Se l’editoria nazionale è nelle mani di personaggi infantili e sboroni…

Salone-Torino-MilanoNo, dai… fino a che livello di ridicolaggine vogliamo arrivare?
Sì, insomma, intendo dire… la questione “Salone del Libro a Torino o a Milano”. È da pochi giorni che s’è scatenata e già è roba da restare basiti. Letteralmente basiti.
Lo anticipavo giusto nel mio precedente articolo su Cultora e qui sul blog (ma articolando la riflessione in modo – diciamo – più diplomatico e analitico) cosa mi pareva stesse uscendo da questa improvvisa querelle. Solo che al solito, la realtà dei fatti ha superato rapidamente ogni speculazione e, intendo dire, verso il basso: il tutto sta già assumendo contorni ridicoli, se non proprio grotteschi ovvero assai irritanti.
Che l’editoria non fosse ormai più, e da parecchio tempo, un’eccellenza nazionale, sotto diversi punti di vista (o sotto tutti i punti di vista?) lo avevamo capito. Ma qui siamo veramente caduti nei consueti e inguaribili vizi italioti, siamo ai soliti campaniletti che si fanno credere possenti ma sono in realtà fatti di inconsistente argilla i quali ombreggiano altrettanto soliti orticelli che ci dicono grandi e rigogliosi e invece sono piccoli, piccolissimi, e assai poveri di buone colture. In essi ormai non si odono che voci boriose, sbraiti sguaiati, capricci infantili, piagnistei, accuse e contro accuse e (scusate) gli “io-ce-l’ho-più-grosso-di-te” (ehm… lo spazio per allestire il Salone, diciamo…) con i contrapposti “no-io-di-più” eccetera, eccetera, eccetera. Dietro a tutto ciò, non è difficile immaginare chissà quali giochi di potere più o meno politici, accordi sottobanco, tornaconti più o meno leciti, lotte intestine per poltrone e scranni vari e quant’altro di – appunto – così tipico, così solito, così tradizionale nelle cose istituzionali (o similmente tali) di questo nostro paese.
Sia chiaro: non sto affatto difendendo Torino ovvero propugnando Milano o viceversa. Anzi, tutt’altro. Semmai, molto più semplicemente ma pure più concretamente, mi faccio domande del tipo: beh, signori voi tutti, ma dove vogliamo andare? Quanto ancora più di adesso volete affossare (e chissà che non sia la botta definitiva) il mercato dei libri in Italia? Perché è lampante fin d’ora, la sorte: di questo passo tale manfrina sabaudo-meneghina, con tutto ciò che vi sta dietro, finirà per danneggiare una volta di più il libro e la lettura, nel nostro paese: un paese nel quale si è reso palese che un Salone del Libro è fin troppo (che sia per colpe sue – e ce ne sono a iosa – o per l’ormai appurata scarsa propensione dell’italiano medio verso la lettura – adeguatamente coltivata da una strategia istituzionale mirata ed efficiente), figuriamoci dunque due, che per di più si da(ra)nno battaglia togliendosi reciprocamente quel poco di aria che potrebbero respirare per sopravvivere!
No, mi spiace: il mondo del libro e della lettura, in Italia, messo com’è nelle mani di siffatti personaggi tanto infantili e sboroni ai quali mi pare evidente che della letteratura – quella vera, quella che fa autentica cultura – interessa sempre meno, non può andare da nessuna parte. Ergo rassegniamoci a contare gli anni, augurandoci non siano mesi, che mancano al suo funerale, oppure si cambi completamente rotta – e nuovamente, nel mio precedente articolo, qualche indicazione a mio parere buona l’ho data, ovviamente senza alcuna pretesa di ragione. Ma con la speranza che per i libri e la lettura, in Italia, un futuro migliore sia ancora possibile.
Che la speranza è l’ultima a morire, si dice, no? – dunque almeno questa, lasciatecela.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 7a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 11 gennaio duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #7 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “C’era una volta la vera neve!”, ovvero: innevamento artificiale: cosa, come, perché (o perché no!)
L’inverno in corso, caratterizzato da una eccezionale siccità, ha visto il necessario e massiccio uso della neve artificiale per poter aprire le piste da sci; d’altronde i cambiamenti climatici in corso stanno trasformando quella che un tempo era una tecnologia di emergenza in qualcosa di normale e abituale, per consentire agli appassionati di poter sciare. Ma cos’è la neve artificiale? Come viene prodotta? E cosa comporta la sua produzione, sia dal punto di vista ambientale che da quello economico e pure culturale? Il suo uso è realmente necessario, oppure denota il bisogno di un ripensamento del turismo montano invernale? Sperando che nel frattempo torni la vera neve, in questa puntata RADIO THULE cercherà di far luce su tale argomento ben più articolato e sorprendente (o sconcertante) di quanto si possa pensare.

meteo-immacolata-in-montagna-solo-neve-artificiale-3bmeteo-68696Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Se la scuola disimpara a ricordare e alimenta la perdita di memoria collettiva, piuttosto che guarirla…

15845980-human-dementia-problems-as-memory-loss-due-to-age-and-alzheimer-e1423492730438-659x297Qualche post fa, citando un brano del libro di Paolo Rumiz La leggenda dei monti naviganti, riflettevo sul rumore di fondo presente nella nostra società contemporanea per via del costante e assordante bombardamento di stupidaggini d’ogni sorta  che la nostra società ultramediatica ci propina quotidianamente. Un rumore che in maniera alquanto rapida e letale distrugge la nostra memoria, ovvero la capacità di memorizzare, di ricordare quanto ci avviene intorno, le cause e gli effetti, nonché la facoltà di meditazione e comprensione di ciò che accade nel mondo, fuori casa oppure dall’altro capo del pianeta. Un danno del tutto risaputo, peraltro, che siamo dunque costretti a subire – strategicamente, se devo pensare malignamente tanto quanto realisticamente.
Un danno che forse – qui non so se per strategia oppure per ignoranza – trova la sua causa (o una delle sue cause primigenie) fin dalla scuola contemporanea, come testimonia Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia e protagonista attiva dell’ambito in questione, nel testo che vi presento di seguito. E’ un ulteriore e interessante tassello nella riflessione che ho cercato di avviare – anzi, che Rumiz mi ha permesso di avviare, con quel suo brano – e che dovremmo tutti, poco o tanto, elaborare autonomamente: ne va del nostro essere individui liberi e intellettualmente attivi, ergo buoni e proficui cittadini. Il che non significa certo che dobbiamo obbligatoriamente tornare a studiarci le poesie di scuola (che poi male non farebbe, eh!), semmai che è nostro dovere mantenere “allenata” la mente – in qualsiasi modo sia possibile – alla formazione e all’elaborazione della memoria. In fondo, come sosteneva Napoleone Bonaparte, “Una testa senza memoria è una piazzaforte senza guarnigione.”: la può conquistare chiunque e con la massima facilità.
Ringrazio di cuore Faby per avermi concesso il permesso di riportare le sue riflessioni.

virgoletteL’abbandono del puro nozionismo e dello studio a memoria è sbagliato, secondo me. Mi spiego meglio. Adesso ai bambini delle scuole elementari/medie non viene fatto più imparare niente o quasi a memoria, preferendo uno studio e una memorizzazione per immagini. Questa cosa può andare bene per aiutare il ragionamento e l’uso di un linguaggio proprio (o almeno questo era lo scopo e soprattutto una volta che uno ha già imparato ad usare un linguaggio proprio), ma non è giusto che soppianti completamente il vecchio metodo che, anche se talvolta fine a se stesso, sapeva produrre e garantire nel tempo un radicamento profondo dei concetti memorizzati e della terminologia specifica, cosa che il linguaggio per immagini non sa ottenere. La generazione dei nati negli anni ’70/’80 ancora ricorda a memoria poesie come “A Silvia” o alcuni passi della Divina Commedia, che è vero che nella vita quotidiana non servono, ma è anche vero che creano un modo diverso, la famosa “forma mentis”, di approcciarsi alla materia di studio. A dimostrazione di ciò è il fatto che quelle su citate sono le ultime generazioni capaci di approcciarsi, senza scoraggiarsi più di tanto, ad interi manuali senza immagini e che non hanno necessariamente bisogno di linguaggi ed espedienti musicali e informatici per venirne fuori. E ancora, per essere più aderente al tuo discorso, il rumore di fondo produce l’urgenza di altro rumore di fondo e allontana la voglia di leggere, meditare e creare in genere sia manualmente che mentalmente, creando individui robot che non sanno cosa fare in assenza di stimoli visivi o uditivi esterni ed imposti.
A completamento di quanto detto fino a questo punto, lo studio della memoria storica, quella oggettiva e non faziosamente di parte, servirebbe a creare individui pensanti, capaci appunto di non reiterare alcuni nefasti errori che impediscono di progredire. A livello storico abbiamo già dimenticato le lezioni che le due grandi guerre avrebbero dovuto insegnarci. Abbiamo perso la memoria in tutti i sensi e quella che ci vogliono insegnare è inutile e pilotata. Ma è proprio sui banchi di scuola che si impara la memoria (in ogni aspetto) e ancora la scuola non aiuta a coltivarla e conservarla.

Tuoni e fulmini! (Piccola ode indisturbabile al temporale)

Foto: © Gianluca Vercellin
Foto: © Gianluca Vercellin
E’ stagione di temporali, questa.
Se mi cercate e non mi trovate, probabilmente sarò da qualche parte all’aperto col naso all’insù, convenientemente al riparo, a osservarne uno, ad ammirare quanto di più possente e apocalittico ma al contempo fortunatamente innocuo – o quasi* – si possa osservare sul pianeta.
Il cielo squarciato dallo scontro immani navigli nuvolosi che cozzano e si sfasciano l’uno contro l’altro, la volta che cambia colore, diviene funerea, si scurisce e s’ispessisce fino a dare l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, il ringhio furente degli dei più iracondi che sgomenta e scuote ogni cosa e soprattutto l’animo, le folgori accecanti che invisibili vascelli stellari alla fonda oltre le nubi scagliano verso terra. Eppoi, come se tutto ciò non bastasse, la pioggia a volte furibonda, il vento sconquassante, la grandine aggressiva… Come se la Terra fosse finita in una ciclopica centrifuga che la sconvolga tremendamente e parimenti la mondi, la deterga e la depuri con la necessaria forza, per poi ridonarle un aspetto puro, più nitido e salubre.

Massima luce, come di battaglia
L’acuto urlo, che incita il ferro
a bramar altro ferro, e ne l’impeto
Si face immenso fulgore, lampo
Che orba, e freme nell’aria, favilla
D’Apocalisse, precipite in Terra
Dall’iroso cielo ove d’immane pugna
Già s’ode il terrificante rombo…
**

Il temporale, pur nella sua apparente e banale consuetudine meteorologica, è ancora capace di rimettere le cose terrene al proprio giusto posto, e a far sentire l’uomo – sovente borioso, tracotante, prepotente verso l’intero mondo che ha intorno – un qualcosa di fragile, indifeso, effimero, e tremendamente piccolo, tremendamente nullo di fronte a una tale manifestazione di potenza infinita e incontrollabile se non da parte della Natura stessa che ne è fonte, e di fronte alla quale comunque l’uomo non può nulla.
Ma può lasciarsene affascinare, questo sì – come cerco di fare io, ogni volta. E, se possibile, caricarsi di quell’energia oltre modo vitale che sempre dalla battaglia temporalesca scaturisce, e della bellezza drammatica ma insuperabilmente intensa nonché – se così posso dire – filosofica che si palesa sul palcoscenico troposferico. Si rigenera quella indispensabile armonia tra uomo e mondo/ambiente naturale d’intorno, proprio perché la devastante potenza del temporale rimette le cose nella giusta scala di valori, uomo in primis. Ci abbassa le arie, ci sgomenta con quella persino esagerata dimostrazione di forza, e ci ricorda che, almeno per ora e – credo – per qualche secolo ancora, saremo pure capaci di modificare la Natura a nostro piacimento, ma se si adira veramente siamo sullo stesso piano degli insetti o dei vermi – e di qualsiasi altra cosa della quale ci sentiamo superiori: spazzati via in men che non si dica.
E comunque, se mi trovate, non disturbatemi, almeno fino a che l’imponente spettacolo non si è concluso. Anzi, godetevelo anche voi. Vi affascinerà profondamente, ne sono certo.

*: quasi, già. Pochi giorni fa, mentre corro sui monti sopra casa, mi ritrovo di fronte un grosso faggio, alto almeno 25 metri, posto a margine di una radura. Metà ancora ritto al cielo ma con la corteccia in parte scurita, metà schiantato a terra, perfettamente dimezzato come da un’arma laser – un fulmine, con tutta evidenza.
A volte i raggi folgoranti che cadono dal cielo durante la battaglia temporalesca portano a segno tutta la loro devastante potenza.

**: è un passaggio di un componimento poetico tratto da qui.