Silenzio (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

Silenzio

Silenzio se ne stava per un lunghissimo tempo, infinito, incalcolabile, acquattato nel profondo vallone del versante Nord della Grande Montagna, in quel titanico catino i cui bordi si frastagliavano nella forma di miriadi di pizzi, punte e pinnacoli che s’inarcavano spinti da chissà quali immane forze verso il cielo, nel tentativo di corteggiare con la loro baldanza le eteree nubi vaporose e vacue che salendo dalle basse valli s’intrufolavano nel profondo vallone con la loro languida timidezza, quasi che anch’esse respirassero al varco l’atmosfera di assoluto mistero che sospendeva quell’angolo del massiccio e se ne inebriassero, restando tuttavia imbambolate nel palpabile fascino. Lentamente scivolavano sui fianchi, in basso ancora verdi di praterie d’alta quota, muschi e nelle giuste stagioni rallegrati dai colori dolci delle fioriture, poi salivano quietamente carezzando il granito, conformandosi nelle sue pieghe, nelle spaccature, nelle crepe, nelle forme infinite che la Natura aveva scalpellato con la sua inimitabile arte. Poi salivano ancora, sempre lentamente, ove le punte rocciose divenivano assai ardite staccandosi in enormi spaccature dal corpo delle creste, e in queste si infilavano, cingendo quelle slanciate forme con il loro evanescente, preziosissimo velo, nel quale pareva il Sole facesse brillare le infinite gocce di umidità in sospensione, come polvere di diamante che innalzavano in un’aura ancor più fascinosa e regale tutte quelle vette, a guisa di cavalieri in alta uniforme al cospetto della grande regina, ancora più in alto, oltre ogni cumulo, assisa sullo sfondo cupo del blu celeste come indiscutibile dominatrice d’ogni paesaggio e d’ogni visione.
A questo quotidiano, elegantissimo rito, assistevano gli ultimi larici che dalle foreste del fondovalle riuscivano a spingersi ove già la quota toglieva loro parecchio della sanguigna vitalità, eppure tanti di loro rosseggiavano diradati fin nella brullezza delle morene, rosseggiavano forse d’emozione, forse di passione, forse di timidezza quasi sentissero d’essere non degli intrusi ma quantomeno degli arditi sfidanti le leggi d’un regno che giusto in quelle zone altitudinali prendeva a variare le proprie leggi in favore della forza, della potenza, della resistenza ed a scapito della grazia, della leggerezza, della finezza; ma lì presenti, le loro rosse ramature contribuivano ora ad accrescere il fascino del luogo, almeno fino a che, poco più sopra, i grandi massi di granito altezzosamente prendevano a brillare dei loro microscopici granelli di quarzo, scintillando nel vigore dei raggi solari la loro vittoria e il loro predominio tra le gande, le morene, le brulle praterie d’alta quota fin sotto le grandi pareti che ne cingevano il dominio.
Glacialmente impassibili, invece, lassù, i paurosi seracchi terminali dei grandi ghiacciai discendenti dalle gole alte della Grande Montagna osservavano il tutto dalla loro privilegiata posizione, freddi e distaccati ma sempre all’apparenza sul punto di scaricare parte del loro corpo verso il basso, quasi a ribadire con rabbioso puntiglio d’essere essi i discendenti di quei grandi apparati che il grande vallone avevano generato e non solo, come la morfologia di tutte le valli attorno al massiccio dimostrava. Ma parevano in effetti quelle fauci di ghiaccio sospese non solamente nello spazio – quasi pensili su pareti spesso assai ripide – ma anche nel tempo, ferme forse da dozzine d’anni, da secoli, chissà da quanto e quanto ancora… E mentre sugli altri versanti della Grande Montagna i grandi ghiacciai spesso e volentieri facevano sentire tutta la loro terrificante potenza e l’altrettanto spaventoso ruggito, scaricando tonnellate di ghiaccio dai seracchi in crolli titanici sulle morene sottostanti, e sollevando piccole nubi di bianchissima polvere che per parecchie ore poi scintillava nella luce solare, nel grande vallone del versante Nord essi rimanevano fermi, silenziosi, come in attesa di un qualcosa che forse mai avrebbe potuto giungere.
Questo era il regno di Silenzio. La sua dimora, la sua preferita magione. Altre ve ne erano tra le vette della Grande Montagna, ma mai come quella, così…silenziosa. Bastava poco, d’altronde: uscire dalla valle, tagliando le grandi pareti verticali attraverso le più accessibili cenge, superare le morene, spesso alte come ciclopiche mura di difesa di città fantastiche, scendere verso le praterie d’alta quota, dove solo raramente si spingevano le mandrie al pascolo, scendere ancora dove, al limite del bosco, la scarna prateria d’alta quota si faceva più decisamente utile e verde prato, dove apparivano le prime baite dei pastori… Ecco, qui, oltre ai rumori che a tutto ciò erano legati – le mandrie, i richiami dei pastori, i campanacci, i rari suoni di tutte quelle attività umane che vi si svolgevano – qui si poteva sentire il rumore del fondovalle, dei villaggi, delle strade, della gente operosa impegnata nelle opere quotidiane, il traffico nelle stagioni turistiche, il vociare degli escursionisti per i sentieri, nei prati e nei boschi, le musiche, gli strepiti, i fragori…
Oltre le baite, allora, oltre le praterie più alte, protetto dai bastioni rocciosi delle più ardite vette e dalle imponenti morene, nel suo vallone rimaneva Silenzio, da un tempo infinito in attesa.
E quando il Sole definitivamente scendeva, quando il cielo si faceva dapprima lattiginoso, poi violetto, leggero e via via più scuro fino a diventare il consueto, meraviglioso abito della Notte sfolgorante di mille e mille ori splendenti calante nel vallone con la solita, elegante regalità, Silenzio felice la accoglieva nel suo solito modo, senza alcun clamore ma pur con immensa emozione – la tenebrosa amica, sensuale amante del tempo notturno e sospeso: ella scendeva con il solito, lentissimo, inebriante fascino, che inesorabilmente avvolgeva ogni minima e massima cosa nel vallone. Ora, viceversa che nel giorno scintillante della gloria solare, tutto s’illuminava discretamente di finissima oscurità, come una sottile, evanescente velina della pagina – di tante pagine – d’un misterioso grimorio medievale, ora senza tempo e narrante di incredibile leggende, di prodigi, d’incantesimi e di magie.
Così, in Silenzio la Notte ad esso s’univa per generare quell’indicibile atmosfera nella quale pareva che veramente ogni cosa potesse accadere, e che si celava in quel vallone della Grande Montagna le cui grandi pareti l’immenso fascino proteggevano da chiunque avesse in spirito qualsiasi intenzione di inquinare tale incanto.
Allora coloro che naturalmente detenevano la gran fortuna di poter farsi cullare dalla pace di quel luogo, avrebbero potuto assistere a cose meravigliose. L’idillio della Notte e del Silenzio permetteva alle Stelle ed alla loro incredibile purezza luminosa di farsi ancora più scintillanti, d’illuminare il nero del cielo come di riflessi baluginanti di una immensa cupola di purissima ossidiana, scendendo nella loro spiraleggiante e lenta danza tra i radi larici, i fitti rododendri, i massi di granito e di quarzo delle morene, specchiandosi sui vetrati dei gran pilastri bianchi che sostenevano i ghiacciai sul bordo dei propri valloni laterali, sfolgorando per tutto il catino roccioso come fosse il cratere d’un gran vulcano dalla bonaria luminosità magmatica, pulsante e fremente ma mai sul punto di eruttare tutta la propria intrinseca forza – anzi compiacendosi della dimostrazione di quieta, inimitabile superiorità.
E l’incredibile entusiasmo che ammantava questi istanti eterni prendeva pure il vento, che leggero ma vivace penetrava sul proscenio come il modulato fiato entrante in un immenso strumento musicale melodiante ogni bellezza, un dolce, titanico flauto in grado di generare soavi suoni soprannaturali dagli elementi di luce e di Natura che in esso s’armonizzavano a creare quella prodigiosa eufonia. Note inudibili per gli spiriti non eletti componevano la sinfonia del silenzio, sulla quale la Notte danzava eterea nel suo lungo abito scuro scintillante di paillette. Persino il Tempo imperturbabile – certe volte così seccantemente testardo nel voler a tutti i costi correre avanti – si faceva ammaliare dalla silente festa in corso, e pareva anch’egli languire, poggiando il nerboruto e teso corpo sul gran giaciglio del verdeggiante fondovalle per assistere alla magia e attendere un attimo, un qualche suo attimo e un qualcosa, prima di riprendere nel suo obbligo eterno e immancabile. Le stelle scintillavano potentemente – un perfetto coro che tesseva le sue auliche strofe sulla sinfonia che melodiava intorno – e grazie al Tempo ogni cosa si sospendeva, si faceva magia, atomo su atomo e in ogni atomo racchiuso un qualche piccolo prodigio che nell’insieme contribuiva ad alimentare il fascino dell’immane incantesimo – il tutto a propria volta racchiuso nella rassicurante, materna, ancestrale stretta delle massicce, eleganti braccia della Grande Montagna.

Questo era il regno di Silenzio, la sua dimora, la sua preferita magione. Altre ve ne erano nel vasto massiccio della Grande Montagna, ma chissà, la Natura aveva voluto a questa donare più che ad altre quell’incommensurabile avvenenza che ad ogni istante si faceva possibile soglia per l’ingresso nel meraviglioso mondo della bellezza massima: la soglia che valicava la Notte e la sua voluttà, il giorno e la sua gloria, la Luna, il Sole e le stelle, il Cosmo intero e la sua infinità, ogni più grande prodigio e magia – pur nella propria apparente insignificanza – e tutti gli spiriti che sapevano riconoscere il gran tesoro che il vallone proteggeva gelosamente – ma non troppo, come un forziere resistente alla lurida mano del predatore ma capace di dischiudersi al cuore puro del sognatore e del poeta il qual scrivesse una rima in ogni istante della propria vita.
Quassù Silenzio se ne stava da e per un lunghissimo tempo, infinito, incalcolabile, nell’attesa la cui fine avrebbe rappresentato per egli – probabilmente – la più grande felicità. Era l’attesa che ne avvalorava l’essenza, facendola così preziosa tanto da manifestarsi solamente – almeno in una sua presenza così pura – in quello sperduto vallone sul versante Nord della Grande Montagna, dando le spalle alla civiltà più avanzata la quale, lontanissima, si cullava nei fondovalle e nelle pianure nella mirabolante confusione della propria modernità. E in questa, nel suo sfarzo rumoroso di mille virtù tecnologiche, l’uomo moderno pareva aver smarrito chissà in quale andito del tempo passato la capacità e la volontà di uscire dal proprio perfetto mondo per ritornare ad auscultare il nulla del tempo senza tempo, della sospensione ancestrale, dello stato di purezza pressoché assoluta grazie al quale alcune impensabili soglie aprivano i propri possenti portali per permettere il passaggio verso la conquista di quella bellezza da compiersi in compagnia del Sole, della Luna, della Notte e delle stelle e di tutti gli altri elementi eletti. Neanche si vedeva, la civiltà, nascosta sì e lontana non solo nelle proprie dissonanze ma anche nell’immagine eternamente, nebbiosamente scintillante, laggiù oltre le altissime creste algide, le vette in perenne ascesa verso il cielo, le maestose foreste, le valli chiuse e serpeggianti in forre in cui il silenzio della voce umana veniva assicurato dalla paura che esse suscitavano nel passante: oltre tutto ciò, laggiù, anche il tempo rumoreggiava con il proprio moto, ennesimo elemento di scissione tra due mondi all’opposto, vicini nella spazio, lontanissimi nell’essenza.
Ma chissà che un giorno, accompagnato dal Sole o dalla Luna, dal vento o dalla neve o dalla pioggia o da una buona luce o dal gran fascino della bellezza, qualcuno da laggiù fosse giunto ad annullarsi in quella immensità che tutto conteneva, in quel piccolo angolo di cosmo che sapeva attrarre tutte le stelle che il grande arco nelle notti limpide sapeva contenere – fortunatissimo spettatore della maestosa sinfonia silente, del propagarsi del mirabolante incantesimo, del mutare di quella litica, massiccia fortezza nell’immenso salone delle feste d’una reggia scintillante di mille e mille ori e diamanti e d’ogni altra guisa di pietre preziose e alchemiche…
Il tempo era accondiscendente, affascinato dall’incanto silente che inebriava ogni suo minimo istante. Egli per ora acconsentiva a donare l’infinito.
Così Silenzio attendeva, nel gran vallone sul versante Nord della Grande Montagna – la sua dimora, la sua preferita magione – il realizzarsi della sua più grande ed anelata felicità.

Reblogging: “Cinquanta sfumature di grigio – oh!” (dal blog Grafemi)

Premessa standard a post unificati: siccome che è Estate e fa caldo, a volte molto caldo, e siccome che a me il caldo sfianca, dacché mi potreste vedere in giro con addosso solo una t-shirt nel bel mezzo d’una bufera di neve a Gennaio, e siccome che, capirete bene, gestire un blog è attività tremendissimamente faticosa – ben più di, ad esempio, lavorare in miniera a 1.500 metri di profondità o in acciaieria come addetto agli altiforni o nei terreni agricoli sotto il Sole cocente ovvero altro di ugualmente arduo… ehm… – ho deciso, durante queste settimane canicolari, di far lavorare un po’ gli altri. Già. Ovvero, di ribloggare articoli che ho potuto trovare e leggere su altri blog, e che mi sembrano assolutamente meritevoli della vostra attenzione. Sì, insomma, un modo anche – soprattutto, in effetti! – per rendere omaggio a tanti colleghi blogger i cui post ritengo veramente ottimi, esemplari e spesso illuminanti – blogger che ho la fortuna e l’onore di seguire. In attesa che torni alla svelta la stagione fredda, ovviamente. Freddissima, anzi! O di trasferirmi alle Svalbard, come forse si starà augurando chi ora stia leggendo queste mie cose e ami il caldo estivo…

Comincio con un articolo tratto da Grafemi, il blog di Paolo Zardi, che ritengo uno dei migliori in senso assoluto tra quelli che si occupano di letteratura e cose affini. Ribloggo probabilmente la più efficace e illuminante recensione (ma tale termine è fin troppo limitante, nell’identificare lo scritto in questione) mai letta circa un libro(ide, dovrei dire, citando Gian Arturo Ferrari) sul quale è inutile dire qualcosa,50 Sfumature di grigio”. Una recensione ingegneristica – d’altronde lo è, Paolo Zardi, ingegnere! – che trovo fenomenale nel rappresentare forse il miglior metodo di valutazione di testi del genere (in senso commerciale, non letterario) di cui il suddetto titolo è esempio lampante.
Il che peraltro mi porta a riflettere su un aspetto, o meglio su una delle tante storture della produzione editoriale contemporanea, ovvero sul rapporto intercorrente tra (certo) testo edito e recensione critica dello stesso, e sulla proporzionalità dei valori (letterari) effettivi di entrambi, sovente inversa, dalla cui riflessione credo ne trarrò qualche opinione da proporvi prossimamente.
Un grazie a Paolo Zardi per l’ottimo lavoro compiuto con Grafemi.

Cinquanta sfumature di grigio – oh!

Una delle accuse che più spesso viene mossa a chi scrive recensioni è di non leggere i libri di cui parla. Non so se sia sempre vero – le recensioni che ho potuto leggere sui libri che conosco dimostrano, in molti casi, un’approfondita conoscenza del contenuto, e un’analisi non banale. Nel caso di questa recensione, invece, ammetto, anzi, dichiaro da subito, che io non ho letto “Cinquanta sfumature di grigio”, che non conosco l’autrice (è un’autrice, vero?), che non ho letto neanche gli altri due libri che compongono la trilogia, che ho sfogliato qualche pagina qua e là, per capire se la cosa poteva interessarmi, che nutro alcuni piccoli pregiudizi sulla qualità complessiva dell’opera, che non so spiegarmi il successo così vasto di un porno harmony (è questa l’idea, probabilmente sbagliata, che me ne sono fatto), ma che nonostante questo, parlerò di questo libro, e lo farò usando un approccio completamente diverso: l’analisi della frequenza delle parole.

Variazioni sul tema...
Variazioni sul tema…
Ogni romanzo, ogni storia, è formata da parole (che a loro volta sono formate da grafemi…) che rappresentano, nel loro insieme, la tavolozza che l’autore ha usato per narrare una vicenda. Spesso non ci rendiamo conto di cosa caratterizza lo stile di uno scrittore, perché le variabili in gioco sono tante: la punteggiatura, la costruzione dei periodi, un certo modo di procedere nel ragionamento, la scelta delle metafore (il mondo alle quali attingono), il rapporto tra i paragrafi… e le parole. Ci sono autori che ne usano pochissime, sempre le stesse, e grazie a questo costruiscono storie bellissime – penso a Hemingway, a Faulkner – e altri che danno fondo a tutta la loro conoscenza linguistica per raccontare episodi minimi – e qui mi vengono in mente Nabokov e la sua straripanza verbale, e il più grande autore di tutti i tempi, Shakespeare. Un tempo, l’analisi della frequenza con la quale compaiono le singole parole si affidava a un approccio qualitativo, a sentimento… Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani), conoscere i numeri che caratterizzano un libro. Così, invece di leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, l’ho sottoposto a questa elaborazione, che mi ha fornito alcuni risultati che considero interessanti.

La prima cosa che posso dedurre scorrendo quest’arida lista di parole affiancate dalla frequenza con la quale compaiono è che il centro della storia, il fulcro, l’elemento più rilevante, è un certo “Christian”, che compare 892 volte in un libro che, nella mia edizione, ha poco più di 600 pagine; e ho il sospetto che il pronome “lui”, che compare 973 volte, faccia riferimento proprio a questo tizio. La presenza di 652 occorrenze del pronome personale “mia”, e 540 “mio”, mi spinge a pensare che che la storia sia raccontata in prima persona; come indizio ulteriore, noto che “io” compare 538 volte (stiamo parlando di numeri molto alti: per capirci, la preposizione “da” compare 766 volte, meno spesso dell’onnipresente lui-Christian). “Grey”, 548 volte, è un cognome o un altro uomo della storia?

(Continuate a leggere l’articolo al completo nel blog Grafemi)

Per una definizione di “spazio-tempo” assolutamente, pragmaticamente terrena e umana (col temporale che infuria, fuori…)

spazio_tempoElucubrazioni d’un temporalesco pomeriggio di mezza estate, con la pioggia che ticchetta sui vetri delle finestre, il rombo dei tuoni, il vento teso e ululante, e certe cose che guizzano in testa proprio in momenti del genere, quando l’ancestrale forza della Natura si riappropria, almeno per qualche istante, dello spazio e del tempo che noi umani ci vantiamo così spesso di dominare…
Ecco, lo spazio-tempo, ad esempio, o la struttura quadridimensionale dell’Universo, il “palcoscenico” dei fenomeni fisici.
Domanda: si potrebbe formulare anche una concezione di spazio-tempo più terrena di quella scientifica, più quotidiana, pragmatica, e legata all’esistenza di noi tutti?
Vediamo un po’…
Dunque, mi viene da riflettere sul fatto che lo spazio “virtuoso” nel quale si compie la vita di un individuo è ormai sempre più virtuale nel valore, e da esso il tempo sfugge fino ad essere una dimensione considerata da molti avversa: il tempo passa troppo in fretta! – certo, non stai facendo nulla di buono nel tuo “spazio”! Un’esistenza misera di valore autoriduce il proprio spazio vitale, vi si imprigiona e si immobilizza, e il tempo non può conoscere sosta, lo si sa, pena la finale rovina…
Lo spazio-tempo, insomma, non è solo quella strana cosa di cui si ha (forse) conoscenza principalmente perché un noto regista americano ci fece alcuni films di successo; e a lato della sua definizione specificatamente fisica, credo che ogni individuo di spirito dovrebbe raggiungere la cognizione del proprio spazio-tempo, ovvero della propria presenza ed azione in relazione ad una dimensione spazio-temporale ben definita: la vita. La vita si manifesta in un dato spazio (l’ambiente in cui si vive e nel quale le nostre azioni hanno effetto) e in un dato tempo (l’istante in cui noi viviamo e agiamo, e per il quale compiamo una certa azione): due elementi strettamente correlati, dacché, in un ambito limitato temporale quale è l’esistenza di una persona, ogni singolo istante risulta fondamentale per il valore complessivo di esso, e abbisogna di caricarsi di un proprio singolo valore conferito da quanto avviene nello spazio, nel nostro mondo vissuto in cui il nostro agire quotidiano, nelle banalità come nelle grandezze, genera effetti, conclusioni, esiti. Noi agiamo per quanto impone un certo istante, solitamente futuro in prossima realizzazione presente, nello spazio che ci è necessario per ciò che è dovuto, e tale materialità spaziale non ha effetti solo in quello stesso ambito ma anche nel tempo, per i prossimi istanti nei quali quell’effetto avrà validità: concepirsi consapevolmente come elementi in moto (vitale) in un proprio spazio-tempo, dunque, significa proprio intendersi come un’astronave in moto nello spazio per un certo tempo, ma con la virtuosa capacità di condizionare il rapporto tra i due elementi, di modificarli a proprio altrettanto virtuoso fine, come se il mezzo fosse dotato di un motore a curvatura capace di distorcere lo spazio-tempo e di viaggiare da un punto all’altro del cosmo attraverso un wormhole – come vengono definiti i presunti passaggi spazio-temporali postulati dall’astrofisica di frontiera … Parimenti, noi possiamo condizionare lo spazio-tempo in cui viviamo, le nostre azioni sono come quel motore a curvatura: il loro manifestarsi nel presente condiziona e muta il futuro, allo stesso tempo conformando il passato; il “contenuto” materiale del nostro spazio (le azioni e i loro effetti) va’ ad agire nel tempo, e tanto più esso sarà virtuoso, tanto più virtuoso sarà quel tempo verso cui ci dirigiamo, tanto più proficuo per le azioni che compiremo quando vi arriveremo, nel nostro viaggio sulla rotta della vita. L’agire proficuo di oggi ci fa già passeggiare agevolmente nel futuro, insomma, e lascia il segno prezioso del nostro passaggio nel passato; chi riesce ad avere consapevolezza di questa naturalissima verità e dunque a governare il proprio spazio-tempo, può ben dirsi in viaggio sulla giusta rotta della propria vita; gli altri inevitabilmente diventeranno naufraghi spersi nel cosmo vitale, con la bussola fuori uso, fino alla fine del loro tempo – sempre che non vadano a schiantarsi stoltamente contro qualche asteroide di passaggio! Sbeng! – finito lo spazio, e finito insieme il tempo: correlazione perfetta, e inevitabile finale per chi non sa viaggiare sulla giusta rotta…
Nel frattempo, fuori, pare che la buriana si sia calmata, e il ruggire dei tuoni si allontana verso oriente. Bello, il temporale… Mi è sempre piaciuto. E’ primordiale energia allo stato puro e assoluto…

Paola Ronco, “Corpi estranei”

cop_corpiestraneiA volte ci sono certi titoli – di libri, ovviamente intendo dire – che, chissà per quale motivo, risultano più intriganti e accattivanti di altri, e senza che queste finalità siano da essi direttamente ricercate, almeno non palesemente. Poi magari si acquista il libro relativo e si scopre che quel titolo nulla c’azzecca con i suoi contenuti – quante volte accade, eh?! – ma altre volte si comprende come il titolo stesso viceversa risulti parecchio azzeccato, per la storia che introduce e a cui fa riferimento – ancor più se inserito in una copertina altrettanto accattivante, poi.
In fondo Corpi estranei, romanzo d’esordio della scrittrice torinese Paola Ronco (PerdisaPop, collana “Corsari”) l’ho acquistato anche per i motivi appena citati – non solo, certo: i “promo” mi parevano interessanti e ne avevo pure sentito parlare bene sul web – e il mio attuale “studio” del genere giallo/noir ne ha reso la lettura un’attività assolutamente consona al momento. Anche se, bisogna precisare fin da subito, Corpi estranei non è un giallo (o un noir) propriamente detto, dacché mancante di buona parte delle classiche caratteristiche identificanti il genere e i suoi derivati. Di contro c’è – questo sì – uno spiccato mood da noir metropolitano, una tensione di fondo che illumina di una luce piuttosto oscura la narrazione, e una visione di matrice quasi sociologica delle vite quotidiane dei protagonisti – tre storie, tre diversi personaggi, tre esistenze che si sfiorano, si toccano appena senza mai realmente incrociarsi…

Leggete la recensione completa di Corpi estranei cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!