Il cielo stellato sopra i monti

[Foto di Felix Wegerer da Unsplash.]
Io sono da sempre un modestissimo alpinista, privo di velleità tecniche o prestazionali e contento di riuscire a fare quanto di facile vi sia nella pratica del salire le montagne senza puntare a chissà quali imprese. Posto ciò, di vette ne ho salite a bizzeffe lungo tutte le Alpi, ma se c’è una cosa che mi ha sempre fatto felice, quelle volte che la salita da affrontare prevedeva di passare la notte in un rifugio d’alta quota, è la possibilità di poter ammirare il cielo stellato come solo lassù si può fare, nel buio notturno non corrotto da illuminazioni antropiche, avvolto in un silenzio armonioso e una quiete che culla i sensi e l’animo.

La visione e la contemplazione della bellezza infinita – in ogni senso – che la volta celeste presenta, in alta montagna, è qualcosa di insuperabile tanto quanto stupefacente. Ci sarebbe da andare in territori remoti e lontani dalla civiltà per godere di una visione simile ma lo stare in montagna, in qualche modo, fa sentire ancora più vicini alla meraviglia cosmica, fa credere di farne parte, di esserne già immersi anche se solo per poco, come se le vette d’intorno fossero veramente le colonne che sorreggono il cielo – un’interpretazione mitologica risalente alla notte dei tempi e comune a tante civiltà – e noi fatti di polvere di stelle, come enuncia la fisica quantistica.

A fronte di questa meravigliosa esperienza visiva, ogni volta diversa e potente, la soddisfazione per la vetta raggiunta diventava per me fremente ma in effetti quasi secondaria, almeno ad ascoltare le emozioni nel loro complesso. Così come poteva capitare che di questa sublime visione cosmica ne godessi, lassù al rifugio, e poi nel corso della notte il tempo si guastava, la vetta da “conquistare” non potevo salirla e gioco forza tornavo a valle ma senza affatto la sensazione di una mancanza, di un’occasione persa, anzi, convinto d’aver guadagnato una nuova e strabiliante conquista celeste, che non avrei iscritto nel personale curriculum alpinistico ma in modo ancor più indelebile nell’animo e nello spirito.

Non so se abbiate mai goduto della visione del cielo stellato dall’alta quota montana ma, se non vi è mai capitata questa fortuna, be’, mi auguro che possiate goderne almeno una volta, prima o poi. In fondo anche una sola volta può bastare per sentirsi parte integrante dell’infinito universale.

P.S.: comunque date un occhio anche qui.

A rimirar le stelle

[Foto di Dario Brönnimann da Unsplash.]
Stasera non provate a chiamarmi o a contattarmi… fate conto che non ci sia, ok?

C’è ancora un bel vento da Nord che mantiene il cielo estremamente limpido e l’aria frizzante, quindi anche stasera, come ieri sera, sarò sicuramente impegnato con Loki (il mio segretario personale a forma di cane, sì) a contemplare il cielo stellato, già.

Trovo che, per quanto mi riguarda, sia una delle cose più belle e più appaganti che possa fare, e appena l’occasione è buona – ovvero le condizioni meteo sono consone – non me la perdo per nulla al mondo. Viaggio con lo sguardo tra le varie costellazioni, mi diletto a cogliere il movimento apparentemente impercettibile ma in realtà evidente e costante delle stelle sopra i neri profili del paesaggio oppure le variazioni del brillio dei vari astri, nel frattempo godo del silenzio della notte sui monti oppure del rumore di fondo per nulla fastidioso e semmai armonico del vento in quota che, nelle giornate come questa, vivifica e sembra far vibrare ogni cosa.

Insomma, è uno spettacolo cosmico imperdibile, che fa bene alla mente, al cuore, all’animo e allo spirito – almeno a me questo fa, senza alcun dubbio. Quindi, se volete un buon consiglio, non cercatemi nemmeno e semmai, se pure da voi le condizioni lo permettono, godetevi quello spettacolo insuperabile e incantatevi a osservare le stelle, regalatevi questa emozione meravigliosa. Come ho scritto già altre volte, vi sentirete sintonizzati sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.

L’infinito nella mente e nel cuore

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato – in questo periodo particolarmente nitido, peraltro, visto come si è “ripulito” grazie al blocco del traffico e delle attività industriali dovuto all’emergenza coronavirus. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, quella visione, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui; questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Una sensazione che sicuramente non può che farci bene, in questi giorni difficili: null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e, appunto, utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.

Ritorna la luce

È già il tempo nel quale la luce riconquista il territorio celeste scacciando ogni mattina di più la tenebra nel profondo della notte: le linee e le forme del paesaggio che solo qualche giorno fa erano spazio nero su sfondo nero, indistinguibili al mio sguardo se non attraverso visioni mnemoniche, ora si stagliano nette nel cielo sereno antelucano, che a sua volta sull’orizzonte s’indora sfumando nel blu dello zenit sul quale s’affievoliscono le luci stellari.

Immagino che in tanti siano felici di questa rinnovata epifania luminosa mattutina, che già sente di primavera e tenta di fare dei rigori invernali qualcosa di cui non preoccuparsi più. A me, anche se questa luminescente vitalità antelucana affascina e sorprende, un poco invece spiace di non uscire di casa nel buio che sa ancora di notte fonda, di silenzi vasti e apparente sospensione, tra i fiochi bagliori dei lampioni che lungo la via illuminano il nulla e le luci laggiù nella pianura che svanisce nella tenebra, minuscole e innumerevoli, che tracciano e segnalano le vie e le case degli uomini e, ogni volta che le osservo da quassù, mi sembrano l’unica cosa gradevole di quello spazio di troppo cemento e pochi alberi, caos diurno e vita frenetica che invece la notte, unica a saperlo fare, quieta e riappacifica, almeno all’apparenza e anche nell’inconsapevole imitazione (o parodia) terrena di quelle luci antropiche delle stelle che punteggiano il cielo.

Un poco mi spiace che il buio svanisca ogni mattina di più perché ho imparato a coglierne la dolcezza intima, l’avvolgente tranquillità, il silenzio che mai è tale perché sempre vi è vita vigile e attiva, la sensazione di sospensione e di nulla a disposizione per ordinarvi al meglio il tutto, ovvero tutto ciò che si voglia conservare. Il buio in cui le persone normali vi ritrovano irrazionali paure indotte e coltivate nell’animo malnutrito in cui attecchiscono (i mostri inesistenti si vedono solo dove li si vuole vedere, sovente quelli veri sono lì accanto ma restano invisibili), e che invece io ho imparato a vivere e rendere dimensione ideale, spazio accogliente giammai pauroso, semmai intrigante, affascinante, seducente, intimo: nei boschi, ad esempio, circondato dal popolo arboreo, il più amichevole e rasserenante che vi sia, o negli spazi aperti guidato dalle costellazioni stellari, in quota così luminose da consentirmi di nemmeno accendere luci artificiali per camminare con sicurezza lungo le strade rurali e i sentieri.
Questione di armonie profonde, di sensazioni piacevoli all’animo e allo spirito anche più che alla mente, di equilibri vitali, che il buio mi pare agevolare.

Poi, certamente, la stagione avanza e la luce trionfa sempre più e quelle armonie, se autentiche, genuine, consapevoli, trovano altri privilegi intorno a me a supportarle e ravvivarle. In fondo, il buio è ciò che la luce gli consente di essere, e viceversa. Questa è l’armonia basilare e fondamentale, il circolo virtuoso attorno a cui si muove il tempo, o quello che non intendiamo come tale ma che, alla fine, non è che un possente e irrefrenabile moto di energia vitale. Altrettanto fondamentale: perché ne siamo parte integrante, causa ed effetto, nel buio e nella luce. Sempre.

L’infinito a portata di sguardo

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa avrete la luce delle stelle.