarcano i frequentatori più appassionati delle terre alte)… Io guardo l’immagine e mi (vi) chiedo: è montagna, questa? O è un gigantesco luna park invernale che per potersi mantenere attivo e far girare le proprie “attrazioni” abbisogna di sempre più clienti?
La porzione di territorio visibile nella parte alta dell’immagine, apparentemente intonsa, fa quasi tenerezza nell’osservarla così “incalzata” dalla parte di montagna pesantemente turistificata della montagna. D’altra parte intonsa non lo è affatto e non potrebbe più esserlo: immagino solo l’inquinamento acustico che giunga ad essa dagli impianti, dalle piste, dai ristori lungo di esse (i quali non fatico a supporre che siano rallegrati da musica ad alto volume, una cosa ormai consueta nei grandi comprensori sciistici) oppure quello dell’aria generato dalle centinaia di autovetture parcheggiate, che non saranno sicuramente tutte elettriche, per non parlare di quello cagionato al paesaggio, della visione di una montagna così pesantemente infrastrutturata, assoggettata alle necessità dei clienti-sciatori (ci mancherebbe, avranno pagato fior di quattrini il proprio skipass!), «valorizzata» in questo modo così da poter diventare un bene da vendere (con gli skipass, appunto) e da sfruttare fino a che i tornaconti dei gestori degli impianti siano conseguiti.
Ripeto la domanda fondamentale: è ancora montagna questa? O, per dirla in altro modo: è la montagna che vogliamo, ora e ancor più nel futuro? E, coniugando questi interrogativi alla dissertazione qui sviluppata: è questa la montagna che ANEF vuole imporre, che non vuole “liberare” dalle proprie mire, della quale ha sempre più bisogno per giustificare la propria attività e quell’effetto moltiplicatore dello sci vantato nello studio citato?
[Quest’immagine l’ho creata con Google Gemini AI ed è volutamente esagerata. D’altro canto quella vera dell’articolo del “Sole 24ORE” non gli è già simile in tanti aspetti?]Forse converrete con me che l’immagine a corredo dell’articolo del “Sole 24 ORE” sia realmente significativa, emblematica ed esemplare: quante situazioni simili, quanti comprensori sciistici che magari avrete visto e visitato ci assomigliano, sulle nostre montagne? E, ribadisco: le mie considerazioni non sono tanto riferite al qui-e-ora ma al domani, al futuro prossimo e a quel circolo vizioso turistico autoalimentante e autogiustificato che rotea sempre più vorticosamente del quale molti comprensori sciistici sono prigionieri ovvero incapaci, volenti o nolenti, di liberarsi. Proprio come il capitano che ha deciso per una rotta azzardata in mezzo alle correnti impetuose e, ora che la sua nave sta cominciando a imbarcare acqua, resta convinto di avere ragione e di potersela cavare. Tanto una scialuppa di salvataggio per lui ci sarà sempre; per i passeggeri invece, be’… come si dice in certi casi: c’est la vie!