Per una società senza più “finestre rotte”

Questo blog, lo sapere, vuole occuparsi di cultura. Cultura letteraria in primis, dacché è l’ambito di interesse primario per chi vi scrive, ma pure cultura artistica e, più in generale, cultura. Coltivazione della conoscenza, come rivela l’origine latina del termine stesso.
E’ dunque cultura anche la nostra presenza nel mondo quotidiano, i nostri gesti, le nostre azioni, i pensieri e gli intendimenti. Pur se alla fine siamo individui singoli, e per questo rispondiamo di ciò che siamo e facciamo in primis a noi stessi, siamo parte di una comunità sociale – sia la più minuscola ovvero, in senso più ampio e generale, la razza umana. Per tale motivo ogni nostro comportamento è cultura e (può/deve essere) fonte di cultura. Una cultura sociale, diffusa, partecipata, che è segno e sinonimo della nostra evoluzione umana, nonché base fondamentale della civiltà della quale siamo rappresentanti. Una cultura che, se viene a mancare, è come se mancassero quelle suddette fondamenta civili: crolla tutto, inesorabilmente.
Ecco, visto che (sono pessimista, lo so, ma vi assicuro: resisto ancora nell’essere il più ottimista dei pessimisti!) dalle nostre italiche parti pare che sempre più le relative fondamenta stiano rapidamente andando a pezzi, vi riporto questo illuminante articolo che ho trovato in originale QUI, e che ho leggermente adattato per una ancor maggiore comprensione. Un articolo che racconta e riflette intorno a una deduzione scientifica dal nome alquanto significativo, la…

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Teoria delle finestre rotte

Nel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una venne lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, incaricati di studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si scoprì che l’automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere smantellata in poche ore. Perse le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero presi, e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Dall’altra parte, l’automobile abbandonata a Palo Alto rimase intatta.
È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici, sia di destra che di sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, in California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.
Perché il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.
Un vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di noncuranza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplica quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.
In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la cosiddetta teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, ovvero che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.
Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri vetri. Se una comunità presenta segni di deterioramento civico e sociale e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come un parcheggio in luogo vietato, il superamento del limite di velocità o il passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smetteranno di uscire dalle loro case per paura di bande), e questi stessi spazi lasciati dalla comunità saranno progressivamente occupati da sbandati, gente di malaffare, criminali.
Gli studiosi hanno sviluppato la teoria dei vetri rotti in una forma ancora più forte e grave, dimostrando in base a ricerche statistiche che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.
A casa, tanto per fare un esempio molto pratico, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di insane abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia e quant’altro del genere, poi, anche gradualmente ma inevitabilmente, cadranno pure la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, un giorno, assumeranno comportamenti tali da porsi al di fuori della legge, e dentro un carcere.
Questa teoria delle finestre rotte può essere un’ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l’altro e alle autorità (presupponendo che esse meritino rispetto, ovvio: il tutto ovviamente peggiora se le autorità per prime provocano, con il loro comportamento, il degrado delle comunità che amministrano!), la degenerazione della società e la corruzione a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, l’assenza di buona informazione, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno che sembra disposto a ripararle.
La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni Ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuta la zona più pericolosa della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati furono evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro newyorchese un luogo sicuro. Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.
La definizione “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale di essa deve fare riferimento al rispetto delle regole di convivenza civica, con maggiore prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia – giammai, anzi: sarebbe essa stessa un’espressione di grave degrado sociale, ed in primis in materia di abuso di autorità dovrebbe valere la tolleranza zero. E non si tratta di tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso, chiunque lo commetta. Lo scopo finale deve essere quello di agevolare la nascita ed lo sviluppo di comunità ordinate, rispettose delle regole che sono alla base della convivenza civica, sociale ed umana, dotate di alto senso civico e spiccata consapevolezza sociale, il tutto nella tutela assoluta dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni cittadino.

Ecco: è bene di tornare a leggere questa teoria, e di diffonderla quanto più possibile soprattutto dalle nostre parti. Ce n’è un disperato bisogno, ahinoi.

L’Italia uccide pure le materie artistiche a scuola. Il genocidio intellettuale è ormai quasi compiuto – e meritato, d’altronde.

E così, da ieri in modo definitivo, a quanto pare, le materie artistiche sono state cancellate dalla scuola italiana. Dalla scuola d’Italia, nazione che possiede uno dei più grandi e preziosi patrimoni artistici del pianeta.
Non c’è molto da dire, se non che ormai l’imbarbarimento a cui è stato spinto e sottoposto il paese ha raggiunto le fasi finali. Siamo ormai sulla soglia dell’inciviltà, della società sorretta da meri istinti animaleschi, con gran gioia dei potenti che sanno perfettamente come una massa di ignoranti sia infinitamente più dominabile che un popolo di persone istruite e intellettualmente sveglie. E la cosa forse più triste, è che una gran parte degli italiani si sta lasciando imbarbarire… D’altro canto – lo sostengo da sempre – ogni popolo ha i governanti che si merita.

Ciò che però c’è da dire lo ha detto bene Tina Lepri, in questo articolo tratto da Il Giornale dell’Arte numero 338 di Gennaio 2014, che vi voglio proporre di seguito per come riassuma bene la questione e ne contenga i temi fondamentali…:

L’ITALIA IGNORANTE DICE NO ALL’INSEGNAMENTO DELLA STORIA DELL’ARTE
Una Carrozza sul binario morto

Fallito anche l’ultimo tentativo di reintrodurre le discipline storico-artistiche nella scuola italiana. Una vergogna nazionale.
Roma. Speranze deluse e nessuna resurrezione per la Storia dell’arte nelle scuole, uccisa dall’ex ministro Maria Stella Gelmini con la sua legge di riforma del sistema scolastico (nn. 133 e 169/2008) che ne ha cancellato o drasticamente ridotto l’insegnamento. Dagli anni 2009 e 2010, oltre all’abolizione degli Istituti d’arte, la riforma Gelmini ha imposto la riduzione delle discipline artistiche nei «nuovi» Licei artistici, la cancellazione di «Storia dell’arte» dai bienni dei Licei classici e linguistici, dagli indirizzi Turismo e Grafica degli Istituti tecnici e dei professionali; zero ore per i geometri; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dai bienni dei Licei scienze umane e linguistici; cancellazione di «Disegno e Storia dell’arte» dal «nuovo» Liceo sportivo; eliminazione del «Disegno» nei trienni di questi ultimi «ambiti formativi» (cfr. n. 321, giu. ’12, p. 10). Non è scomparsa soltanto la conoscenza di Giotto, Leonardo, Michelangelo, si stanno perdendo i saperi del grande artigianato, proprio quelle arti applicate come il design, la moda, la grafica, da sempre gloria della nostra eccellenza creativa e base del nostro export. Un documento di ISAlife, l’associazione degli ex Istituti d’arte aboliti, ricorda che «proprio in quelle scuole professionali si sono formati gli artigiani che hanno creato e tengono in vita la tradizione del made in Italy nel mondo».
Negli ultimi due anni si sono moltiplicati i tentativi di far rinascere la disciplina e tutto il sapere perduto. Appelli incessanti tra 2012 e 2013 non sono serviti.
La recente raccolta di 15mila firme sostenuta dallo stesso ministro dei Beni culturali Massimo Bray (tra i primi firmatari Adriano La Regina, Antonio Natali, Salvatore Settis, Claudio Strinati, Fai, Italia Nostra, Cesare De Seta, Associazione insegnanti di Storia dell’arte) sembrava poter avere successo: il 31 ottobre 2013 era finalmente arrivato in Commissione Cultura Scienze e Istruzione della Camera l’emendamento «C 1574-A» presentato da Celeste Costantino, deputata di Sel, per il «Ripristino della Storia dell’arte nella Scuola secondaria». Il sì sembrava scontato ma alla fine l’emendamento «non ha trovato ascolto», bocciato perché, dice la motivazione della maggioranza della Commissione, reintrodurre la materia «significherebbe aumentare una spesa che è stata tagliata perché il Paese non è in grado di sostenerla». Uno schiaffo proprio mentre il Governo sembra impegnato nella difesa della cultura e del suo valore, etico ed economico. In Commissione alla Camera, Celeste Costantino lo aveva presentato così: «Cancellare la formazione artistica è l’ennesimo paradosso di una politica che negli ultimi venti anni ha colpito a morte beni culturali, paesaggi e patrimoni culturali unici al mondo. Aver cancellato la Storia dell’arte per i giovani studenti significa ridurre il loro senso critico, la conoscenza, il sapere, fino a costringerli a dimenticare la grandezza del nostro patrimonio storico artistico». La scuola italiana di Storia dell’arte era da sempre un modello in Europa, introdotta dalla riforma Gentile del 1923. Oggi i dati Ocse descrivono la nostra scuola «ignorante», precipitata agli ultimi posti, vicina al Montenegro e alla Tunisia. Questo mentre altri Paesi, come Francia, Austria e Portogallo, si ispirano alle discipline della Storia dell’arte e del Disegno secondo le linee pre riforma Gelmini, e la introducono anche nelle classi elementari. Perché, scriveva lo storico Andrè Chastel, alla fine degli anni ’80, nei suoi inascoltati appelli al Governo francese (recepiti poi da Sarkozy nel 2008, che ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’arte anche alle elementari): «Il fronte più importante nella battaglia per la salvezza del patrimonio storico e artistico europeo è quello che passa nella scuola, come fanno benissimo in Italia».
Per mantenere viva la richiesta di una rinascita, da poco è nata una nuova associazione, Artem Docere (Associazione nazionale Docenti Disegno e Storia dell’arte) che si batte assieme alle altre associazioni «storiche» come l’Anisa. «Non vengono più preparati gli insegnanti di domani, li stiamo cancellando insieme con la Storia dell’arte, dice Marinella Galletti, presidente di Artem Docere, che annuncia nuovi appelli e azioni. La battaglia culturale per la restituzione di Disegno e Storia dell’arte, ricomincia da adesso».
La riforma Gelmini è riuscita anche a dividere gli insegnanti: da una parte 2mila precari, storici dell’arte vincitori di concorsi espulsi insieme alle loro discipline, dall’altra quelli di ruolo: «Una operazione barbarica, la definisce Marinella Galletti, che produce ignoranza e che fa tacere i professori rimasti nella scuola, protetti dal posto sicuro. Fuori i dannati, dentro i “fortunati” che preparano classi di allievi e futuri insegnanti del nulla».
L’ultimo tentativo fallito, che per ora mette fine alle speranze di una rinascita della «Storia negata», è stato il 7 novembre 2013. Il Parlamento approva il decreto «L’Istruzione riparte» presentato, «con soddisfazione e orgoglio» dal ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. Contiene tra l’altro, dice il comunicato del Miur, «borse per il trasporto studentesco, fondi per il wireless in aula e il comodato d’uso di libri e strumenti digitali per la didattica». Reintroduce anche una materia soppressa, la Geografia. Silenzio tombale sulla Storia dell’arte: petizioni, comunicati, elenchi interminabili di firme per la sua rivitalizzazione restano nei cassetti. Inapplicato l’art. 9 della Costituzione, tradito il pensiero di Roberto Longhi che si batteva per «quella Storia dell’arte che ogni italiano dovrebbe imparar da bambino come una lingua viva, se vuole avere coscienza intera della propria nazione». Si domanda Salvatore Settis: «A che cosa serve la Storia dell’arte? È semplice: come tutte le scienze (e in particolare quelle storiche) serve per capire. Serve per capire un mondo come il nostro inondato da immagini senza subirle passivamente, sapendone smontare e ricostruire i meccanismi di persuasione. Perché se rinunciamo a capire, faremo come i ciechi della parabola illustrata da Brueghel nel quadro conservato a Capodimonte: quando un cieco guida l’altro, tutti cadono nella fossa».

Un altro bell’articolo è uscito ieri, 5 Febbraio, su ilmediano.it, con la firma di Paolo Gallinaro: vi invito a leggere anche tale pezzo, a sua volta molto significativo nelle osservazioni che contiene, tra cui cito questa:
Un controsenso o, piuttosto, un suicidio. Stiamo infatti custodendo e valorizzando, con un enorme dispendio di risorse, il capitale storico-artistico più prezioso del mondo e al contempo formando i cittadini che lo dilapideranno. Cos’altro aspettarci dall’inevitabile diseducazione delle future generazioni? Stiamo per consegnare nelle mani di un popolo devastato dalla riforma Gelmini, incapace di distinguere una chiesa gotica da una barocca, un inestimabile patrimonio culturale. Un patrimonio che noi oggi, paradossalmente, con ingenti investimenti, cerchiamo di preservare proprio per quelle stesse generazioni che potrebbero, un domani, arrivare verosimilmente a distruggerlo.
QUI lo potete leggere in versione integrale.

Ma, lo ribadisco, non c’è veramente molto più da dire. Come ho già rimarcato tempo fa, qui sul blog – nel quale peraltro le personali osservazioni e gli appelli relativi a questioni e tematiche simili alla presente sono innumerevoli – l’Italia è una barca che sta colando a picco, ma che per come sia cronicamente incapace di turare le falle, anzi, per come non sappia far altro che provocarne altre, merita di colare a picco. E amen, basta. Che la cosa finisca una volta per tutte.
Chiamatemi “disfattista”, se vi va, ma c’è un limite a tutto, pure al patrio disgusto.

Dalle stalle alle stelle. Se dalla montagna può “discendere” la salvezza culturale della nostra società…

Ghirri-Luigi-Alpe-di-Susi-Bolzano-1979Vorrei proporvi un argomento diverso da quelli soliti trattati qui nel blog – anche se a ben vedere, e credo ne converrete anche voi, a fine lettura, sto comunque disquisendo di cultura, e pure di quella molto alta.
Voglio parlare di montagna, ambiente che amo frequentare e che trovo assolutamente stimolante per le mie scritture, ma in tal caso voglio dissertarne in chiave sociale/sociologica – peraltro, non a caso, quanto andrete a leggere mi si è formulato nella mente proprio durante un’escursione sui monti…
Montagna in chiave sociale e/o sociologica, ho scritto: già, e voglio riferirmi in primis a quel processo che ha avuto inizio nel dopoguerra sull’onda dell’industrializzazione intensa del territorio italiano il quale, per via delle relative modificazioni alla società, al modus vivendi quotidiano, agli usi e costumi nonché, ovviamente, alla cultura, ha provocato un drammatico spopolamento delle aree di montagna e il conseguente deperimento generale dell’economia sussistente in esse. Un’economia rurale difficile, legata a poche attività faticose, scarsamente fruttuose – certamente molto meno che quelle industriali – inevitabilmente legate al clima e ai cicli stagionali. Per decenni i montanari sono emigrati, scendendo a valle nei paesi e nelle città ovvero dove le industrie sempre più in espansione abbisognassero lavoratori per l’incessante produzione di matrice via via consumistica. Di contro, la montagna si è trasformata in “divertimentificio”, come qualcuno l’ha definita, un luogo per il quale l’unica economia post-rurale possibile è stata ritenuta quella del turismo, e in particolare quella dello sci.
Un’evoluzione inevitabile, forse, quella della montagna nel 20° secolo, e sotto certi aspetti pure comprensibile – anche perché, banalmente, era impossibile pensare di aprire grandi fabbriche in mezzo ai monti, pensando di trattenere lì i residenti; tuttavia, tale evoluzione ha cagionato uno stato di “coma socioeconomico” profondo, alla montagna, privata di buona parte delle sue risorse umane e al contempo sfruttata in modo sovente insostenibile a fini turistico-speculativi. La si è creduta (ottusamente) per tanto tempo ricca, grazie al turismo, quando invece si stava impoverendo e sfiancando sempre di più.
Poi, negli ultimi anni, sulla scia della diffusione nel pensiero comune delle tematiche ecologiste e ambientaliste, oltre che di una sempre più condivisa avversione verso la società post-industriale, ultraconsumistica e verso tutti i danni da essa arrecati, c’è stato un certo ritorno alla montagna, soprattutto da parte di giovani i quali hanno riscoperto attività lavorative quasi scomparse – allevamenti, colture, sfruttamento sostenibile del territorio, eccetera – e che hanno fatto sperare in una (quasi miracolosa) inversione di tendenza, purtroppo per nulla sostenuta dalle istituzioni pubbliche le quali invece pare considerino già da tempo la montagna come una sorta di “zona morta”, priva di futuro – tra gli altri lo denunciò tempo fa con forza e a suo modo Mauro Corona, che da buon abitante del Vajont conobbe bene cosa può provocare il disinteresse della politica e delle classi dirigenti nei confronti del territorio di montagna. Si sa, la bieca e criminogena politica nostrana si fionda ovunque veda la possibilità di ricavi, di tornaconti, di intrallazzi e di inciuci, mentre altrove non si degna nemmeno di porre la pur minima attenzione…

Vorrei però ora porre la questione fin qui illustrata sotto una luce differente, di natura maggiormente sociologica – se non antropologica. Sì, dacché indubbiamente, se già la società post-industriale mostrava da tempo quanto ci fossero, dietro al (presunto) benessere diffuso, parecchie zone oscure, di degrado sociale, di scollamento pubblico, di ghettizzazione d’ogni sorta (tutte oscurità ben nascoste dalla chimera consumistica e dal panem et circenses imposto dal potere), la crisi finanziaria degli ultimi anni ha in qualche modo palesato ancora di più la natura anti-filantropica, per così dire, della società contemporanea, la sua mutazione in un sistema controllato dai poteri vigenti con modi sempre più oligarchici nel quale l’unico fine – per giunta assoluto – è quello della ricchezza e dell’influenza pubblica derivante, mentre ogni altro elemento basilare e necessario per una buona e democraticamente fruttuosa evoluzione sociale è stato sempre più messo da parte, se non a volte palesemente combattuto – vedi alla voce “cultura”, appunto. Abbiamo lasciato che la società da noi costruita, in cambio della possibilità (rivelatasi alquanto chimerica) di poter diventare tutti ricchi, distruggesse buona parte dell’umanità presente in essa, generando una socialità basata sull’avere, non più sull’essere, ecco.
Posto che se si vuole uscire dalla crisi in corso – la quale, qualcuno sostiene e temo a ragione, è stata ormai resa “cronica” dal sistema di potere proprio per fare che, grazie al costante stato di emergenza derivante, lo stesso possa arrogarsi il diritto di divenire ancora più soggiogante – e uscirne nel miglior modo possibile, bisogna indispensabilmente considerare di fondare la ripresa (termine da intendersi in senso generale, non solo economico ma pure, e soprattutto direi, etico) su una rinnovata consapevolezza culturale, sulla quale poi basare l’altrettanto fondamentale consapevolezza civica che, inutile dirlo, deriva anche da una virtuosa coesione sociale (mentre ora pare che l’egoismo, inteso come individualismo bieco, ottuso e direttamente generato dal sistema ultraconsumistico impostoci negli ultimi tempi, sia considerato il modus vivendi più figo da seguire). Bene: io credo che proprio la montagna, nel suo essere un ambiente comunque “difficile”, nel suo costringere l’uomo ad adattarsi ad essa e non viceversa – come è successo nelle pianure, con i danni da antropizzazione selvaggia che abbiamo tutti sotto gli occhi – con l’esigenza inevitabile di un rapporto di collaborazione quotidiana più stretta tra i residenti – perché, ovvio, gli agi, i servizi e i vizi della città mai potranno essere riprodotti tout court in mezzo ai monti – col suo conservare, tra le vette, un ecosistema umano che non diviene – anche nei casi peggiori – così corruttibile come quello della città e, ultimo ma non ultimo, col suo essere cultura – perché, non bisogna dimenticarlo mai, il paesaggio è cultura, e la difesa del paesaggio è azione culturale: se tale verità non fosse stata ignorata così profondamente, in Italia, avremmo meno scempi ambientali, meno dissesti idrogeologici, meno terreni e falde inquinate, e un territorio più bello e vivibile – possa rappresentare l’ambito migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) di una società finalmente più equa, più civica, più consapevole. Già da tempo immemorabile la saggezza popolare recita quel famoso detto, “la montagna è scuola di vita”: beh, con altre parole è proprio il senso di quanto vi sto scrivendo. Che poi, tale rinnovata società potrà comunque continuare ad essere supercapitalistica ma, nel caso, lo sarà con intelligenza, logica, assennatezza e onestà politica – dacché questo conta: ciò che si è, certo, ma ancor più come lo si è.
E’ un dato di fatto antropologico che l’essere umano, allontanato dalle logiche “urbane” (si intenda qui in senso negativo) e messo in contatto con la Natura, recupera in qualche modo un’etica quotidiana che invece la città, con il suo abbagliante luccichio, i suoi agi sfrenati, il suo mettere a disposizione tutto senza sforzo e l’offrire una soluzione a qualsiasi problema, ha purtroppo relegato nell’angolo più oscuro e ignorato dell’animo umano – lo diceva già Thoreau quasi due secoli fa. In montagna lo scempio ambientale è più evidente (il che purtroppo non ne ha evitati innumerevoli, ahinoi…), la prepotenza sociale è più lampante e più irrazionale, la speculazione economica e la dissennatezza civica balzano subito all’occhio, nel silenzio che tra i monti non è disturbato dal baccano urbano e mediatico. Voglio dire – e ribadire: la società civile in montagna non può non porsi di fronte a sé stessa, alle proprie azioni e al proprio presente, nel frattempo facendo gioco forza tesoro del passato e dovendo meglio immaginare e costruire il futuro; e ogni individuo, nelle terre alte, non può non partecipare a tale quotidianità sociale, per il semplice motivo che il primo a trarne vantaggio sarà proprio lui (sarebbe così ovunque, inutile dirlo, ma sappiamo bene come la realtà sia ben diversa). Dunque proprio dalla montagna potrebbe venire un (rinnovato) modello di società civile che da tale ambiente ancora tutto sommato puro – o comunque meno corrotto che quello cittadino iperantropizzato – mutui le migliori virtù vitali, e dal progresso contemporaneo le migliori tecnologie e le più proficue evoluzioni sociali. Paradossalmente, mi viene da pensare e sperare, proprio quelle condizioni che dal dopoguerra in poi causarono lo spopolamento della montagna potrebbero essere le stesse che, in tutta la loro inesorabile schiettezza, consentano di rigenerare una società autenticamente umana nella quale l’uomo, l’essere umano, il cittadino, l’individuo libero, torni ad essere il centro. Così come dovrebbe essere e dovrà sempre essere in futuro, in qualsiasi forma sociale, se vogliamo che la nostra civiltà continui ad essere considerata tale e non diventi invece uno spaventoso mondo alla 1984 di Orwell.

Insomma, per concludere: la montagna e la sua Natura (in senso generale) ancora “brada” possono concedere all’uomo quello spazio di azione civica che la città – ovvero l’ambito industrializzato, superantropizzato, ipermediatizzato, socialmente degradato e soggiogato alle più basse strategie consumistiche – forse non può più offrire, a causa dell’imminente autosoffocamento sociale. Bisogna salire, per ritrovare noi stessi e il mondo “nostro” – quello che dovremmo desiderare per vivere bene: all’apparenza quasi un anelito spirituale (come lo interpretò Henry Wadsworth Longfellow in quel celebre componimento dal quale lo stesso Club Alpino Italiano trasse il proprio motto: Excelsior!, letteralmente “più in alto”, in un’epoca nella quale la montagna era ancora totalmente viva) che tuttavia, qui, io mi auguro possa essere un concretissimo invito a ritrovare la migliore via sociale da seguire, per non ritrovarsi sempre più ridotti a numeri uguali a tanti altri, dunque formalmente inutili, in una società simile a un arido e sterile deserto etico.

(In testa al post: Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979)

L’italica “cultura” del servilismo. Perché il nostro paese è probabilmente condannato a non cambiare mai.

Non andate coi piemontesi! Quelli hanno ancora i gesuiti!

Carlo Cattaneo, nel 1848.

Questa è la vita morale, religiosa e nazionale italiana a quel tempo: un mondo tornato in moda, favorito dagl’interessi, mantenuto nelle sue apparenze, rimbombante nelle frasi, non sentito, non meditato, non ventilato e rinnovato, non contrastato e non difeso, non realtà e non idealità, cioè a dire non praticato nella vita, e non scopo o tendenza della vita. Il tarlo della società era l’ozio dello spirito, un’assoluta indifferenza sotto quelle forme abituali religiose ed etiche, le quali, appunto perché mere forme o apparenze, erano pompose e teatrali. La passività dello spirito, naturale conseguenza di una teocrazia autoritaria, sospettosa di ogni discussione, e di una vita interiore esaurita e paludata, teneva l’Italia estranea a tutto quel gran movimento d’idee e di cose da cui uscivano le giovani nazioni di Europa; e fin d’allora ella era tagliata fuori del mondo moderno, più simile a un museo che a società di uomini vivi.

Francesco De Sanctis, nel 1870.

Il gendarme spagnolo e il tribunale dell’Inquisizione non trovavano in Italia l’ostacolo che avevano incontrato in Olanda: una coscienza individuale resa consapevole dalla Riforma dei propri diritti e doveri e quindi decisa a tutto pur di salvare la sua autonomia dal sopruso autoritario. La trionfante Controriforma aveva tolto agli italiani questa difesa, e li rendeva disponibili a tutto. È da questo momento infatti che si sviluppa nel nostro popolo la propensione ai mestieri ‘servili’, in cui tutt’ora gli italiani eccellono. Essi sono i migliori camerieri del mondo, i migliori maggiordomi, i migliori portieri d’albergo, i migliori lustrascarpe, perché cominciarono a esserlo fin d’allora, quattro secoli fa.

Indro Montanelli, nel 1959.

Spesso si può cogliere, su qualche media “illuminato” ovvero altrove, un dibattito che cerchi di determinare i motivi per i quali noi italiani ci siano ridotti – socialmente, culturalmente, civilmente e, ovvio, politicamente – nella situazione in cui stiamo; pochi di quei dibattiti spingono la loro dissertazione più indietro di qualche decennio, restando inesorabilmente impelagati nella puzzolente melma delle solite scaramucce politico-partitiche da futile talk show televisivo. Dissertazione senza dubbio comprensibile, ma certamente il cancro che sta ammorbando in modo pressoché letale il corpo nazionale italiano non si è formato in così poco tempo! Semmai in questo poco tempo chi poteva (e doveva) somministrare le giuste medicine per cercare di avviare un processo di guarigione, ha invece iniettato in quel corpo ulteriori veleni, che hanno accelerato e aggravato la malattia.
No, i mali italiani vengono da più lontano: sono in primis un problema culturale – poi inevitabilmente divenuto sociale – così consolidatosi nel tempo da diventare genetico, temo. Uno degli elementi più evidenti e gravi del problema, lo sostengo da molto tempo, è l’assoggettamento al dominio ideologico di matrice religiosa e clericale, con conseguente assuefazione alla condizione sociale da esso derivante, il quale nei secoli ha così profondamente plasmato il carattere italiano (inesorabilmente, visto che il Vaticano è in Italia e l’Italia è il primo bersaglio delle sue mire temporali) da mutarlo nel modo tutt’oggi in vigore, radicalmente diverso rispetto a quello di tutti gli altri paesi europei ovvero radicalmente e drammaticamente arretrato.
Indro Montanelli, Francesco De Sanctis e Carlo Cattaneo lo confermano, pur in tempi diversi – dunque avvalorando la tesi stessa e consolidandola nella storia. Montanelli sostiene quanto hanno poi sostenuto molti studiosi, ovvero che una delle cause di tutto fu la Controriforma tridentina, il che spiega non solo perché gli italiani siano così bravi a rendersi servi, ma ad esserlo di qualsiasi padrone gli si pari d fronte, dimostrando altrettanta capacità di assoggettamento al potere che altrove ben pochi hanno. Cosa che palesa pure una grave mancanza di personalità sociale, peraltro.
Il De Sanctis comprova i danni che l’assoggettamento ad un potere politico e ancor più ideologico di matrice teocratico-clericale ha causato nel popolo italiano, che ancora oggi continua a osservare intendere il mondo che ha intorno con sugli occhi e sulla mente quei filtri opachi e distorcenti – con in primis il concetto di libertà, personale e di pensiero, ad essere distorto, purtroppo.
Carlo Cattaneo, forse l’unico vero patriota illuminato italiano, dalle idee politiche così avanzate che gli toccò di fuggire in Svizzera, palesa ancor più l’allarme sul rendersi soggetti a poteri che conservano nelle loro basi ideologie arretrate e liberticide, come era per i Piemontesi al tempo delle Cinque Giornate di Milano. Ah, per inciso: dirà quel che dirà (o che gli viene strategicamente detto di dire) ma papa Bergoglio è un gesuita, eh! Altri tempi, certi, ma l’origine è quella.
Insomma: quando per lungo tempo si viene assoggettati a poteri ideologici e politici che pongono le basi della loro forza nei dogmatismi teologici ovvero in qualcosa di indiscutibile (e che con la fede non centrano nulla di nulla, sia chiaro!) è inevitabile che si perda qualsiasi consapevolezza civica e qualsivoglia buon concetto di libertà e autentica democrazia.
Anche per questo, ne sono convinto, l’Italia s’è ridotta così. Inevitabilmente.

INTERVALLO – Sondrio, Piccola Libreria Gratuita

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Anche in Italia, come in altri paesi, stanno cominciando a diffondersi per le vie di piccole e grandi città questi minuscoli tanto quanto preziosi esempi di free bookcrossing, che a ben vedere rappresentano un doppia prova di civiltà: diffondono i libri e il piacere della lettura tra la gente e, se non vengono vandalizzati, dimostrano meglio di ogni altra cosa il senso civico del luogo nel quale sono presenti.
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