Le parole sono macigni e noi stiamo nel mezzo d’una sassaiola

Ormai, ogni volta che nel mondo succede qualcosa di spiacevole, sui media si ripete la solita storia: l’uso di parole dal senso e dal valore pesantissimi tanto quanto sostanzialmente travisati o incompresi, con la più ingiustificata e sconcertante leggerezza. Che non serve affatto a descrivere meglio quanto accaduto ovvero ad agevolare la comprensione di quelle parole e dei fatti a cui vengono riferite, tutt’altro: da un lato serve in primis – lo sappiamo tutti bene – per accaparrarsi attenzione superficiale e dunque audience, dall’altro è funzionale a una crescente confusione, a sua volta propedeutica ad un stato di costante paura e insicurezza.
Poco più di un anno fa pubblicavo qui sul blog un articolo dal titolo “Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…”: ecco, ve lo ripropongo, perché la sua validità di senso e sostanza è ad oggi immutata, se non accresciuta. Il che non è affatto un buon segno, per lo stato della società in cui viviamo: ci vengono scagliate addosso parole pesanti come macigni in una sassaiola ormai costante le quali, al posto di fornirci una qualche “nozione” del peso che hanno, finiscono per farci soltanto del gran male.
Buona ri-lettura.

Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.

“Le” Parole – 13, SCRIVERE (ovvero: cos’è/cosa dovrebbe essere realmente uno “scrittore”?)

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

senza-nome-true-color-02L’etimologia della parola scrivere – nella particolare formulazione illustrata non tanto nella voce Treccani qui sopra ma in quella di seguito riprodotta (tratta dalla versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani), che richiama altri significati originari come raschiare, incidere, scavare, scriverescolpire ecc. – termini che peraltro rimandano direttamente ad una matrice prettamente artistica dell’atto in sé -, mi ha fatto riflettere su una particolare interpretazione del relativo termine “scrittore” ovvero del senso contemporaneo dello scrivere, dalla quale ricavo una provocazione: quanto gli scrittori contemporanei sanno raschiare, scolpire, scavare nella lingua utilizzata, scritta e diffusa oppure quanto la rendono un mero e “inevitabile” strumento espressivo? Formulo la questione da un altro punto di vista: quanto gli scrittori di oggi, producendo letteratura, sanno creare, plasmare, forgiare o anche solo innovare la lingua, incidendo le loro opere direttamente nel corpo di essa così da modellarne la forma e dunque in qualche modo tornando a quell’accezione originaria del termine scrivere?

Credo da sempre che l’esercizio dello scrivere letterario non possa mai esimersi, in un modo o nell’altro, da una attiva necessità di evoluzione della lingua scritta, sia essa più o meno evidente. Penso allo scrittore come a un forgiatore del linguaggio, un modellatore della sua forma scritta e dunque, di rimando, di quella parlata, colui al quale è demandato – forse più che a chiunque altro – il compito di non lasciar infiacchire la lingua, di mantenerla sempre ricettiva nei confronti del presente e in moto vivace verso il futuro senza ovviamente mettere da parte il proprio passato: un arricchimento continuo, necessario e prezioso, insomma, di cui deve essere il promotore e il custode.

Posto ciò, altra domanda: dunque gli scrittori oggi, sono realmente tali oppure – a parte pochi casi – sono “solo” dei narratori? Sia chiaro, senza che l’un termine o l’altro possa e debba sancire la miglior qualità della letteratura prodotta: inutile dire che vi sono in circolazione scrittori di scarso pregio e narratori fenomenali. Ma, a prescindere da ciò, mi torna in mente quel noto motteggio di Paul Gauguin, l’arte o è plagio o è rivoluzione: e siccome la letteratura è arte (una verità che molto spesso tanti scrittori, o presunti tali, dimenticano per primi), la regola gauguiniana può senza dubbio essere adattata alla scrittura e indicare – ribadisco – come di principio non vi possa essere scrittura autenticamente letteraria che non rivoluzioni – o almeno non ci provi a farlo ovvero non sperimenti possibili innovazioni – la lingua, poco o tanto che sia.

Ecco, a mio modo di vedere il vero scrittore è costui: un rivoluzionario delle idee e parimenti del linguaggio – in misura certamente variabile ma altrettanto percepibile. È anche una precisa responsabilità insita nell’atto dello scrivere, questa, della quale ogni autore deve essere consapevole: potrà poi rispettarla o meno, nella massima e ovvia libertà espressiva possibile ma, in ogni caso, la deve riconoscere.

“Le” Parole – 9, PERSONA

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

PersonaPersone lo siamo tutti quanti. Persone belle, persone brutte, persone più o meno normali, persone intelligenti, persone maleducate, persone generose oppure egoiste… insomma, persone nel senso di “sostanza individuale di natura razionale” (come definita da Boezio) dotate di “coscienza e responsabilità sociale quali dimensioni indispensabili per la piena realizzazione della persona stessa” (come postulato dal Personalismo), il tutto a seguito della prima definizione “moderna” di persona data dallo Stoicismo come “l’essere umano che ha un ruolo nel mondo affidatogli dal suo destino”.
Evabbé, nulla di strano – direte ora voi – dunque che valore particolare può avere una parola così normale e d’uso comune nonché definito? Beh, un valore sorprendente e sconcertante, soprattutto se posto in relazione con ciò che siamo oggi, nell’epoca contemporanea, ovvero con ciò che sovente siamo portai ad essere/apparire, per innumerevoli input esterni imposti da chi questo nostro mondo attuale comanda e influenza.
Il termine “persona” deriva infatti dal latino persōna persōnam derivato probabilmente dall’etrusco φersu, indi φersuna, che nelle iscrizioni tombali riportate in questa lingua indica “personaggi mascherati”. Tale termine etrusco sarebbe ritenuto un adattamento del greco πρόσωπον (prósōpon) dove indica il volto dell’individuo, ma anche la maschera dell’attore e il personaggio da esso rappresentato. Secondo Giovanni Semerano, originariamente il valore richiamava quello del latino pars ossia parte, funzione, ufficio di un personaggio, mentre quello di maschera è derivato e posteriore come anche per πρόσωπον, che comunque non sarebbe in nessun rapporto etimologico con persona.
Un’etimologia alternativa è stata individuata nel verbo latino personare, (per-sonare: parlare attraverso). Ciò spiegherebbe perché il termine persona indicasse in origine la maschera utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava, ma anche a permettere alla sua voce di andare sufficientemente lontano per essere udita dagli spettatori.
Dunque, è chiaro che in origine la parola proclamava un’identificazione fittizia dell’individuo, artificiosa, teatrale/scenica perciò attoriale quindi recitata, simulata. Ovvero falsa. Oggi, secoli e secoli dopo, la sociologia urbana rivela che il mondo contemporaneo, così costruito nei suoi “valori” sull’immagine e su prerogative non necessariamente vere o reali ma ritenute “importanti” dalla maggioranza per convenzione indotta, porta i suoi abitanti a vivere le proprie vite come fossero recitazioni su di un palco teatrale, ove tale palco è sovente l’ambito urbano, sempre più ricco di non luoghi ovvero luoghi non necessariamente realistici – ambito urbano che d’altro canto offre il palcoscenico più ampio e il pubblico più numeroso per queste recitazioni quotidiane contemporanee (è proprio il tema, questo, che ho trattato in The City of Simulation | La Città della Simulazione, e il titolo dell’opera dice già tutto!)
Ecco: non avete ora l’impressione che, a prescindere da qualsiasi altra considerazione si possa fare sul merito, nella parola “persona” sussista un cerchio “ampio” suppergiù 3000 anni e oggi sostanzialmente richiusosi?

P.S.: ringrazio Gian Paolo Serino per avermi ispirato questo articolo.

Se parole pesanti come macigni divengono leggere come l’aria…

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Io farei un libro di pietra che pesa 20 kg perché le parole devono tornare ad avere un peso.

Ha mille ragioni Gian Paolo Serino a sostenere (in un’intervista per la Write and Roll Society) quanto sopra. In effetti trovo parecchio sconcertante come a certe parole parecchio usate e abusate oggi, nel quotidiano contesto politico, sociale e culturale, venga stravolto – spesso totalmente – il peso originario ovvero il senso, il valore il significato fondamentale, per appesantirlo di zavorre tremende come anche per alleggerirlo a furia di escavazioni semantiche. Fenomeno che diventa ancora più evidente quando il presente risulti più turbolento dell’ordinario (o più di quanto non lo fosse già prima, visto come vanno le cose!)
Vi cito qualche esempio – tra i più facili e banali – dei tantissimi che si potrebbero fare sul tema.
La parola crisi è forse la più emblematica di tale processo “contro-semantico” – oltre ad essere forse quella in assoluto maggiormente abusata dai media, dal 2008 a questa parte. Se la sua etimologia originaria rimanda al verbo greco krino, “separare”, “cernere”, in senso più lato discernere, giudicare, valutare, denotando dunque un’accezione positiva, di impulso al cambiamento, al rinnovamento, oggi è stata negativizzata in maniera pressoché parossistica, così che infilarla in un qualsiasi discorso significa macchiarlo di tinte fosche e spedire il suo soggetto verso una fine quasi certamente cupa. Di contro il termine guerra, molto in voga nei giorni in cui scrivo questo articolo, viene da un lato sovraccaricato di paure popolari (o popolane) sovente indotte e usato come attrezzo politico-mediatico parecchio convincente, ma indubbiamente è dall’altro lato scavato di senso autentico e assai superficializzato. Mi viene da pensare che l’uso tanto facile e leggero del termine da parte dei politici contemporanei e dei media è dovuto probabilmente al fatto che buona parte di noi – ovvero tutti quelli che hanno meno di 75 anni – ha avuto la fortuna di non vivere una guerra vera, e di non sapere quindi cosa realmente sia. Motivo peraltro, questo, che in verità giustificherebbe un atteggiamento contrario a quanto invece avviene.
Ci sono poi termini molto “quotidiani” come libertà e democrazia i quali il proprio buon senso autentico lo conserverebbero e pure sostanzialmente intatto, anzi, forse col tempo ancor più determinato, ma che vengono utilizzati con così tanta superficialità e ingenuità, quando non con ipocrisia, da deformarsi e svaporare sempre più nell’intendimento comune. In tal caso è il loro senso a perdere senso, per così dire, ovvero ad acquisire accezioni diverse, credute (e imposte) come conformi a quelle originali e invece del tutto discoste, se non in certi casi antitetiche, sicché l’uso di tali termini risulta il più delle volte francamente fuori luogo. A tal proposito si può denotare che, in questa “categoria” di parole, ve ne sono legate all’ambito religioso che risultano tra le più abusate e distorte, partendo da Dio e finendo a fede – o la stessa parola religione, a ben vedere. D’altronde l’ambito laico ripristina rapidamente la par condicio sul tema: si pensi solo a termini come patria e nazione.
Anche popolo, con le sue varie derivazioni, è un termine di frequente e alternativamente sovraccaricato di significati ovvero sgravato da essi, con ciò assumendo connotazioni sia positive che negative. Bizzarro constatare che, in certi casi, l’accezione positiva serve giustificare un certo vantaggio non al soggetto collettivo stesso identificato dal termine ma ad uno o pochi singoli (“il popolo ha liberamente scelto i propri governanti”) mentre quella negativa a scaricarvi addosso oneri, responsabilità e colpe (“ogni popolo ha i governanti che si merita”.)
A proposito: e politica? Chi si ricorda e considera che la sua etimologia greca originaria – politikḗ (tékhnē), da polis/polítēs, rispettivamente “città” e “cittadino” – ci riporta al significato di “arte di governare la città” ovvero gli stati? Cosa è invece considerata, oggi, se non la mera attività dei partiti “politici” i quali, inutile dirlo, ben poco hanno a che vedere non solo con qualsivoglia arte  – e sottolineo arte! – di governo ma pure con il concetto democratico di comunità ovvero del “governo collettivo della cosa comune”? Niente di più lontano oggi, converrete, nella realtà come nel “senso” contemporaneo del termine che la indica.
Potrei continuare ancora a lungo, come detto, ma a prescindere dalla (relativa) ovvietà degli esempi citati, non la faccio più lunga del dovuto e per concludere questa mia dissertazione voglio citare due ultimi sintomatici termini dal senso e dalle accezioni tirate, anzi, storpiate a destra e a manca ad ogni buona (o cattiva) occasione: realtà e verità. Due parole dal significato pressoché “matematico” cioè impossibile da ridursi a mera opinione. Eppure è ciò che (inopinatamente) accade spessissimo, lo avrete notato chissà quante volte, con modalità che la dicono lunga su come funziona (o come non funziona) il nostro mondo contemporaneo nonché, di contro, di come il bisogno di tornare a fissare certi punti fermi fondamentali (come quelli legati alla lingua che parliamo, appunto, dunque alla nostra reciproca possibilità di comunicazione) al fine di non smarrirci dentro quello stesso nostro mondo e nel tempo in cui stiamo vivendo sia sempre più indispensabile. Anzi, ineludibile.

“Le” Parole – 7, DESIDERARE

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

desiderareIl verbo Desiderare può avere un’accezione positiva, se indica la volontà di realizzazione di una speranza o di un sogno di simile genere, oppure negativa, se si trasforma in bramosia – e ciò quasi sempre (e non casualmente) accade quando si brama qualcosa di non esattamente virtuoso.
Ma personalmente, ancor più dell’accezione del termine, mi colpisce la sua etimologia latina: de-sider ove “sider” significa stella, dunque “distogliere gli occhi dal cielo, smettere di osservare le stelle” – o per stare con il Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI), “cessare di contemplare le stelle a scopo augurale”. Etimologia che parrebbe antitetica al senso attuale del termine, se si considera che l’osservare il cielo stellato è considerato spesso sinonimo di vagheggiare, sospirare, augurarsi qualcosa dunque – per comune sinonimia – desiderare.
Il filosofo Umberto Galimberti forse riesce a svelare tale apparente e strana incongruenza (citazione tratta da un resoconto di un suo intervento al Festival Filosofia 2003 di Modena): “L’etimologia della parola desiderio ci rimanda al De Bello Gallico: i desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare quelli che dopo aver combattuto durante il giorno, non erano ancora tornati. Da qui il significato del verbo desiderare: stare sotto le stelle ed attendere.” Ovvero, ad augurarsi che chi non era tornato potesse ritornare presto, dunque a desiderare che accadesse un evento lieto e fortunato, appunto.