Noi siamo ecologia (ma ancora non ce ne rendiamo conto)

[Foto di Ivan Bandura su Unsplash.]

La storia naturale moderna si occupa solo raramente dell’identità di piante e animali, e incidentalmente delle loro abitudini e comportamenti. Si occupa principalmente delle loro relazioni reciproche, del loro rapporto con il suolo e l’acqua in cui crescono, e delle loro relazioni con gli esseri umani che cantano “il mio paese” ma ne vedono poco o nulla del funzionamento interno. Questa nuova scienza delle relazioni si chiama ecologia, ma il nome che le diamo non ha importanza. La domanda è: il cittadino istruito sa di essere solo un ingranaggio di un meccanismo ecologico? Che se lavorerà con quel meccanismo la sua ricchezza mentale e la sua ricchezza materiale potranno espandersi all’infinito? Ma che se si rifiuta di farlo, alla fine lo ridurrà in polvere? Se l’istruzione non ci insegna queste cose, allora a cosa serve l’istruzione?

[Aldo Leopold, Natural History: The Forgotten Science (1938); pubblicato in Round River, Luna B. Leopold (ed.), Oxford University Press, 1966, pagg.63-64.]

Le domande che pone Leopold in questo brano sono tanto fondamentali e necessarie quanto ignorate e pervicacemente eluse da noi umani. Invece, sulle buone risposte che vi si possono dare si basa la gran parte della nostra presenza nel mondo e del senso della vita che condividiamo con innumerevoli altre creature sia animali – ciò che noi siamo, sempre e comunque – sia vegetali.

E sono domande che ne richiamano altre di pari importanza: ad esempio, quelle che proprio nell’agosto di trentuno anni fa – era il 1994 – Alexander Langer propose nel suo intervento ai “Colloqui di Dobbiaco”: perché l’allarme (sulla catastrofe ecoambientale) non ha prodotto la svolta? “Sviluppo sostenibile”: pietra filosofale o nuova formula mistificatrice? Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? – quest’ultima alla quale Langer rispose affermando che «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile» e delineandone il “motto” in modi divenuti poi celebri: «”Lentius, profundius, suavius”, al posto di “citius, altius, fortius”»: più lento, più profondo, più dolce invece di più veloce, più alto, più forte.

Purtroppo, sia le domande di oltre trent’anni fa di Langer che quelle proferite da Leopold quasi novant’anni fa restano ancora sostanzialmente senza buone risposte, almeno da parte della “civiltà” umana. I risultati si vedono e ce li abbiamo spesso davanti agli occhi, di frequente quando visitiamo ambienti naturali pregiati e fragili come le montagne. Sarebbe invece finalmente il caso di riprendere, rivitalizzare e diffondere il più possibile quell’istruzione citata da Leopold ovvero la consapevolezza culturale grazie alla quale delle buone risposte si possono elaborare per quelle domande. Cosa aspettiamo? Di finire ridotti in polvere per mera incoscienza e ignoranza, e così di piangere disperati ignorando (di nuovo) che chi è causa del suo mal deve (solo) piangere se stesso?

Una questione di umiltà intellettuale

[Foto di Fotoauge da Pixabay.]

La capacità di cogliere il valore culturale della natura selvaggia si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale.

[Aldo Leopold, A Sand County Almanac: And Sketches Here and There, edizione originale Oxford University Press, 1949, pag.200. Qui trovate la mia “recensione” all’edizione italiana Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, Piano B Edizioni, 2019-2023.]

Con la preveggente lucidità che ne ha sempre contraddistinto la visione e la narrazione dell’ambiente naturale, Aldo Leopold, nella breve ma precisissima analisi citata, mette in luce una delle caratteristiche fondamentali del nostro rapporto con la Natura, quando da esso ne scaturiscano conseguenze variamente dannose: la mancanza di umiltà intellettuale, cioè la presenza di tanta, troppa prepotenza e supponenza in ciò che facciamo, e in come concepiamo, il territorio naturale. Basti pensare a quei tanti progetti turistici e infrastrutturali che si vogliono imporre alle nostre montagne – ambito naturale per eccellenza, qui – nei quali appaiono lampanti la prepotenza e la supponenza suddette, quell’arrogarsi il diritto di poter fare ciò che si vuole del territorio e al contempo il totale disinteresse nel capire le conseguenze delle azioni compiute, come se il paesaggio naturale e il patrimonio collettivo che rappresenta fosse di proprietà di quelli e non di tutti, e nessuno potesse permettersi di dire qualcosa in sua difesa, in presenza di quei progetti. E tutto ciò, nonostante la storia del rapporto tra la civiltà umana e la Natura, debordante di disastri, di follie, di barbarie.

Eppure, ancora oggi, c’è grande carenza di umiltà intellettuale al riguardo: è probabilmente uno dei motivi per i quali non riusciamo a vivere veramente in armonia con la Natura. Il nostro imprinting “culturale” (d’una cultura ben poco umanistica, in realtà) ci fa ritenere sempre e comunque dominanti su di essa, dunque dotati del diritto di fruirne quanto più vogliamo e fino al consumo totale. Per il quale, in forza dello stesso motivo, godiamo di una sostanziale “immunità”. Se a ciò si aggiungono le varie cose materiali proprie del sistema di potere vigente – politico, economico, sociale -, ecco che il citato imprinting si approfondisce e trasforma la disarmonia in vera e propria prepotenza, appunto.

[Il frontespizio della versione originale di A Sand County Almanac, del 1949.]
Ma l’umiltà, nella sua manifestazione intellettuale, è sempre un sintomo di saggezza, di buon senso, di intelligenza oltre che di forza mentale, etica e di spessore culturale. La sua assenza è parimenti un segnale di inciviltà e di ignoranza, che prima o poi, inevitabilmente, si ritorcerà contro e comporterà una rovina che potrebbe coinvolgere anche altri, non solo il soggetto che la manifesta. Un rischio che correre oggi, nel 2025, è semplicemente da idioti. Ecco.

Un giorno questo dolore mi sarà utile. Anzi, lo è da subito.

Questo post è un off-topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui nel blog, e contiene alcune riflessioni personali su cose accadutemi di recente verso le quali ovviamente non ho la supponenza di credere che possano interessare chi le legge: se sì mi fa piacere, se no fa nulla, più che altro le appunto per me stesso, al fine di farne meglio decantare ciò di cui raccontano e, magari, coglierne un portato più ampio. Magari si tratta solo di banali corbellerie, ma spero di no.
Il titolo, intuirete, viene dal quasi omonimo romanzo di Peter Cameron, spiegherò poi perché.
Infine, il testo è un po’ lungo e me ne scuso. Se vi annoia siete autorizzati ad abbandonarlo senza problemi.

[Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay.]
Il periodo di festività di fine anno appena passato è stato piuttosto tribolato per me: colpa di un incidente neuromotorio, niente di troppo grave ma estremamente doloroso, abbastanza da passare le notti e le giornate di Natale e Santo Stefano tra pronto soccorso ospedaliero, ambulanze e guardie mediche per cercare di sedare il dolore e gli effetti conseguenti, fino a che – dopo altri che hanno fallito – un potente farmaco intramuscolare ha quanto meno raggiunto tale scopo.

Tutto qui. Ribadisco: niente di che, c’è di ben peggio. Infatti non è questo il punto. Ovvero non lo è stato l’incidente occorsomi e quel dolore così inopinatamente forte (ho in curriculum una bella lista di fratture sportive, un po’ di esperienza al riguardo me la sono fatta!) che mi ha imposto di correre al pronto soccorso del più vicino ospedale alle tre della notte di Natale per tentare di farmelo lenire.

Semmai è stato il senso che di quel dolore ho còlto, ciò che lo rende esperienza tra le più intense che si possano vivere, l’ascolto meditato delle sensazioni e delle percezioni che sentivo in me nel mentre che tentavo di resistervi. Lo scopo di esso, se così posso dire e per come me lo sono chiesto in quei momenti: cioè se uno scopo potesse e possa esserci, si possa trovare o si debba in qualche modo trovare, anche per una condizione di così percepito disagio psicofisico, peraltro vissuto nel mezzo di altri disagi – presso un pronto soccorso ospedaliero e proprio durante la notte di Natale – ciascuno dei quali unico e singolare al netto della loro gravità, condivisi soltanto nella loro manifestazione sincrona.

Dico una banalità: salvo rari e fortunati casi, il mondo nel quale oggi viviamo ci porta a condurre una vita parecchio convulsa, frenetica, a volte nevrotica, spesso stressante, che tuttavia affrontiamo senza pensarci troppo: perché «va così», abbiamo tante cose da fare, impegni da sostenere, forse obiettivi da raggiungere, dunque la strategia di fondo che gioco forza scegliamo al riguardo è quella di ottimizzare il più possibile tutto – azioni, tempi, movimenti, spazi, attese, riposi… – di contro cercando similmente di evitare qualsiasi ostacolo, impedimento, difficoltà, fastidio che rischierebbe di guastare il tentativo di ottimizzazione della quotidianità. A questo atteggiamento siamo portati anche dal modus vivendi comune e dagli immaginari sui quali si conforma, che per quanto sopra tendono a renderci più sensibili alle cose leggere e spensierate – ergo spensieranti – invece di quelle più infastidenti e opprimenti: è legittimo e naturale, ci mancherebbe, almeno fino a che il naturale desiderio di spensieratezza non diventi una condotta troppo superficiale e stupida. Tra mille problemi piccoli e grandi da affrontare quotidianamente, e per meglio sopportare l’impegno relativo oltre che bilanciarlo, è ovvio che si provi tutti quanti a restare sereni e contenti in ogni modo possibile e senza pensare troppo al come.

Posto ciò, il dolore è uno degli “ostacoli” che più di altri, forse più di tutti, cerchiamo in ogni modo di scansare, Il dolore autentico, intendo dire, la cui forma può essere diversa (dolore fisico, morale, emotivo, spirituale…) ma la sostanza è la stessa: una delle condizioni fondamentali della natura vivente senziente per come si fa esperienza multidimensionale di valore unico, singolare e specifico; nulla a che vedere dunque con certo altro “dolore”, presunto tale, in realtà un artefatto psicologico e culturale totalmente avulso dalla sfera psico-fisica che alla fine si fa manifestazione di miseria umana egoriferita (i «dolori di lusso, che recano lustro a chi li sopporta», come diceva Longanesi) oltre che un meccanismo di finzione e propaganda socioculturale sempre più adattato alla comunicazione massmediatica. No, io parlo del dolore che nel momento in cui si fa percezione concreta che supera ogni altra sia nel corpo che nella mente, subito ci pone a vacillare sull’orlo di un abisso la cui profondità non sappiamo valutare ma comunque ci sembra incommensurabile.

Siamo in otto miliardi di persone, al mondo, ci sono almeno otto miliardi di dolori – piccoli, grandi, intensi, leggeri, profondi, vaghi… non conta: l’esperienza del dolore è sempre singolare, come ho già detto, e da che ci stiamo, al mondo, il nostro atteggiamento verso il dolore si è sempre manifestato in due modi sostanziali, lo racconta bene la storia della filosofia: cercare di spiegarsi il dolore come esperienza e tentare di combatterlo e superarlo – in vari modi, anche stoicamente. Io, in quelle giornate natalizie a cui ho fatto cenno, ho vissuto il mio personale dolore e nel mentre stavo al pronto soccorso in attesa che il personale medico facesse qualcosa per alleviarmi la sofferenza (poca o tanta che fosse, in quei momenti era insopportabile, appunto), vedevo altre persone con i loro personali dolori ma senza che da ciò ne ricavassi alcuna forma di compassione. Non sentivo alcuna condivisione di stato, di esperienza, dunque alcun sollievo, anzi; di contro, osservavo e pensavo se anche quelle persone come me stessero cercando di capire cosa stesse succedendo, se ci fosse un senso al loro dolore, se lo stessero già metabolizzando in esperienza singolare oppure, viceversa, se attraverso la sofferenza patita (più o meno grande fosse: ripeto, non è questo il punto) cercassero di scacciare via qualsiasi sedimentazione possibile del loro dolore, da quella fisica a quella psicologica, morale, emotiva, così sperando solo di uscirne al più presto e dimenticare altrettanto rapidamente, proprio in forza dell’aura negativa che il concetto di “dolore” assume nell’immaginario comune oltre che per la vivida e spiacevole sensazione di qualcosa che non vada nel proprio corpo – la causa del dolore, l’ostacolo imprevisto da superare alla svelta.

Vengo al punto di queste mie riflessioni. Quella notte di Natale – proprio la notte di Natale! – al pronto soccorso, mentre nell’attesa del triage mi contorcevo per cercare di alleviare la sofferenza (a stare in piedi mi faceva male, a stare seduto peggio e non osavo chiedere di stendermi su una delle barelle lì presenti; intorno a me, qualche solito tossico, una tenera vecchietta in età parecchio avanzata con dolori allo stomaco e figli al seguito, una ragazza con una ferita sulla fronte, un ragazzo non vedente che nell’attesa si era addormentato su una delle sedie della sala d’aspetto, una signora in attesa di qualcuno evidentemente già in assistenza) ho cominciato a chiedermi non tanto se quel dolore avesse un senso (culturalmente si tende a credere che non lo possa avere, in forza di ciò di negativo che provoca) ma quale potesse essere, ammettendo da subito che ne avesse uno, e dunque quale scopo potessi identificarvi nei riguardi di me stesso, ugualmente accettando senza alcun dubbio che uno scopo possa e debba avere, in quanto condizione fondamentale dell’esistenza vitale tanto più di una creatura intelligente e senziente quale è l’animale-uomo, capace di trarne un’esperienza altrettanto fondamentale.

Ecco, se pur è comprensibile e legittimo pensare di evitare prima e poi nel caso di combattere il dolore, ho pensato che è una cosa sostanzialmente inutile farlo. Per meglio dire: ho pensato che il dolore è una eventualità necessaria. In parole povere, che si debba provare il dolore, ogni tanto, che lo si debba affrontare non passivamente ma nemmeno stoicamente oppure cercando sollievi meramente materiali evitando di comprendere la situazione di sofferenza dentro se stessi. Insomma, che “serva” il dolore e, nel momento in cui tocca viverlo e sopportarlo, che sia necessario comprenderlo nel contesto della propria esperienza personale in quel momento di sofferenza e ancor più appena dopo, dagli istanti successivi. Cercare di evitarlo è un atteggiamento naturale e comprensibile, pensare di evitarlo è stupido, tentare di alleviarlo senza farne decantare il senso esperienziale nella propria mente, nell’animo e nello spirito è misero oltre che sterile. Un’occasione persa – d’altro canto inevitabile prima o poi – per accrescere la consapevolezza verso se stessi e la propria vita. Vita che, se per ipotesi assurda, fosse talmente fortunata da non proporre mai alcun dolore o sofferenza sarebbe certamente confortevole ma più povera da vivere e molto meno dotata di senso.

Quindi, ho pensato un’altra cosa: che è altrettanto necessario ammettere e così comprendere quanta grande forza ci può essere nell’inesorabile fragilità che il dolore e la sofferenza conseguente rendono palesi in noi, soggetti che spesso e volentieri ci crediamo (perché ci piace e serve crederci) così forti, sicuri di noi, inattaccabili, eppure alla fine tanto timorosi di dover affrontare nel corso delle nostre vite cose spiacevoli come il dolore autentico o un altro di quegli ostacoli a cui ho fatto cenno prima. Proprio perché l’esperienza del dolore palesa la nostra fragilità, bisogna produrre da essa la consapevolezza di dover elaborare la forza necessaria a equilibrare tale fragilità. Che è, una condizione inevitabile, quindi da vivere, non da ignorare o negare oppure pensare di contrastare.

In altre parole, ho pensato che è necessario saper ricavare dalla riflessione e dal tentativo di comprensione e assimilazione del senso e dello scopo del dolore patito un proprio personale ethos, un carattere, una disposizione, specifica della circostanza e del momento ma al contempo unanime a quella condotta vitale consapevole che dovrebbe guidare qualsiasi buon individuo – ovvero chi voglia essere tale, per se stesso e per il contesto nel quale vive – nel proprio tempo al mondo. E quindi da questa “ethos” elaborare una ethikos, una “nozione culturale” (vorrei dire prima “filosofica” ma mi sembra fin troppo, in forza del suo naturale e necessario pragmatismo) che possa farsi subitamente ingrediente importante di vita e di esistenza quotidiana, alimentandone da quel momento in poi il senso e la sostanza concreta, sia materiale (nelle azioni quotidiane) che immateriale (nel pensiero alla base delle azioni quotidiane).

Il dolore, quando ci si trova a doverlo affrontare – e prima o poi succede, ripeto – è un’esperienza talmente profonda che non posso non pensare sia e debba essere utile. Non posso credere che, in un modo o nell’altro e al netto della sofferenza e di ogni altro suo portato fisico, il suo senso possa farsi scopo e elemento a me utile per cercare di diventare una persona “migliore” o, quanto meno, più umanamente strutturata di prima, per così dire. Dunque il punto non è tanto nel “superare” il dolore patito – in qualche modo questo accade naturalmente, col tempo – e ovviamente nemmeno nel farne una condizione stoicamente cronica (sarebbe solo un tentativo puerile e degradante di alleviarlo) magari condivisa con altri, ma farne scopo, significato, nozione e quindi esperienza sensibile nel senso più alto, ampio e compiuto di tale definizione. Qualcosa che diventa parte integrante della mia esistenza, vi si deposita e matura, riverberandosi in me stesso, nelle mie azioni personali e, in modo profondamente empatico, nella relazione con il mondo nel quale vivo e con ogni cosa che contiene. Credo che «l’esperienza del dolore che sta nella circolarità tra danno e senso» (Natoli) deve elaborarsi in nuova, per certi versi inopinata, empatia relazionale per me stesso e da me stesso verso il mondo. Il che in fondo rappresenta, a mio modo di vedere, l’unico aspetto di “condivisione” possibile dell’esperienza del dolore che d’altro canto, come detto, in quanto tale resta sempre e comunque singolare e soggettiva, unica, speciale.

Ecco perché un giorno – anzi no, da subito quel dolore patito nei recenti giorni festivi mi è e mi sarà utile. Nei momenti che vi ho descritto il titolo del libro di Peter Cameron, che non ho mai letto, mi si è acceso in mente e da allora pulsa come una scritta al neon la cui luce chiara e calda si riverbera intorno, illuminando i pensieri e spargendosi fin giù nell’animo e nello spirito. Da qui viene la scelta del titolo per le riflessioni che, forse, avete letto.

Questo è quanto volevo (dovevo) mettere nero su bianco.
Grazie di cuore a chiunque leggendo sia giunto fino qui, alla fine.

La fraternità (mancata) con le altre bestie

[Immagine tratta da www.inarzignano.it.]

È passato ormai un secolo da quando Darwin ci dette un primo assaggio dell’origine delle specie. Oggi sappiamo ciò che era sconosciuto a tutte le carovane delle precedenti generazioni: che nell’odissea dell’evoluzione gli uomini non sono che i compagni di viaggio delle altre creature. Questa nuova conoscenza dovrebbe averci dato, in questo lasso di tempo, un sentimento di fraternità con le altre bestie: un desiderio di vivere e di lasciar vivere, un senso di meraviglia per la vastità e la durata dell’impresa biotica.
Soprattutto avremmo dovuto sapere – un secolo dopo Darwin – che l’uomo, sebbene ora sia il capitano di questa nave avventurosa, non è certo l’unico oggetto della sua ricerca, e che le sue precedenti convinzioni in merito erano semplicemente dettate dall’umano bisogno di trovare una luce nel buio.
Avremmo dovuto pensare a tutto questo. Purtroppo, temo che pochi di noi lo abbiano fatto.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pag.121; ed.orig.1949.)

La Natura selvaggia che ci rende pienamente esseri umani

[Foto di Tom da Pixabay.]

La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.209-210; ed.orig.1949.)