Ah, sì, il celebre scrittore di… boh! Ovvero: se gli autori sono noti al grande pubblico ma i loro libri no…

book_money_imageDa tempo, ovvero da quanto ho preso a bazzicare come parte attiva il mondo editoriale e letterario, rifletto su quella che mi è sempre parsa una stortura bella e buona di tale mondo: la notorietà popolare di un titolo edito e dello scrittore che ne è autore, e dunque il rapporto che intercorre tra questi due “valori”. Spiego meglio la questione: ho sempre pensato che sia un libro – la sua qualità, le sue doti letterarie, la sua notorietà, appunto – a dover conferire pari virtù al suo autore, e non viceversa; cioè, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, che la conoscenza pubblica di uno scrittore debba necessariamente passare dalla conoscenza diffusa dei suoi libri: io conosco (ovvero riconosco come “affermato”) e apprezzo quel tal scrittore perché conosco e apprezzo uno o più libri che egli ha scritto. La stortura suddetta, invece, la rilevo quando avviene il contrario – come mi pare accade sempre più spesso, oggi: il pubblico sa citare nome e cognome di tantissimi scrittori affermati, ma non saprebbe citare nessuno dei titoli dei libri che hanno scritto. Come se la bontà di un’opera di letteratura perdesse tutta la propria valenza espressamente letteraria e abbandonasse l’elemento che ne dovrebbe essere fonte – il libro, appunto – per trasferirsi tutta sul suo autore e assumere una valenza del tutto superficiale e tipicamente di natura mediatica. In soldoni: scommetto che il grande pubblico sa perfettamente chi siano Camilleri, Ammaniti o Baricco – tre nomi contemporanei scelti a caso e secondo me apprezzabili, ma la casistica potrebbe essere infinita e pure atemporale – tuttavia quanti (dei non lettori-fan, ovviamente) saprebbero citare almeno un titolo di qualche loro libro? Ecco, io ho invece sempre pensato che, per quanto riguarda il riscontro popolare del lavoro di uno scrittore, dovrebbero essere ben più conosciuti e famosi i titoli dei suoi libri piuttosto che il nome/cognome dell’autore – se non, appunto, quando riconosciuto come tale per fama acquisita dal valore di quanto scritto: On the Road, un celebre libro di Jack Kerouac (dunque a sua volta celebre per induzione) insomma, piuttosto che “ah sì, Jack Kerouac, il celebre autore di quel famoso libro che parla di… di… Boh!” (Sperando poi che almeno si sappia che Kerouac fosse uno scrittore e scrisse quel famoso libro, e non lo si creda un ex giocatore di basket o un attore di film western degli anni ’50…)
Certamente su questa realtà pesa molto l’influenza dei media, come già accennato, e la loro superficializzazione d’ogni cosa, oggetto o persona, spesso legata ad una spettacolarizzazione forzata e artificiosa a meri fini di audience. In TV, soprattutto, quando si parla (le rarissime volte che avviene e in orari “umani”, voglio dire…) di libri in verità si parla dei loro autori, e se l’autore non è televisivamente vendibile, ovvero non offre qualcosa con cui costruirne un “personaggio”, difficilmente troverà spazio, e i suoi libri tanto peggio. In un modo o nell’altro, il valore letterario proprio di un’opera scritta ed edita viene messo da parte, ignorato o represso: mica si può mettere in piedi un talk show televisivo ospitando dei libri, non vi pare?!? Ma nel principio lo stesso discorso lo si può tranquillamente sostenere per qualsiasi media nazional-popolare, sia chiaro, televisivo, cartaceo, on line o che altro, e il pericolo è che si inneschi un meccanismo di pseudo-conoscenza iper-superficiale in base al quale la cognizione diffusa del panorama letterario si fermi ai soli nomi di chi ne fa parte e non vada oltre, a ciò che veramente e inevitabilmente lo crea e compone – i libri, certo. Sarebbe come ritenersi conoscitori della storia delle missioni spaziali solo perché si conosce il nome degli astronauti più famosi – quelli degli allunaggi durante le missioni Apollo, ad esempio!
Attenzione: non sto dicendo che in ciò sia insito un sorta di tremendo e infamante peccato originale, o che questa sia una cosa deprecabile e debellabile. In verità la mia è una riflessione piuttosto banale e all’apparenza scontata, in fondo, eppure capace di rivelare in un modo alternativo la notevole superficialità della quale è fatta oggetto la “buona” letteratura dal grande pubblico – che invece non ha problemi a ricordarsi i titoli di certi libri-spazzatura da milioni di copie, imposti con battage pubblicitari da lavaggio del cervello per meri fini commerciali, giammai cultural-letterari! In questo casi gli autori non contano nulla, fors’anche perché definirli “autori” è termine esagerato se non fuori luogo…
Fatto sta che proprio di recente un caso editoriale del quale la stampa ha dato notizia pare confermare il cop_libro-rowlingsenso delle suddette mie riflessioni: J.K.Rowling, la celeberrima (e miliardaria) autrice della saga di Harry Potter, ha pubblicato un libro – un giallo, per la precisione – intitolato The cuckoo’s calling con lo pseudonimo di Robert Galbraith. Risultato – a quanto riportano le cronache: 1.500 copie vendute. Roba che a momenti un esordiente vende di più. Poi, salta fuori che quel tal Robert Galbraith è in realtà la Rowling, appunto. Risultato: vendite decuplicate. E ciò a prescindere dalla bontà letteraria dell’opera in questione, come vi apparirà chiaro. Fatemelo dire fuori dai denti: scrivesse merda, la potrebbe vendere e alla grande per il solo suo nome – e, ribadisco, quello della Rowling è solo l’esempio più fresco che ho avuto a disposizione e per questo ho citato: non ho assolutamente nulla contro di lei, anzi, giù il cappello al successo che ha ottenuto col suo celebre maghetto occhialuto! Ma, insomma, capirete bene che, in tali questioni, il libro non conta praticamente nulla: diviene come uno di quei capi alla moda orribili e dal valore estetico pari a zero eppure agognato da tanti solo perché firmato da questo o da quell’altro celebre stilista…
Lo ammetto ancora: la riflessione in sé è probabilmente banale, eppure non riesco a non ricavarne quella vivida sensazione di stortura, di qualcosa che va nel verso sbagliato, di un’evidenza – l’ennesima – tipica del panorama editoriale e letterario che tuttavia con i libri e la letteratura mi pare centri assai poco.

L’essere umano? Solo la creazione di un gran pasticcione! (Arto Paasilinna dixit)

Bisbigliando nell’oscurità della hall, si domandarono se Dio fosse soddisfatto del settore umano della sua creazione che, nel corso della storia, era riuscito a fare così tanto male. I vizi erano legione: gelosia, invidia, violenza, guerre… difficile credere che avesse veramente creato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Secondo Rauno Rämekorpi era evidente che nella programmazione del prodotto doveva esserci un difetto di base fin dall’ideazione. Se avessero affidato a lui l’incarico della messa in opera avrebbe buttato via cop_lediecidonnedelcavaliere_bordoil prototipo prima ancora del collaudo. L’uomo era intrinsecamente obsoleto, inefficiente e poco pratico con quelle due gambe e il corpo glabro. La testa era troppo vulnerabile e le mani maldestre. Kirsti lo pregò di non essere blasfemo, ma ormai il Cavaliere era lanciato. La parte riuscita peggio è il cervello. L’uomo era senz’altro più intelligente dell’ippopotamo, ma anche dopo il processo produttivo continuava a essere avido, depravato, crudele e furbo, insomma un pessimo elemento. Rauno Rämekorpi riteneva che un Dio che aveva fatto un così pessimo lavoro non meritava tutta quella devozione.
Rauno: Non c’è da estasiarsi tanto davanti alla grandiosità di Nostro Signore… è un gran pasticcione!
Aggiunse che se un inventore del genere fosse venuto a candidarsi per un posto da ingegnere agli uffici di Tikkurila e avesse presentato l’uomo come pezzo forte del suo curriculum, non avrebbe mai trovato lavoro. E meno male che Dio non si è messo a produrre pompe. Il sistema idraulico cederebbe alla prima prova di resistenza e la corrosione delle parti metalliche lo renderebbe in breve tempo inutilizzabile. Per non parlare delle cabine di lusso concepite dall’Onnipotente, somiglierebbero sicuramente a tane di orsi: ecologiche, certo, ma chi ci vorrebbe passare le sue vacanze da sogno?

(Arto Paasilinna, Le dieci donne del Cavaliere, Iperborea 2011, traduzione di Marcello Ganassini, pag.124-125)

Razionalismo agnostico in salsa finnica, ironico tanto quanto ben più saggio di infinite altre “profonde” (?!) elucubrazioni di diverso segno, teologico o no… (E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo in questione!)

Paul Torday, “Pesca al salmone nello Yemen”

cop_pescaalsalmonenelloYemenVerrebbe mai in mente a voi, chesso’, di andare a sciare su un isola dei Caraibi? Oppure di giocare a golf nel bel mezzo del deserto del Sahara, o ancora di cercare funghi porcini nell’entroterra groenlandese? Credo proprio di no, e lo crederei anche se doveste immaginare di pescare salmoni – un pesce tipico di corsi d’acqua freddi e impetuosi, generalmente molto nordici – in un polveroso uadi tra gli infuocati canyon delle montagne dello Yemen, o sbaglio? Sarebbe una cosa fuori da ogni logica, senza alcun senso, priva di qualsivoglia razionalità, scientifica, biologica e pure ludica – appunto come pensare di creare una stazione sciistica ai Caraibi. Un’assurdità, insomma.
In effetti è la stessa opinione che matura il professor Alfred Jones, idrobiologo dell’ENPI – l’ente per la tutela e lo sviluppo del patrimonio ittico nei fiumi britannici – e protagonista di Pesca al salmone nello Yemen di Paul Torday (Elliot Edizioni, 2012, traduzione di Annamaria Raffo; orig. Salmon fishing in the Yemen, 2007.) Lo pensa fin da subito, ne andrebbe peraltro del proprio onore scientifico imbarcarsi in una assurdità del genere e non lo ritiene proprio il caso…

Leggete la recensione completa di Pesca al salmone nello Yemen cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

E’ on line il numero 110 – Luglio 2013 – di InfoBergamo.it!

E’ uscito il numero 110 – Luglio 2013 – di InfoBergamo.it, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più. Prime prove di tali “ampie” peculiarità sono certamente il gradimento dei lettori per il mensile e la quantità di letture, dati assolutamente illuminanti in tal senso visto che da tempo il numero di essi non scende mai sotto gli 80.000 al mese! – 85.000 a Giugno, dopo il record di 96.000 registrato a Maggio! Ma è certamente una quantità e un gradimento ben legati – anzi, cop_InfoBergamo_luglio2013proporzionali! – alla qualità dei collaboratori e degli articoli ospitati sul mensile, che anche in questo numero 110 offre veramente molta carne al fuoco tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori, viaggi e molto, molto altro, come si può evincere dal sommario del mese
A mia volta sono molto onorato di far parte dei collaboratori di InfoBergamo.it, cercando di offrire ai lettori spunti, osservazioni, testimonianze e riflessioni sul mondo dei libri, della letteratura e dell’editoria contemporaneo. In questo numero 110, al posto dell’usuale articolo a carattere divulgativo sul mondo suddetto ma restando assolutamente in esso e sui temi correlati, ne voglio invece proporre ai lettori uno dal tono parecchio polemico – fin da titolo: LA CULTURA NON SERVE A NULLA! (Inopinati attimi di pericolosa lucidità mentale) – che nasce da certe riflessioni che sovente mi ritrovo a fare soprattutto quando sono “dentro” – per la mia attività letteraria e non solo – il sistema della cultura in Italia, e vi constato certe realtà veramente sconcertanti. D’altronde, il senso precipuo dell’articolo è del tutto valido ed evidente anche stando al di fuori di quel sistema, le cui peculiarità sono per gran parte comuni (ahinoi!) a buona parte della società civile nostrana…
Cliccate sul titolo sopra riportato dell’articolo oppure QUI per leggerlo direttamente ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina lì sopra ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo.it merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!