25 aprile cosa?

Già da un po’ di tempo volevo scrivere qualcosa circa una questione culturale profondamente “italiana” che ritengo fondamentale tanto quanto sostanzialmente ignorata – anzi, evitata… Poi, per una di quelle “coincidenze” dal tempismo pressoché perfetto, ho letto Trans Europa Express di Paolo Rumiz – libro di cui a breve potrete leggere la personale “recensione”, qui sul blog –  nel quale ho trovato questo passaggio (pagg.120-121):

La memoria: ecco il tema chiave. Se la Germania ha pilotato il suo allargamento è anche perché ha ammesso le sue colpe storiche, e questa ammissione l’ha resa leggera e meno ambigua anche in territori dove ha compiuto i peggiori stermini. L’Italia no. L’Italia continua a far finta di non essere stata fascista e di aver vinto la guerra. Invece è stata fascista eccome; e ha perso la guerra, proprio nelle mie terre. La Germania ha fatto dei suoi “giorni della memoria” il tempo della responsabilità e del pentimento. Da noi, la parola memoria fa quasi sempre rima con autoassoluzione. Vi prego, non parlatemi di “italiani brava gente” perché abito sul luogo del misfatto. (…) L’Italia non ha avuto la sua Norimberga. Ecco perché non ha l’autorevolezza per chiedere ai vicini di fare pulizia nella loro memoria.

La questione culturale a cui facevo cenno poco fa l’avrete capita: in più di 70 anni l’Italia non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non s’è mai assunta – come comunità civile e politica – le proprie responsabilità, non ha mai realmente meditato su ciò che è successo ricavandone qualche buon insegnamento. Tutt’altro: rapidamente, fin dal primo dopoguerra, ha fatto come se nulla fosse accaduto – dice bene Rumiz – anzi, ha pure cronicizzato quelle problematiche ideologico-politiche scaturite dal periodo fascista rendendole ordinarie, normali, pur dopo così tanto tempo. Le polemiche in corso per questo ulteriore 25 aprile – solite, ormai, anno dopo anno – polemiche inconsistenti, stupide, infantili, rozze, dimostrano una volta ancora la realtà effettiva della situazione. Da una parte beceri neofascisti che paiono rimasti fermi al ventennio mussoliniano contrapposti ad antifascisti a loro volta bloccati in un antagonismo pseudo-partigiano, né più né meno come fossero le tifoserie di due squadre di calcio rivali – perché alla fine tutto, in questo nostro miserrimo paese, si riduce a comportamenti del genere: bandiere, campanili(smi), orticelli. Peggio che all’asilo, appunto. Si continua a inneggiare da una parte e dall’altra a periodi storici morti e sepolti senza provare nemmeno per un attimo a comprendere che l’orologio della storia nel frattempo ha continuato a girare, e lo ha fatto in maniera inversamente proporzionale alle rotelle del cervello di certa gente, la quale nemmeno per un attimo sembra tentare di fermarsi un momento, riflettere, elaborare, capire, ricontestualizzare il retaggio culturale scaturente da quel periodo storico al tempo presente, imparare, assimilare e solo dopo tutto ciò (ri)provare a dire qualcosa al riguardo. No, giammai! – tutti fermi, nemmeno arrivati al 26 aprile ’45, tutti fossilizzati sulle solite stupide parole convenzionali, sui soliti “se ci vanno loro non ci vado io!”, su quei ridicoli saluti romani o sui cori intonanti “Bella ciao”… E tutto il resto? Dov’è?

Dice bene Rumiz: ove la Germania ha fatto dei suoi “giorni della memoria” il tempo della responsabilità e del pentimento, l’Italia fa di essi il tempo del rinnovato scontro, della becera polemica, dell’ennesima dimostrazione della scempiaggine della classe politica (a sua volta incapace di fare i conti con la storia nazionale e di essere dunque da esempio per la cittadinanza… tutt’altro! È la prima a fare baccano! D’altro canto, al solito: ogni popolo ha i governanti che si merita!) ovvero il momento nel quale il paese, piuttosto che dimostrare la sua maturità civica e sociale, riesce per l’ennesima volta a dare il peggio di sé.

Ma, io temo (anzi, ne sono convinto), a ben vedere l’Italia non può fare i conti con la propria storia, ricavandone la più virtuosa memoria… a parte che la memoria qui nemmeno si sa cosa sia (tanti italiani neppure sanno cosa esattamente si festeggi, oggi!), il fatto che un paese decida di intraprendere un processo di assunzione di consapevolezza e responsabilità storica riguardo il proprio passato oscuro presuppone inevitabilmente che un paese ci sia, che ci sia una società civile considerabilmente tale, ben identificabile in senso civico, appunto, antropologico, culturale… Cosa aveva affermato (si dice) Massimo D’Azeglio, quasi due secoli fa? “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, no? Ecco: siamo ancora qui, come tanti bambini rognosi che continuano a litigare su di chi sia il pallone per giocare quando quel pallone è sgonfio da decenni.
Se ci sarà qualcosa da festeggiare realmente, d’ora in poi, in una giornata detta “della Liberazione”, sarà la finalmente ottenuta libertà da qualsiasi ottenebramento “nazional-mentale”, ovvero dalla ancora profonda immaturità civica che contraddistingue la comunità sociale di questo paese, incapace di voltarsi a guardare nel suo passato e, al contempo (ma pure per conseguenza inesorabile), totalmente miope nella visione del proprio futuro.

Tornerò ancora e presto, su tale argomento. Perché dobbiamo pur renderci conto di quanto sia grave tale situazione. Per il nostro bene, per il bene prossimo dell’Italia.

Viva l’Europa. E basta.

Oggi la Comunità Europa compie formalmente 60 anni: il 25 marzo 1957 veniva firmato il cosiddetto Trattato di Roma, fondamentale atto costitutivo di quella che ai tempi si definì CEE e oggi chiamiamo più semplicemente UE.

Inutile che io qui, ora, ribadisca i tantissimi problemi che ha l’Europa contemporanea – i media ce ne riempiono la testa quotidianamente da anni in modo più o meno attendibile. Problemi innanzi tutto politici, tuttavia, evidentemente dovuti a una strutturazione amministrativa dell’Unione non ben concepita ovvero non efficiente come doveva essere e come dovrebbe, e per di più funzionale a una classe politica evidentemente ignorante, spesso, sullo stesso concetto di “Europa”, la quale è la causa/effetto d’una relativa debolezza istituzionale che non riesce, non sa, non vuole, si disinteressa di armonizzare le tante voci europee in un solo tono, pur ricco di tutte le sfumature che si vuole ma unico e ben definito. Oltre che funzionale pure all’antieuropeismo diffuso da certe formazioni pseudo-politiche, per giunta.

Posto ciò, per quanto mi riguarda ci tengo a sancire, in questa data particolare, che io resto fermamente europeo, in ogni senso tale termine possa essere inteso, e le richieste di quei “certi” politici di uscire dall’Unione mi sembrano quanto di più ottuso e meschino si possa proferire al riguardo. Per far che, poi? – nel mondo di oggi nel quale la globalizzazione economica e finanziaria genera centri di potere sempre più grandi, influenti e invasivi contro i quali un singolo stato, conformato in base a dettami vecchi di decenni e superati sotto ogni punto di vista, non solo non potrebbe fare nulla ma verrebbe divorato dal quel sistema di potere in men che non si dica! Un suicidio sotto ogni punto di vista.

Sarebbe come essere a bordo di un nave che nel bel mezzo d’un oceano alquanto mosso non segua la rotta stabilita dacché governata da un equipaggio incapace, e piuttosto di sostituire tale equipaggio abbandonare la nave per imbarcarsi su singole bagnarole, che un’ennesima ondata più grande del normale molto facilmente spazzerebbe via.

Non solo, peraltro: è la nostra nave, quella dove abbiamo tutte le nostre cose. Le affideremmo, e ci affideremmo, a un equipaggio incapace? No, ovviamente! Invece che pensano, quelli? Di abbandonarla! Una stupidaggine di livello infinito, totalmente basata su visioni semplicistiche, da vacua discussione al bar se non tra bambini all’asilo (con tutto il rispetto per i bambini!), senza la benché minima visione strategica né politica né (soprattutto) culturale. Non è nemmeno più “populismo”, questo: è vera e propria idiozia. E non mi si venga a parlare di Gran Bretagna e Brexit: sarebbe come parlare di calcio portando esempi del tennis o della pallavolo e solo perché entrambi gli sport usano una palla!

La cultura, appunto: se l’Europa ha un problema politico, nulla c’entra con l’identità culturale comune che è inscritta nella storia e nel tempo dell’intero continente e della sua gente. Se non la si sa leggere non è un problema di scrittura ma di analfabetismo (funzionale e non solo). Noi siamo europei: lo sancisce la geografia sociale dell’Europa nonché il nostro patrimonio antropologico, mica quel politico o quell’altro e nemmeno qualsivoglia legge. Per questo non ci possiamo non sentire europei solo perché un gruppo di politicanti incapaci governa l’Unione (votati da chi, poi? Ecco, domanda lecita e risposta ancor più!): è da questo punto fermo, semmai, che la ricostruzione dell’identità culturale europea deve ripartire, ed è su tale ricostruzione che dovrà essere piazzata, quanto prima, una nuova classe politica con compiti di buon governo e con capacità di armonizzazione (ribadisco) delle varie peculiarità culturali delle genti europee – peculiarità molteplici ma che in effetti sono sfumature d’un unico colore, non tanti colori diversi che non si possono mischiare o, nel caso, generano un nuovo colore che non c’entra nulla con alcun altro precedente. Ma sta anche alla nostra consapevolezza culturale e identitaria di genti europee il poter ottenere quanto sopra, quando invece l’antieuropeismo un-tanto-al-chilo è un boomerang che farebbe ben più male a chi lo scaglia contro l’Europa, che all’Europa stessa.

Dunque viva l’Europa, viva l’Unione Europea nonostante i “signori” che attualmente la governano, e viva l’Unione Europea soprattutto visti quegli altri “signori” che la vorrebbero distruggere, riflettendo in tale folle azione la distruzione della propria identità culturale – la tenebra che non fa più vedere loro la realtà effettiva delle cose. Che è da cambiare, senza alcun dubbio, e che probabilmente si potrà cambiare solo quando i suddetti ciechi antieuropeisti se ne andranno altrove, a sbraitare le loro ottuse superficialità prive di qualsivoglia autentica cultura europea e funzionali soltanto a guadagnarsi biecamente la solita personale parte di potere con tanto di poltrona istituzionale e lauto stipendio. In ciò, a ben vedere, non sono che l’altra faccia della stessa medaglia l’una che giustifica l’altra. Una medaglia corrosa e arrugginita della quale l’Europa non ha proprio bisogno.

Per il bene della Turchia, e dell’Europa

Alcuni delle migliaia di intellettuali turchi fatti arrestare negli scorsi mesi dal regime di Ankara.
Non sono certo che l’iniziativa del governo olandese contro la propaganda turca per l’imminente referendum costituzionale sia la migliore e la più diplomaticamente astuta: rischia da un lato di spianare ancor più la strada, di rimbalzo, ai più biechi populismi xenofobi e, dall’altro, di dare maggior forza, o maggior prepotenza, ad Ankara e al suo invasato rais – senza contare i retroscena che qualcuno denota al riguardo.

Tuttavia credo sia ormai del tutto improrogabile una presa di posizione netta da parte europea contro il regime attualmente al potere in Turchia. Un regime che ha arrestato più di 40.000 tra intellettuali, magistrati, docenti universitari, giornalisti e altre figure pubbliche colpevoli solo di aver espresso opinioni contrarie a quelle imposte dal regime, che sta limitando sempre più le libertà personali, che ha per lungo tempo fatto il doppio gioco con il sedicente stato islamico dell’ISIS, che mira da altrettanto tempo allo sterminio del popolo curdo… Un regime, in buona sostanza, che sta trasformando quello che fino a pochi anni fa era uno dei paesi più avanzati dell’Europa, anche culturalmente, in un regime teocratico di stampo islamista e di forma dittatoriale sempre più immerso nella tenebrosa e pericolosa aura geopolitica mediorientale – il quale per giunta, dopo tutto ciò, si permette di dare dei “nazisti” e dei “fascisti” agli altri con toni astutamente aspri funzionali a chissà quali ulteriori futuri ricatti. Qualcosa di semplicemente inaccettabile – anche, mi auguro, per la troppo spesso ipocrita e molle Europa. Si dirà che bisogna fare il più possibile buon viso a cattivo gioco per evitare che la Turchia abbandoni del tutto il suo legame con l’Europa e si sposti definitivamente nello scenario geopolitico mediorientale in una posizione potenzialmente ostile… Beh, e che sta già facendo la Turchia, in pratica? Per di più, con la bieca doppiezza di definirsi alleata dell’Occidente (ed essere definita come tale e conseguentemente sostenuta dalle diplomazie occidentali: doppia ipocrisia, in un senso e nell’altro!) ma nel concreto ponendosi in posizione di scontro e di ricatto costanti, sia politici che culturali.

Ecco, al proposito: non è una questione solo politico-diplomatica, ma pure profondamente culturale: in modo diretto, per come le purghe del regime stiano distruggendo la parte migliore della cultura turca contemporanea, e in modo indiretto perché tale distruzione comporta inevitabili conseguenze sul resto della cultura europea, anche per come fornisca fiato alle peggiori trombe populiste anti-culturali, come già accennato. Ma ancor più nel principio, dacché l’azione dittatoriale dell’attuale regime turco dimostra in modo evidente, ancora oggi come da sempre, che per qualsiasi potere illiberale e antidemocratico la cultura è il primo nemico, il primo avversario da combattere nonché la prova indubitabile della natura bieca e oppressiva del regime stesso.

Sempre più valido, al riguardo, risulta  l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia del grande scrittore e Premio Nobel Orhan Pamuk, che pubblicai qui sul blog lo scorso settembre, e che a mio modo di vedere non è stato sufficientemente ascoltato e supportato da parte della cultura europea. Ma se questa, intesa nel suo insieme, vuole continuare a rappresentare la base ineluttabile del senso più alto e nobile di “civiltà”, non può e non deve restare inerme di fronte a una tanto grave deriva anticulturale in un paese così importante per la storia dell’Occidente, così come non dovrebbe lasciare tutta l’iniziativa alla politica, con i soliti pericoli e le strumentalizzazioni del caso, parlando invece in prima persona in difesa delle decine di migliaia di intellettuali turchi arrestati, in primis, delle libertà fondamentali subito dopo e di seguito della tragedia culturale che la suddetta deriva provocherà. Se questa parte di mondo vuole continuare a definirsi libera, emancipata, civile, aperta, culturalmente avanzata, semplicemente non può accettare l’attuale condotta del regime di Ankara: per il bene stesso del popolo turco, della storia europea ovvero euroasiatica, per il futuro di questa parte di mondo, per la libertà – in ogni senso la si possa intendere.

“Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura…”

Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.
Hans Baldung Grien, “Ville assiégée pendant la guerre des Paysans”, 1525.

La «Guerra dei Contadini» venne combattuta in Germania tra il 1524 e il 1526: fu una rivolta dei più poveri appoggiata da soldati professionisti, tra cui comandanti dei Lanzichenecchi come Florian Geyer, Michael Gaismair e Götz von Berlichingen, basata su ragioni etiche, teoriche e teologiche scaturenti dalla riforma protestante, le cui critiche ai privilegi e alla corruzione della Chiesa Cattolica Romana sfidarono l’ordine religioso e politico costituito. Ma rifletté anche un diffuso malcontento derivante dallo scollamento tra le diverse classi della società germanica del tempo, che permetteva al sistema di potere vigente di assoggettare in maniera sempre più rigida e illiberale la popolazione meno benestante – composta non solo da contadini, peraltro. Per dirla con il leader della rivolta, il pastore Thomas Müntzer, nella sua Confutazione ben fondata: «Guarda, i signori e i príncipi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5,8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea 3,2-4); ma per costoro, alla più piccola mancanza, c’è la forca
Müntzer peraltro era in principio un discepolo di Martin Lutero, il quale appoggiò inizialmente la rivolta dei contadini per poi invece avversarla duramente: tale “tradimento” contribuì a portare Müntzer su posizioni assai distanti dal suo “maestro” e via via più radicali, arrivando ad affermare che «Lutero dice che la Parola di Dio è sufficiente, ma non si rende conto che la gente che spende ogni minuto del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo per imparare a leggere la Parola di Dio.»
A sua volta Michael Gaismair (militare delle truppe venete e uomo di guerra, dunque) il quale fu pure eletto capo della rivolta dei contadini nel Tirolo, lasciò scritto nel suo Ordinamento un passaggio di strabiliante attualità, che pare scritto in risposta a certi eventi contemporanei: «Tutte le mura cittadine, i castelli e le fortificazioni che si trovano nella regione devono essere abbattute e non devono esserci più in futuro delle città, bensì soltanto villaggi, affinché non esistano più differenze tra gli uomini.»
Vi dico di questo evento storico sostanzialmente ignorato dalla storiografia ufficiale – soprattutto a Sud delle Alpi – principalmente perché narrante d’una rivolta contro la chiesa cattolica e contro i potenti (cioè i “buoni”, eh!) del tempo, quelli che determinavano nel bene e (soprattutto) nel male la vita quotidiana della gente comune, per rimarcare la sua “morale” principale: la Guerra dei Contadini fu l’unica rivolta popolare che ebbe al suo fianco le forze militari contro i poteri dominanti. Non ve ne sono state altre, di simile portata, nella storia.

No, per dire, ecco. Historia semper magistra vitae, vero?

N.B.: evento storico citato da Giuseppe Culicchia (che ringrazio) in Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.133, e da me integrato con ulteriori dettagli. Cliccate sull’immagine in testa all’articolo per saperne di più.